GIOVANNI, APOSTOLO, EVANGELISTA, SANTO

GIOVANNI, Apostolo, Evangelista, santo. - Autore del IV Vangelo, di tre Epistole e dell'Apocalisse.

Sommario: I. Vita e apostolato. - II. Il Vangelo di G. III. Le tre Epistole di G. IV. Archeologia. - V. INNOGRAFIA. - VI. Atti di G.

I. Vita e apostolato

G. LEBBEO (v.) e di Salome (Mc. 15, 40 con Mt. 27, 56 c 20, 20). Era di famiglia agiata, che lavorava «con mercenari» (Mc. 1, 20), e Salome era una delle matrone che «seguivano Gesù recandogli aiuto» (Mt. 27, 55) «con le loro risorse» (Lc. 8, 2 sg.). Signora il suo luogo d'origine.

Con suo fratello maggiore Giacomo, fu chiamato da Gesù al suo seguito; Boanerges (v.), nome che non fu di derisione o di celia, ma di onore, perché i fratelli erano «eminenti predicatori e teologi» (Teofilato, In Mc. 3, 17; PG 123, 523). G. fu il discepolo prediletto di Gesù. Nonostante il suo zelo disordinato (Lc. 9, 49, 54) e la sua ambizione (Mc. 10, 35), non solo fu uno dei tre apostoli più intimi del Maestro, ma fu colui «che Gesù amava»; nella Cena, giaccendo a destra di Gesù, si chinava (ἀναπτεινῶν) sul petto di Gesù (Io. 13, 23, 25), potendo così interrogarlo in segreto. Mentre stava coraggiosamente a lato della Croce, Gesù gli affida la Madre (Io. 19, 26 sg.). Corre con Pietro al Sepolcro ed è, con Pietro, onorato d'una speciale predizione (Io. 20, 2, 22 sg.).

Si discute se G., in altre due occasioni, introduca se stesso nel racconto evangelico: a) nella prima vocazione degli Apostoli un anonimo compagno di Andrea abbandona il Battista per seguire Gesù (Io. 1, 35, 40); b) nella storia della Passione un «altro discepolo noto al pontefice» accompagnata Pietro, che lo introduce nell'atrio.

I Padri trattano raramente la prima questione; rispondono spesso affermativamente alla seconda. I moderni invece dichiarano per lo più G. compagno d'Andrea, ma non l'identificano con il compagno di Pietro noto al pontefice. La connessione G.-Andrea è affermata da alcuni (τυχές), secondo il Crisostomo (che la nega), Teofilato, Eutimio (PG 59, 117; 123, 1179; 129, 1140) e la Catena (ed. J. A. Cramer, II, p. 194). In maggioranza tacciono: Origene, Epifanio, Cirillo Alessandro (PG 14, 180; 41, 916; 73, 217-20), e Agostino, Ruperto, Alberto Magno (PL 35, 1442; 169, 266). Altri dubitano: s. Tommaso, Maldonato. Gli odierni vedono qui G. per tre ragioni: vividezza del racconto, variante di Io. 1, 41 «Andrea trova per primo (πρῶτος, non πρῶτος) suo fratello», donde si conclude che il nuovo discepolo trovò anche egli suo fratello, cioè che G. condusse Giacomo; Giacomo nei catalogi degli Apostoli si presenta sempre avanti a Filippo, il che suppone che fu chiamato prima di Filippo (Io. 1, 43).

Che G. accomplausse Pietro (Io. 18, 16) fu ammesso dal Crisostomo, Cirillo Alessandrino, Girolamo (PG 59, 49; 74, 59; PL 22, 1090). A ragione dubita Agostino (PL 35, 1932) «fortasse ergo ipse hic est», poiché in Act. 4, 13 G. appare ignoto al pontefice.

Secondo Atti e Gal. 2,9 (è posto tra «le colonne della Chiesa») G. aveva autorità preminente nella Chiesa nascente.

La tradizione storicamente sicura, attesta cinque dati relativi a G.: fu il più giovane degli Apostoli; ebbe la prerogativa della verginità; più tardi dimorò a Efeso dove, finito l'esilio che soffrì nell'isola di Patmos (Apoc. 1,19), sotto Traiano in estrema vecchiezza morì di morte naturale. Festa il 27 dic.

S. Girolamo (Adv. Jovinianum, 1,26: PL 23, 247 [259]) attesta «Iohannem tunc [quando era con Gesù] fuisse puerum, manifestissime docent ecclesiasticae historiae». La verginità di G. è affermata dal Prologo monarchiano (ed. H. Lietzmann, I, p. 13) «ut virgo virginem servaret» (vi si espone però la leggenda che G. fu sposo: Io. 2, 1-11), da Pistis Sophia, 41, 96 (ed. O. Schmidt, 1, 42, 148); e da Acta Ioannis, 113 (ed. R. A. Lipsius, II, 1, 212). La dimora di G. a Efeso risulta da Ireneo (Adv. Haer., II, 22, 5 [33, 3]; III, 3, 4 [3]; PG 7, 785, 855) e da Eusebio (Hist. ecc., III, 23, 4; PG 20, 255), che pone il suo ritiro a Efeso all'inizio della guerra giudaica (ca. 67 d. C.). Ireneo, nei passi citati, narra che G. «παράσυνε αὐτόν» [i presbiteri d'Asia] μέχρι τῶν Ταχιανῶν χρόνων. Epifanio (Haer., 51, 12, 2; PG 41, 910): G. «scrisse il Vangelo dopo il 90° anno di sua vita»; Agapio di Gerapoli (PO 7, 503): «dopo la Passione del Signore viva i anni e morì l'anno 60 di Traiano». Della sua morte dice Tertulliano (De anima, 50: PL 2, 780): «Obit Ioannes, quem in adventum Domini remansurum frustra fuerat spes»; similmente Ilario (De Trinitate, X, 37: PL 10, 372). Porfirio irrideva Cristo perché la sua predizione di Mt. 20, 23 non si era compiuta in G., poiché «sappiamo che G. è morto senza martirio» (A. Harnack, Sitzungsberichte Akad. d. Wiss., Berlino 1921, pp. 269, 272, 835).

