PATRONO (LITURGIA)

PATRONO (LITURGIA). -

I. NOZIONE

P., in senso liturgico, s'intende un santo che, per antica tradizione o per legittima elezione viene venerato con particolare culto dal clero e dal popolo di un luogo, quale speciale protettore e avvocato presso Dio (S. Congr. dei Riti, Decr. authent. 3048, 3754). Teologicamente il patronato si fonda sul dogma della Comunione dei santi e la dottrina paolina del Corpo Mistico (I Cor., 13, 8-13; cf. anche 12, 18 e 28-30).

P. è reso negli scrittori cristiani antichi con patronus; ma anche con altri termini affini, come defensor, adessor, advocatus, protector (più raramente), domnus. S. Paolino da Nola (m. 431) chiama spesso s. Felice dominus, vocabolato proprio a questo scrittore (Epist., 5, 15; 18, 3; 28, 6; 29, 13; 32, 10; PL 61, 153-437), ma anche domnus (Carm., 1, 10; PL 61, 463; O pater, o domine, indignis licet, amme servis). Una volta Prudenzio usa per s. V. cenzio martire l'appellativo di orator: orator ad thronum Patris (Perist., 5, 548; PL 60, 409). I Greci, che non conoscevano la relazione giuridica di p. e cliente, sono ancora più liberi ed usano un vocabolario loro proprio paraklēxōn (advocati), βαρυφόροι (spirator), πάρκοι (assessors), πολλούχοι (custodes civitatis), φύλακες (defensors), συνήγοροι (custodes). Cliens, correlativo di p., è poco usato negli scrittori cristiani, che preferiscono termini equivalenti, più familiari, come alumnus, servus, famulus. Paolino si chiama alumnus di s. Felice (Carm., 13, 356); alumni son tutti i devoti del Santo (v. 95; alumnus). La cittadina di Abella tanti memoratur alumnus patroni cioè di s. Felice (Carm., 13, 795; PL 61, 602). Per Prudenzio (m. dopo il 404) i Romani sono alumni di s. Lorenzo: tuosque alumnus urbicos... paterno amore nutrias (Peristephi., 2, 269). Nello stesso senso la parola ritorna nelle iscrizioni cimiteriali, come ai SS. Marcellino e Pietro: Suscipite vestrum alumnum (A. Silvagni, Inscript. christ. Urbis Romae, I, Roma 1222, n. 947). Una lapide di Carpentras per un fedele, morto il 21 maggio, vigilia della festa del martire Baudilio di Nîmes, dice: «Domino dulcem suum commendat alumnum martyr Baudelius per passionis diem» (E. Le Blanc, Inscript. chrét. de la Gaule, II, Parigi 1865, p. 768). S. Teodoro studia prega s. Bartolomeo di proteggere particolarmente alumnus decoratae Lipareos (PG 99, 802).

II. ORIGINE E ACCEZIONE CRISTIANA

Sebbene non sia difficile scorgere tracce di patronato presso vari popoli antichi, il concetto giuridico di p. è tipicamente romano. A Roma p. indicò il capo di famiglia rispetto ai clientes e ai liberi; il rapporto di patronato è contemplato dalla legge delle XII Tavole. In seguito, si significato personale s'aggiunge quello collettivo: patroni coloniae, provinciae, civitatis (diventati nel sec. IV defensores), collegii (le corporazioni). In senso traslato, detto dei poeti, fu sinonimo di «mecenate». Il Diritto romano non mancò di determinare anche i doveri del cliens verso il p. in una serie di servizi (operae), regali fissi (dona) o occasionali (numerae). Tutti dati che l'antichità trasmise al medioevo, concretandoli in costumanze e formole.

