DOMENICA. - Da (dies) Dominica, «giorno del Signore». Si discute sul tempo, sul luogo e sul modo con il quale questo giorno si affiancò al sabato giudicato per poi sostituirlo nell'obbligo il riposo settimanale. Si accredita, tuttavia, sempre più l'opinione che la festa sia nata in Gerusalemme, prima della dispersione degli Apostoli, come settimanale riunione liturgica ed eucaristica, che doveva ricordare la Resurrezione di Gesù Cristo, avvenuta nella prima sabati. Razionalisti e modernisti ne hanno fatta invece una derivazione dai culti solari e di Mitra; ma contro di essi stanno i fatti. È vero che si ha conoscenza di una settimana planetaria, sorta in Babilonia, passata poi in Egitto, propagatasi presso i Greci e, all'inizio dell'Impero, presso i Romani; essa aveva una certa analogia con l'ebraica la quale, però, faceva del sabato il giorno conclusivo, mentre in quella pagana iniziava la settimana. Ed infatti la d. fu detta prima sabati, una sabati, dies octava per significare che era stata aggiunta al sabato giudicato, come invito a continuarvi le pratiche culturali iniziate nel giorno precedente. Ma fuori del mondo ebraico, si affermò l'uso pagano. Giustino (I Apol., 67) dice che i cristiani si radunavano la d. «perché questo primo giorno è quello nel quale Dio creò il mondo e perché il nostro Signore Gesù Cristo lo stesso giorno riuscìto da morte». Si avverta, tuttavia, che le testimonianze più chiare ed antiche della d. si hanno per i territori della Palestina, Siria, Grecia dove il culto solare meno attecchi.
Il Callewaert trae argomenti diretti per l'origine, in ambiente ebraico, della d. da due passi neotestamentari degli anni 54-56: «Quanto poi alle collette che si fanno per i Santi, conforme alla regola data da me alle Chiese della Galazia, così fate anche voi. Ogni primo giorno della settimana (οἰστὰ μέχρινὰ σάπτου), ognuno di voi metta da parte ed accumuli quello che gli parrà» (I Cor. 16, 1-2). «Ci fermammo (a Troade) sette giorni. Ed il primo giorno della settimana, essendoci radunati per spezzare il pane, Paolo, che partiva il giorno dopo, parlava ad essi ed allungò il discorso fino a mezzanotte. E vi erano molte lampade nel cenacolo dove eravamo adunati» (Act. 20, 7-8). S. Paolo, adunque avrebbe approfittato della consueta adunanza settimanale, ricca di un certo apparato a causa dei misteri che vi si celebravano.
Il vocabolo d. trova le sue prime testimonianze fuori del mondo ebraico. S. Giovanni nell'Apoc. (1, 10) la chiama dominica dies; la Didaché (cap. XIV), scritta in Siria agli inizi del sec. II, dice Dominica Domini; s. Ignazio d'Antiochia semplicemente dominica (ad Magnesios, IX); s. Giustino, invece, dies solis, alla moda pagana, della settimana planetaria che riferiva tale giorno al sole, come il lunedì alla luna.
La commemorazione settimanale della Resurrezione di Cristo diede motivo a molti riti. Quello di passare la notte fra il sabato e la d. nella preghiera, nella «frazione del pane» e, in alcuni luoghi, nell'aspettativa del ritorno glorioso del Maestro. Sono pure spiegati: il carattere di letizia goduto sempre in questo giorno con esclusione del digiuno e di altra penitenza; la cerimonia dell'aspersione con l'acqua benedetta prima della Messa solenne, figura del Battesimo amministrato nella forma più solenne all'alba di Pasqua; la dedicazione completa della d. a Dio con divieto di celebrare in essa feste di santi, a meno che non siano di prima o seconda classe (da Pio X in poi).
Stabili la celebrazione regolare della Messa, che i fedeli sentirono come pari dovere a quello praticato ancora il sabato nella sinagoga e lo sostituirà poi, mentre per i gentili divenne subito il rito della nuova fede. La Didaché ne attesta la prassi; s. Giustino ne sottolinea il carattere obbligatorio; Tertulliano (De idol., 14) l'importanza. Il Concilio di Elvira nell'anno 300 (Mansi, II, 1 sg.) rimprovera i pigri nell'adempimento, che apparve come preciso obbligo nel Concilio di Agde del 506 (Mansi, VIII, 326 sg.). La Messa doveva essere ascoltata ordinariamente nella propria chiesa parrocchiale; ma dal sec. XIII le innovazioni degli Ordini mendicanti toglieranno sempre più forza a tale antica ordinanza, nonostante venga convalidata ancora per qualche secolo da decreti sinodali. Leone X con bolla Intellectimus del 1577, ratificava in parte il nuovo uso permettendo d'ascoltare la Messa nelle chiese dei detti Ordini; il Concilio di Trento (sec. XXII) s'accontentò d'una semplice esortazione; il CIC (can. 1249) stabilisce che il precetto è soddisfatto in qualsiasi rito cattolico, all'aperto, nelle chiese, negli oratori pubblici e semipubblici, nelle edicole cimiteriali; sono esclusi gli oratori privati, a meno che siano favoriti da privilegio.
I primi cristiani praticavano il riposo al sabato, ma
il distacco graduale e progressivo dai costumi giudicati e la penetrazione della dottrina cristiana nell'organismo sociale, trasportarono la legge del riposo alla d.; Tertulliano già lo attesta (Ad nation., 1, 13; Apol., 16), ma forse non conviene forzare il valore delle parole: infatti sembra che non si lavorasse solo per quel tanto che permetesse di assistere alla liturgia. In sostanza anche la legge di Costantino del 321 (Codex Theodosianus, ed. Mommsen, 1, 87), dice la stessa cosa; soltanto nel Concilio di Orléans del 538 (Mansi, IX, 16 sg.) sono direttamente condannati i lavori manuali.
Che il riposo fosse in certo qual modo osservato anche nell'aldilà con sospensione delle pene dell'inferno e del purgatorio, è affermato da documenti leggendari. Negli ultimi decenni l'evoluzione continua delle forme di vita e l'avanzare di nuove esigenze hanno causato in congressi liturgici in lettere pastorali la trattazione del tema: santificazione della d. L'encic. Mediator Dei di Pio XII rifiammò le forme tradizionali: «La d. e i giorni festivi devono essere consacrati al culto divino con il quale si adora Dio e l'anima si nutre del cibo celeste: e sebbene la Chiesa prescriva soltanto che i fedeli si devono astenere dal lavoro servile e devono assistere al Sacrificio Eucaristico, e non dia nessun precetto per il culto vespertino, però... è necessario, senza dubbio, che tutti si rechino nei nostri templi, per essere istruiti nella verità della fede cattolica, per cantare le lodi di Dio, per essere arricchiti dal sacerdote con la benedizione eucaristica» (AAS, 39 [1947], pp. 575-76).