GALILEI, GALILEO

GALILEI, GALILEO. - N. il 15 febbr. 1564 a Pisa da Vincenzo fiorentino e da Giulia degli Ammannati di Pescia; nella puerizia fu con i monaci vallombrosani; si iscrisse poi a Pisa nella Facoltà degli artisti e verso i vent'anni si applicò con studio particolare alle matematiche. L'ambiente a Pisa era peripatetico per eccellenza, ma ciò non distolse il giovane studioso dal procedere per conto proprio, fondato sullo studio di Archimede e sulla esperienza. Nel 1587 fu a Roma dove entrò in relazione con il p. Cristoforo Klau (Clavio), maestro di matematiche al Collegio Romano (m. nel 1612), con il quale fu poi sempre in ottimi rapporti. Nel 1588 tentò invano di essere assunto all'insegnamento delle matematiche dello Studio di Bologna; nel luglio del 1589 ebbe

invece la cattedra in quello di Pisa; e non avendo avuto in questo la riconferma, passò a quello di Padova, concessagli con decreto del Senato di Venezia il 26 sett. 1592. Gli anni di Padova furono veramente decisivi per la carriera scientifica di G. ed incentivo ad un'intensa attività. Oltre che tenere le pubbliche letture, come di dovere, dava lezioni private e teneva convitto per gli studenti; organizzò un'officina di

strumenti di precisione: compassi, bussole, quadranti, squadre ecc. poi anche lenti e canocchiali; si fece amici tra i nobili veneziani ed ebbe discepoli illustri fra i quali Gian Francesco Sagredo, il monaco Benedetto Castelli, il canonico Paolo Aproino. In questi anni da una relazione con certa Marina Andrea Gamba ebbe Virginia (poi suoi Maria Celeste), Livia (poi suoi Angelica) e Vincenzo Andrea che condurrà poi seco a Firenze. Allo scopo preciso di rendere popolare la scienza, incominciò la sua carriera di pubblicista servendosi della lingua volgare, nel cui uso riuscì sempre con mirabile chiarezza, precisione e brevità, tenendosi ben lontano da inutili citazioni e da qualunque enfasi retorica, facendosi in tal modo tenace

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GALILEA - Meriggio sulle sponde del Lago di Tiberia.
(fot. Carlo)
oppositore al malcostume del tempo suo.

Sono di questo primo tempo un Trattato sulla sfera, un Trattato di fortificazione, alcuni manoscritti di carattere pratico Delle meccaniche, un opuscolo sul Compasso di proporzione (1606) che illustrava uno strumento da lui costruito per accelerare i calcoli. Nel 1597 egli è già convinto copernicano a sull'argomento stava in corrispondenza con il Keplero, ma non poteva farne pubblica professione; soprattutto attendeva ad affinare il suo metodo scientifico, per l'attuazione costante del quale G. può essere chiamato il padre della scienza moderna. Sin da principio si proporrà di seguire il metodo insegnato dai matematici, cioè « di far dipendere quel che si dice da quello che si è detto, senza mai supporre come vero quello che si deve spiegare »; mentre secondo i metodi allora correnti « quelli che imparano non sanno mai le cose dalle loro cause, ma le credono solamente per fede, cioè perché le ha dette Aristotele. Se poi sarà vero quello che ha detto Aristotele, sono pochi quelli che indagano, basta loro di essere ritenuti per dotti perché hanno alle mani maggior numero di testi aristotelici » (Opere, ed. nazionale, I, p. 285). La interpretazione razionale dei fenomeni, insieme con la ricerca delle loro mutue dipendenze con il tramite,

fin dove è possibile, delle deduzioni matematiche, trova in G. la prima cosciente e completa espressione: «Io veramente etimo il libro della filosofia (presa nel senso più largo di filosofia naturale) esser quello che perpetuamente ci sta aperto innanzi agli occhi; ma perché è scritto con caratteri diversi da quelli del nostro alfabeto, non può esser da tutti letto: e sono i caratteri di tal libro triangol, quadrati, cerchi, afere, piramidi ed altre figure matematiche attissime a tal lettura» (ibid., XVIII, p. 293). Qui se da un lato G. palesa nelle matematiche la sua preferenza per la geometria, dall'altro insiste sull'esperienza diretta, alla quale possono sì dar aiuto le speculazioni degli antichi, purché non siano però in contrasto con quello che insegna l'esperienza diretta. Di un metodo sperimentale inteso in questo senso G. sarà maestro incomparabile a discepoli famosi, e questa nuova scuola rinnoverà completamente lo studio della natura.

