GALILEI, GALILEO. - N. il 15 febbr. 1564. Pisa da Vincenzo fiorentino e da Giulia degli Armanti da Pescia; nella puerizia fu con i monaci vallombrosani; si iscrisse poi a Pisa nella Facoltà di gli artisti e verso i vent'anni si applicò con studio particolare alle matematiche. L'ambiente a Pisa era peripatetico per eccellenza, ma ciò non distolse il giovane studioso dal procedere per conto proprio, fondato sullo studio di Archimede e sulla esperienza. Nel 1587 fu a Roma dove entrò in relazione con il Principe di Galileo (Clavio), maestro di matematiche al Collegio Romano (m. nel 1612), con il quale fu poi sempre in ottimi rapporti. Nel 1588 tentò invano di essere assunto all'insegnamento delle matematiche dello Studio di Bologna; nel luglio del 1589 ebbe invece la cattedra in quello di Pisa; e non avendo avuto in questo la riconferma, passò a quello di Padova, concessagli con decreto del Senato di Venezia il 26 sett. 1592. Gli anni di Padova furono veramente decisivi per la carriera scientifica di G. ed incentivo ad un'intensa attività. Oltre che tenere le pubbliche letture, come di dovere, dava lezioni private e teneva convitto per gli studenti; organizzò un'officina di strumenti di precisione: compassi, bussole, quadrati, squadre ecc. poi anche lenti e canocchiali; si fece amici tra i nobili veneziani ed ebbe discepoli illustri fra i quali Gian Fran-cesco Sagredo, il monaco Benedetto Castelli, il canonico Paolo Apronio. In questi anni da una relazione con certa Marina Andrea Gamba ebbe Virginia (poi suo Maria Celeste), Livia (poi suo Angelica) e Vincenzo Andrea che condurrà poi seco a Firenze. Allo scopo preciso di rendere popolare la scienza, incominciò la sua carriera di pubblicista servendosi della lingua volgare, nel cui uso riuscì sempre con mirabile chiarezza, precisione e brevità, tenendosi ben lontano da inutili citazioni e da qualunque enfasi retorica, facendosi in tal modo tenace oppositore al malcostume del tempo suo.
Sono di questo primo tempo un Trattato sulla sfera, un Trattato di fortificazioni, alcuni manoscritti di carattere pratico Delle meccaniche, un opuscolo sul Composto di proporzione (1606) che illustrava uno strumento da lui costruito per accelerare i calcoli. Nel 1597 egli è già convinto copernicano sull'argomento stava in corrispondenza con il Keplero, ma non poteva farne pubblica professione; soprattutto attendeva ad affinare il suo metodo scientifico, per l'attuazione costante del quale G. può essere chiamato il padre della scienza moderna. Sin da principio è proposto di seguire il metodo insegnato dai matematici, cioè di far dipendere quel che si dice da quello che si è detto, senza mai supporre come vero quello che deve spiegare; mentre secondo i metodi allora correnti e quelli che imparano non sanno mai le cose dalle loro cause, ma le credono solamente per fede, cioè perché le ha dette Aristotele. Se poi sarà vero quello che ha detto Aristotele, sono pochi quelli che indagano, basta loro di essere ritenuti per dotti perché hanno alle mani maggior numero di testi aristotelici» (Opere, ed. nazionale, I, p. 285). La interpretazione razionale dei fenomeni, insieme con la ricerca delle loro mutue dipendenze con il tramite,
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fin dove è possibile, delle deduzioni matematiche, trova in G. la prima cosciente e completa espressione: "Io veramente stimo il libro della filosofia (presa nel senso più largo di filosofia naturale) esser quello che perpetua mente ci sta aperto innanzi agli occhi; ma perché è scritto con caratteri diversi da quelli del nostro alfabeto, non può esser da tutti letto; e sono i caratteri di tal libro triangoli, quadrati, cerchi, sfere, piramidi ed altre figure matematiche attissime a tal lettura" (ibid., XVIII, p. 293). Qui se da un lato G. palesa nelle matematiche la sua preferenza per la geometria, dall'altro insiste sull'esperienza diretta, alla quale possono si dar aiuto le speculazioni degli antichi, purché non siano però in contrasto con quello che insegna l'esperienza diretta. Di un metodo sperimentale inteso in questo senso G. sarà maestro incomparabile a discepoli famosi, e questa nuova scuola rinnoverà completamente lo studio della natura.
