OREFICERIA

OREFICERIA. - I. O. PALEOCRISTIANA. - Nelle biografie dei papi, nel Liber Pontificalis si trovano elenchi di oggetti preziosi o rivestimenti di metalli rari dotati alle antiche chiese romane, ma si devono accettare con riserva le donazioni anteriori al sec. VI. L'antichità usava spesso dorare il bronzo (v. SACRAMENTI). Nel campo propriamente dell'orale si trova anche l'argento o il rame ricevettero dorature e si conosce pure l'esistenza di una lega d'oro e d'argento che aveva il colore dell'ambra, e perciò si chiamava electrum. Quando due metalli non erano mescolati con la fusione, ma inseriti l'uno nell'altro; si aveva quel che ora si dice agemina, cioè un lavoro d'intarsio (v. , p. es., le crocelline argentee inserite in una porta di bronzo del sec. v nel Battistero Lateranense). I metalli erano anche decorati con incisioni (piastra cesellata). Se, per il debito risalto, si inseriva nei tagli una pasta nera, si aveva il lavoro di niello (da nigellus). Ma più vivaci effetti erano offerti dall'inclusione di paste vitree (smalti) di cui la tecnica più antica è il versamento della materia vitrea nell'incavo (tecnica dello champagne, cioè del taglio risparmiato) e poi viene quella degli alveoli con lastrine di riporto (tecnica del cloisonné). S'in

Article illustration
OREFICERIA - Croce gemmata detta di s. Gregorio (fine sec. VI-inizio VII) - Monza, Tesoro della Cattedrale.

servivano anche pietre rare (specie granati); o si aggiungevano gemme e camme sostenendoli con delicate impalcature a lamelle semplici, o traforate. Le lastre d'oro o d'argento (oppure d'altro metallo) erano ridotte a foglia del lavoro di battitura e non di rado si calcavano su matrici per ottenere le figurazioni a sbalzo (ma i rilievi in bronzo erano ottenuti con la fusione).

In verità l'o. aveva grandi tradizioni, e perciò tutta una tecnica squisita. I vescovi facevano a gara per corredare di preziosità la casa di Dio. I fedeli offrivano ad essa anche gli oggetti privati con figurazioni anche profane, e questo spiega che se non erano trovati nei tesori delle basiliche. Talvolta i sovrani donavano perfino le loro corone. Una notizia della Chronographia di Teofane (ad a. 593) informa che l'imperatore Maurizio ricevette da Sofia, vedova di Giustino II, e dalla moglie Costantina una splendida corona. Il sovrano, dopo averla ammirata, la mandò alla chiesa e la fece sospendere sopra l'altare a mezzo di tre catene d'oro disseminate di pietre preziose. Ciò dispiace molto alle due donatrici. Un famoso documento di donazione ad una chiesa è la Charta Cornutiana (a. 471), relativa alle liberalità del gato cattolico Fl. Valila. Ivi si parla tra l'altro di una copiosa suppellettile argentea in vasi e lampade e se ne indica il peso complessivo accertato alla pesa pubblica (ad stateram urbicam).

Le scoperte di o. (senza tener conto degli oggetti più dichiaratamente profani) sono state parecchie. Tuttavia non rappresentano che una minima parte di quanto i documenti fanno supporre, giacché l'antichità e il medioevo si compiaccano molto delle preziose suppellettili. Invasioni, furti vari, appropriazioni che provocarono la distruzione degli oggetti per fondere i metalli, od

utilizzare le pietre rare (così nella Rivoluzione Francese e nel periodo napoleonico) ed anche fusioni o vendite per sopperire a particolari necessità, ridussero gli ingenti patrimoni delle basiliche e dei monasteri a pochi e spesso mutili esemplari. Talvolta un oggetto è stato integrato in epoca assai posteriore.

