TOLOMEO (TOLEMEO), CLAUDIO. - Astronomo, geografo e matematico, n. forse a Tolemaide nella Tebaide intorno al 100 d. C., vissuto in Alessandria d'Egitto e m. a Canopo verso il 178 d. C.
Sua opera principale è il grande trattato in 13 ll. Μεγάλη Σύνταξις («Grande compendio»). I traduttori arabi, forse per ammirazione, cambiarono μεγάλη (= grande) nel superlativo μεγέστη (= massimo), onde in arabo Al Magisti, in latino Almagestum, in italiano Almagesto. L'opera acquistò gran fama in Oriente e in Occidente, e rimase per ca. 14 secoli il trattato principale d'astronomia. Ebbe molte edizioni e fu tradotta dal greco in arabo verso l'anno 827 d. C. per ordine del califfo di Bagdad, Almamon; e in latino verso il 1230, onde Dante ne ebbe notizia e forse da esso attinse la cognizione della Croce del Sud di cui nel Purg., I, 23 sg. Il trattato è in massima parte opera di compilazione. Dopo un esordio trigonometrico, passa a descrivere l'ordine dell'Universo; i moti del sole e della luna, le eclissi, i moti dei pianeti con un catalogo di 1028 stelle.

TOLOMEO, CLAUDIO - Fine del I. I e inizio del I. II della versione latina della Cosmographia, Roma, Pietro de Turre, 4 nov. 1490, f. 45v - Roma, esemplare della Biblioteca nazionale.
Il sistema tolemaico è basato sulla teoria di Ipparco, con la Terra sferica posta al centro della sfera celeste. La Terra ha dimensioni così insignificanti che qualsiasi punto della sua superficie può considerarsi centro dello Universo. Il Sole e la Luna si muovono lungo cerchi di cui la Terra occupa un punto molto vicino al centro. In proposito T. completò la spiegazione data da Ipparco del moto della Luna, introducendo una nuova irregolarità, la mozione, che è stata confermata dalla meccanica celeste; determinò anche approssimativamente la distanza media tra la Luna e la Terra. Per dar ragione del complicato moto apparente dei pianeti che sembrano spostarsi tra le stelle ora in un senso, ora in quello opposto e talvolta sembrano fermarsi, T. immagina che ciascuno di essi si muova descrivendo un cerchio detto epiciclo, di cui un punto assai prossimo al centro si muova a sua volta, sempre nello stesso senso, sopra un altro cerchio, detto deferente, che ha la Terra quasi nel centro.
Notevole è il contributo dato da T. alla geometria e alla trigonometria: da ricordare le norme suggerite per la costruzione di una tavola di corde, il teorema di T. sul quadrilatero iscritto in una circonferenza e le applicazioni della proiezione stereografica ideata da Ipparco.
Gabriella Armellini Conti
Minore risonanza che quella astronomica ebbe l'opera geografica di T., sebbene egli abbia condiviso con Marino di Tiro il merito di avere scientificamente fissato il patrimonio geografico dell'antichità classica; per di più mentre l'opera di Marino (vissuto ad Alessandria e fiorito non oltre il 120 d. C.) andò perduta, quella di T. sopravvisse lungo il medioevo fino ai giorni nostri
A quanto si ricava da T. stesso, Marino, autore di una Τοῦ γεωγραφικῶ πύκλους διόροσις, riprendendo le teorie di Ipparco (uno dei più grandi astronomi dell'antichità, nato a Nicea di Bitinia e che svolse gran parte della sua attività a Rodi fra il 161 e il 126 a. C.), si era scostato dal modello eratostenico, sostenendo che il calcolo della posizione dei luoghi potesse farsi con lo stesso metodo usato per stabilire la posizione delle stelle sulla
sfera celeste, servendosi quindi soltanto della latitudine e della longitudine: egli però immaginava che l'ecumene si estendesse dalle Canarie alla Cina per 225°, estensione oltremodo esagerata, e la sua carta, costruita in base ad una rete di paralleli e di meridiani retti, secondo una proiezione cilindrica equidistante e non tenendo conto del ravvicinamento dei meridiani verso il polo, presentava maxime deformazioni nelle zone periferiche. T. intese ridurre gli errori di Marino di Tiro, ma se rimase essenzialmente legato al sistema del suo predecessore tanto nell'Almagesto, quanto nella Μαθηματικὴ σύνταξις πετράβιβλος, complemento del precedente, e nelle opere astronomiche minori, dimostrò invece concezioni originali nel campo più propriamente geografico e particolarmente in quello cartografico compilando la Γεωγραφικὴ ὑφήγησις. Egli ridusse l'estensione dell'ecumene a 180°, avvicinandosi a quella reale di 125°; accolse la proiezione cilindrica solo per rappresentare piccole porzioni della superficie terrestre (carte corografiche); propose una proiezione conica semplice nella quale i meridiani sono linee rette ravvicinantesi ai poli e i paralleli archi di cerchio concentrici, e su queste basi costruì o almeno offri le basi per la costruzione di una carta generale del mondo conosciuto comprendente tutto il territorio da N. a S. tra Thule e Agisymba, e da E. a O. dalle Isole Canarie (Fortunate) e Sera Metropolis, capitale del paese dei Seri (Cina). Si discute infatti tra gli studiosi se le 27 carte (una generale e le altre regionali) inserite nei manoscritti medievali della sua opera (fondamentale fra tutti l'Urbinate greco 82, nella Biblioteca apostolica Vaticana, del sec. XII) risalgono direttamente a T., sia pure con inevitabili deformazioni nello sviluppo della tradizione, o siano state invece costruite posteriormente sul testo di T., il quale, per giunta, consistendo essenzialmente in un lungo elenco di località con la rispettiva latitudine e longitudine, era particolarmente soggetto a cornutele.
Il valore (errato) nella misurazione della massima circonferenza terrestre, in 180.000 stadi (ca. 33.000 km., notevolmente inferiore al vero, di 40.070 km.), influì, perpetuandosi nel medioevo, anche sui calcoli di Cristoforo Colombo e sulla scoperta del Nuovo Mondo. Ripercussioni sulla cartografia posteriore, soprattutto araba, ebbero altri errori di T. come l'esagerato stirramento in senso E.-O. del Mare Mediterraneo, l'orientamento della penisola italiana e l'aver chiuso l'Oceano Indiano a S. di Zanzibar, dove la costa africana vien fatta volgere decisamente ad E.
Mentre l'opera astronomica di T., diffusa soprattutto attraverso gli Arabi, restò alla base di tutta la cosmografia e la filosofia scolastica medievale, l'opera geografica ebbe poca fortuna, soprattutto in Occidente, dove solo nel sec. XV una prima traduzione latina del 1409 segnò il principio di una nuova epoca nella storia della cartografia.
T. scrisse anche di cronologia, di meccanica, di ottica, di musica, ecc.
TOLOMEO, GNOSTICO. 7 Rappresentante del ramo occidentale della scuola valentiniana.
Visse probabilmente a Roma. Autore di una Epistola a una certa Flora, altrimenti sconosciuta. La lettera si è conservata presso Epifanio (Panar. haer., 33, 3-8: PG 41, 558-68).
L'argomento è la valutazione della Legge di Mosè. T. cerca una via media tra la posizione della Chiesa e quella di Marcione. La legge viene in parte da Dio, in parte da Mosè ed in parte dalle tradizioni degli anziani del popolo. La Legge di Mosè è opera del Demiurgo, che sta in mezzo fra il Dio buono ed il diavolo. L'epistola, benché presupponga la speculazione valentiniana, non esprime in forma diretta la dottrina della setta.