L'indagine di G. si indirizzò sin da principio su campi diversi. Già nel 1602 si occupava di calamite, che fabbricava, aumentandone il potere di attrazione; contemporaneamente studiava i fenomeni del calore sui quali si esercitò il discepolo Sagredo; non gli furono estranei problemi idraulici. Ma i problemi relativi al moto ed alla gravità furono quelli che in particolar modo tennero occupata la sua attività attraverso tutta la sua vita scientifica. Infatti vi attendeva già Pisa, dove anche osservò l'isocrionismo delle piccole oscillazioni del pendolo e dove cominciò a stendere i suoi quaderni e dei nuovi graviuni ed ingaggiò la lotta contro gli aristotelici gli alle errate conclusioni del maestro; Padova già si occupava del meraviglioso problema della percossa, della caduta dei proiettili; argomenti che saranno per lui materie poi di più larghi sviluppati. Anche i problemi astronomici erano collegati con quelli del moto, ma G. non ne fece oggetto di studio che in un secondo tempo; della cometa dell'ott. 1604, che pure osservò, non lasciò trattazione scientifica.
Il secondo tempo venne col 1606 che trasportò G. in un più largo campo di attività e di celebrità. La generica notizia che un occhialino nei Paesi Bassi aveva con lenti costruito uno strumento con cui si poteva vedere vicine le cose lontane, indusse G. a costruirne uno nel suo laboratorio (ag. del 1609) e lo fece vedere subito a Venezia; ne costruì poi molti e per molto tempo nessuno lo eguagliò nella perfezione. Si sa che adattò poi questo cancocchiale a vedere le cose minime, ma ciò non interessò molto l'inventore; il quale puntò invece il suo strumento verso il cielo. Ciò fu nel gen. del 1610 e subito osservò le macchie lunari, la moltitudine immensa delle stelle fisse particolarmente nella Via Lattea e la loro differenza dai pianeti, l'esistenza dei satelliti di Giove. Ne diede notizia al mondo nel Siderus nuncius, uscito per le stampe a Venezia nel marzo, scritto appunto in latino per renderlo accessibile a tutta l'Europa. Il Nuncius veniva a capovolgere tutte le concezioni cosmologiche allora in voga e sconvolgiva del tutto l'astrologia detta giudiziaria ch'era sempre in auge; trovò perciò sin da principio nel mondo scientifico aperta incredulità: si dubitò della veridicità del cancocchiale e sull'esattezza e l'interpretazione delle osservazioni. Certo pochi potevano disporre di un buon cancocchiale per ripetere le osservazioni, altri per partito preso non volevano servirsene, come Cesare Cremonino, collega di G. a Padova. In Germania invece Keplero fu per il G., specie quando poté servirsi di un buon cancocchiale, così anche il p. Clavio ed il p. Tommaso Campanello.
La celebrità che ormai G. s'era acquistata presso i veramente dotti, mosse il granduca Cosimo II a volerlo di nuovo in Toscana, ed il 10 giugno 1610 lo nominò primo matematico dello Studio di Pisa e matematico filosofo granduca, senza alcun obbligo d'insegnamento. G. accettò, ed il 12 sett. era a Firenze dove trasportò anche il suo laboratorio. Qui egli continuò le osservazioni sulla conformazione sin-golare di Saturno, cominciate a Padova (25 luglio), e nel sett.-ott. 1610 si convinse delle fasi di Venere analoghe a quelle della luna, segno che questo pianeta girava intorno al sole da cui riceveva la luce. Il sistema tolemaico veniva ad essere così completamente confutato, ma i peripatetici non mostrarono di accorgersene.
Nel febbr. del 1611 fece un viaggio a Roma, ove ebbe anche occasione di trattare delle macchie solari da lui osservate per primo; fu assai bene accolto dal Clavio e dai Gesuiti del Collegio Romano; da Federico Cesi marchese di Monticelli fu iscritto nella sua Accademia dei Lincei e G. se ne tenne molto onorato; ebbe onorevoli accoglienze anche nell'mon- do ecclesiastico romano che volle sincerarsi delle sue scoperte. Nel maggio del 1612 egli pubblicò a Firenze, per invito del granduca, le sue conclusioni sui corpi galleggianti, seguendo le dottrine di Archimede e suscitando una vivace polemica dagli irreducibili peripatetici. I quali ricevevano da lui un altro col-po con le tre lettere che nella seconda metà di quel-

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l'anno scriveva a Marco Welser di Augusta comunica
cando le sue ulteriori osservazioni sulle macchie so-
lari in confutazione delle lettere che il p. Schei-
ner, gesuita, aveva inviate sullo stesso argomento.