Una celebre scoperta di suppellettili fu quella compiuta dal Grisar sotto l'altare della cappella privata dei Papi nel Patriarchio Lateranense (Sancta Sanctorum). Omettenuto le o. d'epoca più recente, si ricordino la croce gemmata del sec. VI-VII, che conteneva un frammento della vera Croce immerso nel balsamo (ora, come tutti gli altri cimeli, nel Museo Sacro della Biblioteca Vaticana). È un lavoro in oro massiccio con incastri di pietre rosse, incastonature di gemme ed orli di quei fili sottilissimi a perline chiamati «filigrane». Tale «stauroteca» (reliquiario della S. Croce) deve sicuramente identificarsi con quella che Stefano II (752-757) portò in processione attraverso Roma quando il longobardo re Astolfo minacciò l'Urbe. Essa è tuttora cosparsa del balsamo con cui veniva una dai Papi nel medioevo. Un altro reliquiario a croce dello stesso tesoro è, viceversa, tutto a smalti e contiene figurazioni del ciclo della Infantia Salvatoris. Un'epigrafe sulla costa dà il nome di Pasquale I (817-824). Il «cloisonnage» di smalti ha qui uno dei più antichi esempi di questa tecnica giacché non è a ripartizioni sottili, ma in crustae più larghe, che si direbbero imitazione dell'opus sectile marmoreum, ove non si notasse l'orlo delle incassellature. Tanto la stauroteca che questo reliquiario erano conservati in scatole d'argento con figurazioni a sbalzo dei primi decenni del sec. IX. L'unico residuo dei più antichi donarili alla Basilica Vaticana (ora nel tesoro di S. Pietro) è la croce dell'imperatore Giustino II e della consorte Sofia (565-578). L'oggetto consta di una lamina d'argento dorata con immagini a sbalzo e con aggiunte di pietre preziose o perle, talune montate in capsule sugli orli, altre pendenti. Negli sbalzi si affacciano i volti della coppia imperiale. Una epigrafe (che può essere versione di un'originaria in greco) dichiara: «Ligno quo Christus humanum subdidit hostem - dat Romae Iustinus opem et socia decorem». Per doni in altre chiese di Roma si ricordino: fra le reliquie dei SS. Quattro Coronati una stupenda teca rotonda, a vaso, adoperata per il capo di S. Sebastiano. Gregorio IV (827-844) la offrì alla Basilica (iscrizione), ma la teca è più antica di questo Papa perché sul fondo è il monogramma di una matrona forse del sec. V: Anatole. L'oggetto è di arte ellenistica. La chiesa dei SS. Silvestro e Martino ai Monti ha un eccezionale esempio di lampada argentea (tipo della gabata) ad intrecciatura transennale con la dedica: «Sancto Silvestro ancilla sua votum solvit».

In questi ultimi tempi fu scoperto nelle vicinanze di Città di Castello (a Canoscio) un gruppo di oggetti sacri argentei comprendenti pissidi, vassoi, cucchiai, un colatoio. Le pissidi hanno la forma di quelle del tesoro di Cartagine, ora al British Museum (tesoro giudicato a ragione del sec. IV-V). Lo xenodochio di Pammachio a Porto rivelò piatti e un cucchiaio argenteo (sec. IV-V). Furono dispersi in varie collezioni. Viceversa un bel gruppo di argenterie cristiane del sec. V provenienti dalla casa celimontana dei Valerii (due cucchiai, due amulae e un'anforetta con immagini sacre, un bicchiere) sono nel Museo Sacro della Biblioteca Vaticana. Si ricordi anche il celebre tesoro dell'Esquilino, oggi in gran parte al British Museum, ma esso ha rappresentazioni soltanto di carattere profano.

