VITELO (WITILO, VITELLIO). - Filosofo e matematico, n. nella Slesia, intorno al 1230.
Studiò le «arti» a Parigi, e più tardi, forse fra il 1262 e il 1268, secondo il Birkenmajer, diritto canonico a Padova, continuando a interessarsi degli studi matematici e fisici. Nel 1269 s'incontrò col domenicano fra' Guglielmo di Moerbeke alla Corte papale in Viterbo e lo spronò a tradurre alcuni scritti di matematica e fisica di Archimede, di Eutocio e di Erone, che il domenicano tradusse appunto in quell'anno e che V. utilizzò. Intorno al 1274 deve aver condotto a termine la sua celebre opera Perspectiva, dedicata a frate Guglielmo, nella quale ricalca le orme delle non meno celebri opere di Euclide, di Tolomeo e di Alhazen. Un secondo soggiorno alla corte papale fece fra il 1276 e il 1278. Deve esser morto poco dopo.
Oltre alla Perspectiva e ad un Tractatus de primaria causa penitencie et de natura demonom «quem fecit... Witilo studens in iure canonico... tempore paschali in vacationibus» (ms. lat. 14796 della Bibl. naz. di Parigi) era stato attribuito a V. da C. Baeumker il trattatello
De intelligentiis, che più tardi il Baeumker stesso ha riconosciuto essere opera di un maestro Adamo «pulchrac mulieris», non meglio identificato. L'attribuzione era stata motivata da certe somiglianze: di concetti neoplatonici intorno alla cosiddetta «metafisica della luce». Che parevano notarsi in quest'opera come nella Perspectiva. Ma il Birkenmajer ha giustamente osservato che la tinta neoplatonica della filosofia di V., come certe sue idee sulla vita d'oltretomba, sulle visioni profetiche e sui sogni divinatori, si spiegano a sufficienza con la familiarità che egli mostra d'avere con gli scritti di Avicenna e di Al-Gazali, e, per quel che si riferisce alla «metafisica della luce», con gli scritti di Roberto Grossatesta.