Si narrano inoltre della vita (efesina) di G. molti episodi, la cui autorità storica non può essere né provata né negata. Policarpo narrava che G. «scappò dal bagno non lavato» per la presenza di Cerinto (Eusebio, Hist. ecc., IV, 14, 6: PG 20, 337); e così anche Ireneo (III, 3, 4: PG 7, 853). Un tale Apollonio narra che G. a Efeso risuscitò un morto (Eusebio, op. cit., V, 18, 14: PG 20, 418). Clemente Alessandrino tramandò la storia di un discepolo di G. divenuto brigante (Quis dives salvetur, 42, 7: PG 9, 648 sg.). Tertulliano informa del tino d'olio bollente «ex quo Apostolus nihil passus est» (De praescr. 36: PL 2, 49), e così Girolamo (In Mt. 20, 22: PL 26, 146 [149]). Il 16 maggio è il giorno della dedicazione del tempio «ante Portam Latinam» sotto il papa Adriano I. Girolamo riferisce (In Gal., 6, 10: PL 26, 433 [462]) che G. vecchio ripeteva sempre: «Figlioli, amatevi l'un l'altro». Gli Acta Ioannis narrano che il venerando vecchio si divertiva con una pecorella e che un calice pieno di vino avvelenato non gli noccque (ed. R. A. Lipsius, I, p. 426). Il sinassario arabo giacobita (PO 16, 387) all'11 maggio nota: «gettato in mare si salvò miracolosamente».

Della morte di G. alcuni dubitavano, come afferma Ambrogio (In Ps., 118, 20, 12: PL 14, 1487 [1564]); lo Pseudo-Doroteo (PG 2, 1072) dice che G. «vive con Enoch e Elia». S. Agostino (In Io. tr., 124, 2: PL 35, 1970 sg.) udiva «a non levibus hominibus, quod in quibusdam scripturis quamvis apocryphis reperitur... sibi (Ioannem) fieri iussit sepulcrum incolumemque fuisse praesentem eoque effoso et diligentissime praeparato ibi se tamquam in lectulo collocasse statimque defunctum, ut autem illi putant, non defunctum, sed defuncto similem cubuisse... terra sensim scatere et quasi ebullire perhibetur atque hoc ex eius anhelitu fieri». Similmente Michele Pesello (Spicilegium, ed. J. B. Pitra, IV, Parigi 1858, p. 496).

Sulla magnifica basilica costruita ad Efeso nel sec. VI

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**Fig. 1.** Apostolo, Evangelista, santo - Busto di s. G. Patricolare della decorazione musiva dell'oratorio di S. Andrea (sec. vi) - Ravenna, Arcivescovado.

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sul sepolcro di G., scoperta negli scavi dell'Istituto archeologico austriaco, cf. Biblica, 13 (1932), pp. 121-124.

Al principio del sec. XX, molti teologi acattolici asserirono che l'apostolo G. fu ucciso con suo fratello Giacomo già negli aa. 41-44 dal re' Agrippa I. Se ciò fosse vero, risulterebbe che il IV Vangelo, venuto alla luce dopo i tre Vangeli sinottici, non può essere opera di G. apostolo. Per tale tesi è valorizzato soprattutto un detto, attribuito a Papia, come tratto «dal suo secondo discorso», conservato da due autori bizantini. Filippo Siede (ca. il 430) riporta la parole di Papia in questa forma: «Iatipas èv deuπερω λόγω λέγειν Ἰωάννης ὁ δολόγος καὶ Ἰάκωβος ὁ ἀδελφὸς αὐτὸς ὑπὸ Ἰουδαίων ἀγέθησαν» (Irammento di un cod. Barocciano, 142, in Tete n. Untersuch., V, 2, p. 170; ed. E. Preuschen, An- tiglogomena, p. 58; 2ª ed. p. 94; ed. E. X. Funk, Patres Apostoli, I, p. 366 sg.). Giorgio Hamartolos (sec. IX) così presenta il detto di Papia: «Iatipas... ὁ αὐτὸς πιστὸς τοῦτοι ἐωάννου γενόμενος φάσκει ἐν τοῖς δευτέρῳ λόγῳ τῶν χριστικῶν λογίων ὅτι ὑπὸ τῶν Ἰουδαίων ἀγηφέθη. πλην, ὅσας δηλαδή μετὰ τοῦ ἀδελφου τὴν τοῦ Χριστοῦ περὶ τοῦτον πρότερον». Così il cod. Coisensis 305 (sec. x); E. Preuschen, op. cit., 58; F. X. Funk, op. cit., pp. 367-70.

In entrambe le relazioni, Papia riferisce il martirio dei due fratelli, ed invero accenna che ciò accadde nello stesso tempo. Afraate siro (sec. iv) enumera dopo Stefano, Simone (= Pietro) e Paolo «che furono martiri perfetti», Macomo e G., «che hanno seguito le orme di Cristo maestro» (Demonstratio, 21, 23: Texte und Untersuchungen, III, 333, 4, p. 348, e Patrologia siroica, 1, 983). Un martirio glorioso siroico, scritto da un ariano nel 411, che contiene «i nomi dei signori martiri» nota al 27 dic.: «G. e Giacomo apostoli in Gerusalemme» (ed. R. Graffin, Acta SS. Novembris, III, 1, Bruxelles 1894, p. [Lil] e H. Lietzmann, Kleine Texte, 2, 9).

Poggiandosi su questi testi, molti moderni proposero la tesi della immatura morte di G. con a capo Ed. Schwartz (Über den Tod der Söhne Zebedaei [Abhandlungen Götzinger, phil. hist. Klasse, N. F., 7, V], Berlino 1904; Nachrichten Göttingen, 167 [1907], p. 266; Zeitschr. f. neut. Wiss., 11 [1910], pp. 89-104). Lo stesso aveva già accennato W. Bousset (Apokalypsis 10., Göttingen 1896, p. 47). Lo seguito non principalmente: J. Wellhausen, Evang. Marci, Berlino 1903, p. 90 (2ª ed., ivi 1909, p. 84), id., Johannes, ivi 1908, p. 100; Ad. Jülicher, Einleitung, 5ª-6ª ed., Tubinga 1906, p. 367; 7ª ed., ivi 1931, p. 398; A. Loisy, in Revue d'hi-stoire et de littérature religieuse, 9 (1904), p. 33; R. Knopf, Einführung, Giessen 1923, p. 122 sg. (con dubbi; nella 1ª ed., non dubitava: pp. 115, 273); G. Krüger, in Theol. Lit. Zeitung, 52 (1927), p. 247; J. Moffat, Introduction, 3ª ed., Edimburgo 1918, pp. 601-607 che enumera altri fautori, ad es. O. Pfeiderer, Urchristentum, Berlino 1902, p. 411 e W. Bauer, in H. J. Holtzmann, 3, 19.