Da Antiochia sull'Oronte, o dalle sue vicinanze, provengono diversi esemplari a sbalzi argentei dei sec. VI-VII fra cui un calice, una croce e tre coperte di libro (più suggestiva quella con due apostoli) ed inoltre uno straordinario calice, lavoro siriaco del sec. VI. È tutto percorso da un fogliame vitineo a straforo e vi aggettato le figure del Cristo, degli Apostoli, di una pecora e di un'aquila (v. ANTIOCHIA DI SIRIA). Il cimelio è ora in una raccolta privata a Nuova York. L'Isola di Cipro ha ridonato due serie di oggetti (ambedue venute in luce nel distretto di Kyrenia): la prima si trova al British Museum, la seconda è distribuita fra la raccolta Morgan (Nuova York) e il Museo di Nicosia (con quest'ultima erano monete del periodo 565-685 e l'altra può ritenersi pure dei sec. VI-VII). Interessante il gruppo della raccolta Morgan con piatti figurati con la storia di David (il Wilbert ha creduto alla falsificazione, ma senza prove sufficienti). Nel Museo del Cairo è il tesoro scoperto a Luksor, dove sono custodite di libro argentee con iscrizioni, una delle quali ricorda un «abba» Abramo (era il materiale di una diaconia dei sec. V-VI). Il tesoro di Stúmá (distretto di Aleppo) è nel Museo di Costantinopoli: tre piatti e due flabelli (opere dei sec. VI-VII). Uno dei piatti ha la scena dell'Ultima Cena, che si trova nella patena di un altro tesoro, quello di Riha (a sud di Antiochia: V. COMUNIONE EUCARISTICA). Qui riapparvero un calice e due patene, riferibili al sec. VI. La Comunione degli Apostoli vi assume una bellissima animazione. Altri gruppi di oggetti: quello del tesoro di Traprain Law (Scozia, ora al British Museum), che comprende, fra l'altro, un'anfora forse del sec. IV, con vigorosi sbalzi (scene del Vecchio e Nuovo Testamento); quello del tesoro di Lampsaco (candeliere, vaso a basso piede: forse calice, catino: sec. VI); il ricordato tesoro di Cartagine (sec. IV-V); quello di Mildenhall (con stupendi piatti, cucchiai, ecc.; nei piatti sono figurazioni pagane; sec. IV?); questi tre ultimi gruppi sono al British Museum, come pure il tesoro di Sutton Hoo. Oltre agli oggetti Monza (v.) Bobbio (v.), una serie di cappelle argentee reliquiari si trova in chiese e musei, come la cassettina cubica dei SS. Nazario e Celso di Milano, che taluno ha voluto ritenere imitazione rinascimentale, mentre è sicuramente paleocristiana e forse dell'età di s. Ambrogio, fondatore della Basilica. Ivi, nella scena dell'Adorazione dei Magi, gli oblatori non hanno le vesti tradizionali, ma sono potenti figure seminude. Lo stile è sinceramente impressionistico (si faccia il confronto con le analoghe tendenze stilistiche manifestate dai resti della portata originaria della Basilica ambrosiana); ma si veda pure il trattamento delle figure apostoliche in altra cappella: quella di forma inconsueta - è a vissuto poligonale - trovata a Pola ed ora nel Museo di Vienna, sec. IV. Il duomo di Grado ha una cappella ovale e una tonda. La prima ha immagini piuttosto rudi (clipei con il Cristo e i ss. Pietro e Paolo; ecc.) ma tuttavia collegate alla tradizione classica, la seconda ha una trionfante Madonna in trono che regge la croce astile. Anche se diverse come fattura e come derivazione stilistica possono ritenersi ambedue del sec. V, cioè alla più antica fase delle basiliche nell'isola gradense. Di grande importanza è la cassettina ovale (pure argentea) di Henchir-Zirara presso Tebessa (Numidia), oggi nel Museo Sacro Vaticano. Vi è la rappresentazione di un giovane martire fra due candelabri; è del principio del sec. V. Circa dello stesso periodo è la cassettina trovata a Brivio (Lombardia) oggi nel Museo del Louvre (con l'Adorazione dei Magi, i Tre fanciulli nella fornace, la Resurrezione di Lazzaro). Così pure della medesima epoca

Article illustration

263

OREFICERIA - Stauroteca con le figure di Costantino e s. Elena. Arte bizantina (sec. XIII) - Urbino, Palazzo Ducale.