La Chiesa, ereditando dalla cultura romana il concetto di p., ne spiritualizzò il significato, applicandolo ai santi, i cives optimo iure della urbs coelestis. Il primo accenno di p. in senso cristiano si trova negli apocrifis Actus Petri cum Simone (ca. 150-70). Del senatore Marcello, fatto cristiano, lo scrittore dice: «Marcellum omnes pauperi (1) patronum vocabant» (Acta apost. apocr., Lipsia 1891, p. 55), dove p. riflette ancora il senso classico, ma con una sfumatura di differenziazione per il motivo superiore cristiano, che lo ispira. Nella Passio Petri et Pauli (altro apocrifo della seconda metà del sec. II), gli Apostoli son chiamati «patronos magnos... et amicos Domini nostri Iesu Christi» (ibid., p. 173). Passo più sensibile verso la trasformazione cristiana. Gli Apostoli sono ancora viventi, ma la loro azione ha già qualcosa di celeste. Il processo di trasformazione appena iniziato al sec. II si trova in piena evoluzione due secoli dopo. S. Ambrogio (m. 397) fa da ponte tra il mondo classico e quello cristiano. Nel trattato De viduis (scritto nel 376), il Santo raccomanda alle vedove di scegliersi dei generosi p. negli Apostoli e nei martiri, ma di presentarsi loro provviste di opere buone (c. 8, 54; PL 16, 250). Durante le lotte antiariane Ambrogio mette sé e la sua Chiesa sotto la protezione dei ss. martiri Gervasio e Protasio, le cui reliquie ritrovò quasi miracolosamente, il 17 giugno 386, nella basilica «ambrosiana». Scrive alla sorella Marcellina (Ep., 22, 10-11; PL 16, 1072): «Cognoscant omnes quales propugnatores requiram. Tales ego ambo defensores, tales milites habeo... quorum quo maior, eo tutior patrocinia sunt. Horum opto praesidia». E ancora: «Patronos habebamus et nesciebamus». Lo stesso concetto ripete il Santo quattro anni dopo commentando il Vangelo di s. Luca (Expos. in Evang. s. Lucae, c. 10, V. 12; PL 15, 1807): «Mortuis regibus, in perpetuum martyres regnum coelestis gratiae honore succedunt; illi fiunt supplices, hi patroni». Nel senso ambrosiano, p. ritorna in Prudenzio (m. 410). Nell'inno a s. Lorenzo il poeta infermo confida di esser guarito «per patronos martyres». Fruttuoso, Augurio ed Eulogio sono gli speciali p. di tutta la Spagna, mentre Emeterio e Caledonio attirano tanti pellegrini alla loro tomba, che il poeta chiama addirittura orbis coloni, patroni mundi (Perist., 1, 10). Nell'inno a s. Romano mette sulle labbra della madre del giovanetto questa patetica invocazione: «Vale... dulcis-sime - et cum beatus regna Christi intraveris - memento matris, iam patrones ex filio» (Perist., 10, 831). La madre cliens del figlio, nel diritto romano sarebbe stato un paradosso. Un ritorno al significato classico sembra trovarsi in s. Agostino. Magnus patronus è per il vescovo di Ippona il Redentore; i credenti suoi clientes. S. Stefano e tutti i santi sono p. in quanto difendono le anime dei defunti davanti al tribunale di Dio. Al concetto prudenziano riportano invece i carmi di Paolino da Nola, in onore di s. Felice, il carus patronus, che difende la piccola città campana («coelesti firma patrono», Carm., 18, 5). Grazie a Felice, Nola può dirsi seconda solo a Roma, che tutte le altre città sovrasta per le tombe apostoliche (Carm., 13, 397). Negli Acta s. Genesii lo pseudo Paolino chiama il martire Arleatensis urbis... patronus virtute moriendi (CSEL, 29, p. 425). Un accenno al praesidium patronorum della Legione Tebeia si ritrova in Eucherio di Lione (m. 450-55, CSEL, 31, p. 173). Con Paolino di Périgueux (m. dopo il 470) il termine definisce ancora meglio i suoi contorni, attribuito ai santi non martiri. Martino di Tours è il sanctus patronus, sempre circondato da innumerevoli clientes (Vita s. Martini, I; PL 61, 1016). Ogni genere di bisognosi si raccomanda al suo patrocinio; una vergine è liberata da grave pericolo, un'altra è guarita, ma poi, abbandonata dal Santo (dono tanti spoliata patroni) perché ricaduta nella colpa, muore miseramente (ibid., VI; PL 61, 1067); un giovanetto raccomanda a Martino la sua salute, l'intera famiglia del vicegovernatore Licenzio lo scongiura di esser preservata dalla peste (ibid., V; PL 61, 1063). Chiunque vuole avere protezione non ha che alzare gli occhi fiduciosi al santo p.

