TUNISIA

TUNISIA. - Stato arabo dell'Africa settentrionale, indipendente fino al 1881, poi (Trattato del Bardo) protettorato francese, e dal 1946 Stato associato nell'Unione francese: la Francia vi tiene, accanto al Bey (sovrano nominale), un suo residente.

I. GEOGRAFIA

Il territorio (12.180 kmq.) della T. abbraccia l'estremità orientale della regione dell'Atlante, i cui cimeli s'aprono a ventaglio in direzione normale alla costa (dal C. Bon a Ras Agedir): tra le valli che guardano al mare la più importante è quella percorsa dal Megerda, che mette capo all'ampio Golfo di Tunisi. Il clima è tipicamente mediterraneo, con piogge invernali copiose a N. (Tell), ma sempre più scarse a S., dove, oltre l'alto Atlante, predomina la steppa e poi il deserto. Il Tell è regione di foreste (sughero) e di agricoltura (cereali, vite, olivo); il Sahel (litorale orientale) dell'olivo; il centro, del pascolo (ovini e caprini); l'estremo S., della palma da datteri. Il sottosuolo, ricco di fosfati, dà anche ferro, piombo, zinco e sale. Notevole la pesca, esercitata da italiani. Modeste le industrie, dedite sopratutto alla manipolazione dei prodotti agricoli.

Dei 3,4 milioni di ab. (26 a kmq.) meno di 1/8 è rappresentato da europei, di questi una metà (100.000 ab., ca.) sono italiani, accanto ad altrettanti francesi ed a 50.000 israeliti. Gli italiani sono in grande maggioranza contadini siciliani, che cominciarono a trasferirsi in T. nel secolo scorso. Tunisi (365.000 ab.), la capitale, sorge non lungi dal sito dell'antica Cartagine; degli altri centri urbani notevoli Gerba, o Djerba (60.000 ab.), Sfax (55.000) e Susa, o Sousse (37.000), tutte sul litorale orientale.

BIBL.: A. Mori, La T., Roma 1930; J. Despois, La T., Tunisi 1931; H. O. Slahn, T.: Einst. Heute und Morgen, Berlino 1940; I. Klein, La T., Parigi 1948.

II. STORIA CIVILE

L'odierna T., dopo essere stata sotto il dominio di Cartagine, entrò a far parte della provincia romana dell'Africa proconsolare e dopo un mezzo secolo e più di soggezione ai Vandali passò nel 533 sotto l'Impero di Bisanzio. Verso il 670 la regione fu invasa dagli Arabi che si vi stabilirono fermamente e vi fondarono la città di Kairouan, che divenne un importante centro religioso e culturale.

I nuovi occupanti dovettero lottare lungamente contro i Berberi, ed i governatori dipendenti dai califfi di Damasco e di Bagdad ripetutamente furono costretti a richiedere aiuto ai loro signori: infine, durante il califfato del celebre Hārūn ar-Rašid, contemporaneo di Carlomagno, i Berberi furono debellati grazie all'energia del governatore Ibrāhīm ibn al-Aglab, fondatore della dinastia degli Aglabiti che mantenne il potere in T. fino al 909. Nello spazio di tre secoli altre quattro dinastie si susseguirono: i Fāṭimīdī dal 909 fin verso la fine del secolo, gli Zirīdī fino al 1160 ca., gli Almohadī a loro volta seguiti dai Ḥafṣidī, signori della T. fino al 1574. Al tempo di Carlo V imperatore la T. cominciò a destare l'interesse delle potenze europee, quando di fronte alle minacce del corsaro Barbarossa, il quale aveva occupato Biserta e Tunisi, il sultano Ḥafṣidī si recò in Spagna per invocare l'aiuto armato di quel sovrano. Carlo V mosse con una numerosa flotta alla volta di Tunisi, obbligò il Barbarossa a rinunciare alle conquiste e restituì il trono al Sultano. In virtù del Trattato del 6 ag. 1535 il sovrano di Tunisi

