PATRIMONIO DI S

PATRIMONIO DI S. PIETRO

di Roma nei territori a mano a mano occupati; a ciò si aggiunsero le confische operate da Leone III Isaurico, tra le rappresaglie da lui disposte nel terzo decennio del sec. VIII contro la Chiesa di Roma, in occasione delle sue ordinanze iconoclaste, per cui il P. di S. P. si ridusse quasi esclusivamente al territorio allora costituente il Ducato romano. Fuori di questo rimase, a quanto si sa, soltanto il patrimonium Caietanum, forse un relitto dell'antico patrimonium Campaniae. In quanto ai patrimoni posti oltralpe ed oltremare, erano tutti scomparsi.

Per quanto riguarda la struttura, va ricordata l'opera di riordinamento e di rinnovamento compiuta dai papi: a Gregorio II (715-31) si deve probabilmente la creazione di nuovi patrimoni: il suburbanum patrimonium Tusciae ed il suburbanum patrimonium Appiae, formati con i beni più vicini a Roma; il patrimonium Tiburtinum, che raccolse le proprietà intorno a Tivoli, prima comprese nel patrimonium Sabinense, andato perduto per la conquista longobarda; ed il patrimonium Labicanum. La formazione dei due patrimoni suburbani e di quello labicano è certo legata ad un cospicuo incremento delle proprietà della Chiesa nei pressi di Roma.

Innovatrice fu l'opera di papa Zaccaria (741-52), che introdusse un nuovo tipo di grande azienda agricola, detto domusculta, probabilmente nel senso di « zona coltivata per conto diretto del padrone », a cui si associava l'idea collaterale di « zona coltivata da lavoratori quivi domiciliati ». Tali domuscultae erano create e regolate da uno speciale constitutum, o decreto papale di fondazione, che ne precisava le norme di amministrazione, assegnava i sacerdoti per i servizi del culto, stabiliva l'impiego dei proventi, indicando, nel caso, quale e quanta parte di essi doveva essere riserbata alle spese particolari della casa del pontefice (ratio dominica), con divieto assoluto e tassativo a tutti i papi successori ed a qualsiasi altra persona di alienare comunque la domusculta, pena l'anatema. Un'altra differenza sostanziale fra questo nuovo tipo di grande azienda agricola e i precedenti stava nel fatto che, se comprendeva anch'esso unità agrarie interne minori (massae e fundi), la loro gestione, al pari di quella dell'intera domusculta, era tenuta direttamente da funzionari della Chiesa, senza l'intermediario di conductore o di altri locatari. I rurali, lavoratori della terra, o allevatori e custodi del bestiame, e il personale amministrativo abitavano nel territorio della domusculta, che era perciò provvisto di chiese, molini, magazzini, depositi, uffici. E per agevolare gli scambi nell'interno di ciascuna, e tra l'una e l'altra domusculta, furono messi in circolazione speciali gettoni o tessere di rame, che rosovano il nome del papa ed avevano un valore convenzionale, specie di preludio alle monete di conio pontificio del futuro Stato della Chiesa. Le terre erano coltivate, a quanto risulta, a grano, orzo, legumi, porri, oliveti e vigneti. Il grano, l'olio e il vino dovevano essere i prodotti agricoli più importanti. Sui pascoli si allevavano bovini, equini, ovini e suini.

Cinque furono le domuscultae create da Zaccaria: Galeria (zona di S. Maria di Galeria), al 14° miglio della Via Clodia; S. Caecilia, al 5° miglio della Via Tiburtina (all'incirca nella zona di Ponte Mammolo); Lauretum (da Castel Porziano a Pratica di Mare); Antius e Formia (rispettivamente nella zona di Anzio, e nel tratto a nord di Anzio, dove i Romani avevano costruito le formae, o condutture, per convogliare al mare il deflusso delle acque provenienti dalle vicine falde montane: tenute di Bosco del Padiglione, Terre del Padiglione, Campomorto e Carano). Zaccaria seguì evidentemente un criterio sistematico, inteso a dare alle diverse domuscultae una certa reciproca contiguità e a provocare un incremento della produttività dei beni fondiari di proprietà della Chiesa, congiunto con una più efficiente gestione amministrativa, in modo degno delle antiche tradizioni romane, perché valse a richiamare abitanti e a riaccendere attività economiche nelle campagne a sud del Tevere, che giacevano in abbandono ed erano spopolate, anche per l'imperversare delle febri, aggravatosi con l'allargarsi dei tratti impaludati da acque stagnanti. E che dal tempo di Zaccaria vi sia qui stata una notevole ripresa demo-

grafica, risulta dalla ricomparsa, nella seconda metà del sec. VIII, della sede episcopale di Tres Tabernae, non lontana da Cisterna di Roma, che Gregorio Magno si era trovato costretto a sopprimere nel 592, unendola con quella di Velletri, perché diocesi desolate dall'hostilis impietas dei Longobardi.