L'indagine di G. si indirizzò sin da principio su campi diversi. Già nel 1602 si occupava di calamite, che fabbricava, aumentandone il potere di attrazione; contemporaneamente studiava i fenomeni del calore sui quali si esercitò il discepolo Sagredo; non gli furono estranei problemi idraulici. Ma i problemi relativi al moto ed alla gravità furono quelli che in particolar modo tennero occupata la sua attività attraverso tutta la sua vita scientifica. Infatti vi attendeva già a Pisa, dove anche osservò l'isocronismo delle piccole oscillazioni del pendolo e dove cominciò a stendere i suoi quaderni «da motu gravium» ed ingaggiò la lotta contro gli aristotelici ligi alle errate conclusioni del maestro; a Padova già si occupava «del meraviglioso problema della penossa», della caduta dei proietti; argomenti che saranno per lui materia poi di più larghi sviluppi. Anche i problemi astronomici erano collegati con quelli del moto, ma G. non ne fece oggetto di studio che in un secondo tempo; a della cometa dell'ott. 1604, che pure osservò, non lasciò trattazione scientifica.

Il secondo tempo venne col 1609 che trasportò G. in un più largo campo di attività e di celebrità. La generica notizia che un occhialato nei Paesi Bassi aveva con lenti costruite uno strumento con cui si poteva vedere vicine le cose lontane, indusse G. a costruirne uno nel suo laboratorio (ag. del 1609) e lo fece vedere subito a Venezia; ne costruì poi molti e per molto tempo nessuno lo sguagliò nella perfezione. Si sa che adattò poi questo canocchiale a vedere le cose minime, ma ciò non interessò molto l'inventore; il quale puntò invece il suo strumento verso il cielo. Ciò fu nel genn. del 1610 a subito osservò le macchie lunari, la moltitudine immensa delle atelle fisse particolarmente nella Via Latina e la loro differenza dai pianeti, l'esistenza dei satelliti di Giove. Ne diede notizia al mondo nel Siderens nuncius, uscito per le stampe a Venezia nel marzo, scritto appunto in latino per renderlo accessibile a tutta l'Europa. Il Nuncius veniva a capolvolgere tutte le concezioni cosmologiche allora in voga e sconvolgeva del tutto l'astrologia detta giudiziaria ch'era sempre in auge; trovò perciò sin da principio nel mondo scientifico aperta incredulità: si dubitò della veridicità del canocchiale e sull'esattezza e l'interpretazione delle osservazioni. Certo pochi potevano disporre di un buon canocchiale per ripetere le osservazioni, altri per partito preso non volevano servirsene, come Cesare Cremonino, collega di G. a Padova. In Germania invece Keplero fu per il G., specie quando poté servirsi di un buon canocchiale, così anche il p. Clavio ed il p. Tommaso Campanelle.

La celebrità che ormai G. s'era acquistata presso i veramente dotti, mosse il granduca Cosimo II a volerlo di nuovo in Toscana, ed il 10 giugno 1610 lo nominò primo matematico dello Studio di Pisa e matematico filosofo granducale, senza alcun obbligo d'insegnamento. G. accettò, ed il 12 sett. era a

Firenze dove trasportò anche il suo laboratorio. Qui egli continuò le osservazioni sulla conformazione singolare di Saturno, cominciate a Padova (25 luglio), e nel sett.-ott. 1610 si convinse delle fasi di Venere analoghe a quelle della luna, segno che questo pianeta girava intorno al sole da cui riceveva la luce. Il sistema tolemaico veniva ad essere così completamente confutato, ma i peripatetici non mostrarono di accorgersene.