è una cappella del Sancta Sanctorum con l'Adorazione della Croce. Si tralasciano esemplari di cassettine reali, quiri del tempo barbarico, fra cui notevolissime quella di Hertford, che ha pure un'applicazione di gemme, quelle di St-Benoît-sur-Loire, di St-Bonnet-Avalouze, della cattedrale di Coira e della chiesa di Sion, ambedue in Svizzera, del monastero di St-Maurice d'Agaune pur in Svizzera; quest'ultimo è un mirabile esemplare con transenna d'oro su fondo rosso, pietre, cammeo: opera franca del sec. VII.
In quanto a calici e patene, si ricordino il calice a due anse tutto sfaccettato da lobi nella parte inferiore, che proviene da Gourdon (oggi alla Biblioteca nazionale di Parigi). Granati e turchesi incentrano i delicati riporti in filigrana d'oro che avvolgono la parte alta della coppa: lavoro merovingio del sec. VI, quantunque trovato con monete auree bizantine. Si accompagna al calice un piatto rettangolare aureo con in mezzo una croce. Interessante il contrasto dei trafori aurei con il fondo rosso. Scomparso è l'alto calice di Chelles, che, oltre a simili trafori, aveva settori a scacchiera di smalti bianchi e verdi. Lo si credeva opera di s. Eligio, il famoso orafo merovingio. Di valore storico è il calice di Kremsmünster (Austria) con il cordo epigrafico di Tassilone, duca di Baviera (Tassilo dux fortis Liutpric virgo regalis): fine sec. VIII). Elegantissimo nel suo tipo slanciato, reca decorazioni ad intreccio paragonabili a quelle scandinave ovali con figure del Cristo ed evangelistiche. Viceversa è basso un calice di lavorazione celtica, quello di Ardagh (Irlanda). Di semplice lavoro e con epigrafe relativa ad un Orso diacono è il calice di Lamon (Trentino). V. ill. alla voce CALICE. Fra le patene: quella di Berezoff (Siberia), già nella raccolta Stro-

ganoff ed oggi di nuovo in Russia (con bella figurazione di due angeli e della Croce; l'opera è più del v che del vi sec.); quella del vescovo Paterno, trovata pure in Russia; quella di Sugero (fondo in smalto verde con emergenza di pesciolini in lamina d'oro; giro di intelaiature d'oro con pietre; l'oggetto faceva parte del tesoro dell'abbazia di St-Denis ed è stato creduto del sec. VI). Per noi può essere produzione merovingia del sec. VII. Tra i vasi si ricorda quello di Emesa (oggi al Louvre). È a foggia d'anfora ed ha clipei con il Cristo, la Madonna e Santi: opera siriaca del sec. V.
Delle corone pendenti dal ciborio sopra l'altare si sono citate le monzesi. Ma bisogna aggiungervi il gruppo copioso trovato a Guarrazar, ed ora tutto raccolto a Madrid (Museo nazionale). È un insieme stupendo di corone votive con sbalzi, trafori, gemme. Le corone hanno ancora le catenelle di sospensione anch'esse ben lavorate. Dal centro pendono le croci profusamente gemmate. Si apprende da un'epigrafe che il donatore fu a Recensivnhus Rex (associato al padre Chidavinto nel 649, divenne solo re nel 653 e morì nel 672). Una croce-reliquiaria copiosamente gemmata e con orlatura di perle (sec. VI-VII) è nella cattedrale di Tournai.

Come altare fisso lavorato in materie preziose si può citare soltanto per l'alto medioevo quello che si deve all'orafo Vuolvinio nella Basilica ambrosiana. È a sbalzi con le Storie di s. Ambrogio ed è riccamente decorato di smalti, gemme, cammei. Si discute circa l'epoca. Alcune parti sono venute in un secondo momento, ma certo il tratto più antico è del sec. IX.
Un reliquiario carolingio di cui si hanno solo riproduzioni era quello dell'abbazia di St-Denis. Lo si denominava l'escrain de Charlemagne, ma doveva spettare a Carlo il Calvo. Era tutto tempestato di gemme.

