PATRIMONIO DI SAN PIETRO. - In origine fu così denominato l'insieme dei beni fondiari della Chiesa di Roma, per analogia con la denominazione patrimonium principis, che nel tardo Impero indicava il complesso dei beni di proprietà pubblica. Come l'Imperatore era considerato proprietario di tutti i beni dello Stato, oltre che dei suoi personali, così proprietario di tutti i beni della Chiesa di Roma era considerato il suo stesso fondatore, s. Pietro, di cui i papi erano soltanto gli amministratori. Ne conseguiva alle proprietà della Chiesa di Roma, e al fondamento del suo diritto su di esse, una natura che trascendeva i limiti delle comuni proprietà umane, private e pubbliche, e che aveva perciò una sua essenziale e peculiare importanza, destinata a palesarsi in seguito con ripercussioni di carattere politico.
Le origini e gli incrementi del P. di S. P. derivano soprattutto dalle continue donazioni di papi e fedeli di ogni condizione sociale ed economica, di imperatori, principi, sino a modesti privati, fatte attraverso i secoli alla Chiesa di Roma, specie a cominciare dal tempo di Costantino Magno, elargitore munificentissimo egli stesso.
Le notizie più complete e sicure sul P. di S. P. si hanno soprattutto per i tempi di s. Gregorio Magno (m. nel 604). I beni fondiari posseduti dalla Chiesa di Roma erano allora raggruppati in grandi aziende agricole, ciascuna in corrispondenza a quelle determinate zone nelle quali i relativi complessi di terre si trovavano ubicati, e ciascuna designata dal toponimo di maggior rilievo agli effetti della sua identificazione (vie, centri abitati, circoscrizioni, amministrative civili), aggiunto al termine generico patrimonium. Ciascun patrimonium costituiva un proprio organismo amministrativo, gestito sotto la direzione di un alto funzionario dell'amministrazione centrale pontificia con il titolo di rector. Questi erano nominato direttamente dal papa, di norma tra i diaconi, i suddiaconi, i notai o i defensores della Chiesa di Roma. Ogni patrimonium risultava di un numero vario di unità agricole, massa (cioè massa fundorum, termine quindi indicante «complesso di fondi»), ciascuna delle quali comprendeva un numero vario di unità minori (fundi). Talora si trova anche, con un significato affine a quello di massa, il termine condum (condoma), usato per indicare propriamente una famiglia di dipendenti rurali, che avevano in comune domicilio e padrone (cum e domus; cum e dominus). Le singole massa ed i singoli fundi erano individuati o con qualche toponimo della zona, o con il nome di una famiglia che ne era stata proprietaria prima della Chiesa di Roma. Le singole condumae erano invece probabilmente individuate con il nome del dipendente, che dirigeva il nucleo familiare dei lavoratori con cui erano costituite (tale almeno è l'uso, attestato per il secc. VIII, nei territori longobardi dell'Italia meridionale). La gestione agricola delle massa era tenuta da una categoria superiore di fittavoli, conducentes; i fundi erano direttamente coltivati dai piccoli fittavoli e dalla massa dei rurali, coloni, rustici Ecclesiae, di condizione semilibera o servile. Le entrate ordinarie dei patrimonia consideravano nei censi periodici (pensiones), dovuti dai conducentes e dai coloni, e corrisposti in danaro o in natura, o in entrambe le forme. I conducentes li esigevano dai coloni e poi li versavano, insieme con i propri, ai rispettivi rectores. Entrate straordinarie provenivano da altre fonti, p. es., da donazioni o da erogazioni di autorità pubbliche, laiche ed ecclesiastiche, e di privati. Il ricavato netto, detratte quindi le spese e i consumi di gestione, era inviato dal rector all'amministrazione centrale a Roma, nelle quantità, nei generi e nei tipi e qualità stabiliti dall'amministrazione stessa, secondo gli ordini del Papa. Le uscite erano costituite dalle spese e dai consumi di gestione delle opere caritative e assistenziali della Chiesa, nonché dai versamenti dell'imposta fondiaria e degli altri tributi dovuti al fisco imperiale, percepiti alle scadenze delle rate quadrimestrali, di sett., genn. e maggio, dell'anno finanziario, decorrente dal 10 sett. al 31 ag. (indictio). La contabilità (rationes) era tenuta su appositi registri dal rector, che la presentava a rendiconto dopo la chiusura di ogni anno finanziario.