Nel febbr. del 1611 fece un viaggio a Roma, ove ebbe anche occasione di trattare delle macchie solari da lui osservate per primo; fu assai bene accolto dal Clavio a dai Gesuiti del Collegio Romano; da Federico Cesi marchese di Monticelli fu iscritto nella sua Accademia dei Lincei e G. se ne tenne molto onorato; ebbe onorevoli accoglienze anche nell'mondo ecclesiastico romano che volle sincerarsi delle sue scoperte. Nel maggio del 1612 egli pubblicò a Firenze, per invito del granduca, le sue conclusioni sui corpi galleggianti, seguendo le dottrine di Archimede e suscitando una vivace polemica dagli irreducibili peripatetici. I quali ricevevano da lui un altro colpo con le tre lettere che nella seconda metà di quel-

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GALILEI, GALILEO - Lettera autografa al card. Federico Borromeo da Firenze, il 18 ott. 1627, per accompagnare una copia del Saggiatore destinata alla Biblioteca Ambrosiana. Milano, Biblioteca Ambrosiana.
(per cortesia di mons. G. Galliati)
l'anno scriveva a Marco Welser di Augusta comunicando le sue ulteriori osservazioni sulle macchie solari in confutazione delle lettere che il p. Scheiner, gesuita, aveva inviate sullo stesso argomento. Esse furono stampate nel 1613 a cura dei Lincei a Roma.

Negli anni seguenti si accese la polemica a proposito dell'accettabilità della dottrina eliocentrica nei riguardi della Fede. G. diffondeva nelle discussioni orali e nella corrispondenza epistolare quella teoria; ma, salvo poche eccezioni, trovava concorde «contro di sé l'opinione universale imbibita, si può dire, ab orbe condito». Ad alcuni, anche dotti, pareva che il sistema di Tycho-Brahe fosse sufficiente a concordare le nuove scoperte con la tradizione religiosa. Era del resto costume largamente invalso di introdurre nelle discussioni, anche puramente filosofiche, autorità della Scrittura e dei Padri e non si mancò di fare altrettanto anche nella questione eliocentrica, per condannarla come contraria alla Fede ed eretica. Nel dic. del 1613 il p. Castelli a-

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(Ist. Alinari) GALILEI, GALILEO - G.G. presenta il suo cannocchiale al Senato veneto. Affresco di L. Sabatelli - Firenze, Museo di Fisica e Storia naturale, tribuna di G.
veva sostenuta in proposito una discussione a Pisa dinanzi alla corte di Toscana e ne aveva data relazione a G. Questi riprese l'argomento in una lunga lettera al Castelli del 21 dic. che ebbe pronta divulgazione, mostrando quanto malamente precedessero coloro che tiravano in campo la Scrittura in tali argomenti e come non avessero forza le prove che se ne pretendevano trarre. Con intendimento propriamente teologico scendeva invece in campo a Napoli, sul principio del 1615, il p. Paolo Antonio Foscarini carmelitano (m. nel giugno del 1616) con una lettera in cui, fatte le lodi di G., mostrava assai bene come i passi scritturali e patristici contro la dottrina eliocentrica venissero assai incongruamente allegati ed ammettevano diversa interpretazione. G. conobbe questa lettera che fu presto stampata, a prese animo in quello stesso anno ad indirizzare a Maria Cristina, madre del granduca, una lettera veramente mirabile per chiarezza e precisione anche teologica, in cui svolgeva gli argomenti già toccati nella lettera al Castelli ed in altre; e mostrate le relazioni fra scienza a Fede, confutava a sua volta gli argomenti opposti. Non era stato lui a portare la discussione nel campo scritturale, ma vi era portato dalla necessità di salvaguardare la sua situazione di scienziato e di credente. Questa lettera non fu allora stampata; ma fu diffusa in copie negli ambienti colti della Toscana.

