LUCANIA

LUCANIA. - La L. corrisponde in sostanza al declivio sud-orientale dell'Appennino omonimo, che manda le sue acque al Golfo di Taranto, ma non costituisce una regione naturale; e verso occidente si affaccia per breve tratto al Tirreno. Il nome L., risalente all'antichità classica, venne sostituito nel XII sec. da quello di Basilicata, che ricorda la dominazione bizantina ed è stato di recente riesumato in sostituzione dell'antico L., rimesso in vigore nel 1932.

I. GEOGRAFIA

Estesa poco meno di 10 mila kmq., è una delle regioni più montuose d'Italia (70% di montagne e 22% di colline); le brevi pianure costiere lungo lo Jonio sono malsane e quasi deserte. Per popolazione assoluta la L. occupa l'ultimo posto fra le regioni italiane; solo dopo il 1931 si è arrestata la tendenza alla diminuzione, manifestatasi dopo l'ultimo Ottocento, e dovuta all'intensa emigrazione, determinata a sua volta dalle difficili condizioni economiche. Agricoltura (a carattere estensivo: frumento, vite, olivo) e pastorizia (ovini in assoluta prevalenza) sono le occupazioni dominanti: la percentuale della popolazione che vi è impegnata (75,4%) è la più elevata fra quelle delle regioni italiane. La popolazione vive per lo più accentrata, tuttavia un solo comune, quello del capoluogo, supera i 30 mila ab.

| Province e capoluogo | Numero dei comuni | Superficie in kmq. | Comentario |
| Matera (28) | 29 | 3.442 | 149.312 |
| Potenza (31) | 97 | 6.545 | 393.950 |
| Basilicata o L. | 126 | 1.286 | 1.286 |

BIBL.: G. Alani, Geografia storico-destitutiva della Basilicata, Potenza 1886; G. Spera, La Basilicata, Roma 1903; G. Cagli, La Basilicata e il problema dell'emigrazione, 1910; G. Alagramati, Basilicata e Calabria, Torino 1929; E. Azimonti, La colonizzazione in Basilicata, Roma 1929; S. De Pilato, L., aspetti e problemi, Potenza 1933; L. V. Bertarelli, Guida d'Italia del T.C.I.; L. e Calabria, 2a ed., Milano 1938. Giuseppe Caraci

II. STORIA

La L. antica, terza regione sotto Augusto e nona sotto Diocleziano, si stendeva dal Tirreno al Jonio, ma nel medioevo perdette la sua unità. Al tempo delle invasioni barbariche subì la sorte che la sua stessa posizione di passaggio le assegnava, e fu campo di battaglia, di preda e di insediamento a nuove razze di popoli; ma ben poco è noto delle sue vicende lungo questo periodo. Invece la dura signoria bizantina le impresse un'orma indelebile: ne derivò alla L., come del resto a quasi tutto il mezzogiorno d'Italia, una più forte tinta di grecità, nella lingua, nel culto e in genere nelle istituzioni e nei costumi. Né la penetrazione longobarda riuscì a cancellare queste orme, che anzi si intensificarono al tempo della lotta per l'iconoclastia, quando gruppi di monaci basiliani vi trapiantarono la loro sede, prima in laure (celle scavate nella roccia) e poi in chiese e conventi; e con essi penetrò il rito greco.

I martiri attribuiti dal Martirologio geronimiano alla L. il 29 ott. e il 18 dic., provengono probabilmente da altre regioni; Gelasio I l'11 marzo 494 dirige una lettera ai vescovi e per Lucaniam, Bruttos et Siciliam a già la lettera del prete Uranio sulla morte di Paolino di Nola (431), parla di un «Exuperantius episcopus de Lucaniae partibus». Così pure un rescritto di Costantino Magno (21 ott. 319) accenna al cristianesimo nella L., così da permettere la conclusione che nei primi decenni del sec. IV vi fossero delle Chiese cristiane organizzate.