Non meno potente è per Roma il patrocinio dei ss. apostoli Pietro e Paolo, che s. Leone I (m. 461) invoca come p. dell'Urbe assieme a s. Lorenzo (G. Morin, Notes d'anc. littér. eccl., in Rev. bénéd., 13 [1896], p. 344). Sidonio Apollinare (m. 489) immagina s. Abramo, p. di Clermont, come un re che condivisa con altri colleghi il regno. I colleghi sono i santi p. della città: «Abraham sanctis merito sociandae patronis - quos tibi collegas dicere non trepidem... Dat partem regni portio martyrii» (Epist., 7, 17; PL 58, 587). Questa certa umanizzazione del patrocinio si accentua in uno scritto di Apollinare a proposito di s. Giuliano, del quale Mamerto, restituendo il capo alla città natale, Vienne, scrive: «Pro compensatione deposcimus, ut nobis inde veniat pars patrocinii, quia vobis hinc rediit pars patroni». (Epist., 7, 17; PL 58, 564). Le testimonianze si fanno più rade dopo il sec. VI. Un accenno ad un peculiarius patronus si trova in Cesario di Arles (m. 543): poi nelle opere di s. Gregorio di Tours (m. 593-94) c'è una vera fioritura sull'efficacia del patrocinio dei santi, favorita dalla diffusione delle reliquie

(brandea, patrocinia), e dalla crescente fiducia nell'aiuto dei santi. Alla fine del sec. vi l'uso di scegliersi dei p. doveva essere comune. Venanzio Fortunato (m. principio sec. vii) lo attesta per la Gallia: « Gallia sic proprios dum fudit ubique patronos - quos hic terra tegit, lumina mundus habet» (Carm., 3, 7; MGH, Auct. Antiq., IV, 1, p. 58). Dello stesso tempo è un testo di s. Gregorio Magno (m. 604), nel quale il Santo esorta i fedeli a procurarsi nei Santi martiri dei validi p.: « Adslant defensores nostri sancti martyres. Hos adiutores vestrae orationis quaerite, hos protectores vestri reatus invenite» (Hom., 33, 8: PL 76, 1238). Con il sec. VII si fissa definitivamente il concetto cristiano di p., che in tre secoli ha compiuta l'intera parabola evolutiva. Le testimonianze citate rappresentano, grosso modo, tutto il mondo occidentale. I loro autori sono giunti tutti alla Chiesa dal mondo giuridico romano. Questo è un'assicurazione che la terminologia usata ha un valore esatto. Gli scrittori posteriori ricalcheranno la falsariga già tracciata, applicando ai vari casi il concetto ormai acquisito.

III. UFRICI

Nella S. Scrittura le mansioni di patronato sono compiute dagli angeli. Due di essi, Michele (Dan. 10, 13. 20-21; 11, 1; 12, 1) e Gabriele (Dan. 8, 16; 9, 21), provvedono agli interessi dei Persiani e dei Greci. Un angelo si prende particolarmente a cuore la ricostruzione di Gerusalemme e delle altre città distrutte durante l'esilio babilonese (Zach. 1, 12). Altri prendono parte alla conversione dei peccatori (Lc. 15, 10), allo sviluppo della Chiesa (I Cor. 4, 9; Eph. 3, 10), proteggono i poveri (Mt. 18, 10), gli Apostoli (Atti, 12, 15). Ogni popolo, ogni città, comunità, o Chiesa ha il suo angelo protettore (Clemente Aless., Strom. 6, 17; Origene, Contra Celsum, 5, 20; Tertulliano, De pudicit., 14). S. Michele, s. Gabriele e s. Raffaele godettero già nel primo medioevo di culto particolare. S. Michele era invocato come guida delle anime al cielo (cf. F. Cumont, Les venus et les anges psychomorphes, in Pisciculi, Münster in V. 1939, pp. 70, 75; B. Serpilli, L'Offertorio della Messa dei defunti, Roma 1946, pp. 87-95) e difensore del popolo cristiano. Si trova, infatti, a p. delle città, province, regni cattolici: il suo stendardo era portato in prima fila nelle battaglie e la sua statua era posta, quale simbolo e difesa, sulle fortezze, come su Castel S. Angelo a Roma.