Di croci processionali: le ben note di Brescia (Museo sacro), di Ravenna (Cattedrale), di Cividale (Museo), la prima (sec. VIII) ornata di gemme e di vetro dorato (il più bello che si conosca) con ritratti di una famiglia del sec. IV, la seconda con medaglioni a sbalzi argentei (busti di santi). La parte centrale con la Madonna è posteriore al sec. VI, in cui la croce dovette essere primieramente eseguita, la terza (con un rozzo Crocifisso) è opera barbarica forse del sec. VIII. Fra le croci di piccole dimensioni (ad uso individuale) vari encolpia sono di materia preziosa. Interessantissima quella d'oro trovata a S. Lorenzo fuori le mura a Roma ed ora nel Museo Sacro Vaticano. È a disegni floreali spiccanti sul fondo sacro del niello. Vi è aggiunto un anello incastrato a vite. Un'iscrizione dice: «Nobiscum Deus Emmanuel - Crux est vita mihi. Mors, inimica tibi». L'opera è forse del sec. VI.

BIBL.: E. Molinier, Hist. gén. des arts appliqués à l'industrie, IV, L'orfeuverie, Parigi 1901; M. Rosenberg, Gesch. der Goldschmiedekunst auf technisch. Grundlage, Darmstadt e Francoforte s. M. 1910-25 (vari voll.); id., Der Goldschmiede Merkzeichen, Francoforte s. M. 1921-22 (2 voll.); H. Leclercq, Orfeuverie, in DACL, XII, 11, coll. 2447-2581; V. Calice, Patène, Guarrazar, Emèsène, Monza, ecc.; W. F. Volbach, Metallarbeiten des christlichen Kultes in der Spätantike und im frühen Mittelalter (Katal. d. Röm.-Germ. Central-Mus.). Magonza 1921; J. Braun, Die Reliquiare des christlichen Kultes und ihre Entwicklung, Friburgo in Br. 1940; C. Cecchelli, La vita di Roma nel medioevo, I, Le arti minori e il costume, I; Le oreficerie, Roma 1951. Sul calice di Tassilone, V. ora G. Haschoff, Der Tassilolekch, Monaco 1951. Carlo Cecchelli

II. ARTE MEDIEVALE E MODERNA

Intorno al Mille appaiono opere di eccezionale bellezza: la pala d'oro della basilica di S. Marco, l'Evangelario di Capua, la Croce di Gaeta, la Croce di Cosenza, l'Evangelario del vescovo Ariberto nel Tesoro del duomo di Milano, l'altarolo della cattedrale di Agrigento l'altare d'oro della basilica di S. Ambrogio di Milano, mostrano una somma di esperienza e un gusto indiscutibile. Da allora pare di vedere in due filoni diversi incanalarsi l'o.: a settentrione nei paesi tedeschi l'o. fu allora particolarmente praticata a Hildeheim, a Essen ed a Ratisbona dalle cui officine uscì l'altare d'oro della cattedrale di Basilea oggi nel Museo di Cluny a Parigi. In Francia invece si lavorarono opere d'o. specie nella abbazia benedettina di Digione, a Parigi, a Chartres, Limoges (v.). Quest'ultima città presto assunse una decisa preminenza sulle altre per l'uso degli

Article illustration
(fot. Gab. fot. nav.)
Oreficeria - Stauroteca con le figure di Costantino e a. Elena. Arte bizantina (sec. xili) - Urbino, Palazzo Ducale.