Nel sec. IX, essendosi scisso il Ducato di Benevento, il maggior parte della regione fu inclusa nel Principato di Salerno e fu suddivisa in gastaldati. Fu poi assorbita nell'organismo statale che i Normanni crearono nell'Italia meridionale, e allora apparve il nome Basilicata, che però, essendo di indubbia derivazione dal titolo di ufficiali greci, doveva certamente preesistere; il nome L. rimase tuttavia nell'uso dottor.

Sotto i Normanni ebbe grandissima importanza Melfi, a causa della sua posizione geografica all'incrocio di strade e al sicuro da offese: là nel 1059 il nuovo Stato (Ducato di Puglia) fu riconosciuto dal papa Niccolò II. Alle preesistenti istituzioni, i nuovi dominatori aggiunsero l'istituto feudale, che caratterizzò per secoli la struttura economico-sociale di tutta l'Italia meridionale. Di conseguenza quasi tutta la L. fu infeduta; e, fondato il regno sulla coesistenza di monarchia e baronaggio, è naturale che nelle successive epoche, seve, angioina ed aragonese, la regione vedesse svolgersi nelle sue terre l'urto continuo tra re e baroni, che, rendendo precaria la vita del Regno, ne preparò la retrogradazione a viceregno sotto il dominio spagnolo. La lotta raggiunse la sua fase più critica sotto gli Aragonesi, quando una sola famiglia, quella dei Sansevero, possedette in feudo quasi tutta la provincia. Quivi ebbe la sua preparazione ed il suo epilogo la famosa congiura dei baroni contro Ferrante I (1485-87); qui cadde l'ultimo baluardo dei Sansevero, il castello di Diano, assediato nel 1497 da Federico d'Aragona.

Il sistema amministrativo della regione fu tramandato quasi identico alla nuova signoria spagnola, tuttavia non senza ostacoli. Sintomi d'infuorenza si ebbero ripetutamente da parte dei sudditi: famoso il tumulto di Matera (che veramente allora faceva parte della Terra di Bari) contro il suo feudatario Gian Carlo Tramontano (1514-15); nota altresì la partecipazione della provincia alla rivoluzione di Masaniello (1647) sotto la guida di Matteo Cristiano, il quale sollevò parecchie città. Tuttavia, se si eccettuano i danni subiti al tempo delle lotte tra Francia e Spagna al principio del sec. XVI e se si riducono all'entità di episodi comuni al resto del Regno e di tutti i domini italiani della Spagna i tumulti contro i signorotti locali, il paese trovò, durante questo periodo, nella pace un bene a lungo bramato. Cosicché la popolazione crebbe notevolmente di numero, e dal suo seno cominciò ad affiorare una borghesia cui una certa agiatezza doveva permettere di dare a una nuova generazione i mezzi di istruirsi nella capitale e nei seminari diocesani. Nel sec. XVIII, a coronamento di lunghi sforzi intesi ad ottenere cessioni da servizi feudali, migliorarono anche le condizioni dei contadini. Inoltre il Comune, che aveva fatto una timida apparizione nell'età di mezzo, accrebbe le sue prerogative lottando quotidianamente contro la prepotenza baronale e strappando, spesso mediante forti pagamenti in denaro, parte della estesissima giurisdizione dei feudatari. Espressione di questa evoluzione, la nuova classe, formatasi nell'illuminismo del Settecento, fece le sue prove durante la rivoluzione del 1799. Figure come quelle del Pagano e del vescovo Serrao la rappresentano nel sacrificio che il mezzogiorno d'Italia offriva alla causa antiassolutistica. Memorabili a tal riguardo anche le difese di Picerno e di Avigliano contro la reazione. L'abolizione del regime feudale, voluta e attuata dal governo francese nel 1806, agevolò l'ascesa della borghesia che si arricchì di possessi terrieri a spese della nobiltà; ma le classi infine lasciate nella loro miseria non considerò i benefici del provvedimento. Intanto s'ette e brigantaggio turbavano gravemente il paese. La costituzione del 1820 fu festeggiata a Potenza; ma tale entusiasmo fu duramente pagato. I contrasti di classe scoppiarono più vivi nel '48, perché i contadini non esitarono allora ad interpretare la rivoluzione come il mezzo per raggiungere il possesso della terra o almeno la revisione dei contratti che li tenevano in uno stato di barbarie e di miseria. A sua volta la borghesia, riunita, ma non senza contrasti, nel Circolo costituzionale di Potenza,