Article illustration
(ist. Canepa-Carcciano, Genova)
TunicelLa - T. a ricamo policromo intrecciato a ricamo in rilievo d'oro (metà del sec. xviII) - Savona, Cattedrale.

fu ridotto a vero e proprio vassallo dell'Imperatore. Non solo il Sultano si impegnò a liberare tutti gli schiavi cristiani, a concedere agli Europei piena libertà di commercio e di religione, ed a vietare ogni atto di pirateria marittima, ma cedette a Carlo V anche La Goletta, assumendosi le spese per il mantenimento della guarnigione spagnola di quella base mediante l'esborso annuo di 12.000 scudi d'oro, e diede in perpetua concessione all'Imperatore la pesca del corallo. Carlo V, da parte sua, prese l'impegno di proteggere il Sultano contro ogni aggressione. Di lì a poco il Sultano, minacciato da diverse insurrezioni scoppiate in seguito alle sue intese coi cristiani, richieste di nuovo l'appoggio dell'Imperatore. Recatosi egli stesso in Spagna, il figlio approfittò dell'assenza per farsi proclamare sovrano. Il Sultano, fatto prigioniero dal proprio figlio che lo fece accecare, riuscì a fuggire in Europa, dove morì nel 1542. Sul mare intanto continuò la guerra tra Andrea Doria ed il corsaro turco Dragut. Nel 1574 Sinan passò, inviato con una gran flotta dal sultano Solimano I, affermò la sovranità turca sulla T. Rappresentante della Porta in T. divenne un governatore con il titolo di pascià, ma in realtà i veri capi furono i dey, eletti dai giannizzeri, ed i bey, comandanti delle truppe. L'impero ottomano non fu tuttavia in grado di mantenere la sua diretta sovranità sulla T., che di giorno in giorno si affermò sempre più indipendente da Costantinopoli, finché nel 1705 Husejn, capo dei giannizzeri, non soppresse le funzioni di pascià e di dey e si proclamò bey, conferendo a tale carica attributi sovrani e rendendola ereditaria in seno alla propria famiglia tuttora regnante. Nel corso del sec. XIX, occupata l'Algeria, la Francia dimostrò un interesse sempre maggiore per la T. e si adoperò per attuarsi un programma di riforme. Così nel 1857 fu emanato dal bey Mohammed il cosiddetto Patto fondamentale, che garantì agli abitanti l'eguaglianza dinanzi alla legge ed ammise i cristiani alla proprietà terriera. Quattro anni dopo il successore di Mohammed, il bey Mohammed es-Sabbok, promulgò una Costituzione che determinava le funzioni del beylicato, ereditario tra i componenti della famiglia husejnita non in linea diretta, ma tenuto conto del membro più anziano della famiglia, ed istituiva un Consiglio dei ministri e un Consiglio di notabili. L'interesse politico della Francia alla T. determinò, malgrado l'avversità dell'opinione pubblica italiana, che vedeva nella T. uno sbocco per la sue emigrazione, nel 1881 l'occupazione militare della Reggenza, seguita dalla conclusione del Trattato del Bardo (12 mag-

tagine, per lamentarsi che sul posto non vi fossero neanche i tre vescovi necessari per consacrarmi un altro. Anche quest'ultima Chiesa fu poi sterminata e non si ebbero più vescovi a Cartagine.