Ma la maggior parte degli stessi protestanti respinge questa teoria: Th. Zahn, *Einleitung*, 3a ed., II, Lipsia 1907, p. 474; A. Harnack, *Theol. Lit. Zeitung*, 34 (1909), p. 10, e *Chronologie*, Berlino 1912, p. 665; F. Spitta, in *Zeitschrift. f. neut. Wiss.*, 11 (1910), pp. 39-58; E. Rüggebach, *Neue kirchl. Zeitschr.*, 32 (1921), pp. 692-96; P. Feine, *Einleitung*, 3a ed., Lipsia 1923, p. 88 (ed. P. Feine-J. Behm, 1913, p. 101 sg.). Tale tesi cronologica è inammissibile. Da *Gal.* 2, 9 consta che l'apostolo G. era una «colonna» della Chiesa gerosolimitana alcuni anni dopo l'a. 44. Per sciogliere tale difficoltà, Ed. Schwartz dovrebbe porre la conversione di Paolo negli aa. 28 o 29, il che è impossibile (cf. *Zeitschr. f. neut. Wiss.*, 11 [1910], p. 103).

Né Filippo Sidete né Giorgio riferirono esattamente le parole di Papia: a) Filippo chiama G. «teologo». Ma questo titolo era sconosciuto ai primi scrittori (Ireneo, Clemente Alessandrino, Origene); ricorre infine presso Pietro Alessandrino (PG 18, 519), Atanasio (PG 25, 84 C), Eusebio (PG 24, 880). b) Giorgio aggiunge un testo di Origene male citato (PG 13, 1385), e gli fa affermare che Giacomo fu ucciso da Erode, e G. esiliato a Patmos dal Re dei Romani.

È chiaro che Papia non ha parlato di G. Evangelista, ma di Giovanni Battista, e che quei due autori bizantini hanno confuso i due Giovanni, come è spesso avvenuto. Ecumenio, Teofilatto ed Eutimio Zigabeno, spiegando *Hebr.* 11, 35, uniscono il martirio che Giacomo e «Giovanni» subirono per decapitazione. Il terzo esplicitamente aggiunge al nome di G.: *ὁ Ἱερός* (PG 24, 880), gli altri non aggiungono nulla: hanno dovuto conservare la forma scelta da Papia, mentre il terzo sta al senso. Gregorio Nazianzeno tra le vittime (*σφάγι*), uccise per Cristo enumera 'Ἰωάννην ἐκεῖνον', Pietro, Giacomo, Stefano, non G. Evangelista (PG 35, 589).

Più complessa è la controversia circa l'altro Giovanni, il «presbitero» efesino discepolo di Cristo, distinto da G. apostolo.

Dionisio Alessandrino (m. nel 264 o 265), secondo Eusebio (*Hist. eccl.*, 7, 25, 16: PG 20, 701), riferisce che ad Efeso si mostrano due sepolcri «di G.». Quindi Eusebio, fondandosi su Papia, distinse due discepoli di Cristo. Lo seguono: il «catalogo di Damaso»: «Iohannis apostoli epistola una, alterius Iohannis presbyteri epistolae duae» (Denz-U, 84), s. Girolamo (*De viris ill.*, 9: PL 23, 623 [655]), Filippo Sidete (*Texte und Unters.*, 2, p. 170; ed. E. Preuschen, *Antilegomena*, p. 94), le *Constitutiones Apostolorum* (VII, 46, 7; ed. F. X. Funk, I, 454) e molti autori posteriori.

vescovo di Gerapoli in Siria. La prima sua opera
Αγγέλων κυριακῶν ἐξήγησις, in 5 ll., era attribuita negli
ultimi anni di Adriano ca. il 135; oggi si tende a fis-
sarne l'origine ca. l'a. 100.

Eusebio unisce l'opera con il Regno di Adriano e questo
basta per la sua autorità. Ma già da Ireneo consta che
Papia prosperasse ca. il 110, anzi questi sembra indicare
che egli abbia scritto mentre era ancora vivo Clemente
romano, m. nel 96 (cf. Guhvenger, *Panias*, in *Zeitschr. für
kath. Theologie*, 60 [1947], pp. 385-416). Papia è di somma
importanza, perché non si serve di parole sue, ma con-
serva i detti degli antichi testimoni. Così il proemio della
sua opera conservato da Eusebio (*Hist. eccl.*, 3, 39, 3: PG
20, 206): «Non mi tratterò dall'inserire nelle interpre-
tazioni ciò che un giorno bene appresi dagli anziani (*παρά
τῶν πρεσβυτέρων*) e bene mandai a memoria (*καλῶς ἐμ-
νόμους*), confermando con ciò la verità; segue l'elenco
sopra citato dei testimoni. Invano si obbietta il giudizio
di Eusebio «Papia esser stato di ingegno molto piccolo»
(*Hist. eccl.*, 3, 39, 13: PG 20, 300), perché non riguarda
le cose dette da altri, che Papia conservò. Il testo di Papia
fu conservato in un proemio latino dei Vangeli, che dap-
prima era noto solamente in due codici (*Vat. lat.*, detto
*Alexandrinus* o *Regimine*, e *Toletanus*, del sec. X); ora in-
vece è conosciuto in 10 codici (D. de Bruyne, in *Revue
bénédictine*, 40 [1928], pp. 193-214 [specie 198]; C. Schäfer-
M. Meinertz, *Einleitung*, 3a ed., Paderborn 1921, p. 2*).

Testo del proemio: «Incomincia l'argomento
secondo G. Il Vangelo di G. fu pubblicato e dato alle
Chiese (in Asia) da G. ancora vivente nel suo corpo,
come riferì Papia (*vescovo*) di Gerapoli, discepolo
caro di G., nelle (sue) scoteriche, cioè nei cinque
ultimi libri». Le ultime parole traducono male il
titolo del libro «*eccetico*». Secondo *Io*. 21, 24,
il libro di G. potrebbe sembrare sua opera postuma,
cioè edita da un'altra persona dopo la morte del-
l'autore. Papia respinge questa opinione. Non si
tratta quindi direttamente della composizione del
libro, che chiaramente da tutti è riconosciuta, ma
dell'edizione; questa è attribuita a quel discepolo
di Cristo, della cui morte si dubitava sia per il detto
di Cristo sia per la sua estrema vecchiezza, quindi
allo stesso apostolo Giovanni. L'autorità somma di
questa testimonianza proviene dal fatto, che Pa-
pia dice se stesso discepolo di G., e che la sua testi-
monianza dista poco tempo dalla stessa composi-
zione del libro.

L'argomento è confermato dal ritrovamento di un
antichissimo foglio mutilo, del tempo di Adriano o di
Antonino Pio, certamente scritto prima del 150: il pap.
*Roland* 457, che contiene la relazione di *Io*. 18, 31-34
e 37-38 in una forma in certo modo già mutata dalla pri-
mitiva (H. Roberts, *An unpublished fragment of the Fourth
Gospel*, *Papyrus Ryland gr. 457*, Manchester 1935; cf.
A. Merk, in *Biblia*, 17 [1936], pp. 99-101). Quindi,
pochi decenni dopo la composizione, il *Vangelo* era già
conosciuto in Egitto.

