LUCCA, ARCIDIOCESI di. - Arcidiocesi e città capoluogo della provincia omonima in Toscana. Ha una superficie di 950 kmq. con una popolazione di 259.270 ab., dei quali 259.227 cattolici. Conta 253 parrocchie, servite da 415 sacerdoti diocesani e 123 regolari, un seminario, 19 comunità religiose maschili e 42 femminili (Annuario Pontificio, 1951, p. 255).
Stazione dei Liguri, occupata poi dagli Etruschi, L. divenne colonia latina nel 180 a. C. quindi municipio (90-89 a. C.); con Augusto fece parte dell'Etruria e poi della Tuscia Annonaria. Divenne quindi ducato longo-
bardo verso il 570; poi fece parte del Marchesato di Toscana e fu compresa nei domini della casa di Canossa. Il Comune, già retto da consoli fin dal 1107, riesce ben presto a svincolarsi definitivamente dagli impacci imperiali e feudali (1197) e raggiunge il massimo splendore della sua potenza politica ed economica nel sec. XIII. L'immatura fine della signoria che Castruccio aveva costruita (1314-28), aprì il varco alle dominazioni straniere (1328-69) alle quali poneva fine Carlo IV restaurando l'antica libertà (15 apr. 1369). Ma la Repubblica, dopo la breve parentesi della signoria di P. Guinigi (1400-30), lentamente si venne trasformando, dalle sue origini democratiche, in chiusa costituzione aristocratica e quindi oligarchica (1556). Costituita a principato in favore di Elisa Bonaparte, moglie di Felice Baciocchi (1805-14) divenne ducato (1817) con Maria Luisa e Carlo Lodovico di Borbone finché nel 1847 passò sotto il dominio di Leopoldo II di Toscana, per entrare poi a far parte del Regno d'Italia.
Anche per L. una tradizione assai tarda riconnette le sue origini cristiane con un Paolino inviato da S. Pietro con tre compagni ad evangelizzare la città e stabilirvi la cattedra episcopale. Secondo un calcolo approssimativo la diocesi, come quelle di Pisa, Firenze, Siena, Arezzo, comparirebbe nei primi decenni del sec. IV; il primo vescovo sicuro, Massimo, è presente al Concilio di Sardica nel 343. I primi 15 vescovi nell'autentico catalogo episcopale scendono, non però secondo l'ordine originario, sino verso la fine del sec. VI ed il più venerato fra loro, s. Frediano, anteriore all'invasione longobarda, è ricordato da S. Gregorio Magno (Dialog., III, 9). I vescovi Leto ed Eleuterio compaiono rispettivamente nei Concili romani del 649 e del 680; e le carte del ricchissimo archivio capitolare documentano l'attività dei loro successori. Esse attestano pure la divisione dell'amplissimo territorio diocesano in pievi già per il sec. VI, se non prima, come pure l'esistenza già nel sec. VIII entro le circoscrizioni di queste pievi, di chiese minori ad esse subordinate, ma che diverranno vere e proprie parrocchie nell'epoca comunale (sec. XII-XIII), di opere caritative, di pie fondazioni. Verso la fine del sec. XI e durante il XII le pievi si trasformano in canoniche, sicché in seguito alcune di esse diventano veri monasteri, come S. Frediano e S. Michele in Foro in città, S. Pietro di Pozzeveri e S. Pantaleone sul Mons Heremitae in campagna; altre ancora sul finire del sec. XIV si trasformarono in collegiate secolari come S. Donato (trasferita a S. Paolino nel 1513), S. Alessandro Maggiore, S. Maria di Camaiore: di queste alcune sussistono ancora, mentre altre furono soppresse sotto la dominazione dei Baciocchi.
Nell'antichità la diocesi si estendeva evidentemente su tutto il territorio di pertinenza della città, occupando la Val di Nievole sin oltre S. Miniato al Tedesco. Procedeva poi nel Valdarno inferiore e nella Val d'Era, e nella parte estrema meridionale teneva le Maremme toscane confinando con le diocesi di Volterra, Populonia e Rosselle. Possedeva inoltre nel territorio pisano il monastero di Sesto, Bientina, S. Michele di Verruca, S. Frediano di Vecchiano e S. Maurizio di Filettole. A settentrione toccava il modenese sul Giogo dell'Alpe, dove sorse fin dal 1110 il santuario e l'ospedale dei SS. Pellegrino e Bianco, internandosi quindi nella Garfagnana per abbracciare le terre di Piazza e Sala, antico feudo dei vescovi lucchesi, toccando infine la Versilia con S. Martino di Pietrasanta e la vetusta pieve di S. Felicita. Ma la necessità di sottrarre alla giurisdizione spirituale dei vescovi di L. terre che politicamente appartenevano ad altri Stati, ridusse notevolmente questa estensione e si calcola che dal 1519 al 1853 la diocesi sia venuta a perdere ca. 200 parrocchie con i monasteri e luoghi pii che esistevano su quei territori.