L'elenco dei patrimonia di cui si ha notizia, o che si possono presumere esistenti, per la seconda metà del secc. VI e il principio del secc. VII, comprendeva: patrimonium Liguriae (nella regione tra le Alpi, l'Adda, e il Po; patrimonium Alpium Cottiarum (sul litorale ligure, tra le Alpi occidentali e la Magra); patrimonium Ravennae et Histriarum; patrimonium Piceni; patrimonium Tusciae; patrimonium Sabinense et Carseolanum; patrimonium Appiae; patrimonium Campaniae; patrimonium Sammicium; patrimonium Apuliae et Calabriae; patrimonium Luminae et Bruttiorum; patrimonium Siciliae (da Gregorio Magno diviso in patrimonium Panormitanum e in patrimonium Siracusanum); patrimonium Sardiniae; patrimonium Corsicanum. Le proprietà nell'interno di Roma e immediata adiacenze delle sue porte costituivano il patrimonium Urbanum. Non risulta che fosse gestito anch'esso da un proprio rector; probabilmente ne avevano cura i sette di diaconi che avevano la responsabilità amministrativa delle relative regioni ecclesiastiche di Roma, coadiuvati ciascuno da un suddiacono regionario. Al di là dell'Adriatico si trovavano il patrimonium Dalmatianum ed il patrimonium Illyricanum, certo ridotti a ben poca cosa o già scomparsi per le offese di Avari e di Slavi. Oltre le Alpi occidentali, nel Regno dei Franchi, stava il patrimonium Galliae, o Gallicanum, limitato a non molte proprietà delle zone di Arles e di Marsiglia. Sulla striscia litoranea africana, il patrimonium Africae o Germanicarum doveva raccogliere proprietà esistenti nella regione di Hippona (Bona d'Algeri; non lontana era Germanica, città di Numidia).
Tra la metà del secc. VII e la seconda metà del secc. VIII si ebbero profonde modificazioni di estensione e di struttura, per effetto delle vicende che modificarono la situazione in Italia.
Quanto all'estensione, la conquista longobarda portò re e duchi conquistatori ad incamerare i beni della Chiesa
di Roma nei territori a mano a mano occupati; a ciò si aggiunsero le confische operate da Leone III Isaurico, tra le rappresaglie da lui disposte nel terzo decennio del sec. VIII contro la Chiesa di Roma, in occasione delle sue ordinanze iconoclaste, per cui il P. di S. P. si ridusse quasi esclusivamente al territorio allora costituente il Ductato romano. Fuori di questo rimase, a quanto si sa, soltanto il patrimonio Caietanum, forse un relitto dell'antico patrimonio Campaniae. In quanto ai patrimoni posti oltralpe ed oltremare, erano tutti scomparsi.
Per quanto riguarda la struttura, va ricordata l'opera di riordinamento e di rinnovamento compiuta dai papi: a Gregorio II (715-31) si deve probabilmente la creazione di nuovi patrimoni: il suburbanum patrimonio Tusciae ed il suburbanum patrimonio Appiae, forniti con i beni più vicini a Roma; il patrimonio Tiburtinum, che raccolse le proprietà intorno a Tivoli, prima comprese nel patrimonio Sabinense, andato perduto per la conquista longobarda; ed il patrimonio Labicanum. La formazione dei due patrimoni suburbani e di quello labicano è certo legata ad un cospicuo incremento delle proprietà della Chiesa nei pressi di Roma.
Innovatrice fu l'opera di papa Zaccaria (741-52), che introduce un nuovo tipo di grande azienda agricola, detto domusculta, probabilmente nel senso di «zona coltivata per conto diretto del padrone», a cui si associava l'idea collaterale di «zona coltivata da lavoratori qui vicini a Roma». Tali domusculta erano create e regolate da uno speciale constitutum, o decreto papale di fondazione, che ne precisava le norme di amministrazione, assegnava i sacerdoti per i servizi del culto, stabiliva l'impegno dei proventi, indicando, nel caso, quale e quanta parte di essi doveva essere riserbata alle spese particolari della casa del pontefice (ratio dominica), con divieto assoluto e tassativo a tutti i papi successori ed a qualsiasi altra persona di alienare comunque la domusculta, pena l'annata. Un'altra differenza sostanziale fra questo nuovo tipo di grande azienda agricola e i precedenti stava nel fatto che, se comprendeva anch'esso unità agraria interne minori (massae e fundi), la loro gestione, al pari di quella dell'intera domusculta, era tenuta direttamente da funzionari della Chiesa, senza l'intermediario di conducentes o di altri locatari. I rurali, lavoratori della terra, o alle voci e costi di bestiame, e il personale amministrativo abitavano nel territorio della domusculta, che era perciò provvisto di chiese, molini, magazzini, depositi, uffici. E per agevolare gli scambi nell'interno di ciascuna, e tra l'area l'altra domusculta, furono messi in circolazione speciali gettoni o tessere di rame, che recavano il nome del papa ed avevano un valore convenzionale, specie di preludio alle monete di conto pontificio del futuro Stato della Chiesa. Le terre erano coltivate, a quanto risulta, a grano, orzo, legumi, porri, oliveti e vigneti. Il grano, l'olio e il vino dovevano essere i prodotti agricoli più importanti. Sui pascoli si allevavano bovini, equini, ovini e suini.