Giustamente perciò la Commissione biblica in-
siste, prescindendo dall'argomento teologico: «con
solida argomentazione storica si dimostra che l'a-
postolo G. e non un altro è l'autore del *IV Vangelo*».

Si possono aggiungere le testimonianze degli
scrittori posteriori, tra cui eccellono i passi di s.
Ignazio, che, benché non nominino s. G. come au-
tore, a ciò accennano riproducendo testualmente
il *IV Vangelo*. Si può inoltre formare uno splendido
argomento interno, con il quale si provi che l'au-
tore è un giudeo, praticissimo della geografia pa-
lestinese, uno dei tre intimi, anzi lo stesso discepolo
prediletto del Signore (R. Cornely, *Introductio
in utr. Test. libros*, III, p. 226 sg.). Quanto al fine
del *IV Vangelo*, i lettori che l'Evangelista ebbe
presenti non sono dei catecumeni, ma dei fedeli
già maturi nella religione (*I*, 16; «noi tutti abbiamo
ricevuto della sua pienezza»). Fine prossimo dello
scritto sacro è di fari progredire nella fede, e per
suo mezzo, nella comunione della vita (*Io*, 31).
In specie, il *IV Vangelo* persegue un fine dogma-
tico-apologetico: vi si prova infatti la divinità di
Cristo, che è difesa apologeticamente contro le prime
crise, sopratutto di Cerinto e dei Doceti. G. si pro-
pose anche un fine storico: vuole infatti supplire
i Sintotici (narrando gli eventi da essi omessi) e
mettere in guardia affinché non siano male intesi
(3,24: «non ancora infatti G. era stato mandato
in carcere»); come qualcuno avrebbe potuto con-
cludere da *Mc*. 1,14; 18,13: «lo condussero dappri-
ma d. Anna», non subito da Caifa, *Mt*. 26,37;
1,1: «allora Pilato prese Gesù e lo flagellò», quin-
di non quando l'aveva già condannato).

H. Windisch aveva proposto la teoria che G. avesse
voluto eliminare del tutto i Sintotici (*Verdrängungstheo-
rie*). Giustamente M. Meinertz gli oppose il suo sistema,
secondo il quale G. volle organicamente completare i
Sintotici (*Theol. Revue*, 27 [1928], pp. 161-70); e più esau-
rimento le F. Sigge, *Das Joh. Ev. und die Synoptiker
(Neuesst. Abhandlungen*, 16), Münster 1935.

I modernisti negano ogni carattere storico al *IV
Vangelo*, il quale avrebbe soltanto delineato dei
tipi o simboli (Nathanael di chi cerca il Cristo,
Nicodemo di chi dubita, ecc.). Ma che il *IV Van-
gelo* sia un libro storico, risulta «ex praxi, quae in
primis temporibus in universa Ecclesia constan-
tisime viguit arguendi ex IV Evangelio tanquam
ex documento proprie historico» (Commissione
biblica, *Resp*. 25 maggio 1907). Inoltre G. ha parec-
chie perciò in comune con i Sintotici: due mira-
coli (moltiplicazione dei pani, cammino sul lago),
l'ingresso solenne di Gesù a Gerusalemme, la cena
di Bethania, molti episodi della Passione. Essendo
queste parti ugualmente storiche in G. e nei Sintot-
ici, lo stesso carattere storico deve estendersi alle
altre narrazioni connesse del *IV Vangelo*.

Quanto alla lingua, il *IV Vangelo* fu primitiva-
vamente scritto in greco (Epifanio, *Haer.*, 30,3:
PG 41, 409). E. F. Burney, *The aramaic Origin
of the Fourth Gospel*, Oxford 1922, sostenne che
l'originale fu scritto in aramaico, ma non provò la
sua tesi (gli aramaismi fanno pensare solo ad una
traduzione virtuale, non formale).

Per lo più l'autore osserva bene le regole grammati-
cali. Le eccezioni consistono in: a) latinismi: *τίτλος*
(*10*, 19 sg.; *Le. ἐπισχάφη*), *πραττόσχον* (*18*, 28; var. αὐλή*),
*ἐντύον* (*13*, 4 sg.); b) ebraismi, tra cui anzitutto la
frequente parataisi (*10*, 22); G. ha poche proposizioni
subordinate: nominativo assoluto (*6*, 37; 7, 38; 15, 2);
neutro per il maschile (*6*, 37; *omne quod*, e dopo il paral-
lelo *τὸν ἐσχάσμεν*); non si distingue il pronome perso-
nale dal riflessivo (*1*, 47 «Gesù vide Nathanael che ve-
niva a sé [πρὸς αὐτόν] e dice di lui [πρὸς αὐτοῦ]». Ven-
gono spiegate le voci ebraiche: *Rabbi, Messias, Cephas,
Siloam, Golgotha, Gabbatha, Rabbuni* (eccetto *Bethesda*;
a torto Volg. *Bethsaida*). Ma si confondono le particelle,
anzi tutto *τὰν*, che come l'aramaiico *de* compie tutte le
funzioni (è consecutivo: 9, 2; oggettivo: 4, 47, 17, 15;
causale: 8, 56; equivalente al pronome relativo: 5, 7).
Διότι con l'accusativo equivale a διὰ con il genitivo (*6*,
58 bis: «come... io vivo per il Padre [non propter P.])
così chi mi mangia vive per me [non propter me]», e
15, 3). Cf. su tutto ciò J. Bonsirven, *Les araméismes de
si Jean l'Evangeliste*, in *Biblia*, 30 (1949), pp. 405-32.

L'indole propria di G. è da conoscersi a fondo,
come degli altri agiografi, secondo il monito di Pio

XII (Divino afflante Spiritu, in AAS, 35 [1943], p. 314). Le peculiarità di G. sono tali e tante che «la questione giovannea» neceque per la diversità del IV Vangelo dai Sinottici.

Anzitutto, G. riferisce intorno a Gesù le cose divine, non le umane come i suoi predecessori. Già Clemente Alessandrino rileva questa particolareità (in Eusebio, Hist. eccl., 6, 14, 7: PG 20, 551). Non vi è però alcun contrasto tra i tre primi Vangeli e il quarto, poiché anche i Sinottici riflessano di Cristo le cose divine e G. le umane. Gesù conosce i pensieri segreti dei cuori (Mt. 9,4 e par.), «manderà i suoi angeli» (Mt. 13,41); passo «giovanne» dei Sinottici (Mt. 11,27; Lc. 10,22); Gesù «è figlio del Dio vivente» (Mt. 16,16; 26,64). Nel IV Vangelo, d'altronde, Gesù si serve di un flagello di corde (2,15); stanco si siede (4,6); si dice «uomo» (8,40); sputa (9,6); piange (11,33); «l'anima mia è turbata» (12,27); «ho sete» (19,28). L'enigma è nella stessa persona di Cristo.