Leone X, infatti, innalzò a prepositura l'antica pieve di Pescia (15 apr. 1519), e la rese immediatamente soggetta alla S. Sede sottoponendole le chiese della Val di Nievole e della Valleriana rimaste fuori dal dominio politico di L., le quali in seguito alla bolla di Benedetto XIII (17 marzo 1726) costituirono la diocesi di Pescia. Gregorio XV il 9 dic. 1622, ad istanza della granduchessa di

(tot. Eva)
I vescovi di L. furono in ogni tempo immediatamente soggetti alla S. Sede; il pallio fu concesso a Benedetto I (1118-28) da Calliato II (1121) e la croce da metropolita da Lucio III (1181) al vescovo Guglielmo I (1170-94); ottennero l'uso nei pontificali del pileolo o zucchetto rosso alla guisa dei cardinali e soprattutto il titolo e la giurisdizione di conte di Diecimo, Piazza e Sala. Quest'ultima distinzione, che alcuni storici fanno risalire ad Ottone I, e che nel corso dei secoli dette luogo a lunghe ed aspre controversie con la Repubblica, costringendo non pochi vescovi a rinunciare alla dignità o vivere almeno lontani dalla sede, durò fino al 1726 allorché gli Anziani ottennero dal vescovo Bernardino Guinigi (1723-29) la rinunzia ai poteri civili esercitati allora sui territori di Diecimo e di Moriano, per un compenso in denaro, e venne meno del tutto nel 1787 per la cessione fatta dall'arcivescovo Martino Bianchi (1770-88) agli Estensi della contea di Piazza e Sala in Garfagnana. La S. Sede, accondiscendendo alla preghiera del governo lucchese, concesse il titolo di arcivescovo al capo della
diocesi (1742) e pochi anni appresso concesse al governo la presentazione di quattro nomi, poi di tre, per la nomina del vescovo.
Santuari. — Non esistono nella diocesi santuari di larga risonanza, eccetto quello sorto nel 1940 in città, presso il monastero delle Passioniste in onore di s. Gemma Galgani (m. nel 1903) e l'altro che si trova ai confini dei tre paesi Capannori, Antraccoli e Lunata, dove si venera dal 1665 un affresco rappresentante la Madonna del Carmine tra s. Rocco e s. Sebastiano affidato (1940) ai Carmelitani Scalzi della provincia toscana. Ma fin dal medioevo fu celebre a L. il simulacro del Volto Santo, cioè il Crocifisso ligneo che, durante il periodo iconoclasta, sarebbe approdato al lido di Luni e di là trasportato a L. (742), quindi deposto nella sua Cattedrale. Secondo la leggenda di Leobino il culto data dal sec. VIII e non v'è ragione di dubbio, ma in tal caso il Volto Santo attuale non è l'antico e di una sostituzione nel sec. XII tacciono tutti i documenti.
Si ricorda ancora s. Zita (m. nel 1278), la cui incorrotta salma riposa presso la basilica di S. Frediano, nel sacello eretto nel 1321 dai Fatinelli, i fortunati signori della povera e santa ancella.
ivi 1943. Organizzazione della diocesi: M. Giusti, Le canoniche della città e diocesi di L. al tempo della riforma gregoriana, in Studi gregoriani, III, Roma 1948, p. 321 segg.; L. Nanni, La parrocchia studiata nei documenti lucchesi del secc. VIII-XIII, in Analectia Gregoriana, 1948. Sul Volto Santo: P. Guidi, La Luminara di S. Croce nel medio evo, Lucca 1920; id., La data nella leggenda di Leobino, in Archivio storico italiano, 7° serie, 18 (1932), p. 153 segg.; A. Guerra-P. Guidi, Storia del Volto Santo, I, Sora 1926; F. P. Luiso, La leggenda del Volto Santo, I, Storia di un cimelio, Pescia 1928; F. Baroni, Il Volto Santo di L. e le sue gloriose origini, Lucca 1932; G. Schnürer-J. Rits, Sankt Kümmernis und «Volto Santo», Düsseldorf 1933; A. Pedemonte, Quando venne il Volto Santo a L., Lucca 1936.
Domenico Corsi
ARTE. —
1937. Architettura
Le forme dell'architettura lucchese, da principio, rivelano un adattamento di quelle pisane — non solo nella città, ma anche nel suo territorio (pieve di Segromigno, di S. Andrea in Gattaiola, di S. Maria del Giudici, in S. Giovanni presso Pietrasanta del sec. XIII); e a L. lavorarono architetti pisani, anche se un particolare gusto per la profusione di ornati rivela un diretto influsso di maestranze lom-barde (il S. Frediano, consacrato nel 1147; S. Maria Forisportam, S. Michele e S. Giovanni, tutte e tre della fine del sec. XII, e la fronte della cattedrale di S. Martino, datata 1204 e firmata da maestro Guidetto, movimentata nei suoi vani d'ombra e nella ricchezza degli ornamenti a tarsia e ad intaglio). Queste tendenze all'alleggerimento della massa romanica, si ritrovano anche nella facciata di S. Michele in Foro e di S. Pietro Somaldi (sec. XIII), e si accentuano al sopraggiungere dell'influsso gotico, determinante specialmente, sul finire del Trecento, nell'opera di ricostruzione interna del Duomo.