smalti ad alveoli incavati che sostituirono le filigrane e gli smalti alla bizantina. Nel mezzo di centro più attivo fu allora il sud d'Italia, principalmente la corte dei re normanni di Sicilia, Palermo, dove artisti arabi e bizantini lavoravano con un'arte esperienze. Qui si mantenerono con maggiore fedeltà tecniche e forme bizantine, pur assorbendo nel repertorio decorativo qualche elemento di gusto arabo, come il palmiato stilizzato di cui un esempio appare sulla cuffia di Costanza II, in filigrana, perle, smalti e gemme (Palermo, Cattedrale), nel reliquiario di S. Marziano (Messina, Cattedrale) o nel superbo manto di Ruggero a Vienna (Kunsthistorische Museum). Nella o. gotica è prevalente la tendenza all'imitazione dell'architettura (secc. XIII-XV) con l'uso delle guglie, dei pinnacoli, degli archi ogivali, delle statuette entro le nicchie e finanno della forma stessa dei reliquiari costruiti come tempietti gotici. Alcune tecniche vennero trascurate (l'uso delle gemme incastonate in piani di filigrana), altre tecniche si aggiunsero: il traforo, il bassorilievo a motivi levigati sul fondo gradinato. La pittoricità viene raggiunta non con accostamenti di gemme a colore ma con la scultura, la gradina, lo sbalzo, il traforo e massimamente con l'uso degli smalti. I quali, ora, sono traslucidi, colati cioè sul fondo decorato a rilievo e con tale varietà di colore da gareggiare con la pittura, massime a Siena, maestra della nuova tecnica dopo l'esempio dato nel 1290 da Guccio di Mannaià nel calice per Niccolò IV (Tesoro di S. Francesco in Assisi). Da Siena, orafi espertissimi si mossero per lavorare a Napoli, in Sicilia, ad Avignone, in Ungheria: maestro Toro da Siena fu ad Avignone, come pure Giovanni di Bartolo, il grande orafo senese autore dell'eccezionale busto reliquiario di S. Agata nella cattedrale di Catania. La perfezione di tecniche (reliquiario del S. Corporale eseguito da Ugolino di Vieri da Siena nel 1338 per la cattedrale di Orvieto), la gentilezza dei motivi e tutte le esperienze della scuola senese cercarono di superare le botteghe veneziane dove l'o. acquistò nel '300 e nel '400 un grande sviluppo, abbandonandosi ai più deliziosi capricci del gotico fiorito. In queste opere le superfici sono continuamente traforate, sfrangiate, ornate da strati di foglie arricciate, da filigrane esilissime intorno a coppie di cristallo, con una fantasia compositiva o ornamentale libera, ricca, felice (calice nel Vittoria and Albert Museum, Londra; candeliere nella basilica di S. Marco a Venezia; croce di S. Giorgio degli Schiavoni, ecc.). Anche nelle altre regioni d'Italia si ebbero, nel periodo gotico, scuole fiorenti: in Abruzzo si lavorarono massime nelle botteghe di Aquila, Teramo, Sulmona grandiosi croci processionali, ornate di fregi e di palle traforate, con sovrapposte figure eseguite a tutto rilievo. Quando l'influenza senese mitigò un poco le asprezze locali, si ebbero, massimamente per merito di Nicola da Guardiagrele, opere di grande pregio in cui ogni particolare è visto e trattato con attenta esperienza. Nella Lombardia, in seguito a contatti con la Francia e la Germania, il goticismo assunse forme assai spinte sia nella trita decorazione, sia nella linea ascensionale. Le imitazioni delle o. spagnole, grandiosi, magniloquenti, si ebbero in Sicilia, in cui, massime per la cattedrale di Palermo, di Catania, di Enna, furono fatte custodie reliquiari (Catania, Cattedrale: cassa reliquiaria di S. Agata; Enna, Cattedrale: custodia di Paolo Gili) di grandiosi proporzioni sul tipo di quelle di Juan de Arpia. Il gotico prese anche accenti catalani in Sardegna (croce astile delle parrocchiali di Guspini; reliquiari nella chiesa di S. Eulalia a Cagliari) e in Sicilia (croce reliquiaria) a Mazzara, a S. Martino delle Scale, a Caltanissetta, ecc. Splendida fu durante il periodo gotico l'o. francese e di insuperata eleganza la sapiente unione che in essa si riscontra delle