I Sinottici, a prima vista, presentano la Galilea, G. la Giudea come teatro del ministero di Cristo. Ciò è facilmente spiegabile. In Galilea era il popolo semplice, a Gerusalemme Gesù dovette rivelarsi ai capi del popolo. Si badi però a quanto si ha in Mt. 23,37: «Gerasulemme, quante volte volli radunare i tuoi figli», e 26,55: «Ogni giorno sedevo tra voi (gerosolimitani) insegnando nel Tempio»; cf. Lc. 10,38; Act. 10,39: «Quello che fece nella regione dei Giudei ed a Gerusalemme». Inoltre G. narrando come Cristo dalla Galilea «ascese» (2,13; 1,7; 10,14), ed «andò» in Galilea (4,3; 43,54), ed ivi camminò (7,1; 9), accenna che l'ordinario domicilio di Cristo era la Galilea.

Caratteristica è l'indole simbolica di G. che tutto ordina ad indicare una realtà più alta, sia con le opere di Cristo, sia con le persone del racconto, perfino con alcune parole.

Fatti: il miracolo dell'acqua cambiata in vino e la moltiplicazione dei pani; Gesù cammina sulle acque; il cieco nato e la disputa seguitane; la lavanda dei piedi; mentre Giuda usciva «era notte»; la Madre del Cristo, due volte introdotta nella storia evangelica. Persone: Natane, thanale «vero israelita, in cui non è inganno»; Nicodemus significa gli esitanti. Frasi: «Non ho nessuno» (5,7); i Greci affermano: «Vogliamo vedere Gesù» (12,21).

Perciò molti acattolici asserirono che tutto si riduce a simbolismo, negando l'autorità storica di quei fatti. Si dichiara che la Madre di Cristo è la Sinagoga, donde ebbe origine la Chiesa (W. Bauer, p. 224). La Commissione biblica respinse questo sistema (29 maggio 1907). Anche i Sinottici, peraltro, hanno tali intenzioni simboliche: i tre doni dei Magi (Mt. 2,11); «dirigi verso l'alto mare e gettate le vostre reti per la pesca» (Lc. 5,4); le tre lingue in cui è scritto il titolo della Croce (Lc. 23,38).

I miracoli di G. sono pochi (otto), ma importanti- tissimi. Aumentano e precisano ciò che si legge presso i Sinottici.

Invece di «dei ciechi» vi è un «cieco nato» (Io. 9). Nessun malato, presso i Sinottici, ha superato i 18 anni (Lc. 13,11): qui vi è un uomo, che era malato da 38 anni (5,5). Viene operata una guarigione a distanza (Io. 4,47; 54; ma similmente Mt. 15,28). Ma i due miracoli narrati insieme con i Sinottici non presentano alcun aumento, come i miracoli riferiti cumulativamente (2,23; 3,21; 6,2). Anzi qualche volta la relazione dei Sinottici è più ricca di quella di G. (il centurione della città di Cafarnaù è in tutto più perfetto del «regolo» di Io. 4,46-54).

I discorsi di G. differiscono completamente da quelli dei Sinottici, i quali si compiaciono di parole semplici, soprattutto di parabole.

Il Cristo di G. per lo più parla di se stesso. Perciò lo speciale stile «io sono» che occorre ca. 38 volte (E. Schweizer, 'Εγώ είμαι [Forschungen zur Gesch. des N. T., 56], Gottinga 1938, pp. 9-46 [formola da Ex. 3,13]). Cristo dovette rivelare se stesso combattendo contro gli increduli.

«Lo stile è troppo sublime, non c'è da meravigliarsi che tali discorsi non siano stati compresi», osserva A. Jülicher (Einleitung, 6a ed., p. 381). Ma non si hanno degli stenogrammi, bensì delle sinossi scritte con grande abilità.

Non fa meraviglia che lo stile di Gesù sia uniforme a quello di Giovanni Battista e dell'Evangelista. In ogni relazione di parole altrui si trova qualche cosa di soggettivo. L'Evangelista formò il suo stile secondo il modo di dire del Maestro. Occorre un continuo dualismo: Dio-mondo; luce-tenebre, vita-peccato. Ricorrono sempre gli astratti: verità, vita, testimonianze, credere (mai πίστις). Quel dualismo è molto reale, non meno dell'altro «ricco e povero».

Come ha potuto G. conservare dopo tanti decenni il ricordo di lunghi discorsi? La memoria degli orientali è meravigliosa (come, per la poesie, presso alcuni popoli slavi). Non si esclude che dapprima si fossero fatte delle sinossi e che parti di discorsi fossero state scritte alla lettera.

Si dice che G. non ha parabole (in cui i termini conservino il loro primitivo significato), ma soltanto delle allegorie (continua la serie di metafore sullo stesso oggetto); così J. Vosté, Parabola, I, 2a ed., Roma 1933, pp. 55, 298. Ma G. ha cinque parabole vere e perfette: 3, 8 sg. (il vento); 4, 37 (diversi operai); 11, 9 (viaggiare di giorno e di notte); 13, 10 (il bagno); 16, 21 (la donna partoriente). D'altra parte nei Sinottici si trovano delle allegorie (Mt. 3,12 = Lc. 3,17: il mietitore che si serve del crivello; Mt. 15,13 sg.: il giardiniere che sradica la pianta che un altro ha posto nel suo giardino). Si deve quindi solo dire: nei Sinottici prevalgono le parabole, in G. le allegorie.

Non si può negare che in G. vi sia quindi, in fatto di stile, della povertà ed una certa monotonia, per le stesse idee che spesso ritornano.

Quanto al luogo e al tempo, le sottoscrizioni dei codici nominano ora l'isola di Pathmos, ora la città di Efeso; quest'ultima prevale. Così il «Prologo» (Revue bénédictine, 40 [1928], p. 198): «G. scrisse l'Apocalisse nella'isola di Pathmos, e dopo di questa il Vangelo in Asia» (cf. Ireneo, III, 3,1: PG 7, 845: «scrisse il Vangelo εν 'Εφέσου της 'Ασίας διαστρέβων; cf. pure H. V. Soden, Die Schriften des Neuen Testaments, I, Berlino 1902, p. 327).

La disposizione del Vangelo è quella cronologica ma si discute se i capp. 5 e 6 siano stati trasposti. Principio dell'ordinamento sono le feste giudaiche (2,13 la prima Pasqua; 5,1 una festa non nominata; 6,4 la festa di Pasqua [seconda o terza]; 7,2 la festa dei tabernacoli; 10,22 le Enechie; 11,55; 12,1; 13,1, la Pasqua della morte.