Il 7 febbr. 1615 il p. Niccolò Lorini, domenicano, aveva inviata da Firenze al card. Paolo Sfondrati, prefetto della Congregazione dell'Indice, copia della lettera del G. al p. Castelli come contenente «molte proposizioni o sospetto a temerarie». Poiché la lettera non era stampata, il cardinale la trasmise al card. Mellini segretario del S. Uffizio, dove fu tosto presa in esame. Il 20 marzo il p. Tommaso Caccini, pure domenicano, presentò formale denuncia al S. Ufficio contro il G., ed un accertamento giudiziario fu perciò iniziato a Firenze. Accortosi che le inimicizie fiorentine non avrebbero mancato di avere ripercussioni a Roma, G. decise di recarvisi senz'altro. Egli sperava di tirare dalla sua gli elementi più colti dell'Urbe,

e non fece conto dell'avvertimento degli amici che «i peripatetici vi erano potentissimi». Molti degli illustri personaggi che, anche nella Curia, stavano per lui, non vedevano di buon occhio che egli si andasse palissando come convinto sostenitore delle dottrine copernicane; apprezzando i suoi studi e le sue scoperte, non intendevano seguirlo per quella via. Nell'ardore dei suoi convincimenti G. non seppe rendersi conto che difficile cosa era amantellare una costruzione filosofica insegnata come inoppugnabile in tutte le scuole ecclesiastiche e laiche, e che

dura cosa doveva apparire a quei maestri rinunciare a dottrine insegnate e tenute per lunghi anni con pieno convincimento. Lasciata Firenze con licenza del granduca, G. giungeva a Roma l'11 dic. 1618, ospite dell'oratore granducale sul Pincio, e si dicde subito un gran da fare disputando sulle sue teorie con i personaggi più inviata, persino con il p. Caccini, mettendo anche per scritto le sue argomentazioni e suscitando per conseguenza l'avversione contro di sé dei seguaci dei vecchi sistemi, i quali ne facevano senz'altro questione di ortodossia religiosa. Tutto questo portava

alla necessaria conseguenza che conveniva mettere in chiaro i rapporti fra la teoria copernicana e la tradizione cristiana, e portare così ufficialmente la discussione dal campo personale a quello strettamente dottrinale. Fu facile perciò agli avversari di G. persuadere il S. Ufficio della necessità di una decisione che togliesse ogni incertezza. Il S. Ufficio deferì l'esame ad una commissione di undici teologi i quali il 24 febbr. 1616 ai due quesiti loro proposti risposero: 1) «che il sole sia nel centro del mondo ed immobile di moto locale; è proposizione assurda e falsa in filosofia e formalmente eretica, perché è espressamente contraria alla S. Scrittura»; 2) «che la terra non sia centro del mondo né immobile, ma secondo se stessa si muova anche di moto diurno; è pure proposizione assurda e falsa in filosofia e, considerata teologicamente, è per lo meno erronea nella Fede». Questa risposta dei teologi fu ratificata l'indomani dai cardinali dell'Inquisizione, presente il Papa; ma non ebbe pubblicazione ufficiale come atto della S. Congregazione e restò come regola interna, quale conclusione di uomini dotti e qualificati in materia.

Quanto a G., che s'era pubblicamente compromesso con le sue discussioni, si volle procedere a suo riguardo in forma benigna, e fu affidato l'incarico al card. Bellarmino di ammonirlo ufficialmente perché desistesse dal propugnare tali teorie, con minaccia, in caso di disubbidienza, di essere carcerato. Il 26 febbr. il cardinale adempì l'incarico alla presenza del commissario del S. Ufficio e di alcuni testimoni. Il G. promise di ubbidire, impegnandosi a «in nessun modo tenere, insegnare o difendere a voce od in iscritto «dottrine eliocentriche. Da parte sua la S. Congregazione dell'Indice il 5 marzo proibì il libro del p. Foscarini con tutti gli altri, non elencati, che sostenessero le medesime dottrine, a decise che nelle nuove stampe dell'opera del Copernico si correggessero alcune poche frasi in modo che apparisse ch'egli aveva proposto il sistema eliocentrico quale semplice ipotesi astronomica. Poiché stava diffondendosi la voce che G.

era stato obbligato ad un'abiura formale, questi ebbe cura di farsi rilasciare il 26 maggio dal card. Bellarmino un'attestato della comunicazione fattagli riguardo alla teoria copernicana. Così terminava quello che impropriamente fu chiamato il primo processo di G. Questi ai primi di giugno tornò a Firenze, più deciso che mai ad adoperarsi nel migliore e più prudente dei modi al trionfo delle sue dottrine con dimostrare per allora l'inconsistenza delle dottrine avversarie.

