FORMALE. - Chiamato anche razionale o pettorale, è una lamina di metallo, d'oro o d'argento, gemmata, della grandezza di una mano, che si porta sul petto dove si ferma ed affibia il piviale dei vescovi nella propria diocesi.
Molti autori lo vogliono derivare dal razionale del sommo sacerdote ebraico, il quale portava sul petto un ornamento chiamato appunto razionale con dodici diverse pietre preziose rappresentanti le dodici tribù d'Israele. Altri invece lo fanno derivare dalla parola di bassa latinità firmaculum, specie di fermaglio, fibbia che serviva per allacciare le vesti. Nulla è prescritto riguardo alla forma, così che gli orafi possono esercitare il loro talento nel cessillarsi sopra figure o simboli, intrecciarvi smalti e pietre preziose. Nei f. odierni è prevalso l'uso di rappresentarvi lo Spirito Santo sotto forma di colomba dalle ali spiegate: simbolo della sua assistenza al vescovo nel governo della diocesi. Il f. perché è esclusivo ornamento, come si è detto, dei vescovi nella loro diocesi, è dal cerimoniale dei vescovi vietato al prete assistente, e ai vescovi non diocesani. Solo i cardinali vescovi suburbicari hanno il privilegio di portare il f. dappertutto, anche a Roma, sia che assistano al pontificale celebrato dal sommo pontefice, sia che essi stessi solennemente celebrino le funzioni liturgiche. Il loro f., secondo un uso molto antico, è costituito da una lamina di argento dorato sulla quale sono incastonate in linea perpendicolare tre nodi e pigne di perle. Anche il sommo pontefice usa il f. La più antica memoria di quello usato dai romani pontefici come ornamento liturgico l'abbiamo sotto Martino V, il quale se ne fece fare uno d'oro con figure su rilievo e gioie di grande valore da Lorenzo Chiberti. Celebre tra gli altri f. papali quello che Benvenuto Cellini fece per ordine di Clemente VII. Rappresentava, come narra il Cancellieri, il Padre Eterno sedente, sopra un diamante di fondo di 136 grani sostenuto da vari angeletti e cherubini fra due zaffiri orientali di rara purezza a due balasci orientali con varie gioie. Di esso esiste solo una copia nella sacrestia pontificia, l'originale fu preso da Napoleone.
Al presente il papa ha tre f. diversi: uno di perle che usa quando porta la mitra a lama d'argento, ossia nei funerali a nelle domeniche di Avvenzo e Quaresima. (Da notare che le pigne di perle sono disposte in triangolo). Il secondo, comune, che usa in tutte le funzioni, eccettuati i Vespri e le Messe pontificali, quando cioè il papa usa la mitra di lama d'oro; ed infine il prezioso che usa in tutte le funzioni più solenni e in tutti i Vespri a Messe pontificali, quando cioè mette la mitra preziosa. Questi due hanno la stessa forma: la lamina di forma ovale rappresenta lo Spirito Santo sotto forma di colomba raggiunte, decorata di perle e di una guida di frondi di vite con grappoli d'uva, tra cui sono disposte in giro dodici pietre preziose: differiscono tra loro solo per la ricchezza e la varietà delle pietre.
Da notarsi infine il f. che si mette al piviale della statua di s. Pietro nella Basilica Vaticana il giorno della sua festa: è una lamina di argento dorato avente al centro una colomba dalle ali spiegate con raggi, rappresentanti lo Spirito Santo. Enrico Dante
FORME, STORIA delle (Formgeschichtliche Methode). - Corrente esegetica, affermatasi fra il 1919 ed il 1922 specialmente in Germania. In inglese è detta form-criticism; in italiano da taluni è usata la perifrasi « metodo della storia delle forme », da altri quella di « metodo morfologico ». Tale sistema è in un certo senso l'applicazione al Nuovo Testamento, particolarmente ai Vangeli sinottici, della teoria dei « generi letterari » (v.), formolata in modo speciale per il Vecchio Testamento. Suo fine è fissare la formazione dei testi evangelici, concepiti come frutto non di scrittori particolari o di determinate fonti letterarie, ma di una lenta elaborazione anonima.
