DELLA CASA, Giovanni. - N. in Mugello il 28 giugno del 1503, m. a Montepulciano il 14 nov. 1556. Fu seppellito nella chiesa di S. Andrea della Valle. Dopo vario peregrinare per ragioni di studio, si diede senza particolare vocazione alla vita ecclesiastica, e dal 1533, per alcuni anni, stabilì il suo soggiorno a Roma. Qui scrisse dei «capitoli» in terza rima non sempre castigati, nel 1544 fu nominato chierico della Camera Apostolica, e lo stesso anno poi eletto arcivescovo della diocesi di Benevento che amministrò però sempre da lontano. Più tardi Paolo III lo mandò a Venezia in qualità di nunzio apostolico. Il periodo veneziano del D. C. è ricco di attività politica e letteraria. Anche se non portò a felice compimento i vari incarichi affidatigli dal Pontefice si deve tuttavia a lui l'introduzione nello Stato veneto dei tribunali dell'Inquisizione istituiti allo scopo di reprimere ogni movimento eretico. Il D. C. in questa sua mansione mostrò tanto ed energia. Tra gli altri è celebre il processo da lui promosso contro Pier Paolo Vergerio, il giovane vescovo di Capodistria, che, condannato, riuscì a fuggire scagliando contro il D. C. un libello pieno di gravi e feroci accuse.
Nel suo Tractatus de officiis inter potentiores et tenuiores amicos il D. C. ragiona intorno ai rapporti tra superiori e inferiori: questi debbono saper trattare con quelli, riverirli, servirli, protestare e non accordarsi con i superiori e cosa grave e disdicevole, invece «riverirli e onorarli sarebbe più utile, nonché più onesto», dove il significato di quest'ultimo aggettivo è da intendersi piuttosto nel senso della opportunità della convenienza e della competenza che della moralità. Sollecito della educazione dei suoi nepoti il D. C. non mancò di dar loro ammaestramenti e precetti, che restano, peraltro, tutti estranei alla coscienza, mirando più ad apparire che ad essere. L'opera a cui il D. C. deve la sua fama è quella intitolata Galateo. Specchio di una società raffinata e colta, tutta buone maniere e tatto, anche se moralmente scettica e superficiale, il Galateo rispecchia la buona cortesia e il buon comportamento, il vivere riguardoso ed elegante. Il Galateo fu scritto su suggerimento di Galeazzo (da cui il suo nome) Florimonte, vescovo di Sessa, e in esso l'autore vuole insegnare al nipote Annibale Rucellai ad «essere costumato e piacevole e di belle maniere», in modo che nella comunanza e nei rapporti col mondo mai si dispiaccia agli altri. «In tutte le azioni dei ben costumato curare la leggiadria e la convenevolezza»; i vizi sono cosa sconcia e «perciò da fuggirsi». Non si può dire che nel Galateo, come rappresentazione di una società pulita ed elegante, tutta al di fuori, come dice il De Sanctis, sia assente ogni visione morale della vita; ma tuttavia non si può dire nemmeno che la condotta morale sia sentita come una profonda esigenza della coscienza. Dopo la morte di Paolo III (1549) il D. C. lasciò la vita pubblica e si ritirò a vita privata, vivendo parte a Roma, parte a Venezia e in una sua villa a Nervesa sul Montello. Qui scrisse la vita del card. Bembo, quella del Contarini, l'invettiva contro il Vergerio, alcune delle sue liriche latine in lode della sorella del re di Francia, per la morte di Orazio Farnese e il carme Ad Germanos nel quale si scusa dei suoi trascorsi nonché dei suoi versi giovanili «non castissimi». Dopo il brevissimo pontificato di Marcello II, eletto papa Paolo IV, il D. C. fece ritorno a Roma anche nella speranza forse di potere ottenere finalmente l'ambito cappello cardinalizio, ma tale no-mina non venne mai. Forse i non «castissimi» versi giovanili lo impedirono; fu però nominato Segretario di Stato.