Ma i santi, assai più, furono invocati come p. nelle necessità della vita individuale e collettiva. S. Proclo è il gratuito defensor delle vedove e degli orfani (PG 65, 847): titolo di cui gode a Creta anche s. Tito. S. Stefano è l'afflittorum e peregrinorum defensor (PG 100, 1186). S. Foca era in Oriente p. dei pescatori, i quali durante la navigazione riservavano al Santo, come ad uno di loro, la sua porzione di farina, che poi, giunti in porto, distribuivano ai poveri. Il suo santuario, nell'isola di Sira, era ricoperto di iscrizioni cristiane, ebree e pagane, che ne invocavano la protezione: « Domine sancte Phoca», dice una, « servate navim Mariam, eosque in ea navi-gantes» (C. Bayet, Revue archéol., 17 [1876], p. 287). Pensiero che ritorna in un'iscrizione del cimitero di Callisto (sec. IV-1): Petite spirita sancta ut Verecundus cum suis bene naviget (G. B. De Rossi, Roma sotterr. II, pp. 17-18). S. Nicézio di Lione era lo speciale amico dei prigionieri (s. Gregorio di Tours, Vitae patrum, 8, 7: PL 71, 1046). Altri santi erano invocati come protettori in guerra (reminiscenza dell'assistenza degli eroi?). Secondo Teodoro (Historia, II, 24), prima della battaglia, nella quale fu abbattuto Eugenio (a. 394), di notte apparvero a Teodosio i ss. apostoli Giovanni e Filippo, che gli promisero di farsi suoi alleati. Più frequente era il ricorso ai p. nelle malattie e pubbliche calamità. Vittorio (m. 409) enumera una serie di città, nelle quali ai rispettivi p. sono state attribuite funzioni di medici celesti: « Curat (in senso « terapeutico ») Ephesi Ioannes Evangelista. Curat Bononiae Proculus, Agricola. Curat Placentiae Antoninus. Curat Saturninus, Traianus in Macedonia. Curat Nazarius Mediolano: Mutius Alexander, Datusus, Chindeus larga virtute gratiam salutis infundunt. Curat Rogata, Leonida, Anastasia, Anatoclia» (Lib. de laude sanct., 11: PL 20, 453). Non meno frequente è l'invocazione del patrocinio dei santi per i bisogni spirituali. S. Agnese è celebrata da Prudenzio come speciale patrona della castità femminile (Perist., 1, 124: PL 60, 589). I santi sono advocati delictorum nostrorum (PL 20, 443). Assecondano le preghiere dei loro devoti: s. Mamarte è adiutor ad precandum (PG 131, 599), s. Stefano advocatus et patronus obsequentium sibi petitionibus (Avito Bracarense, ca. 415: Epist., ed. Florez, in España sagrada, XV, Madrid 1750, p. 374).

Con le loro preghiere i santi raccomandano fiduciamente le nostre a Dio (s. Cesario di Arles, Hom. in deposit. s. Honora, sermo 214: ed. G. Morin, I, Maredsous 1937.) Il patrocinio dei santi è invocato in modo particolare contro i demoni. S. Platone è il potente p. « contro i nemici visibili ed invisibili » (PG 99, 848). Per Vittorio la vita cristiana è una continua lotta, nella quale Dio non arma, non praesidia denegavit». E conclude: « Nemo signa deserat Salvatoris. Dedit exemplum, dedit auxilia, certa victoria est cum talibus commilitonibus et cum Christo imperatore pugnare » (PL 20, 455). E dopo averci difeso contro i mali e i nemici di questa vita, i santi saranno i doni patroni nella vita futura. La letteratura cristiana antica si è indugiata nel rilevare l'intervento dei santi presso il divin tribunale: « Patronos facite », esorta s. Gregorio i romani, « hos di die tanti terroris illius defensores adhibete » (PL 16, 1238). Riflette questo pensiero la bella iscrizione del cimitero di Ciriaca: Sancti martyres apud Deum et X (= Christianum) erunt advocati (G. B. De Rossi, in Bull. archeol. crist., 1864, p. 34). Né manca anche a questo riguardo qualche forte tinta di ingenua fede, come quando Prudenzio dichiara che nel giorno del Giudizio amerebbe trovarsi alla sinistra del giudice affinché s. Romano possa venire a salvarlo (Perist., 10, 1136: PL 60, 529). L'arte paleocristiana, dal canto suo, abbonda in scene rappresentanti defunti accolti da santi in Paradiso o accompagnati e difesi in giudizio: trasparente allusione al loro efficace patrocinio. Veneranda, a Domitilla (pittura non molto posteriore al 356: Wilpert, Pitture, p. 428), è introdotta in paradiso da s. Petronilla. Una pittura del Coemet. maius (id., ibid., p. 386) rappresenta la defunta davanti a Cristo in trono, circondato da sei santi, seduti, che fanno da assessores. Ai SS. Pietro e Marcelino (id., ibid., p. 428) la defunta è in atteggiamento di orante, mentre i santi l'aiutano a pregare sostenendole le braccia (cf. l'espressione adiutores orationis di s. Gregorio, In evang. II, hom. 38, 8). Al cimitero della Nunziatella, Cristo, in cattedra, è circondato da quattro santi e da altrettanti defunti. Due santi parlano perorando, come avvocati, la causa dei loro clientes: la loro difesa è valida e la causa vinta, perché i defunti sono rappresentati già in possesso della beatitudine.

