DELEDDA, Grazia. - Scrittrice, n. a Nuoro il 27 sett. 1871, m. a Roma il 15 ag. 1936. Anima insulare, anche nella più che trentennale dimora romana si circondò di solitudine, interrotta solo per assistere, come infermiera, i soldati sardi nella prima guerra mondiale, e nel 1927 per un viaggio in Svezia dopo il conferimento del premio Nobel. Sostenne con virile rassegnazione le sofferenze che la condussero alla fine edificante e volle essere seppellita nella fossa comune. Scrisse novelle, quattro com-posizioni per teatro e numerosi romanzi (Elias Por-toli, 1903; Canne al vento, 1913; Marianna Sirca, 1915; Il Dio dei viventi, 1922; Annalena Bilsini, 1927; ecc.). Del romanzo Cenere (1904) Eleonora Duse diede, nel 1913, un'interpretazione cinema-tografica.
L'attività letteraria della D. va dai 16 anni (Amore regale, novelle, 1891) alla morte (Cosima, rievocazione della triste e sognante adolescenza, rimasta incompiuta

del Roberti. Il Del C. fu allievo di Cosmé Tura, alle cui forme si mantenne sempre fedele, ma subì anche l'influsso di Domenico Veneziano, di Andrea del Castagno e del Baldovinetti. Il S. Girolamo della pinacoteca di Ferrara, se è opera sua e non di Ercole de R
e pubblicata postuma nel 1937), e, senza concessioni alle varie mode letterarie, si alimenta della vita interiore della scrittrice. Dopo una fase «sarda», in cui l'isola trova esemplare configurazione in un narrante fastoso di orientale sapore, si delinea una voluta estenuazione rappresentativa (La madre, 1920; Il segreto dell'uomo solitario, 1921) e un dilatarsi d'interessi spirituali. Le sue creature, di ogni età o condizione, passano squassate dalla passione come da una procella, accordando il loro spirituale sfacelo col paesaggio aspro e allucinante: scatenamento di forze primigenie, su cui finisce con prevalere talora la voce della coscienza e di Dio; epica in cui si è, perciò, vista un'ispirazione fondamentalmente religiosa, anche se non confessionale, e che della religione persegue una delle più alte espressioni: la pietà (Cosima, cap. 7).
Resta però nell'opera della D. una miscela di religiosità e di superstizione, uno spirito d'incomprensione grave del cristianesimo e dei suoi riti, la riprovevole scelta di alcuni temi e personaggi e la crudezza passionalmente iscrisa di non poche rappresentazioni. Da una visione fatalistica della natura e del «libro terribile della vita», vigilata da un Dio punitore inflessibile, la D. si placa poi nella concezione più fiduciosa di una natura amica dell'uomo, di una vita in cui è possibile che «tutto si equilibri, l'amore con la gloria, così come il dolore con la gioia» (lettera del 1 genn. 1891 a Stanisla Manica), di un Dio più conforme al concetto cristiano, di un Redentore amico e fedele, che la consolera all'approssimarsi della morte, con i suoi sacramenti.
Tale spirituale substrato trova espressione in una arte che, inserendosi nel momento di trapasso dal versivo al simbolismo, è caratterizzata da un'intensa espressività, fatta di immediatezza ed elementarietà costruttiva, di audaci metafore, di eloquio fresco e, a volte, popolare, di perfetta immersione dei personaggi nell'ambiente, di una cura quasi magica che avvolge, trasfigurandoli, uomini ed eventi.