Il 1618 fu l'anno delle comete: ne comparvero tre delle quali l'ultima (nov.-genn. del 1619), suscitò partico-

lare interesse negli astronomi e nel pubblico; si discuteva soprattutto sulla loro natura: se fossero cioè veri pianeti o pure metcore. Se ne aspettava il giudizio di G., ma egli era malato e non poté fare osservazioni dirette. Fu invece il p. Grazio Grassi, astronomo del Collegio Romano, a stampare una pubblica disputa: De tribus cometi, e G. si appigliò all'esame di questa stampa, facendo figurare il suo amico Mario Guiducci in un discorso tenuto all'Accademia fiorentina. Più che a stabilito una dottrina, la lettura era diretta a dimostrare l'insostenibilità delle

teorie del Grassi e di altri astronomi, compreso Tycho-Brahe, lamentando che, invece di dirette osservazioni, si ragionasse soltanto sulla base di teorie preconcette. Il p. Grassi replicò sotto la veste di un supposto discepolo in difesa della dottrina del maestro, e con il nome di Lonario Sarsi Sigensano pubblicò a Perugia la Libro astronomico ac philosophico (1619) in confutazione del Guiducci. Gli amici di G. furono d'accordo che si dovesse rispondere, e questi nell'ott. del 1623 pubblicò il Saggiatore, con il quale in 52 capitoli prese in esame tutte le asserzioni del Sarsi. Lavoro polemico, non trattazione propriamente sistematica, in cui l'autore si guarda bene dal presentarsi quale difensore della teoria copernicana, pure insinuandone qua e là la superiorità, distrugge le asserzioni del Sarsi e le sue obbliezioni al discorso del Guiducci e fa osservare che nella ricerca scientifica, più che alle opinioni degli autori, bisogna ricorrere alla osservazione diretta dei fenomeni ed alle matematiche; perciò evita di allegare la S. Scrittura come purtroppo si faceva. Il libro, indirizzato al giovane patrizio romano Virginio Cesarini e dedicato al nuovo papa Urbano VIII, ebbe larga diffusione provocando una controreplica da parte del p. Sarsi. Confidando nella benevolenza che Urbano VIII gli aveva dimostrata anni prima, G. nell'op. del 1624 intraprese un nuovo viaggio a Roma, ebbe promessa di benefici ecclesiastici, ma quanto all'accettazione delle sue idee non incontrò che delusioni; sicché, quasi per scusarsi, confutando i suoi avversari, scriveva che non intendeva con questo di sostenere le dottrine copernicane, ma di far conoscere agli eretici che, pur non potrebbe accettare, non si ignoravano gli argomenti sui quali esse si fondavano.

Intanto una nuova prova si affacciò all'indagine di G. in favore dell'eliocentrismo: quella del flusso e riflusso del mare. Egli non ne voleva sapere dell'influsso degli astri, quasi quale reazione a quello che era uno dei caposaldi dell'astrologia di allora, perciò pensava che sulla causa delle maree nulla avesse a che vedere l'influsso del sole e della luna; secondo lui esse erano dovute alla

rotazione della terra. Volle inquadrare questo nuovo supposto argomento in una trattazione più ampia che prendesse in esame i due massimi sistemi cosmologici: il tolemaico ed il copernicano; vi pose mano nell'autunno del 1624, ma solo nell'ott. del 1629 vi attese con il proposito di condurre l'opera sino alla fine. Essa è concepita come un dialogo diviso in quattro giornate con tre interlocutori: Filippo Salvati, che vi sostiene le parti copernicane, professando però ripetutamente di ragionare come di una ipotesi scientifica che la Fede non accetta, Gian Francesco Sagredo, che fa la parte dell'ascoltatore, colto ma profano,

che ripete gli argomenti chistendoli; il terzo è Simplicio, il tradizionalista, non ignorante né sciocco, sempre attaccato ai dottori ed ai libri, senza contatto con la natura e con l'esperimento che, non senza tratti caricaturali, difende le idee correnti. Essi disputano sulla natura dei cieli, sul moto diurno della terra e sul moto intorno al sole, sul flusso e riflusso del mare e la caduta dei gravi.