Si ricollega con questa idea l'uso, molto ambito nell'antichità, di farsi seppellire vicino ai martiri. La pratica è universale: a Roma, Catania, Aquileia, nelle Gallie, a Salona, in Africa, in Oriente. Il privilegio, « quod multi cupiunt rari accipiunt » (G. B. De Rossi, Inscrip., Roma 1857, p. 319) è indicato con le espressioni: « ad santum Cornelium », « ad domum (qui) Gaium », « ante domum Emerita », « at Criscent (ionem) », « in crypta noba retro sanctus », « intra tua limina martyre » (a S. Paolo), « pro viribus martyrorum » (Catania), e simili. « Sociatus martyribus », frase comunissima nell'epigrafia, indica proprio quest'uso. Non è chiaro a quale pensiero rispondesse questo incontestabile desiderio di accaparrarsi dopo la morte la vicinanza dei santi. S. Ambrogio e s. Paolino si riallacciano alla credenza che il sangue dei martiri debba penetrare nei vicini tumuli, purificando le spoglie dei defunti; ma nei più domina il pensiero di sentire efficacemente il patrocinio dei santi nel giorno del Giudizio e di partecipare delle preghiere, che i devoti fanno in loro onore.

Due necessità di carattere collettivo si trovano particolarmente raccomandate al patrocinio dei santi: la Chiesa e la propria città (= la patria). La Chiesa è affidata specialmente al patrocinio dei ss. Pietro e Paolo, della cui protezione universi mununtur populi christiani (s. Leone 7, G. Morin, Rev. bénéd., 13 [1896], p. 345). Una bella preghiera del Sacramento Leoniano dice: « Familiam tuam (= la Chiesa), apostolicis defendere

praesidiis» (PL 55, 54). Anche s. Lorenzo è detto p. della Chiesa romana e s. Sebastiano, nella Passio (sec. V), defensor Ecclesiae (cf. B. Pesci, Il culto di s. Sebastiano a Roma, in Antonianum, 20 [1945], p. 182). Tutti i martiri sono la valida difesa della Chiesa concepita come una città, la quale magnis martyrum turribus munitur (PG, 31, 599). Più numerose sono le invocazioni di patrocinio sulle città e i popoli. Con il declinare dell'Impero e l'avanzare minaccioso delle orde barbariche, dove cercare difesa e protezione se non nei santi? Tito è turris profugus, gnaculum di Creta, Amando lo è di Bordeaux, Pantagato di Vienne. Costantino trasferì i corpi dei s. Andrea e Tito a Costantinopoli, un suo apostolicis muniret memoria laetus corporibus. Gregorio Nisseno prega s. Teodoro che difenda la sua città dalla minaccia dei vicini scelti Scythae (PG 46, 746). Il possesso delle reliquie dei santi, dette appunto patrocinia, dava un senso di sicurezza. «Tegant arma quos volunt», esclama Vittricio, «nos vestrae acies, vestra signa custodient» (PL 20, 48). E il presbitero Silvio di Ivrea, deponendo nella chiesa nuova le reliquie dei martiri, «praesidio magno patriam populumque munivit sanctis firmans custodibus urbem» (C. Gazzera, Iscriz. crist. ant. del Piemonte, Torino 1849, p. 80). La protezione dei santi verso la città non verrà mai meno. Fruttuoso alla fine del mondo impedirà, dice Prudenzio, che la sua Tarragona sia consumata perfino dal fuoco del divino Giudizio (Perist., 6, 158: PL 61, 424).