Con sfumature diverse, i propugnatori della storia delle f. presuppongono un intenso lavoro nel seno della comunità prima che i vari racconti così elaborati fossero
raccolti in scritti particolari da redattori (= Evangelisti). All'origine vi sarebbe l'opera di predicatori o missionari anonimi, che ripetevano, adattavano e completavano i «detti» (v. LOGIA) di Gesù, oppure si dilungavano, per fini parenetici, in particolareggiati racconti di miracoli. Considerati sotto l'aspetto letterario, questi due generi sono chiamati «paradigmi» e «novelle» da Dibelius, «apofegmi» e «racconti di miracoli» dal Bultmann. Ad una narrazione più ampia, che abbraccia un periodo della vita di Gesù o un episodio di primaria importanza, si dà il nome di «leggendo» nel senso primitivo del vocabolo, senza un giudizio implicito circa la sua attendibilità storica.
In tale sistema occupa una parte primaria lo studio dell'ambiente (Sitz im Leben), nel quale si svilupparono e si trasmisero le varie f. Mentre Dibelius procede dalla ricostruzione dell'ambiente alla delimitazione dei generi letterari o f. più connaturali ad esso, Bultmann parte dall'esame delle varie f. discernibili nel Vangeli per scoprirvi la storia intima delle primitive comunità cristiane. Solo indirettamente nella critica costruttiva si tenta da costoro una spiegazione più o meno razionalistica della vita di Gesù Cristo e del dogma cristiano. Il loro interesse è rivolto innanzi tutto ad uno studio letterario dei brevi racconti, che costituirebbero il substrato dei Vangeli.
Merito incontestabile di tale scuola è di avere richiamato l'attenzione sulle varie forme della letteratura popolare e sull'importanza della primitiva catechesi orale. Talvolta essa offre vantaggiose soluzioni di singole difficoltà letterarie. Infine, pur pretendendo spiegare in modo razionalistico la vita di Gesù, il metodo della storia delle f. riconosce in pieno la fede nella divinità del Cristo nell'epoca apostolica. Altri principi, però, sono meno accettabili od erronei sicuramente, come la netta distinzione di f. letterarie, che di solito appaiono molto più complesse, il compito eccezionale assegnato alla comunità non solo nella trasmissione dei racconti ma anche nella loro formulazione, la pretesa di sminuzzare i Vangeli in frammenti; anche minimi, la possibilità che tale lavoro si potesse effettuare in breve tempo da parte di una folla amorfa. Quest'ultimo postulato impone una datazione dei Vangeli posteriore a quella affermata dalla tradizione e misconosce l'importanza di talune personalità predominanti. Anche il continuo paragone con la letteratura mitologica pagana e con quella apocrifa e rabbinica spesso si basa su elementi secondari oppure quanto mai discutibili.
BIBLI. Tra i sostenitori del metodo della storia della 8 basta ricordare: K. S. Schmidt, Der Rahmen der Geschichte Jesu, Berlino 1919; M. Dibelius, Die Formgeschichte des Evangelismus, Tübing 1919; 2ª ed. ivi 1935; R. Bultmann, Die Geschichte der synoptischen Tradition, Gotting 1921; 2ª ed. ivi 1931; id., Die Erforschung der synoptischen Evangelien, Giessen 1925; 2ª ed. ivi 1930; M. Alberts, Die synoptischen Streitgespräche, Berlino 1921; G. Bertram, Die Leidensgeschichte Jesu und der Christenthalt, Gotting 1922; id., Neues Testament und historische Methode, Tübing 1928.
Fra i critici del metodo i più notevoli sono: E. Fischer, Die Formgeschichtliche Methode, Giessen 1924; O. Cullmann, Les récentes études sur la formation évangélique, in Revue d'histoire et philosophie religieuse, 5 (1925), pp. 450-77, 564-79; F. Fiebig, Radioinische Formgeschichte und Geschichtlichkeit Jesu, Lipsis 1926; E. Florit, La «storia delle f.» nei Vangeli in rapporto alla dottrina cattolica, in Biblica, 14 (1933), pp. 312-48; id., Il metodo della «storia delle f.» e la sua applicazione al racconto della Passione, Roma 1933; M. Braun, a. V. in DBs, III, coll. 312-17; A. Richardson, The Gospels in the making. An introduction to the recent criticism on the Synoptic Gospels, Londra 1938; P. Benoit, Réflexions sur la «Formgeschichtliche Methode», in Revue biblique, 53 (1948), pp. 481-512; F. Sava, Studio sul Vangelo. Un saggio sul metodo morfologico. Esposizione e critica del Paradigma di Martino Dibelius, Roma 1940. Angelo Penna