L'opera si doveva stampare a Roma e vi doveva provvedere il principe Federico Cesi, capo dell'Accademia dei Lincei; perciò nel maggio del 1630 G. si portò a Roma e

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(Ist. Attent.) GALILEI, GALILEO - La tribuna di G. - Firenze, Museo di Fisica e Storia Naturale.
si mise in relazione con il p. Niccolò Riccardi, maestro del S. Palazzo, per averne la licenza per la stampa. La regola imposta era che fosse esposto il sistema eliocentrico come pura ipotesi matematica e perché nel testo non era così, si dovette ridurre l'opera sotto aspetto ipotetico, con un capo ed una perorazione in tal senso, ed anche il corpo della trattazione doveva subire dei ritocchi; dopo ciò il p. Riccardi si riservava il diritto di rivedere il tutto. In ogni modo il primo esame riuscì favorevole. Il 1° ag. 1630 il Cesi moriva ed il G. decise che la stampa si facesse a Firenze con dedica al granduca; ma causa le lunghe titubanze del p. Riccardi essa non fu terminata che nel febr. del 1632 ed uscì con l'imprimatur del vicegerente di Roma, del maestro dei SS. Palazzi, dell'Inquisitore di Firenze, del vicario generale di Firenze e del governo granducale.

Il libro fu diffuso largamente dal febr. del 1632 e giunse anche a Roma, dove il suo contenuto non piacque e nel luglio si tentò di impedirne colà la diffusione; il Papa volle in proposito che si andasse sino al fondo e se ne occupasse senz'altro il S. Ufficio; ed infatti una commissione fu incoricata dell'esame. Convincimento comune fu ben tosto che, nonostante le apparenze, l'autore difendesse come vera la teoria copernicana; si notò che la prefazione inviata dal p. Riccardi da Roma era stampata in carattere diverso, quasi come estranea al resto, e che venivano bistrattati autori venerati nella Chiesa. Ed a chi proponeva che lo si correggesse, il Papa rispose che sarebbe stato necessario rifare da capo tutto il libro. Le decisioni non si fecero attendere molto. Il 23 sett. 1632 Urbano VIII fece comandare all'Inquisitore di Firenze che intimasse nelle forme legali a G. di comparire entro ott. dinanzi all'Inquisizione romana. Le dilazioni di G., che allegava le sue cattive condizioni di salute, furono ritenute come scappatole e si ricorse alle minacce, si volle avere il manoscritto originale e si fecero ritirare tutti gli esemplari stampati. Poiché il Papa non intendeva cedere, anche il granduca esortò G. all'ubbidienza. Questi lasciò

Firenze il 20 genn. 1633, giunse a Roma il 12 febbr. e si costituì dinanzi al tribunale. Gli fu concessa la dimora presso l'ambasciatore di Toscana, Nicolini, al Pincio, con obbligo di vivere ritirato. Solo il 12 apr. fu obbligato ad entrare nel palazzo del S. Ufficio, dove gli furono assegnate le sole tre stanze disponibili, senza chiusura, con libertà di scendere in cortile, di tenere un servitore e ricevere il cibo dall'ambasciata. L'interrogatorio cominciò subito. G. aveva sperato di essere ammesso a difendere le sue teorie, ma non era questa la pratica del tribunale, per il quale esse erano ormai qualificate sino dal 1616 ed infatti la prima domanda del p. commissario Vincenzo Macolano fu sul precetto fattogli allora dal card. Bellarmino; G. ammise d'essere autore del Dialogo, aggiungendo di non avere «in detto libro né tenuta, né difesa l'opinione della mobilità della terra e della stabilità del sole». Su questa denegazione G. tenò di imperniare la sua difesa, mentre, come giustamente notava il p. commissario, il contrario «apparisce manifestamente nel libro da lui composto». Per risparmiargli misure di rigore il commissario ottenne di trattare estradiodizialmente con lui, ed il 20 apr. lo indusse ad ammettere di avere ecceduto nel suo libro in favore delle dottrine copernicane e nel secondo interrogatorio del 30 apr. ammise che «gli argomenti portati per la parte falsa (copernicana) ch'egli intendeva di confutare, fossero in tal guisa pronunciati che per la loro efficacia fossero più potenti a stringere che facili ad esser sciolti», e si dichiarò pronto a scrivere in senso contrario e ad aggiungere a tale scopo una o due giornate al suo dialogo. Dopo questo secondo interrogatorio fu subito concesso di nuovo al G., per motivo di salute, di stare «loco carcerio» nel palazzo dell'ambasciatore Nicolini, tenendosi sempre a disposizione del S. Ufficio.

