FRAZIONE DELL'OSTIA. - Il rito di rompere il Pane eucaristico nella Chiesa primitiva era una funzione puramente ministeriale, un'azione nata dalla necessità di fare a pezzi il Pane eucaristico di forma grande, rotonda e sottile per darlo in Comunione ai fedeli. Né i Padri (Cipriano, Agostino, Clemente Alessandrino, Cirillo Gerosolimitano) danno a questa funzione uno speciale rilievo; solo s. Agostino ricorda delle preghiere durante la funzione. In seguito a questa azione se ne unisce un'altra, quella dell'immissione o commissione delle due Specie consacrate (Pane e Vino), precedente la loro consegna. Assai presto si sono associati dei significati mistico-simbolici, ai quali accenna Teodoro di Mopsuestia (m. nel 428, Hom. VI). Nell'Oriente fin dal sec. IV diminuì l'importanza della f. dell'O. e fu dato più risalto al rito della Consacrazione e della commissione; nell'Occidente invece si diede più importanza al rito della f. dell'O. che divenne più ricco e solenne.
La f. dell'O. si faceva immediatamente dopo il Canone, prima della Comunione o nell'atto di distribuire il Pane eucaristico (Ippolito); dai soli Copti il Pane viene spezzato già prima della Consacrazione, alla parola "fregi". Nelle liturgie orientali il Pane eucaristico si spezzava dopo la recita del Pater noster; nella liturgia latina affianca invece (s. Cipriano, s. Agostino) e nelle liturgie milanesi, gallicana, mozzarabeia prima del Pater noster. Nella liturgia romana, s. Gregorio Magno ordinò la recita del Pater noster prima della f. dell'O. come nelle liturgie orientali. Nell'antico rito romana precede anche il bacio di pace.
Il rito romano odierno della frazione del Pane eucaristico non è originale, ma risulta da una semplificazione fatta nel corso dei secoli. Il rito antico era più complesso.
Secondo l'antico ordine papale dell'Odo Romanus, il papa intimò la pace dopo aver recitato il Pater noster seguito dall'embolismo, dicendo "Pax Domini cec."; si faceva tra croci con la mano sul calice e vi si immetteva il fermento, cioè una Specie consacrata proveniente da una Messa precedente (la prima commissione tradizionale romana). Contro Capelle, Andrieu ritiene originale il passo "metti Sancta in eum", essendo mutilata qui la recensione arcaica del "Ordo I" (M. Andrieu, op. cit. in bibl., pp. 57-60). Mentre i vescovi e i preti si davano il bacio di pace, il pontefice staccava una "parcella" (la latere destro) dal Pane eucaristico (e la prima frazione) e la deponeva sull'altare (per il nuovo fermento, o per il viatico, o per designare l'unità della specie del Sacrificio sull'altare e della Comunione fatta al trono; cf. L. Duchesne, op. cit. in bibl., p. 196); il resto del Pane eucaristico era deposto sulla patena e portato al trono. Lasciato l'altare recitato alla cattedra, il papa dava il segno ai vescovi di continuare la f. dell'O. iniziata da lui all'altare, cioè quella degli altri Pani eucaristici per preparare i frammenti per la Comunione (e la seconda f. dell'O. propriamente la più originale, caratteristica) solenne, perché si faceva al trono). Durante questa funzione, il cantava per ordine del papa Sergio I (682-701) l'Anus Dei", proveniente dalla liturgia greca, mentre prima l'azione si svolgeva in silenzio. Finita la f. dell'O., il papa si comunicava staccando una nuova "parcella" dall'Ostia (e la terza f. dell'O.) e la lasciava cadere nel calice per la seconda commissione, prima fatta in silenzio, poi accom-