Esse furono stampate nel 1613 a cura dei Lincei a
Roma.
Negli anni seguenti si accese la polemica a proposito
dell'accettabilità della dottrina eliocentrica nei riguardi
della Fede. G. diffondeva nelle discussioni orali e nella
corrispondenza epi-
stolare quella teoria;
ma, salvo poche ec-
cezioni, trovava con-
corre «contro di sé
l'opinione universale
imbibita, si può di-
re, ab orbe condito».
Ad alcuni, anche
dotti, pareva che il
sistema di Tycho-
Brahe fosse suffi-
cenza a concordare le
nuove scoperte con
la tradizione religio-
sa. Era del resto
costume largamente
inviato di introdurre
nelle discussioni, an-
che puramente filo-
sofiche, autorità della
Scrittura e dei Padri
non si mancò di
fare altrettanto an-
che nella questione
eliocentrica, per con-
dannarla come con-
traria alla Fede ed
eretica. Nel dic. del
1613 il p. Castelli a-
veva sostenuta in proposito una discussione «Pisa dinanzi
alla corte di Toscana e ne aveva data relazione a G. Quesi
riprese l'argomento in una lunga lettera al Castelli del
21 dic. che ebbe pronta divulgazione, mostrando quanto
malamente procedessero coloro che tiravano in campo
la Scrittura in tali argomenti e come non avessero forza
le prove che se ne pretendevano trarre. Con inten-
simento propriamente teologico scendeva invece in campo
a Napoli, sul principio del 1615, il p. Paolo Antonio Fo-
scarini carmelitano (m. nel giugno del 1616) con una let-
tera in cui, fatte le lodi di G., mostrava assai bene come
i passi scritturali a patristici contro la dottrina eliocen-
trica venissero assai incongruamente allegati ed ammette-
vano diversa interpretazione. G. conobbe questa lettera
che fu presto stampata, «prese animo in quello stesso
anno ad indirizzare a Maria Cristina, madre del gran-
duca, una lettera veramente mirabile per chiarezza e pre-
cisione anche teologica, in cui svolgeva gli argomenti già
toccati nella lettera al Castelli ed in altre; e mostrate
le relazioni fra scienza «Fede, confutava a sua volta gli
argomenti opposti. Non era stato lui a portare la discus-
sione nel campo scritturale, ma vi era portato dalla ne-
cessità di salvaguardare la sua situazione di scienziato e
di credente. Questa lettera non fu allora stampata; ma
fu diffusa in copie negli ambienti colti della Toscana».
Il 7 febbr. 1615 il p. Niccolò Lorini, domenicano, aveva
inviata da Firenze al card. Paolo Sfondrati, prefetto della
Congregazione dell'Indice, copia della lettera del G. al
p. Castelli come contenente «molte proposizioni o so-
spette «temerarie». Poiché la lettera non era stampata,
il cardinale la trasmise al card. Mellini segretario del S. Uf-
fizio, dove fu tosto presa in esame. Il 20 marzo il p. Tom-
maso Caccini, pure domenicano, presentò formale de-
nuncia al S. Uffizio contro il G., ed un accertamento giu-
diziario fu perciò iniziato a Firenze. Accortosi che le ini-
micizie fiorentine non avrebbero mancato di avere riper-
cussioni a Roma, G. decise di recarvisi senz'altro. Egli spe-
rava di tirare dalla sua gli elementi più colti dell'Urbe,
e non fece conto dell'avvertimento degli amici che «i
peripatetici vi erano potentissimi». Molti degli illustri
personaggi che, anche nella Curia, stavano per lui, non
vedevano di buon occhio che egli si andasse palesando
come convinto sostenitore delle dottrine copernicane; ap-
prezzando i suoi studi e le sue scoperte, non intendevano
seguirlo per quella via. Nell'ardore dei suoi convincenti
G. non seppe rendersi conto che difficile cosa era sman-
tellare una costruzione filosofica insegnata come inoppu-
gnabile in tutte le scuole ecclesiastiche e laiche, e che
dura cosa doveva
apparire a quei ma-
stri rinunciare a
dottrine insegnate e
tenute per lunghi
anni con pieno con-
vincento. Lasciava
l'irruzione con licenza
del granduca, G.