Esordio: Prologo (1,1-18); ultime testimonianze di G. e primi discepoli di Cristo (1,19-51).

Parte 1a. Cristo manifesta la sua gloria con il magistero pubblico (capp. 2-12; suddivisione 2-6 e 7-12: cresce la manifestazione, e insieme la fede dei discepoli, ma anche l'opposizione).

Parte 2a. Cristo manifesta la sua gloria con la sua «uscita» (εξοδός: Lc. 9,31) avvenuta a Gerusalemme: (13-17) fra i discepoli; (18-19) fra i nemici; (20) risuscitato - Clausola dell'Evangelista (20,30 sg.). Supplemento aggiunto in seguito (21). Clausola aggiunta dai discepoli (21,24 sg.).

Bibl.: Commenti al IV Vangelo. - Cattolici. Tra i Greci: Le Catene (ed. J. A. Cramer, II): da esse nacquero i commentari di Teofilato e di Eutimio Zigabeno (PG 123 e 139). Importanti parti del commento di Origene pericono (PG 14,21-38): E. Preuschen, Origenes, CB, 10 [1903], p. 4). Inoltre: Crisostomo (PG 59), Teodoro Mopsuesteno (PG 66, 727-86; J. B. Chabot pubblicò il

III. Le tre « Epistole » di G

Vi è molta diversità nella tradizione dei primi secoli: la maggiore o prima è uno scritto homologoimenon, cioè ammesso da tutte le Chiese cattoliche. Così la I Io. è dichiarata da Eusebio, mentre la II e III vengono riferite, come non ovunque conosciute nei primi tempi, tra gli ἀντιλεγόμενοι (Hist. eccl., III, 25,1: PG 20, 68 sg.).

In realtà neppure la I Io. fu accettata da principio dalle Chiese della Siria, nel canone delle quali fino a S. Efrem non è nominata nessuna epistola cattolica (U. Holzmeister, Prima Petri, Parigi 1938, pp. 137-44, citati i singoli scrittori).

Per la I Io. si hanno testimonianze fin dai Padri apostolici: Papia, come riferisce Eusebio (Hist. eccl., III, 39, 17; PG 20, 300) e si serve di testimonianze desunte dalla I Io. v.; Policarpo, 7, 1 la cita: « Chiunque non confessa » (ed. F. X. Funk, p. 648). Il Frammento muratoriano (lin. 69): « Iohannis duae in catholica habentur ». Clemente Alessandrino scrisse un commento (PG 9, 733-38), ed usa la lettera negli altri suoi scritti. Similmente Tertulliano e Cipriano (Scorpiace, 12; Ep. 23, 2: PL 2, 171), e lo scritto Deiug. Clericorum, 30 (PL 4, 937; CSEL 3, 3, 206). Irenaeo la I e II Io. (C. H. Turner, Novum Testamentum s. Irenaei, Oxford 1923, pp. 190-92) e così Dionigi Alessandrino (Eusebio, Hist. eccl., 7, 25: PG 20, 707); e l'Opus imperfecitam, 34 (PG 56, 898): « sicut Ioannes in epistola testatur ».

Che tutte e tre le Epistole siano genuine si prova dall'identità del vocabolario e dello stile con il Vangelo di G.; quindi anche dagli acattolici sono trattate nello stesso modo del IV Vangelo.

Specialmente sono da notare alcuni termini esclusivamente propri del Vangelo di Giovanni e delle lettere: ἀρχαῖον ἔχειν. ἀνθρωποκύριον. γεννηθῆναι ἀνθρωπον ἐκείνου. εἶναι ἐκ τοῦ κόσμου. περιπατεῖν ἐν σκοτία (νυκτὶ). παράκλητος. ἀμαρτίαν. τεκνίον (e Gal. 4, 19), τίθενται ψυχὴν ἐαυτοῦ (I Io. 3, 16; Io. 10, 11, 17 sg., 15, 13). Altri termini e frasi occorrono comunemente: ποιεῖν τὴν ἀλήθειαν (I Io. 1, 6 = Io. 8, 44); οὐκ ἔστιν ἡ ἀλήθεια ἐν τινὶ (I Io. 1, 8; 2, 4 = Io. 8, 44); ἐκ τῆς ἀληθείᾳ εἶναι (I Io. 2, 21; = Io. 18, 37); ἐκ τοῦ διαβολοῦν εἶναι (I Io. 3, 8 = Io. 8, 44); ἐκ θεοῦ εἶναι (I Io. 3, 4, 1 = Io. 7, 17; 8, 47); ἐκ τοῦ κόσμου εἶναι (I Io. 4, 5 = Io. 3, 27); ἐκ τοῦ κόσμου λαλεῖν (I Io. 4, 5 = Io. 3, 31); τῇ γῆς; ἐν τῇ σκοτία. ἐν τῷ φωτι περιπατεῖν (I Io. 2, 11 = Io. 8, 12; 12, 35). Similmente la « vita » τῶν ἐκ τίττου (Io. 1, 4; 6, 48; 11, 25; 14, 6 = I Io. 1, 1 sg.; 5, 11, 20); la « luce » φῶς ἐκ διοι (I Io. 1, 4, 5, 7; 3, 19 = I Io. 1, 5, 7; 2, 8).

La divisione della I Io. costituisce un grande problema. Le stesse idee, soprattutto la fede in Cristo, l'amore del prossimo, la fuga del peccato, ritornano costantemente. Ecco un tentativo di divisione: 1) la tesi etica (contro i peccati di lussuria, la negazione della carità, l'amore del mondo: 1, 5-2, 17); 2) la tesi cristologica (2, 18-27); 3) nuovamente è proposta la tesi etica (2, 28-32); 4) ancora la tesi cristologica (4, 1-6); 5) si propongono insieme e la tesi etica e la tesi cristologica (così J. Belser, Johannische Briefe, p. 9 sg., secondo Häring, Weisäckerische Jubiläumsschrift, 1892, pp. 173-200). Altrò tentativo fu fatto da Schwertschlag.