pugnali dalla formola «Fiat commutato ecc. »; dopo beveva il calice. Così nella Messa papale c'erano tre frazioni di due commissioni. La prima commissione, il "termino", era specificamente romana, e lo stesso vale per la prima frazione; la terza frazione è la seconda commissione si facevano al modo greco-orientale della commissione delle due Specie consacrate in segno della unità. L'immissione del fermento, cioè di una Specie consacrata in una Messa precedente, non si tralasciva nemmeno quando, essendo impedito il papa, un vescovo ne faceva le voci (Ordo Romana, I, 6; M. Andrieu, op. cit., pp. 62 e 112). In origine, questo atto sembra essere proprio delle Messe nelle chiese parrocchiali di Roma per significare l'unità con il papa; ma nella Messa papale invece esso è secondario, introdotto in seguito, per non omettere niente della cerimonia; si generalizzò poi l'uso in tutte le Messe. Il senso simbolico del fermento nella Messa papale, più che in quelle parrocchiali, viene a significare l'unità del Sacrificio e la sua continuità. Ci sono autori che presuppongono questo rito del fermento anche per la liturgia orientale (I. A. Jungmann, op. cit. in bibl., p. 363, n. 39). Fuori di Roma, nella divulgazione del rito romano, dove era sconosciuto l'uso del fermento, per adempiere il rito per aver una specie da mescolare, s'introduciva una nuova frazione del Pane eucaristico, cioè si distaccava dall'Ostia dello stesso Sacrificio una particella, per evitare una pausa, prima del P. P. Domini alla fine dell'embolismo; poi la si immetteva nel calice, allo stesso momento e con le stesse cerimonie del fermento (Ordo III, n. 3; Andrieu, pp. 124-26). È da notare che il redattore di quest'Ore uscì qui le stesse parole del rito della seconda e terza frazione dell'Ordo I, n. 97 e 107 (Andrieu), volendo così costituire questi due riti, invece delle tre frazioni della due commissioni. L'Ordo III, n. 3 è il primo teste, fuori di Roma, dell'eliminazione di un rito caratteristico antico romano, come era la prima commissione e la prima frazione. E' quindi strano il paramento casuale che tali cerimonie si compissero durante l'embolismo del Pater nostro, non avendo nessun rapporto con il rito annesso. Così fuori di Roma, si cominciò la semplificazione dei riti della frazione e della commissione: con l'unica commissione, quella cioè nella quale il papa immetteva alla prima commissione nel calice il fermento. Del rito della seconda commissione resta l'orazione «Haec (invece del Pater nostro) comminio ecc. »; la quale si recita immediatamente dopo la commissione, al «Pax Domini ». L'odierna unica, ma doppia frazione, prima del P. P. Domini », corrisponde alla prima, la quale si faceva prima che il papa lasciasse l'altare, ed insieme alla terza, prima di bere il calice. Nello stesso modo per questa unica, ma doppia frazione si divide oggi l'Ostia, prima in due parti, e poi se ne stacca la particella da immettere nel calice; così si spiega bene la divisione dell'Ostia in tre parti. Oggi il celebrante consuma la prima e seconda parte, nel medesimo invece con la seconda parte il celebriante comunicava i ministri «la conservava come viatico (Mikrologus)».
Ma passò del tempo prima di giungere a questa semplificazione ed unificazione. Nel corso dei secc. x-xii scomparve la seconda e propriamente vera f. dell'O., sia perché il numero di comunicanti diminui, sia perché la forma dell'Ostia si cambiò e s'introdusse le particelle per la Comunione dei fedeli. Il pontificale romano-germano del 950 ne è il primo teste (Jungmann, op. cit., pp. 369-70; Ordo X, n. 51 sg.; Andrieu, op. cit., pp. 360-361). Nondimeno si conservano tracce di questa seconda f. dell'O., fin dal sec. xii (Jungmann, op. cit., p. 370, n. 11). La recita dell'O. Agnus Dei «la ricorda ancora oggi. La seconda f. dell'O. si faceva sulla patena alla cattedra e sopra i sacchetti degli accoliti, ma per il numero ridotto dei comunicanti e della forma minore dell'Ostia, spariscono i sacchetti e si diminuisce la forma della patena. In ricordo della f. dell'O. sulla patena, si mettono oggi prima della frazione l'Ostia, e, dopo la frazione, le parti sulla patena; ma l'unica doppia frazione stessa, come la terza del papa, si eseguisce sopra il calice, cominciando dal sec. xii-xiii (Jungmann, p. 374, n. 33). Fuori di Roma, ed essendo cessato anche a Roma l'uso del fermento, l'uno o l'altra anche della prima o terza f. dell'O. e delle due commissioni deve essere soppressa. Di questa interezza sono prova gli Ordines publici dal Mabilon e Martène e gli autori Amalario (850), Giovanni