Questa fiducia nella protezione dei santi diede luogo ad un altro uso, molto diffuso nel medioevo, di dare alle porte delle città nomi di santi, quasi a porli custoditi di esse. Generalmente fu scelto il santo che aveva il santuario più vicino. Procopio (m. dopo 562) riflette forse questa idea narrando che, dopo la guerra contro i Goti, i Romani non vollero riparare le porte cadenti della città, affidandola alla protezione dei Principi degli Apostoli (De bello Gothico, I, 23; ed. Nieb, II, 110; cf. H. Grisar, Roma alla fine del mondo antico, II, Roma 1808, p. 101). Se ne trova eco pure in Venanzio Fortunato (m. 530), quando scrive (Carm., III, 7: PL 88, 127): «A facie hostili duo propugnacula praesunt - quos fidei turres urbs caput orbis habet». In un'iscrizione del re Wamba (672-80) posta sopra una porta di Toledo, a ricordo delle fortificazioni erette intorno alla città, si legge che, nonostante le colossali opere compiute, la difesa della città è affidata ai suoi santi p.: «Vos, sancti domini, quorum hic praesentia fulget, hanc urbem et plebem solito servate favore». (J. Vives, Inscriptiones cristianas de la España romana y visigoda, Barcellona 1942, p. 125). E infine in un'iscrizione algerina (CIL, VIII, 5352) del 539 si afferma: Patricii Salomonis institutionem nemo expugnare valebit, perché l'entrata è custodita dal martire Vincenzo, l'uscita da Clemente. S. Ambrogio però insiste più volte sul concetto che l'efficacia del patrocinio dei santi non clauditur locis, ma diffunditur meritis, e si estende a tutti quelli che con fede li invocano (Sermo, 55, 9: PL 17, 718).

In altro settore, il concetto di p. sembra abbia in-fluito nella denominazione del titolare delle chiese. È noto che nelle firme dei presbyteri del Concilio romano del 499 i titoli sono designati con il nome del fondatore di titulus Pammachi, Iulii, Vestinae, ecc., solo qualcuno porta il nome di un santo: s. Clementis, s. Matthaei. Un secolo dopo (595) tutti i titoli hanno un santo p., che alle volte corrisponde al nome del fondatore preceduto dall'appellativo sanctus (titulus sancti Damasi sostituisce titulus Damasi, titulus sancti Eusebii sostituisce titulus Eusebii, titulus Caeciliae prima e titulus sanctae Caeciliae dopo, titulus Sabinae e titulus sanctae Sabinae [cf. H. Delehaye, Sanctus, Bruxelles 1927, pp. 149-50; id., Les origines du culte des martyrs, 1933, pp. 296-98]); altre volte il p. è diverso dal conditor tituli: così il titulus Lucinae è diventato il titolo di s. Lorenzo, s. Vitale è l'antico titulus Vestinae, i s. Giovanni e Paolo sostituiscono il titulus Pammachi. I fondatori sono diventati i p. delle loro chiese.

Un altro uso, che si generalizzò gradatamente, al punto da diventare una legge, oggi codificata nei libri liturgici (cf. Rituale Romanum, tit. II, c. 11, n. 30), è l'adozione del nome di un santo nel Battesimo, perché il santo sia valido protettore della vita. Pratica in stretta relazione con l'uso che il cliens prendesse il nome del suo patronus. La testimonianza più antica è quella di Dionigi d'Alessandria (m. nel 265), il quale constata che i nomi di Pietro e Paolo erano frequentissimi presso i fedeli del suo tempo, e che anticamente doveva essere lo stesso del nome di Giovanni per emulazione delle sue virtù (Eusebio, Hist. ecc., 7, 25, 14). Anche s. Giovanni Crisostomo invita i suoi fedeli a preferire nomi di santi, che hanno grande potenza presso Dio. «Si dà ai bambini il nome dei martiri», dice Teodoro, «per assicurare loro una protezione e una custodia» (Graecorum aff. curatio, 8, 67; cf. C. A. Kellner, Was die ältesten christlichen Eigennamen erzählen, in Stimmen aus Maria Laach, 62/63 [1902], pp. 171-82).

IV. SCELTA DEL P

La scelta del p. avvenne per circostanze varie. La nascita, l'apostolato, il martirio di un santo in un luogo, o un prodigio straordinario compiuto, o il possesso di una reliquia insigne, determinarono la scelta del p. Spesso il p. è il primo vescovo della città, quale fondatore della Chiesa in quel luogo. Urbano VIII 12 3 marzo (S. Congr. dei Riti, Decreta auth., 526; cf. anche 555) stabiliti: 1) che il santo da eleggersi a p. fosse canonizzato; 2) che l'elezione fosse fatta dal popolo con il consenso del vescovo e del clero; 3) che tale elezione fosse approvata dalla S. Congr. dei Riti. La legislazione odierna (can. 1278, cf. anche can. 1247 § 2) riflette sostanzialmente queste norme.

