FLABELLI

FLABELLI. - Da flabellum = ventaglio: sotto questo nome si intendono oggi comunemente i due ampi ventagli di penne bianche di struzzo = di pavone, riunite in due ordini, sorretti da una lunga asta coperta di velluto cremisi, ornata di un nastro d'oro, portati ai due lati del pontefice, quando va processionalmente in sedia gestatoria, e quando sul talamo porta in processione l'Eucaristia.

Ma il «flabellum» o «muscarium» era già conosciuto fin dall'antichità, usato nella vita civile ed anche

nei riti religiosi per uno scopo di distinzione sociale e per uno scopo pratico, che era poi quello di tenere lontane le mosche, le zanzare, ecc. I monumenti babilonesi, asari, agizioni e greci ne offrono frequenti esempi in rappresentazioni di sovrani e di alti personaggi. La letteratura latina ha frequenti allusioni allo scopo pratico dello strumento (cf. Ovidio, Ars amatoria, I, 161; Marziale, Epigram., III, 72, 82; Plauto, Trinum., II, 1, V. 22; s. Girolamo, Ep. 44 ed Ep., 108, 27; PL 22, 480, 903). Di proporzioni più o meno ampie, il ventaglio para-mosche poteva essere di pergamena, di carta = di cuoio, come quello, assai lavorato, di Teodolinda, oggi conservato nel Museo di Monza.

La prima menzione nell'uso sacro cristiano ci è data nel sec. IV dalle Costituzioni Apostoliche (VIII, 12, 3; ed. F. X. Funck, Didascalia et Constitutiones Apostolorum, I, Paderborn 1905, p. 496), dove si prescrive ai diaconi di farne uso tra l'Offertorio e la Comunione. L'uso divenne frequente in Oriente e si riscontra nelle liturgie di s. Basilio, di s. Giovanni Crisostomo ecc. Anche oggi, per quanto con valore simbolico, sussiste in Oriente l'uso di piccoli f., in genere di metallo, che vengono agitati dopo la Consacrazione delle specie.

Anticamente invece i f. ad uso liturgico si fecero sempre di materiale pieghevole: piume di pavone, pergamena, seta. Si finì anche per annettervi un simbolismo, rievocando il tratto scritturistico di Is. 6, 2, dove si parla dei serafini dalle sei ali, che stanno avanti al trono di Dio.

Secondo alcuni fu papa Agapito (535-36) ad introdurli nell'uso liturgico occidentale (cf. J. M. Suárez, Diatribio, cod. Vat. lat. 8430, f. 281). Appaiono certamente nel sec. IX (v. il f. liturgico di Tournus sec. XII, Firenze, Museo nazionale) e divengono frequenti nel sec. XI, sebbene forse il loro uso non divenisse mai del tutto comune in Occidente. Nei cortei papali a poco a poco da suppellettile liturgica, quando ormai venivano scomparendo dall'uso sacro, divennero oggetto di ornamentazione e di pompa, e venivano portati dagli «andeambulones seu pedissequi famuli» (J. M. Suárez, op. cit., f. 280). Fino al sec. XVII venivano chiamati «cherubini», ed erano di

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FLABELLI - F. liturgico, proveniente dall'abbazia di Tournus (sec. XII). Firenze, Museo del Bargello.
(fot. Alineri)
metallo; poi divennero di piume. E tali sono rimasti anche al presente: il compito di reggerli è affidato a due camerieri segreti, in abito paonazzo o con cappa rossa.

BIBL.: J. M. Suárez, Diatribio de flabellis seu numerico-pavoninis, cod. Vat. lat. 8430, ff. 280-87; G. Moroni, s. V. in Dizionario di erudizione storico-occidentale, XXV, pp. 86-92; H. Leclercq, Flabellum, in DACL, V, coll. 1610-25 con abbondante bibl.: M. Paolucci, s. v., in Enc. Ital., XV (1932), p. 524; J. Braun, Das Christi. Altargericht, Monaco 1932, p. 842 sec. Pietro Palazzini
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“FLABELLI.” Enciclopedia Cattolica, vol. V (1950), p. 857. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/flabelli.