Nella terza chiamata davanti al S. Ufficio, il 10 maggio, a proposito del precetto intimatogli nel 1616, G. insistette nell'asserire «di non avere scientemente e volontariamente traspedito ai comandamenti fattigli» allora, e quanto al Dialogo non fece che riferirsi a quanto aveva detto nel primo interrogatorio. Egli sperava forse di sottrarsi ad una formale abiura, ma era chiaro che le sue asserzioni non erano vere. Dopo ciò il Papa il 16 giugno comunicò le sue decisioni: si doveva senz'altro ormai interrogare G. su quello che realmente sentisse (super intentionem) con la minaccia anche della tortura; e se avesse sostenuto, doveva fare l'abiura a venir condannato al carcere ad arbitrio della Congregazione con ingiunzione di non trattar più in alcun modo la dottrina copernicana sotto pena di essere trattato come «relapsò»; il Dialogo si doveva proibire e la sentenza rendere pubblica trasmettendola ai nuni ed inquisitori nei diversi paesi e specialmente a Firenze. L'interrogatorio «super intentionem» si svolse davanti al p. commissario il 21 giugno ed il G. sostenne di nuovo che prima del 1616 era stato indifferente fra i due grandi sistemi, ma che dopo non aveva più difeso il sistema copernicano. E fattogli la minaccia della tortura, rispose di essere lì per fare l'obbedienza, insistendo di nuovo sulla negativa quanto al sistema copernicano. La minaccia non era che un elemento procedurale, né avrebbe potuto, secondo la regola, essere inflitta a lui vecchio e malato; infatti «fu rimandato al luogo suo», e l'indomani nel convento della Minerva, davanti ai cardinali e prelati della Congregazione, gli fu letta la sentenza; in essa, pur ritenendo che G. non avesse detto pienamente la verità, si riconobbe che nell'esame rigoroso aveva risposto cattolicamente; in ogni modo egli si era reso «vehementer suspectum de hacessi» incorrendo nelle censure e pene relative; da esse dopo l'abiura veniva assolto; il Dialogo veniva proibito a l'autore condannato al carcere del S. Ufficio ad arbitrio della Congregazione con l'obbligo di recitare per tre anni una volta la settimana i sette salmi penitenziali. G. fece l'abiura secondo la formula prescritta accettando gli obblighi impostigli. Questo il processo di G., per il quale, senza riprendere più in esame la decisione dottrinale del 1616 a proposito della inaccettabilità nel campo religioso del sistema copernicano, G. fu giudicato a condannato sul fatto della sua continuata adesione ad esso, dimostrata soprattutto dal Dialogo dei massimi sistemi. Ormai egli