guarnera a Roma
l'11 dic. 1615, ospite
dell'oratore grandu-
cale sul Pincio, e si
diede subito un gran
da fare disputando
sulle sue teorie con
i personaggi più in
vista, persino con il
p. Caccini, mettendo
anche per scritto le
sue argomentazioni
e suscitando per con-
seguenza l'avversio-
ne contro di sé dei
seguaci dei vecchi
sistemi, i quali ne
facevano senz'altro
questione di orto-
dossia religiosa. Tut-
to questo portava
alla necessaria conseguenza che conveniva mettere in
chiaro i rapporti fra la teoria copernicana «la tradizione
cristiana, e portare così ufficialmente la discussione dal
campo personale a quello strettamente dottrinale. Fu fa-
cile perciò agli avversari di G. persuadere il S. Uffizio
della necessità di una decisione che togliesse ogni incer-
tezza. Il S. Uffizio deferì l'esame ad una commissione di
undici teologi i quali il 24 febbr. 1616 ai due quesiti
loro proposti risposero: 1) «che il sole sia nel centro
del mondo ed immobile di moto locale: è proposizione
assurda e falsa in filosofia e formalmente eretica, perché
è espressamente contraria alla S. Scrittura»; 2) «che la
terra non sia centro del mondo né immobile, ma secondo
se stessa si muova anche di moto diurno: è pure propo-
sizione assurda e falsa in filosofia e, considerata teologi-
camente, è per lo meno erronea nella Fede». Questa
risposta dei teologi fu ratificata l'indomani dai cardinali
dell'Inquisizione, presente il Papa; ma non ebbe pub-
blicazione ufficiale come atto della S. Congregazione e
restò come regola interna, quale conclusione di uomini
dotti e qualificati in materia.
Quanto a G., che s'era pubblicamente compromesso
con le sue discussioni, si volle procedere a suo riguardo
in forma benigna, e fu affidato l'incarico al card. Bellar-
mino di ammonirlo ufficialmente perché desistesse dal
propugnare tali teorie, con minaccia, in caso di disubbi-
dienza, di essere carcerato. Il 26 febbr. il cardinale adempi
l'incarico alla presenza del commissario del S. Uffizio e
di alcuni testimoni. Il G. promise di ubbidire, impe-
gnandosi a «in nessun modo tenere, insegnare o difen-
dere a voce od in iscritto» dottrine eliocentriche. Da parte
sua la S. Congregazione dell'Indice il 5 marzo proibì
il libro del p. Foscarini con tutti gli altri, non elencati,
che sostenessero le medesime dottrine, e decise che nelle
nuove stampe dell'opera del Copernico si correggessero
alcune poche frasi in modo che apparisse ch'egli aveva
proposto il sistema eliocentrico quale semplice ipotesi
astronomica. Poiché stava diffondendosi in voce che G.
era stato obbligato ad un'abiura formale, questi ebbe cura di farsi rilasciare il 26 maggio dal card, Bellarmino un'attestato della comunicazione fattagli riguardo alla teoria copernicana. Così terminava quello che inappropriamente fu chiamato il primo processo di G. Questi ai primi di giugno tornò a Firenze, più deciso che mai ad adoperarsi nel migliore e più prudente dei modi al trionfo delle sue dottrine con dimostrare per allora l'inconsistenza delle dottrine avversarie.