I e III Io. rettamente da Eusebio sono elencate nella classe degli ἀντίλεγόμενοι (Hist. eccl., 3, 25: PG 20, 268). Già Origene le numeri insieme alla I Io. ἔστω καὶ δευτέραν καὶ τρίτην. ἐπεὶ οὐ πάντως ἂσαν γνώριζον εἶναι αὐτός (presso Eusebio, Hist. eccl., 6, 25, 10: PG 20, 58). Eusebio attribuisce queste due epistole all'altro Giovanni, « il presbitero »; lo seguono Damaso (Denz-U, 84), s. Girolamo (De viris ill., 9: PL 23, 623). Constitutions Apostolorum. La II Io. è riconosciuta da Irenaeo (I, 16, 3: PG 7, 634), dal Frammento muratoriano (I, 69: « Iohannis duo... »), da Clemente Alessandrino che la distingue dalla « maggiore » (μετὰν) e la spiega in Hypotyposes (PG 9, 737-40). La III Io., dopo

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(da R. Klapheve.II. Hest. Her dem za Xavèra, Breitina 1828, p. 61)
Giovanni, Apostolo, Evangelista, santo - S. Cl. Status addensata ad un pilastro nell'interno del Duomo (sec. xiv) - Xanten.

Origene, è ammessa da Dionigi Alessandrino (Eusebio, Hist. eccl., 7, 25, 12; PG 20, 704; «G. né nella 2ª né nella 3ª compare òvòμαστί»), dal «Canone Momnesiano», da Priscilliano. Clemente Alessandrino non la riconobbe (ed. O. Stählin, IV, p. 26).

La II Io. sembra che sia stata mandata non ad una donna individuale (κυρίς), ma ad una Chiesa oggi sconosciuta (a quella stessa, cui è stata mandata la III Io.); alcuni hanno pensato alla Romana. G. esorta i fedeli, affinché rimangano fermi nella carità fraterna e nella confessione di Cristo. La III Io. nomina tre uomini: Giaio è lodato per l'aiuto dato ai missionari ambulanti, Diotrephes (non vescovo, pare) è biasimato per la sua arroganza ed i suoi modi aspri, Demetrio è lodato per la buona fama di cui gode. Ai lettori di entrambe le lettere, G. annunzia la sua prossima venuta.

BIBL.: Commenti antichi a I-III Io. Frammenti di Clemente Alessandrino (PG 9, 729-41); Didimo a tutte le (PG 39, 1775-1811); S. Agostino, In ep. Ioannis ad Parthas (PL 35, 1977-2063); sul titolo errato: A. Bludau, Theol. u. Glaube, (1910), pp. 223-36; Beda (PL 93, 85-124; con le altre epistole cattoliche); Nicola de Gorham (1543), N. Serarius (1612), J. Loinius (1619 e 1621), B. Giustiniani (1621), Cornelio a Lapide, W. Estius.

Commenti recenti: cattolici: J. Mc. Evilly, 3ª ed., Dublino 1875; A. Bisping, Münster 1871; I. A. van Steenkiste, Brugge 1876 (5ª ed. di A. Camerlynk, 1909); A. F. Maunoury, Parigi 1888; T. C. Ceulemans, Malines 1904; J. E. Belier, Friburgo in Br. 1906; H. Poggel, Paderborn 1896; J. Bonsivien, Parigi 1935. - Acattolici: B. Weiss, 6ª ed., Gottinga 1899; H. J. Holtzmann, Friburgo in Br. 1891; 3ª ed. di W. Bauer, ivi 1908.

Per l'Apocalisse di G., V. apocalisse.

IV. Archeologia

L'arte cristiana primitiva non ha fissato la sua tipologia. Imberbe, di aspetto giova-nile, l'Apostolo è indicato con il suo nome sia nel sar-cofag

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(fol. Bogr. Staats grenzüberschlag(er) Giovanni, Apostolo, Evangelista, santo - S. G. in atto di scrivere, dipinto di A. Altdorfer (sec. xv) - Monaco di Baviera, Pinacoteca.

cofago di Apt che in quello del vescovo Concordio in Arles (Wilpert, Sarcofagi, I, p. 54, tavv. 37, 2-3; 34, 3) come pure nel
o di Apt che in quello del vescovo Concordio in Arles (Wilpert, Sarcofagi, I, p. 54, tavv. 37, 2-3; 34, 3) come pure nel caratteristico coperchio di sar-cofago di Spoleto, ora al Museo Lateranense, dove l'Evangelista figura quale uno dei quattro rematori della nave mistica (la Chiesa) guidata dal Redentore (id., ibid., p. 107, fig. 52). Figura imberbe a Ravenna, in uno dei medaglioni nel monastero di S. Andrea (494-519), ora cappella arcivescovile, e così pure, contrapposto a S. Giovanni Battista, nel museico dell'oratorio di S. Venanzio (640-42). L'Evangelista appare in aspetto giovanile in tutte le scene nelle quali è rappresentato, insieme con la Madonna, ai piedi della Croce, come, p. es., nella crocifissione dipinta nel cimitero di S. Valentino sulla Via Flaminia (sec. VII), veduta inte-gra dall'Ugonio e dal Bosio, e in quella di S. Maria Antiqua (sec. VIII). Nelle immagini bizantine, sotto la Croce si trova la scritta in greco «Ecco il tuo figlio, ecco la tua madre », come, p. es., in due cassettine, una d'ottone e l'altra lignea, già nel tesoro del sancta sanctorum, ora nel Museo sacro della Biblioteca Vaticana. G. è imberbe a fianco del Signore, nella teca donata da Pasquale I per la Croce gemmata già nel tesoro del sancta sanctorum ed ora nel Museo sacro della Biblioteca Vaticana (H. Grisar, Il sancta sanctorum ed il suo tesoro sacro, Roma 1907, p. 130, fig. 34).

L'Evangelista è con barba nera a punta e lunghi capelli nell'evangelia di Carlomagno, ora a Vienna (J. von Arneht, Über das Evangelium Karl's des Grossen in der K. K. Schatzkammer und über mehrere Gebetbücher des XVI. Jahrhunderts, in Denkschriften der Kaiser. Akademie der Wissenschaften, philosoph-histori-sche Klasse, 13 [1864], pp. 85-134); è pure barbato, ma non di aspetto senile, nel codice auroc di s. Medardo di Soissons, oggi nella Biblioteca nazionale di Parigi (Suppl. lat. 686) e nel codex aureus o codex Adae nella Biblioteca della città di Treviri. Nel Sacrammentario di Gellone l'Evangelista è nimbato, ma ha la testa d'aquila, cioè del suo simbolo (A. Michel, Histoire de l'art, I, Parigi 1906, p. 314, fig. 159). Con aspetto da vegliardo e in atto di scrivere il suo Vangelo è rappresentato in S. Vitale a Ravenna, con sopra il suo simbolo, l'aquila (sec. VI).

G. riposante sul petto del Redentore era rappre-sentato nel ciclo musivo della basilica di S. Ambrogio in Milano, come è attestato dal distico che illustrava la scena (v. Forcella-E. Seletti, Iscrizioni cristiane di Milano anteriori al sec. IX, Codogno 1897, n. 228). Stoffe con scene della vita di S. G. apostolo furono offerte dal papa Gregorio IV (827-44) alla Basilica Lateranense (Lib. pont., II, p. 82).

