FORMIA. - Cittadina nel Golfo di Gaeta, sulla Via Appia. Mantenutasi neutrale durante la guerra latina, ottenne prima la cittadinanza senza suffragio e poi la cittadinanza nel II sec. a. C. Fu soggiorno di villeggiatura per i ricchi romani fin dall'età repubblicana; nella sua villa fu ucciso Cicerone nel 43 a. C. Non si hanno notizie precise circa l'evangelizzazione
cristiana della città. Nel Martirologio geronimiano, al 2 giugno si legge: «in Formias in Campania Herasmi».
Ma le varie sue passioni sono senza valore storico (BHL, 2578-85). Alcuni lo ritennero anche vescovo di F. Una sua vita fu scritta dal monaco cassinese Giovanni Caetani, poi papa Gelasio II. Come vescovi di F. si conoscono Martiniano nel 287. Adcedato alla fine del V sec. Andrea dal 501 al 529, come si apprende dal suo epitafio (CIL, X, 8218). S. Gregorio Magno affidò nel 590 l'amministrazione della chiesa di Minturno a Bacauda vescovo di F. (Gregorii Reg., I, 8, p. 10). Nel 597 lo stesso Papa incaricò Agnello vescovo di Terracina di visitare la Chiesa di F. dopo la morte di Bacauda; nel 598 è eletto vescovo Alvino. Nell'856 F. venne distrutta dai Saraceni e la Gaeta (v.). Espulsi i Saraceni nel 915 F. assume la denominazione di Mola. Carlo d'Angiò vi eresse nel sec. xiv un castello detto Torre di Mola, passato poi in feudo alla famiglia Caetani; in alto si costituì un villaggio con altro castello detto Castelnuovo e poi Castellone, saccheggiato da Renato di Vandemont nel 1527. S. Gregorio Magno ricorda la Chiesa «in qua corpus beati Herasmi martyris requiescit». Distrutta dai Saraceni fu ricostruita dal patrizio Giovanni nel sec. ix e trasformata in monastero benedettino; prima sotto i principi Caetani e poi nel 1058 soggetto al monastero di Montecassino. Pasquale II nel 1122 lo prese sotto la sua protezione. Più tardi fu dato in commenda alla famiglia Caetani, nel 1290 alla Congregazione di Monte Oliveto. Fu distrutto dai Turchi nel sec. xvi.
BIBLI: Lanzoni, I, pp. 163-63; Martyr. Hieronymionum, p. 203; P. F. Kehr, Italia Pontificia, VIII, Berlino 1935, pp. 89-90. Enrico Josi