Cinque furono le domuscultae create da Zaccaria: Galeria (zona di S. Maria di Galeria), al 14° miglio della Via Clodia; S. Caecilia, al 5° miglio della Via Tiburtina (all'incirca nella zona di Ponte Mammolo); Lauretum (da Castel Porziano a Pratica di Mare); Antius e Formia (rispettivamente nella zona di Anzio, e nel tratto a nord di Anzio, dove i Romani avevano costruito le fornace, o condutture, per convogliare al mare il deflusso delle acque provenienti dalle vicine falde montane: tenute di Bosco del Padiglione, Terre del Padiglione, Campo-morto e Carano). Zaccaria seguì evidentemente un criterio sistematico, inteso a dare alle diverse domuscultae una certa reciproca contiguità e a provocare un incremento della produttività dei beni fondiari di proprietà della Chiesa, congiunto con una più efficiente gestione amministrativa, in modo degno delle antiche tradizioni romane, perché valse a richiamare abitanti e a riaccendere attività economiche nelle campagne a sud del Tevere, che giacevano in abbandono ed erano spopolate, anche per l'imperversare delle febbri, aggravati con l'allargarsi dei tratti impaludati da acque stagnanti. E che dal tempo di Zaccaria vi sia qui stata una notevole ripresa demo
grafica, risulta dalla ricomparsa, nella seconda metà del sec. VIII, della sede episcopale di Tres Tabernae, non lontana da Cisterna di Roma, che Gregorio Magno si era trovato costretto a sopprimere nel 592, unendola con quella di Velletri, perché diocesi desolata dall'hostilità impietosa dei Longobardi.
Degno continuatore fu Adriano I, quando ormai i papi erano divenuti i domini anche temporali di Roma e del suo territorio, con l'istituzione di sei altre domuscultae: le due domuscultae Galeria (la prima tra la Via Clodia e la Via Aurelia, probabilmente risultante dall'ingrandimento di quella istituita da Zaccaria; la seconda, contigua, nella zona dell'ultimo tratto della Via Portuense, al 12° miglio da Roma, Ponte Galeria); la domusculta Capracorum, nella zona attraversata dalla Via Cassia tra Veio e Nepi (Capricoro e Crepacore, presso Mazzano Romano); la domusculta S. Leuci, al 5° miglio della Via Flaminia (Tor di Quinto); la domusculta Calvisianum, al 15° miglio circa della Via Ardeatina, tra questa e la Via Laurentina; la domusculta S. Edisti, contigua alla precedente, al 16° miglio della Via Ardeatina.
In sostanza, nel periodo delle crisi finali del Regno longobardo e del dominio bizantino sul territorio romano, le proprietà di questo più estese, omogenee, meglio amministrate, e quindi più produttive e redditizie, appartenevano alla Chiesa di Roma. Non si è in grado di valutare in cifre la potenzialità economica di tali proprietà; e nemmeno di pensare ad una cifra approssimativa, in rapporto con i tre talenti e mezzo d'oro (kg. 114,608; ne calcolavano l'equivalente, il Fabre, alla fine del sec. XIX, in 393.000 franchi, e lo Spearing, prima dello sconvolgimento dei valori monetari, iniziato con la guerra 1914-18, in 15.120 sterline), che Teofane, scrivendo al principio del sec. IX, indica come reddito annuo complessivo delle proprietà confiscate da Leone III Isaurico alla Chiesa di Roma, al tempo di Gregorio III (731-41), nei ducati imperiali dell'Italia meridionale e in Sicilia. Nel Ducato romano l'accrescimento ed il riordinamento del P. di S. P. coincise con il restringersi in superficie e con il decadere in capacità economica delle pubbliche proprietà laiche, per il progressivo inaridimento dei mezzi materiali a disposizione delle autorità civili e militari. La Chiesa di Roma, che aveva sempre usato con la massima liberalità dei redditi e dei prodotti delle sue proprietà per le opere di carità e di assistenza (onde le proprietà stesse furono dette a buon diritto e per antonomasia res pauperum Christi; esempio luminoso ne aveva dato Gregorio Magno), fu naturalmente portata a venire sempre più largamente incontro ai bisogni della popolazione, assumendosi in sempre più ampia misura anche quelle attività di interesse collettivo, sino allora assolte dai poteri municipali e statali, e che questi non erano più in grado di disimpegnare. Si aggiunse il fatto che le zone, nelle quali era ormai concentrato si può dire tutto il P. di S. P., comprendevano una buona parte del Ducato romano; che le proprietà della Chiesa erano attraversate dalle principali arterie di accesso e di transito; che vi sorgevano anche alcuni dei capisaldi della cintura difensiva del Ducato (il castellum di Ceccano, certo; quasi certamente i castra di Bieda, Sutri, Orte, Bomarzo ed Amelia); è facile perciò rendersi conto come i papi si siano trovati nella necessità, causa la carenza o addirittura l'ostilità degli Imperatori, di occuparsi direttamente dei problemi economici, militari e politici, inerenti ai rapporti di Roma con Bisanzio, con i Longobardi e con i Franchi, nell'interesse della Chiesa e dell'intera popolazione che nel Ducato romano viveva e lavorava. Tutto ciò costituì indubbiamente una somma di fattori che ebbe grande peso tra quelli, che concorsero all'origine del potere e del dominio temporale dei papi.