non poté realizzare il disegno di spedire forze al Parlamento napoletano dopo i fatti del 15 maggio, e tanto meno di sostenere la rivolta calabrese. Comunque l'impreparazione politica fu scontata con parecchie condanne. Non essendovi stata in L. larga diffusione di idee repubblicane, nel '60 la borghesia fu solidale nel caldeggiare l'unione col Regno di Sardegna. Ma sopraggiunsero presto i sintomi del malcontento di quanti avevano sperato in riforme sociali; e su questo malcontento speculò la parte reazionaria, e cominciò il secondo periodo del brigantaggio politico. In effetti l'annessione fu in un primo tempo assai svantaggiosa alla tenue economia lucana, che fu sottoposta ad un fiscalismo non mai conosciuto. L'improvviso il governo del paese provocò una forte corrente migratoria verso le Americhe. Certo il governo nazionale non fece, o non poté fare tutto ciò di cui l'arretrata regione aveva bisogno: le strade costruite dal primo ventennio dell'unificazione, le scuole istituite, la legge del 1904 e le altre successive si rivelarono assai insufficienti a portare ad un livello di vita civile la L. Oggi, le voci elevate da parte degli studiosi della cosiddetta «questione meridionale» lasciano sperare in una pronta soluzione dei grossi problemi lucani.

BIML.: G. Racioppi, Storia dei popoli della L. e della Basilicata, Roma 1902; G. Gay, L'Italia meridionale e l'Impero bizantino dall'avvento di Basilio I alla resa di Bari ai Normanni, trad. it., Firenze 1917. Per l'età moderna, oltre le opere generali sul Regno di Napoli, cfr. G. I. Cassandro, Storia di una terra del Mezzogiorno, Atena Lucana e i suoi Statuti, Roma 1946. Per la storia della L. nel Risorgimento v.: G. Mondaini, I moti politici del '48 e la sesta dell'Unità italiana in Basilicata, Roma 1902; G. Racioppi, Storia dei moti di Basilicata e delle provincie contemporanee nella resa di Bari, Roma 1907; T. Pedio, Evoluzione politica della borghesia meridionale nella prima metà del sec. XIX con particolare riferimento alla Basilicata, in Arch. stor. per le prov. napol., nuova serie, 31 (1947), p. 468 sgg. (uscito nel 1950). Notevoli e numerose monografie illustranti la storia della regione sotto tutti gli aspetti ha pubblicato l'Archivio stor. per la Calabria e la L., dal 1931. Per i problemi più attuali vedasi: G. Fornuto, Il Mezzogiorno e lo Stato italiano, Bari 1911; U. Zanotti-Bianco, La Basilicata, Roma 1926; Lanzoni, pp. 319-20; Bibliografia generale in: S. De Pilato, Saggi bibliografici sulla Basilicata, Potenza 1914; G. Consoli Fiego, Aggiunte alla bibliografia sulla Basilicata di S. De Pilato, in Arch. stor. per la Cal. e la L., 8 (1938), pp. 353-70. Carlo De Frede

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III. REGIONE CONCILIARE

La L. forma col sernitano una regione ecclesiastica conciliare che comprende le tre province ecclesiastiche di Salerno, Acerenza e Matera, Conza, più l'arcivescovo di Amalfi e le sedi immediatamente soggette di Campagna, Cava e Sarno, Melfi e Rapolla e infine l'abbazia nullius della S.ra Trinità della Cava.