Nell'elezione dovevano intervenire prima clero e popolo, autorità civili e religione. Si dava molta parte all'elemento civile, perché allora il popolo prendeva molta parte negli affari ecclesiastici, e poi perché l'adozione del p. importava una festa de praecepto (feriazione), impegno che doveva venire preso di comune accordo. Cambiati i tempi e abolita la feriazione, l'intervento del popolo è ridotto di molto, sebbene teoricamente sussista ancora. Al contrario non è richiesto l'intervento popolare per la elezione dei p. morali, che del resto sono di epoca recente, dichiarati direttamente dal papa, o per iniziativa di qualche vescovo, o per soddisfare alle aspirazioni e necessità dei tempi. Oggi non c'è corporazione religiosa, diocesi, nazione che non abbia i suoi p. Di gran lunga è cresciuto negli ultimi tempi il numero dei p. morali. Ecco quelli della Chiesa universale: s. Luigi Gonzaga, p. della gioventù studiosa (1729, Benedetto XIII; e 1926, Pio XI); s. Giuseppe, della Chiesa universale (8 dic. 1870); s. Tommaso d'Aquino, delle università, collegi e scuole cattoliche (4 ag. 1880); s. Vincenzo de Paoli, di tutte le associazioni di carità (12 maggio 1885); s. Camillo de Lellis e s. Giovanni di Dio, degli ospedali e dei malati (22 giugno 1886) e degli infermieri (1930, Pio XI); s. Pietro Claver, delle missioni tra i negri (1896, Leone XIII); s. Pasquale Baylon, dei congressi eucaristici e delle confraternite del S. Marco Sacramento (28 nov. 1897); s. Francesco Saverio, dell'opera della Propagazione della Fede (25 marzo 1904); s. Giovanni Crisostomo, dei Sacri Oratori (8 luglio 1908); s. Ignazio di Loyola, degli esercizi spirituali (25 luglio 1922); s. Leonardo da Porto Maurizio, delle missioni popolari tra i cattolici (17 marzo 1923); s. Francesco di Sales, degli scrittori e giornalisti cattolici (26 apr. 1923); s. Bernardo di Mentone, degli alpinisti e degli abitanti e viaggiatori delle alpi (20 ag. 1923); s. Teresa del Bambino Gesù, delle missioni nei paesi infedeli (14 dic. 1927); s. Giovanni M. Vianney, dei parroci (23 apr. 1929); s. Michele arcangelo, dei radiologi e radioterapeutici (15 gen. 1941); s. Alberto Magno, degli studiosi di scienze naturali (16 dic. 1941); s. Giuseppe Calasanzio, delle scuole popolari (13 ag. 1948); s. Alfonso M. de' Liguori, dei confessori e moralisti (26 apr. 1950); s. Giovanni Battista de La Salle, dei maestri cattolici (15 maggio 1950); s. Francesca Saverio Cabrini, degli emigranti (8 sett. 1950). Ed ecco alcuni dei più recenti p. per l'Italia: s. Matteo, p. delle guardia di finanza (10 apr. 1935); s. Francesco d'Assisi e s. Caterina da Siena, p. primari (18 giugno 1939); s. Francesco di Paola, dei marittimi e delle società di navigazione (17 marzo 1943); s. Caterina da Siena, delle infermiere, e s. Caterina da Genova, degli ospedali (15 sett. 1943); s. Giovanni Bosco, degli editori italiani

(25 maggio 1946); Madonna di Castellazzo, dei motociclisti (11 febbr. 1947); Madonna di Montenero, di tutta la Toscana (5 maggio 1947); S. Michele arcangelo, delle guardie di pubblica sicurezza (29 apr. 1949); B. Vergine del Ghisallo, dei ciclisti (13 ott. 1949); B. Vergine Maria 'Virgo fidelis', dei carabinieri (11 nov. 1949); S. Martino di Tours, p. della Fanteria (21 maggio 1951).