d'Avranches (prima del 1057), Micrologus di Beroldo (m. nel 1100), Durando (m. nel 1296). Essendo in uso solo una commissione già al tempo d'Amalario, gli uni facevano la frazione e la commissione prima dei «Pax Domini» (Ordo VI, n. 50; Andrieu, op. cit., p. 237; Ordo IX, n. 36; Andrieu, ibid., p. 326) senza (o passata sotto silenzio) la terza frazione e la seconda commissione (Ord. Ecc. del Pater nostro, di Bernardo del 1145); gli altri invece, fatta la f. dell'O. al «Pax Domini», immettevano la «parcella» dopo l'«Agnus Dei» o prima della Comunione stessa (Martène, Ordo V, m. VII; Sacramentum Ratiolii; Sacramentum Fuldense, ed. G. Richter-A. Schönefelder, n. 21.22). Finalmente dopo la riforma di Innocenzo (II PL 217, 905), nel Messale della Curia romana, divulgato dai Francescani, è introdotto l'uso vigente ancora oggi; lo stesso vale dell'Ordo Alissae di Burchardo del 1502. C'è una eccezione, ma corrisponde all'antico uso di non fare la commissione all'altare, quando, nella Messa solenne, il papa mette anche la terza «parcella» sulla patena; poi lasciato l'altare, alla cattedra, dopo la Comunione del Pane eucaristico, fa la commissione prima di bere il calice (Ordo Rom. XIV, aggiunta; PL 78, 1190-91; Innocenzo III, De sac. Alt. Myst., I. VI, cap. 9; ibid., 217, 911), al momento della terza frazione e della seconda commissione.
Il rito milanese della f. dell'O. e della commissione si compie come nel rito romano, ma dopo la desolazione de Canone, cioè prima del Pater nostro, con formole speciali; frattanto il coro canta il «confractorio». Anche nella liturgia gallicana si rompe il Pane eucaristico prima del Pater nostro, mentre il coro canta una antifona; forse c'era prima un uso simile del fermento romano (Haberstroh, pp. 28-29). Nel rito mozzarabico dopo l'orazione «Post pridie» il celebrante rompe il Pane in due parti, poi ne divide una in 5, l'altra in 4 particelle; delle quali causava ha un nome speciale: 1) corporatio, 2) nativitas; 3) circumcisio; 4) apparitio; 5) passio; 6) mors; 7) resurreccio; 8) gloria; 9) regnum; si mettono le parcelle sulla patena in questo ordine:
\[\begin{array}{c|c}
1 & 2 & 3 & 4 & 5 \\
6 & 7 & 8 & 9 \\
\end{array}\]
La commissione si fa dopo il Pater nostro ed il simbolo, con la particella 9 regnum, con formole diverse dal giorno festivo.
Questo rito della f. dell'O. sembra essere venuto tardi e ricorda molto l'uso della liturgia celtica. In questa liturgia infatti, dopo la desolazione del Canone, si faceva prima una «intinction» del Pane nel calice come nella liturgia siriaca; seguiva la f. dell'O. ancor più complessa: il numero delle parcelle variava secondo il carattere del giorno in sette diversi modi, da 5 parcelle fin a 65 nelle feste di Natale, Pasqua e Pentecoste. La commissione s'eseguiva dopo il «Pater nostro». Tanto nella liturgia mozarabica, quanto in quella celtica si cantava un «coro-fractorio». Per il modo di mettere le parcelle in forma di croce, usato nel rito mozarabico e celtico, c'è da notare il canone 3 del Concilio di Tours del 567, che si oppone al modo di comporre le parcelle a forma di una figura umana («non in imaginario modo») e prescrive la forma della croce («sub crucis titulo»; Duchesne, p. 232).
Nella liturgia orientale ci sono tre azioni coordinate fra loro: f. dell'O., consegna e commissione. Dalla f. dell'O., in rapporto alla commissione, si distingue lo spezzettamento per avere delle parcelle e darle ai fedeli. I Padri (Basilio, G. Crisostomo, Cirillo Alessandro) hanno conosciuto che lo spezzettamento; della consegna e della commissione non fanno cenno. Tutti questi riti si trovano introdotti per la prima volta in quello calice e siriaco, fin dal sec. VI. Unita alla consegna c'è l'inintura, cioè il Pane eucaristico vien messo nel calice,
ma subito estratto per inumidire le altre parcelle. Nel rito bizantino il Pane si divide in quattro parti, messe poi sul disco (putena) in forma di croce:
IC
NI-KA
XC
In parcella IC si mette nel calice, poi vi s'informe l'acqua.