Il 1618 fu l'anno delle comete: ne comparvero tre delle quali l'ultima (nov.-gen. del 1619), suscitò particolare interesse negli astronomi e nel pubblico; si discuteva soprattutto sulla loro natura: se fossero cioè veri pinietti o pure meteorite. Se ne aspettava il giudizio di G. ma egli era malato e non poté fare osservazioni dirette. Fu invece il p. Orazio Grassi, astronomo del Collegio Romano, a stampare una pubblica disputa: De tribus cometes, e G. si appigliò all'esame di questa stampa, facendo figurare il suo amico Milano Giuducci in un discorso tenuto all'Accademia fiorentina. Più che stabile una dottrina, la lettura era direttamente dimostrare l'inconsistenza delle teorie del Grassi di altri astronomi, compreso Tycho-Brahe, lamentando che, invece di dirette osservazioni, si ragionasse soltanto sulla base di teorie preconcette. Il p. Grassi replicò sotto la veste di un supposto discepolo in difesa della dottrina del maestro, e con il nome di Lotario Sarsi Sigensano pubblicò a Perugia la Libra astronomica ac philosophica (1619) in confutazione del Giuducci. Gli amici di G. furono d'accordo che si dovesse rispondere, e questi nell'ott. del 1623 pubblicò il Saggiatore, con il quale in 52 capitoli prese in esame tutte le asserzioni del Sarsi. Lavorò polemico, non trattazione propriamente sistematica, in cui l'autore si guarda bene dal presentarsi quale difensore della teoria copernicana, pure insinuandone qua e là la superiorità, distrugge le asserzioni del Sarsi e le sue obliezioni al discorso del Giuducci e fa osservare che nella ricerca scientifica, più che alle opinioni degli autori, bisogna ricorrere alla osservazione diretta dei fenomeni ed alle matematiche; perciò evita di allegare la S. Scrittura come purtroppo si faceva. Il libro, indirizzato al giovane patrizio romano Virginio Cesarini e dedicato al nuovo papa Urbano VIII, ebbe larga diffusione provocando una controrrepia da parte del p. Sarsi. Confidando nella benevolenza che Urbano VIII gli aveva dimostrata anni prima, G. nell'apr. del 1624 intraprese un nuovo viaggio a Roma, ebbe promessa di benefici eccleasistici, ma quanto all'accettazione delle sue idee non incontrò che delusioni; sicché, quasi per scusarsi, confutando i suoi avversari, scriveva che non intendeva con questo di sostenere le dottrine copernicane, ma di far conoscere agli eretici che, pur non potendole accettare, non si ignoravano gli argomenti sui quali esse si fondavano.
Intanto una nuova prova si affacciò all'indagine di G. in favore dell'elocentrismo: quella del flusso e riflusso del mare. Egli non ne voleva sapere dell'influsso degli astri, quasi quale reazione a quello che era uno dei caposaldi dell'astrologia di allora, perciò pensava che sulla causa delle maree nulla avesse a che vedere l'influsso del sole e della luna; secondo lui esse erano dovute alla rotazione della terra. Volle inquadrare questo nuovo supposto argomento in una trattazione più ampia che presentasse in esame i due massimi sistemi cosmologici: il taleismo ed il copernicano; vi pose mano nell'autunno del 1624, ma solo nell'ott. del 1629 vi attese con il proposito di condurre l'opera sino alla fine. Essa è concepita come un dialogo diviso in quattro giornate con tre interlocutori: Filippo Salviati, che vi sostiene le parti copernicane, professando però ripetutamente di ragionare come di una potestà scientifica che la Fede non accetta, Gian Francesco Sagredo, che fa la parte dell'ascoltatore, colto ma profano, che ripete gli argomenti chiarendoli; il terzo è Simplicio, il tradizionalista, non ignorante né sciocco, sempre attaccato ai dottori ed ai libri, senza contatto con la natura e con l'esperimento che, non senza tratti caricaturali, difende le idee correnti. Essi disputano sulla natura dei cieli, sul moto diurno della terra e sul moto intorno al sole, sul flusso e il flusso del mare e la caduta dei gravi.