Nel sotterraneo del sancta sanctorum è un di-pinto del sec. XI a., che rappresenta la pioggia della manna sulla tomba di S. G. Evangelista (Ph. Lauer, Les fouilles du sancta sanctorum au Latran, in Mé-langes d'arch. et d'histoire, 20 [1900], p. 263).

Al tempo di Alessandro III (1159-81) nell'atrio della Basilica Lateranense fu rappresentato in mu-saico il suo martirio, secondo il testo d'una vita di S. G. del sec. IX (B. Mombrilius, Sanctuarum, II, Parigi 1910, pp. 55, 311; Wilpert, Mosaiken, p. 212, fig. 64). Sulla pena dell'olio bollente subita dall'Aposto lo in Roma prima della sua relegazione a Patmos si ha una chiara testimonianza in Tertulliano (De praescript., 36: PL 2, 59). La basilica di S. Giovanni ante portam Latinam fu eretta fin dal tempo di papa Gelasio (492-96), restaurata più volte in seguito e

rifatta da Celestino III (1911). Nel fronte dell'abside l'Apostolo vi fu allora rappresentato di fronte al Battista (Wilpert, Mosaiken, tav. 257, pp. 932, 1204).

La venerazione in Roma per l'Apostolo G. fu promossa dal papa Ilaro (461-68), il quale al tempo del Concilio di Efeso si era salvato dal furore di Dioscoro, celandosi nella tomba di s. G. Ilaro cresce un oratorio nel Laterano in onore dell'Apostolo, presso il Battistero; vi si conserva all'esterno l'iscrizione: «Liberatori suo beato Iohanni evangelistae Hila-rus episcopus famulus XPI» e all'interno gran parte della decorazione musiva.

H. Grisar es-presse l'ipotesi che la forma dell'oratorio lateranense riproducisce quella del mausoleo del-l'Apostolo in Efeso (Analecta romana, Roma 1899, p. 558, n. 3).

V. INNOGRAFIA.
- S. G. Evangelista l'arte oltremontana del tardo medioevo lo immaginava anche talvolta con un calice nelle mani, dal quale esce un ser-pente; così lo mo-strano diverse sculture gotiche tedesche ed i dipinti del Memling. Quale veg-gente di Patmos s. G. viene raffigurato in modo simile all'Evangelista, in un deserto roccioso e in atto di scrivere l'Apocalisse. Tale è stato, tra altri, di-pinto da Giotto nella cappella Peruzzi in S. Croce a Firenze, e inciso dal Dürer nelle sue illustrazioni dell'Apocalisse.

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In seguito, s. G. Evangelista e s. Giovanni Battista verranno spesso rappresentati insieme, come fece sul finire del sec. XIII Jacopo Torriti nelle decorazioni musive nelle absidi delle basiliche romane di S. Giovanni e di S. Maria Maggiore. Una bella raffigurazione di s. G. Evangelista giovane è stata data nel 1302 da Cimabue nel museo dell'abside del duomo di Pisa, dove il Santo sta alla sinistra del Cristo in trono.

La statua di Donatello in S. Maria del Fiore a Firenze mostra invece l'Evangelista, quale vecchio di-gnitoso, nell'aspetto di un profeta.

Frequenti sono state nell'arte le raffigurazioni di diverse scene della leggenda di s. G. Evangelista, anche nei suoi particolari apocrifi. Il suo martirio nell'olio bollente è stato rappresentato da Filippino Lippi nel primissimo Cinquecento nella cappella Strozzi a S. Maria Novella a Firenze; Rubens lo dipinse in un quadro d'altare per la chiesa di s. Giovanni a Malines. La scena della risurrezione di Drusiana è stata affrescata verso il 1320 da Giotto nella cappella Peruzzi a S. Croce in Firenze e quasi due secoli dopo da Filippino Lippi nella cappella Strozzi a S. Maria Novella. L'assunzione di s. G. è il soggetto di un affresco di Giotto nella cappella Peruzzi a S. Croce in Firenze e di un altro attribuito a Pietro Lorenzetti della chiesa dei Servi a Siena. La scena, dove s. G. beve un calice di veleno, fu raffigurata in numerose vetrate medievali, tra le altre ad Assisi, a Bourges, a Chartres, a Fons, a Reims, nella Ste-Chapelle a Parigi ecc.

Bibl.: K. Künstle, *Ikonographie der Heiligen*, II, Friburgo in Br. 1926, pp. 341-47. Per le rappresentazioni di s. G. intorno alla Croce V. E. Sandberg-Vavala, *Croce dipinta italiana e l'iconografia della Passione*, Verona 1929, e F. B. Garrison, *Italian Romanesque Panel Painting*, Firenze 1949, passim.

Witold Wehr

VI. Atti di G

Scritti apocrifi in uso presso antiche sétte eretiche. Eusebio (Hist. eccl., III, 25, 6) conosce Atti apocrifi di G. in uso presso eretici. Secondo Epifanio (Haer., 47, 1) si servivano gli en-cratiti di questi Atti; secondo Filastro (De haeres., 88) e Agostino (Contra adversarium legis et prophetarum, 1, 20, 39; cf. A. Harnack, *Markion*, Lipsia 1928, p. 429) furono letti presso i maniche e secondo Turribio di Astorga (Epistola ad Idac. et Cepon, 5) presso i priscil-lianisti. Da questo risulta che gli Atti di G. furono composti con altri Atti posti con altri Atti che erano in grado di essere interpretati in maniche e priscilianisti. A Leuco, discepolo di s. Giovanni (Epifanio, Haer., 51, 6), furono attribuiti gli Atti di G., se non l'intera collezione di Atti apocrifi (cf. Agostino, *De actis cum Felice Manichaeo*, 2, 6 e Evodio, *De fide contra Manichaeos*, 4 e 38). Esistono piccoli testi degli Atti primitivi di G., cioè tre frammenti, contenuti negli Atti del II Concilio di Nicea del 787, presso R. A. Lipsias-M. Bonnet, *Acta apostolorum apocrypha*, II, 1, Lipsia 1898, pp. 165 sg., 196 sg., 199 sg.

In questi testi c'è la dottrina docetica (manichea) riguardo al corpo di Gesù, e la legge di Mosè è attribuita al serpente. Inoltre si fa menzione di un inno di Gesù che, secondo Agostino (Epist. 237), era in uso anche presso i priscilianisti. M. R. James ha pubblicato in base a un codice Vindobonensis un altro frammento (M. Bonnet da un codice di Patmos, sec. XIV, pp. 179-93). Il racconto della morte serena dell'Apostolo, pubblicato da M. Bonnet,