Le conferenze episcopali si tengono ogni anno sotto la presidenza dell'arcivescovo di Salerno o, in sua voce, dell'arcivescovo di Acerenza o di Conza (S. Congr. dei Vescovi e Regolari, 24 ag. 1889; S. Congr. Concistoriale, 15 febbr. 1919, 22 marzo 1919; S. Congr. del Concilio, 21 giugno 1932); le deliberazioni vengono inviate alla S. Congr. del Concilio per la approvazione e le eventuali osservazioni. Il lavoro di coordinazione è disimpegnato dal segretario delle conferenze. Il concilio plenario re

gionale deve essere tenuto ogni 20 anni con la partecipazione di tutte le diocesi della regione sotto la presidenza di un legato pontificio (can. 281). Il Tribunale regionale per le cause matrimoniali in primo grado ha sede in Salerno; competente per il giudizio di appello è il Tribunale regionale di Napoli (motu proprio: Qua Cura, 8 dic. 1938; Normae della S. Congr. dei Sacramenti, 10 luglio 1940).

In Salerno ha pure sede il Pontificio Seminario regionale salernitano-lucano Pio XI, mentre il Pontificio Seminario regionale minore lucano ha sede in Potenza.

Agostino Pugliese

IV. ARTE

I. Architettura

La signoria bizantina durata dal sec. VI all'11, e l'influenza del monachesimo basiliano, operarono in L. un profondo rinnovamento artistico e diedero impulso a edifici di notevole pregio, ma oggi sono ben scarse le testimonianze superstiti di quel periodo. Oltre le piccole chiese rupestri, sparse fra il Vulture, il Materano e la Valle dell'Agri, decorate per lo più dagli stessi monaci e esemplare sui modelli delle chiese

orientali, e alcuni elementi bizantini rimasti nella costruzione duecentesca della chiesa di Anglona, il solo monumento basiliano della L. che si conservi è la badia di S. Angelo al Monte Raparo del sec. X. È a una sola navata, con tamburo quadrato che ne sopporta un altro cilindrico che poi termina con una cupola tronco-conica del 8 decorso all'esterno da archetto ciechi. Della metà del sec. XI è la prima delle due chiese dell'abbazia della Trinità a Venosa, ricostruita su di un'altra del sec. V, della quale sono stati individuati or non è molto alcuni avanzati nell'abside. Nel secolo seguente i Benedettini iniziarono la costruzione della seconda chiesa rimasta però incompiuta. Il mutilo complesso dei due edifici è fra i più suggestivi dell'Italia meridionale. Le forme romaniche della seconda chiesa venusiana si ripeterono nel duomo di Acerenza, nel campanile di Melfi, decorato con figure di animali di derivazione arabo-sicula, nella S. Lucia di Rapolla e in S. Maria di Pierno costruita tra il 1189 e il 1197 da un Sarlo di Muro Lucano, cui si deve anche il campanile del duomo di Rapolla. Influenze dell'architettura romanica delle regioni finitime sono riconoscibili in molti edifici del sec. XIII: si rifanno, ad es., all'architettura pugliese, di cui la L. fu ripetutamente tributaria, il portale del S. Francesco di Tricarico e la badia di Banzì, rimaneggiata in epoca aragonese. Caratteri oltremontani presenta invece la chiesa di S. Giovanni Battista di Matera, rigorosamente borgognona, che, insieme a poche altre costruzioni, come la cattedrale di Rapolla di tipo cistercense, ma molto rimaneggiata, e il campanile del duomo di Irsina, che ha un'armoniosa decorazione ad architetti ciechi e belle bifore, documenta la scarsa vitalità del gotico in L. Nel periodo rinascimentale l'architettura della L. si rifece specialmente alle forme catalano-aragonesi immigrate da Napoli. Altre influenze sono leggibili in ritardatari adattamenti di edifici più antichi. Si vedano il castello di Venosa e portali ed altre decorazioni architettoniche del S. Francesco a Potenza e del S. Antonio a Tricarico.