Firenze il 20 genn. 1633, giunse a Roma il 12 febbr. e si costituì dinanzi al tribunale. Gli fu concessa la dimora presso l'ambasciatore di Toscana, Nicolini, al Panico, con obbligo di vivere ritirato. Solo il 12 apr. fu obbligato ad entrare nel palazzo del S. Uffizio, dove gli furono sospettati le sole tre stanze disponibili, senza chiusura, con libertà di scendere in cortile, di tenere un servitore e ricevere il cibo dall'ambasciata. L'interrogatorio cominciò subito. G. aveva sperato di essere ammesso a difendere le sue teorie, ma non era questa la pratica del tribunale, per il quale esse erano ormai qualificate sino dal 1616 ed infatti la prima domanda del p. commissario Vincenzo Macolano fu sul precetto fattogli allora dal card. Bellarmino; G. ammise d'essere autore del Dialogo, aggiungendo di non avere «in detto libro né tenuta, né di fessa l'opinione della mobilità della terra e della stabilità del sole». Su questa denegazione G. tentò di imperire la sua difesa, mentre, come giustamente notava il p. commissario, il contrario «apparisce manifestamente nel libro da lui composto», per risparmiargli misure di rigore il commissario ottenne di trattare estragiudizialmente con lui, ed il 20 apr. lo indusse ad ammettere di avere ecceduto nel suo libro in favore delle dottrine copernicane e nel secondo interrogatorio del 30 apr. ammise che «gli argomenti portati per la parte falsa (copernicana) ch'egli intendeva di confutare, fossero in tal guisa pronunciati che per la loro efficacia fossero più potenti a stringere che facili ad esser sciolti», e si dichiarò pronto a scrivere in senso contrario e ad aggiungere «tale scopo una o due giornate al suo dialogo. Dopo questo secondo interrogatorio fu subito concesso di nuovo al G., per motivo di salute, di stare «loco carceris» nel palazzo dell'ambasciatore Nicolini, tenendosi sempre a disposizione del S. Uffizio.
Nella terza chiamata davanti al S. Uffizio, il 10 maggio, a proposito del precetto inimaginato nel 1616, G. insistette nell'asserire «di non avere scientemente e volontariamente trasgredito ai comandamenti fattigli» allora, e quanto al Dialogo non fece che riferirsi a quanto aveva detto nel primo interrogatorio. Egli sperava forse di sottrarsi ad una formale abiura, ma era chiaro che le sue asserzioni non erano vere. Dopo ciò il Papa il 16 giugno comunicò le sue decisioni: si doveva senz'altro ormai interrogare G. su quello che realmente sentisse (signi intentione) con la minaccia anche della tortura; e se avesse sostenuto, doveva fare l'abiura per non andare ad arricchire dal Cardinale Congregazione con ingiunzione di non trattare più in alcun modo la dottrina copernicana sotto pena di essere trattato come «relapso»; il Dialogo si doveva proibire e la sentenza rendere pubblica trasmettendola ai nunzi ed inquisitori nei diversi paesi e specialmente a Firenze. L'interrogatorio «super intenzione» si svolse davanti al p. commissario il 21 giugno ed il 6 settembre di nuovo che prima del 1616 era stato indifferente fra i due grandi sistemi, ma che dopo non aveva più difeso il sistema copernicano. E fattagli il minaccia della tortura, rispose di essere il per fare l'obbedienza, insistendo di nuovo sulla negativa quanto al sistema copernicano. La minaccia non era che un elemento procedurale, né avrebbe potuto, secondo la regola, essere inflitta a lui vecchio e malato; infatti «fu rimandato al luogo suo», e l'indomani nel convento della Minerva, davanti ai cardinali e prelati della Congregazione, gli fu letta la sentenza; in essa, pur ritenendo che G. non avesse detto pienamente la verità, si riconobbe che nell'esame rigido esso aveva risposto cattolicamente; in ogni modo egli si era reso «vehementer suspectum de haeresi» incorrendo nelle censure e pene relative; da esse dopo l'abiura veniva assolto; il Dialogo veniva proibito «l'autore condannato nel 1616 al carcere del S. Uffizio ad arbitrio della Congregazione col'obbliro di recitare per tre anni una volta la settimana i sette salmi penitenziali. G. fece l'abiura se condono la forma prescritta accettando gli obblighi in postigli. Questo il processo di G., per il quale, senza i precedere più in esame la decisione dottrinale del 1616 a proposito della inaccettabilità