Nel territorio della diocesi, caratteri pisani, commisti ancora a forme lombarde, si trovano nella facciata del duomo di Barga, nelle pievi di S. Cassiano di Controne, di Castelvecchio a Vellano, di S. Gennaro a Capannori, di Villabasilica, di Brancoli; mentre l'arte gotica è presente nella parte superiore della fronte di S. Agostino a Pietrasanta e in S. Michele di Castiglione Garfagnana. Nel Rinascimento sono preponderanti le influenze fiorentine, accentuate dall'attività di artisti venuti da Firenze, quali Baccio da Montelupo, cui si deve l'architettura del S. Paolino (1522), e Bartolomeo Ammannati, che iniziò il Palazzo della Signoria (1578) e costruì i Palazzi Bernardino e Orsetti. Ma glorie locali sono Matteo Civitali (1435-1501), che costruì il Palazzo Pretorio, e poi il figlio Nicolao (n. nel 1482) e il figlio di questo, Vincenzo (1523-97). Per il periodo barocco si ricorda la Villa Garzoni di Collodi e l'ampliamento del Palazzo della Signoria ad opera dello Juvara e del lucchese Francesco Pini; e lucchesi sono anche Fr. Buonamici (che si trasferì poi a Malta) e D. Martinelli (che si recò in Austria). Per il XIX sec. si rammenta L. Nottolini (1787-1851).
1938. Scultura
L'influenza lombarda è preponderante anche nella scultura del secc. XII-XIII: nelle storie di Mosè nella conca del fonte battesimale di S. Frediano (fine sec. XII), opera di un Maestro Roberto; nelle decorazioni delle facciate delle chiese, in massima parte legate alla maniera del Guidetto; nell'opera di Biduino, che segnò il suo nome nel portale laterale della chiesa di S. Salvatore (fine sec. XII); e in quella dell'anonimo scultore, probabilmente pisano, che ha lasciato il bel gruppo
3. Pittura. - La pittura, che anche a L. trovò le prime manifestazioni nella decorazione delle facciate delle chiese (si vedano, ad es., i musaici bizantineggianti nella parte superiore della fronte di S. Frediano), vide all'opera nel Duecento i Berlinghieri e Deodato Orlandi. I primi sono ricordati a L. fin dal 1228, e di Berlinghiero padre è la Croce (firmata) nella Pinacoteca, mentre Bonaventura firmava nel 1235 la tavola con s. Francesco e storie della sua vita nella chiesa di S. Francesco a Pescia; Deodato Orlandi ha lasciato il suo nome nella Croce del 1288 (Pinacoteca) e a lui si può anche attribuire l'affresco sul sepolcro di Bonaiuta (1274) nel chiostro di S. Francesco. Nel Trecento, la scuola locale ha lasciato opere di qualche merito di Angelo Puccinelli, attivo fino al primo decennio del secolo seguente, influenzato da Siena (Trittico del 1350 nel Museo) e poi dal Traini e da A. Gaddi (Transito della Madonna del 1386 in S. Maria Forisportam); e di Francesco Anguilla (1386-1440), seguace anch'egli degli Orcagna e del Traini. Ma nel Quattrocento e nel Cinquecento l'afflusso di opere fiorentine è determinante per l'evolversi della pittura locale. E si ricordano tra i fiorentineggianti Paolo Zacchia (Ascensione, datata 1561, nel coro di S. Salvatore; Assunta, nella Pinacoteca) e il ripone Lorenzo Zacchia (opere delle chiese, datate dal 1550 al 1587), nonché Agostino Marti (lunetta del 1516 in S. Paolino; Spasalizio della Vergine del 1520 in S. Michele). Nel sec. XVII la scuola pittorica lucchese è soggetta agli influssi di quella di Bologna: e da G. Reni derivano Paolo Biancucci (Purgatorio nella chiesa del Suffragio; tavola con vari santi in S. Francesco) e Pietro Ricchi (due quadri in S. Francesco). Al Domenichino e ai Veneti si ispira invece Pietro Paolini (Martirio di s. Andrea, in S. Michele; S. Gregorio che dà da mangiare ai pellegrini, nella Libreria di S. Frediano). E forse dal Paolini apprese i primi rudimenti dell'arte il più celebre Pietro Testa, detto il Lucchesino (suoi dipinti sono a S. Romano e a S. Paolino, e un affresco con La libertà è in Palazzo pubblico). Nel Settecento grande rinomanza si acquistava Pompeo Batoni, tra gli artisti italiani più dotati del primo neoclassicismo. - Vedi tavv. CXIII-CXIV.