Nel medioevo diverse classi e professioni ebbero il loro p., che però variava da luogo a luogo. Qui si dà un elenco di quelli accettati più universalmente: agricoltori, s. Isidoro-agricola; argentieri, s. Andronico; avvocati, s. Ivo; automobilisti, s. Cristoforo; becchini, s. Tobia e s. Giuseppe d'Armata; cacciatori, s. Uberto; calzolai, s. Crispino e Crispiniano; carbonai, s. Alessandro; carcerieri, s. Ippolito, s. Processo e Martiniano; comici, s. Genesio e S. Vito; domestiche, s. Zita; esattori, banchieri, cambiavalute, s. Matteo; falegnami, s. Giuseppe; forestali, s. Giovanni Gualberto; filosofi, s. Giustino, s. Caterina d'Alessandria; giardinieri, s. Fiacre; giuristi, s. Raimondo da Peñafort; infermieri, s. Giovanni di Dio e s. Camillo de Lellis; legatori di libri, s. Pietro Celestino e s. Giovanni di Dio; levatrici, s. Raimondo Nonnato; madri di famiglia, s. Anna, b. Anna M. Taigi; maestri, s. Cassiano, s. Giovanni Battista de La Salle; marittimi navigatori, s. Nicola da Bari, s. Francesco di Paola; medici, s. Luca, s. Cosma e Damiano; minatori, s. Barbara; musici, s. Gregorio Magno e s. Cecilia; orfei e gioiellieri, s. Eligio; pescatori, s. Pietro e s. Andrea; pittori, s. Luca; sarti, s. Omobono; sceliazioli, s. Stefano; addetti telecomunicazioni, s. Gabriele arcangelo; tessitori, s. Onofrio; vedove, s. Francesca romana.

Altri santi sono comunemente invocati protettori nelle varie necessità: nei viaggi di mare, s. Francesco Saverio; nei casi disperati, s. Gregorio Taumaturgo; per ritrovare cose perdute, s. Antonio da Padova; per fare una buona morte, s. Giuseppe; per avere prole, s. Francesco di Paola e s. Rita; contro i ladri, furti, ecc., s. Disma buon ladrone; contro i fulmini e le saette, s. Barbara; nei casi impossibili, s. Rita; per trovar marito, s. Pasquale Baylon.

Certi santi infine sono invocati in determinate malattie o calamità: per esser guariti dalle appolesse, s. Andrea Avellino; dalle infestazioni del demonio, s. Ubaldo; dagli scrupoli, s. Ignazio di Loyola; dalle calunnie, s. Onofrio; dalla peste, s. Rocco; dai terremoti, s. Emidio; dall'errata, s. Cataldo; dalle piaghe delle gambe, s. Pellegrino; dal mal d'occhi, s. Lucia; dal mal di denti, s. Apollonia; dal mal di gola, s. Biagio; dal mal di capo, s. Pietro martire; dalla raucedine, s. Bernardino da Siena; contro i morsi dei cani, s. Uberto; dalle mormorazioni e male lingue, s. Giovanni Nepomuceno; contro le cadute, s. Venanzio.

V. LITURGIA

Si distinguono due classi di p.: locali e (per così dire) morali. I primi (patroni loci) sono p. di un determinato paese, città, provincia, regione, nazione o più nazioni e, secondo la terminologia ecclesistica, di una parrocchia, diocesi, provincia conciliare, o di tutta la Chiesa. Gli altri sono p. di certe classi di persone, opere o iniziative religiose, sociali, caritative, associazioni ed enti morali. Non di rado si trovano più p. di cui uno principale, gli altri aeque principali o secondari.

I p. locali si differenziano da quelli morali per il modo di elezione e per i privilegi. Al p. locale principale o aeque principale compete il rito di 1a classe (al quale è tenuto tutto il clero del luogo, compresi i religiosi), con ottava comune; ha Messa votiva privilegiata quando la sua festa, impedita, fosse trasferita ad altro giorno, ha diritto al Credo e ad altre particolarità enumerate dai liturgisti (cf., p. es., C. Callewaert, Institutiones liturgicae, II, De Officio divino, Bruges 1931, pp. 267-69). I p. locali secondari sono venerati con rito doppio maggiore. I p. morali, invece, non hanno alcun privilegio liturgico. I documenti pontifici che parlano espressamente per i primi, non ne fanno cenno per i secondi. Una volta questi privilegi differivano da un p. all'altro. Con la riforma di Pio X tutti i p. godono di eguali privilegi.

Dai p. Titolari (v.).

BIBL.: non c'è un esauriente studio d'insieme. Si veda: W. Smith, H. Cutham, s. V. in Diet. of Christ. antiquity, London 1875; J. Dorn, Beiträge zur Patrozinienforschung, in Archiv f. Kulturgesch., 13 (1917), pp. 9, 49, 220-53; J. B. Walz, Die Fürbitte der Heiligen, Friburgo in Br. 1927. Notevoli sono gli studi su p. di vari luoghi specialmente in paese germanico.

Annibale Bugnini