nel campo religioso del sistema copernicano, G. fu giudicato condannato sul fatto della sua continuata adesione ad esso, dimostrata soprattutto dal Dialogo dei massimi sistemi. Ormai egli era un carcerato del S. Uffizio; però come carcere gli fu assegnato il Palazzo dell'oratore sul Pincio; il 30 giugno ebbe per grazia di soggiornare «Siena presso quel l'arcivescovo Ascario Piccolomini»; poi il 1 dic. ebbe il permesso di ritirarsi nella sua villa del Gioiello presso S. Matteo d'Arcetri ch'egli aveva comperato il 27 sett. 1631 e colà rimase, come carcerato, sino alla morte. Vano fu infatti ogni tentativo di ottenere per lui grazia completa: Urbano VIII non ne volle sapere. Gli ultimi anni del G. furono contristati da noioso malattie nelle quali gli mancò il conforto della figliuola suor Maria Celeste, morta il 2 apr. 1634; nel dic. del 1637 egli divenne completamente cieco. Particolarmente gli dispiaceva la proibizione di stampa per tutte le sue opere. Tuttavia non interrompe mai i suoi studi, particolarmente sul motto «Le resistenze», come egli stesso scriveva il 12 luglio 1636 e ne formò un volume stampato dagli Elzevir a Leida nel 1638 che fu venduto subito anche a Roma: Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze attenenti alla meccanica et i movimenti locali. L'opera è in quattro dialoghi con gli stessi interlocutori dei Massimi sistemi, dei quali è come una continuazione tenendo un tono non più polemico, ma sereno a placato. Riprendendo gli scritti giovanili De motu gentis fondamenti della dimanica, ed opponendo ad Aristotele la legge di inerzia, dà la prima base razionale al sistema copernicano ed il fondamento sicuro al principio di Newton sulla gravità universale. Ma G. perseguiva ancora altri sviluppi delle sue dottrine che il suo allievo Vincenzo Viviani, con le note da lui raccolte, stese poi in altre due giornate in aggiunta alle Scienze storiche.
E poiché gli Stati generali dei Paesi Bassi avevano bandito un concorso per risolvere il problema del determinare la longitudine durante la navigazione, il G. riprese in esame l'ipotesi se a ciò non si potesse giungere giovanosi dell'osservazione delle eclissi dei satelliti di Giove con l'aiuto di un buon canocchiale e di un orologio. A tale proposito era stato in lunga relazione con la Spagna dopo il 1616, senza alcuna riuscita; ed anche questa volta (1636-40) per difficoltà tecniche non raggiunse altra conclusione che di avere in regalo una collana d'oro (1638), ch'egli rifiutò per non crearsi nuovi sospetti. Continuò sino all'ultimo nell'esame dei suoi problemi prediletti «le sue ultime lettere vertono sulla titubazione e sul candor lunare, finché piamente chiuse la vita tra le braccia del figlio Vincenzo, del Viviani e di Evangelista Torricelli, che gli era stato discepolo negli ultimi mesi, l'8 genn. 1642. Fu tutmulo a Firenze in S. Croce. - Vedi tav. CXXVII.
Bis.: Le opere, con la corrispondenza per cura di A. Favaro, furono pubblicate nell'ed. nazionale in 20 voll. (Firenze 1896-1909); in essa è compreso al vol. XIX anche il testo del processo e dei decreti dell'Inquisizione (M. Cioni, I documenti gallicani del S. Uffizio di Firenze, Firenze 1908). Il Favaro pubblicò anche la bibliografia gallicana e diversi studi sui personaggi, amici ed avversari di G., che ebbero parte nelle sue vicende in Atti del R. Istituto veneto di scienze lettere ed arti; e su questi cf. G. Favaro, Bibliografia gallicana di Antonio Favaro, in Atti del R. Istituto veneto di scienze lettere ed arti, 1942; G. Arcangeli, Sulla scoperta delle macchie solari e delle facole, in Amati della Università toscana, 29 (1970), p. 3 seg.; A. Favaro, G. G. e i Doctores Parisenses, in Rendiconti Accademici dei Lincei, Classe scienze morali e storiche, 27 (1918), p. 141 seg.; A. Banfi, Vita di G. G., Firenze 1930; S. Pagnini, Di alcuni documenti gallicani di recente ritrovati, in Atti della Società colombaria, Firenze 1939; L. Picanyol, Le scuole pite e G., Roma 1942; G. Grabie, Il carteggio linceo, Roma 1942; V. Ronchi, G. e il canonchiale, Udine 1942; G. Armellini, G. e l'astronomia, Milano 1942.
Nel terzo centenario della morte di G. Saggi e conferenze, nelle pubblicazioni dell'Università cattolica, Milano 1942.