Degno continuatore fu Adriano I, quando ormai i papi erano divenuti i domini anche temporali di Roma e del suo territorio, con l'istituzione di sei altre domuscultae: le due domuscultae Galeria (la prima tra la Via Clodia e la Via Aurelia, probabilmente risultante dall'ingrandimento di quella istituita da Zaccaria; la seconda, contigua, nella zona dell'ultimo tratto della Via Portuense, al 12° miglio da Roma, Ponte Galera); la domusculta Capracorum, nella zona attraversata dalla Via Cassia tra Veio e Nepi (Capricoro e Crepacore, presso Mazzano Romano); la domusculta S. Leucii, al 5° miglio della Via Flaminia (Tor di Quinto); la domusculta Calvisianum, al 15° miglio circa della Via Ardeatina, tra questa e la Via Laurentina; la domusculta S. Edisti, contigua alla precedente, al 16° miglio della Via Ardeatina.

In sostanza, nel periodo delle crisi finali del Regno longobardo e del dominio bizantino sul territorio romano, le proprietà di questo più estese, omogenee, meglio amministrate, e quindi più produttive e redditizie, appartennevano alla Chiesa di Roma. Non si è in grado di valutare in cifre la potenzialità economica di tali proprietà; e nemmeno di pensare ad una cifra approssimativa, in rapporto con i tre talenti e mezzo d'oro (kg. 114,608; ne calcolavano l'equivalente, il Fabre, alla fine del sec. XIX, in 393.000 franchi, e lo Sperring, prima dello sconvolgimento dei valori monetari, iniziatosi con la guerra 1914-18, in 15.120 sterline), che Teofane, scrivendo al principio del sec. IX, indica come reddito annuo complessivo delle proprietà confiscate da Leone III Isaurico alla Chiesa di Roma, al tempo di Gregorio III (731-41), nei ducati imperiali dell'Italia meridionale e in Sicilia. Nel Ducato romano l'accrescimento ed il riordinamento del P. di S. P. coincise con il restringersi in superficie e con il decadere in capacità economica delle pubbliche proprietà laiche, per il progressivo inaridimento dei mezzi materiali a disposizione delle autorità civili e militari. La Chiesa di Roma, che aveva sempre usato con la massima liberalità dei redditi e dei prodotti delle sue proprietà per le opere di carità e di assistenza (onde le proprietà stesse furono dette a buon diritto e per antonomasia res pauperum Christi; esempio luminoso ne aveva dato Gregorio Magno), fu naturalmente portata a venire sempre più largamente incontro ai bisogni della popolazione, assumendosi in sempre più ampia misura anche quelle attività di interesse collettivo, sino allora assolte dai poteri municipali e statali, e che questi non erano più in grado di disimpegnare. Si aggiunga il fatto che le zone, nelle quali era ormai concentrato si può dire tutto il P. di S. P., comprendevano una buona parte del Ducato romano; che le proprietà della Chiesa erano attraversate dalle principali arterie di accesso e di transito; che vi sorgevano anche alcuni dei capisaldi della cintura difensiva del Ducato (il castellum di Ceccano, certo; quasi certamente i castra di Bieda, Sutri, Orte, Bomarzo ed Amelia); è facile perciò rendersi conto come i papi si siano trovati nella necessità, causa la carenza o addirittura l'ostilità degli Imperatori, di occuparsi direttamente dei problemi economici, militari e politici, inerenti ai rapporti di Roma con Bisanzio, con i Longobardi e con i Franchi, nell'interesse della Chiesa e dell'intera popolazione che nel Ducato romano viveva e lavorava. Tutto ciò costituì indubbiamente una somma di fattori che ebbe grande peso tra quelli, che concorsero all'origine del potere e del dominio temporale dei papi.

BIBL.: Fliche-Martin-Frutas, V, pp. 565-76, con la bibl. essenziale a p. 565, nota 1; O. Bertolini, Roma di fronte a Bisanzio e ai Longobardi, Bologna 1941-42, V. luogo, p. 857, e la bibl. p. 787 sg. Per le domuscultae: G. Tomassetti, La campagna romana, I, Roma 1910, pp. 109-12; II, ivi 1910, pp. 438-41, 465, 488 sg.; III, ivi 1913, pp. 35 sg., 109-12, 239-41. Tessere patrimoniali, con la leggenda Zacchariae su di un lato e Papae sull'altro; Corpus nummorum Italicarum, XV, t. Roma, p. 61 e tav. III, nn. 30-31. Ottorino Bertolini
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“PATRIMONIO DI S.” Enciclopedia Cattolica, vol. IX (1952), p. 600. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/patrimonio-di-s.