Nel 1219 i primi francescani, fra' Egidio con altri compagni, giunsero in T., ma i cristiani colà residenti, per paura di persecuzioni da parte dei Saraceni, li consigliarono di tornare in Italia. Più tardi, probabilmente in conseguenza del Trattato tra Pisa e la T. (1229-30), nel quale ai Pisani furono concessi una chiesa e un cimitero nel fondaco, vi si trovano nel 1235 domenicani e francescani, il cui ministero, però, era ristretto ai negozianti e schiavi cristiani. Si hanno pure testimonianze della presenza di domenicani in T. negli anni 1250-70. La Crociata di Luigi IX di Francia contro la T. distrusse questa missione. Terminata la Crociata, il Trattato tra la T. e la Francia permise a quest'ultima una chiesa e un convento, che fu costruito dai francescani. Raimondo Lullo vi giunse nel 1291 e di nuovo nel 1314 per predicare il Vangelo ai Maomettani: subì il martirio nel 1315 nel Regno di Bugia. Il convento dei Francescani durò fino alla metà del sec. XIV. Dal 1392 al 1427 vi si trova un benedettino Placido. Non vi sono documenti provanti un'ulteriore presenza di sacerdoti in T. durante i secc. XV e XVI, perché il paese nel 1574 era caduto definitivamente sotto il dominio turco. Sono menzionati, però, sacerdoti schiavi come Jeronimo Graciano de la Madre de Dios, O.C.D. ed altri, che si occupavano della cura dei numerosi schiavi cristiani della regione. Le spedizioni di Carlo V nel 1535 e di Juan de Vega nel 1550 contro la T., uno dei principali punti d'appoggio della caccia agli schiavi, non ebbero risultati nel campo missionario.

Solo nel 1637 Propaganda decretò una missione di agostiniani scalzi per la T., Bona e Costantina con sede in Bastion de France. Nel 1636 e di nuovo nel 1638 la medesima decretò una missione di Cappuccini per la T., la Numidia, Bona e Costantina con sede in Tabarca. Ambedue le missioni sparirono, quella degli Agostiniani nel 1658 e quella dei Cappuccini nel 1652. Dal 1645 visse in T. come cappellano del console francese il lazzarista Juline Guérin. Come in Algeria, così in T. i Lazzaristi dal 1647 funzionarono da consoli francesi. Ma tale posizione permetteva loro il ministero tra gli schiavi cristiani e il riscatto. Jean Le Vacher C. M. fu nominato prefetto apostolico nel 1648, vicario apostolico della T. nel 1650 e ritenne questa carica anche quando passò in Algeria, dove nel 1683 fu martirizzato. Nel 1672 Propaganda affidò per la seconda volta la missione di T. ai Cappuccini, che, dopo il Trattato del 30 luglio 1685 tra la Francia e la T., esercitavano la loro attività sotto il protettorato francese. Nel 1720 i Trinitari spagnoli eressero un ospizio in T. per il riscatto degli schiavi. Esso durò fino al 1818.

La missione dei Cappuccini si consolidò durante il sec. XIX con l'arrivo di molti immigrati italiani. Nel 1843 la T. fu eretta in vicariato apostolico. Sotto la direzione energica di mons. Fedele Sutter si sviluppò molto bene. I Fratelli delle Scuole cristiane e le Suore di S. Giuseppe dell'Apparizione fondarono nella città di T. e in altri luoghi fiorenti scuole. Nel 1881 la T. cadde sotto il protettorato della Francia e mons. Sutter dovette dare le dimissioni. Mons. Lavigeria fu allora nominato amministratore, e nel 1884 arcivescovo di Cartagine, di nuovo eretta arcidiocesi. I Cappuccini italiani e maltesi pian piano dovettero lasciare la T.: nel 1891 partì l'ultimo cappuccino.

Per gli sviluppi ulteriori della storia della Chiesa in T.

V. CARTONE, ARCIDIOCESI di

Vedi tav. LIX.

BIBL.: Anselme des Arcs, Mémoires pour servir à l'histoire de la mission des Capucins dans la régence de Tunis, Roma 1889; Clemente da Terzorio, Le Missioni dei Minori Cappuccini, X. Africa, Roma 1938, pp. 562-628; A. Ardoin, La Mission de Tunis, Bone et Constantine des Augustins Déchaussés de France (1637-58), in Rev. Hist. Missions, 16 (1939), pp. 540-53; Streit, Bibl., XV, XVI, XVII. Giovanni Rommerskirchen