era un carcerato del S. Ufficio; però come carcere gli fu assegnato il Palazzo dell'oratore sul Pincio; il 30 giugno ebbe per grazia di soggiornare a Siena presso quell'arcivescovo Ascanio Piccolomini; poi il 1 dic. ebbe il permesso di ritirarsi nella sua villa del Gioiello presso S. Matteo d'Arcei ch'egli aveva comperata il 27 sett. 1631 e colà rimase, come carcerato, sino alla morte. Vano fu infatti ogni tentativo di ottenere per lui grazia completa: Urbano VIII non ne volle sapere. Gli ultimi anni del G. furono contrastati da noiose malattie nelle quali gli menoè il conforto della figliuola suor Maria Celeste, morta il 2 apr. 1634; nel dic. del 1637 egli divenne completamente cieco. Particolarmente gli dispiacque la proibizione di stampa per tutte le sue opere. Tuttavia non intermisse mai i suoi studi, particolarmente sul «moto e le resistenze», come egli stesso scriveva il 12 luglio 1636 e ne formò un volume stampato dagli Elezvir a Leida nel 1638 che fu venduto subito anche a Roma: Diccorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze ottenenti alla meccanica et i movimenti locali. L'opera è in quattro dialoghi con gli stessi interlocutori del Massimi sistemi, dei quali è come una continuazione tenendo un tono non più polemico, ma sereno a placato. Riprendendo gli scritti giovanili De noisi egli pone i fondamenti della dinamica, ed opponendo ad Aristotele la legge di inerzia, dà la prima base razionale al sistema copernicano ed il fondamento sicuro al principio di Newton sulla gravità universale. Ma G. perseguiva ancora altri sviluppi delle sue dottrine che il suo allievo Vincenzo Viviani, con le note da lui raccolte, stese poi in altre due giornate in aggiunta alle Scienze nuove.

E poiché gli Stati generali dei Paesi Bassi avevano bandito un concorso per risolvere il problema del determinare la longitudine durante la navigazione, il G. riprese in esame l'ipotesi se a ciò non si potesse giungere giovandosi dell'osservazione delle eclissi dei satelliti di Giove con l'aiuto di un buon canocchiale e di un orologio. A tale proposito era stato in lunga relazione con la Spagna dopo il 1616, senza alcuna riuscita; ed anche questa volta (1636-40) per difficoltà tecniche non raggiunse altra conclusione che di avere in regalo una collana d'oro (1638), ch'egli rifiutò per non crearsi nuovi sospetti. Continuò sino all'ultimo nell'esame dei suoi problemi prediletti e le sue ultime lettere vertono sulla titubazione e sul candor lunare, finché piamente chiuse la vita tra le braccia del figlio Vincenzo, dei Viviani e di Evangelista Torricelli, che gli era stato discepolo negli ultimi mesi, l'8 genn. 1642. Fu tumulato a Firenze in S. Croce. - Vedi tav. CXXVII.

BIBLI: Le opere, con la corrispondenza per cura di A. Favaro, furono pubblicate nell'ed. nazionale in 20 voll. (Firenze 1890-1909); in essa è compreso al vol. XIX anche il testo del processo e dei decreti dell'Inquisizione (M. Cioni, I documenti galileiani del S. Ufficio di Firenze, Firenze 1908). Il Favaro pubblicò anche la bibliografia galileiana e diversi studi sui personaggi, amici ed avversari di G., che ebbero parte nelle sue vicende in Atti del R. Istituto veneto di scienze lettere ed arti; e su questi cf. G. Favaro, Bibliografia galileiana di Antonio Favaro, in Atti del R. Istituto veneto di scienze lettere ed arti, 1942; G. Arcangeli, Sulla scoperta delle macchie solari e delle facole, in Annali delle Università teocene, 29 (1910), p. 3 seg.; A. Favaro, G. G. e i Dottore Parisienne, in Rendiconti Accademia dei Lincei, Classe scienze morali e storiche, 27 (1918), p. 141 seg.; A. Bardi, Vita di G. G., Firenze 1930; S. Pagnini, Di alcuni documenti galileiani di recente vitroscati, in Atti della Società colombaria, Firenze 1939; L. Picanyol, Le scuole pie e G., Roma 1942; G. Gabrieli, Il cartaggio liacco, Roma 1941; V. Ronchi, G. e il canocchiale, Udine 1942; G. Armellini, G. e l'astronomia, Milano 1942.

Nel terzo centenario della morte di G. Saggi e conferenze, nelle pubblicazioni dell'Università cattolica, Milano 1942.

Pio Paschini

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“GALILEI, GALILEO.” Enciclopedia Cattolica, vol. V (1950), p. 1116. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/galilei-galileo.