L'architettura barocca non ha grande rilievo ed è per lo più derivata da quella napoletana: edifici reli

giosi e civili di un certo interesse sono a Lagonegro, a Maratea, a Melfi.

2. Scultura

Il più importante esempio di sculture medievali in L. è costituito dalle sontuose decorazioni dell'abbazia di Venosa, in parte ancora in situ, in parte disperse fra vari edifici della città. Alla scultura decorativa pugliese si rifanno portali come quello del duomo di Matera e rilievi dei campanili di Rapolla e di Tricarico. Tombe, sarcofagi ed altari marmorei oltre a qualche gruppo scultoreo ricordano la partecipazione modesta della L. al rinnovamento rinascimentale. Così la tomba del Balzo in S. Biagio a Venosa e quella Ferrillo nel duomo di Acerenza, di discendenza napoletana.

3. Pittura

Prima testimonianza, ma non tutta ancora delibata, della pittura medievale in L. a partire almeno dal sec. XI, sono i resti degli affreschi nelle grotte eremitiche; ad essi seguono altri bizantine giganti in S. Ambrogio al Monte Raparo, nel duomo di Melfi, nella chiesa di Banzi. Nella cripta della chiesa di S. Francesco a Isrina c'è un interessante ciclo trecentesco di modesta qualità, che però rivela l'infiltrazione nella regione di modi della pittura coeva napoletana e dell'Italia centrale.
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trecentesco di modesta qualità, che però rivela l'infiltrazione nella regione di modi della pittura coeva napoletana e dell'Italia centrale.

Con il Rinascimento incomincia in L. un afflusso dall'esterno ed è singolare la preferenza dei committenti per l'arte veneta del Quattrocento. Dipinti dei Vivari sono a Matera e a Tricarico, un grande politico di Cima da Conegliano è a Miglionico. È anche vivo un filone meridionale imperniato sul manierismo napoletano e facente capo ad Andrea da Salerno del quale è un trittico a Banzi e palesi influenze in altre opere provinciali sparse nella regione. Il Museo Ridola di Matera e la collezione d'Errico a Lagonegro, che sono le sole raccolte della L., ne conservano esempi. Un manierista locale della fine del Cinquecento, Pietro Antonio Ferri, e il contemporaneo Giovanni di Gregorio, detto il Pietra-fesa, sono operosi in chiese e conventi soprattutto del Materano. Nel Seicento e Settecento pittori come il Giordano, il Lanfranco, il Solimeno inviano opere da Napoli, il Monrealese dalla Sicilia, mentre il Maratta immette conoscenze della pittura romana. Dopo tale epoca non vi sono in L. documenti artistici degni di particolare nota. — Vedi tav. CXII.

BIBL.: C. Diehl, L'art byzantin dans l'Italie méridionale, Parigi 1894, V. indice; V. di Cicco, L'arte nella L., in Arte e storia, 16 (1897), p. 190 sgg.; W. Arslan, Relazione di una missione artistica in Basilicata, in Campagne della Società Magna Grecia 1926-27, Roma 1928; P. Orsi, Le chiese basiliane della Calabria, Firenze 1929; id., Bibliografia calabro-lucana e dalla Magna Grecia, in Archivio storico per la Calabria e la L., 3 (1933), pp. 285-99; 4 (1934), pp. 77-88; M. Nugent, Affreschi del Trecento nella cripta di S. Francesco a Isrina, Bergamo 1933; M. de Vita, La chiesa di S. Giovanni Battista a Matera, in Bollettino d'arte, 33 (1948), pp. 320-29.