HONTHEIM, JOHANN NIKOLAUS VON

HONTHEIM, Johann Nikolaus von. - Vescovo e canonista, meglio conosciuto sotto lo pseudonimo di Febronio; è l'iniziatore del movimento che da lui prese il nome di febronianismo. N. a Treviri il 22 genn. 1701, m. a Montquintin (Lussemburgo) il 2 sett. 1790. Studiò teologia e diritto canonico a Treviri, a Lovainio (dove ebbe maestro il canonista Van Espen) e a Leida. Dopo vari uffici, nel 1748 fu nominato coadiutore dell'arcivescovo e vicario generale di Treviri.

Professore e poi pro-cancelliere dell'Università, si diede a diligenti ricerche storiche: nel 1750 pubblicò la monumentale Historia Trevirensis diplomatica et pragmatica, completata 7 anni più tardi da un supplemento (Prodromus). Tali studi lo preparavano all'opera maggiore, cui lavorò per 20 anni, pubblicata nel 1763 a Francoforte sotto il velo dell'anonimo: Iustini Febronii iurisconsulti de statu ecclesiae deque legitima potestate Romani pontificis liber singularis ad reuniendos dissidentes in religione constitutus. Scopo del libro, proclamato nel titolo, è di promuovere il ritorno dei cristiani separati all'unità della Chiesa, ma in realtà tutt'altro che iriencio è il suo conte-nuto, che manifesta l'intento di trasformare la costituzione della Chiesa, svuotando l'autorità di capo del romano pontefice. Già la prefazione ne rivela il carattere. È infatti un appello allo stesso papa, e poi ai principi, ai vescovi, ai teologi e canonisti, perché siano posti limiti al potere papale nella Chiesa, alterata dal «sistema della monarchia ecclesiastica». A tale scopo H. delinea nei nove lunghi capitoli del libro un vero trattato di diritto pubblico ecclesiastico, tutto in funzione antipapale. La istituzione del primato non è negata, però viene interpretata in modo da dimostrare che non a s. Pietro, ma a tutti gli Apostoli, e quindi alla Chiesa, Cristo avrebbe dato il primato. Il papa, pertanto, ha nella Chiesa una vera autorità, non un semplice primato di onore, ma neppure un primato di giurisdizione (l'espressione è fortemente combattuta da H.): è il «centro della unità della Chiesa», fa osservare la legislazione ecclesiastica («vin-

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Honolulu - Ia circuscrizione ecclesiastica di H.

dice dei canoni) ed esercita limitati poteri di giudice e maestro della Chiesa. Tali sarebbero gli «essenziali diritti del primato» e tale sarebbe stata, secondo H., la costituzione della Chiesa sino alle fasce dirette alle fasce del cristianesimo (magnusille peccator), le quali ne avrebbero profondamente alterata la natura, dando al papa nuovi diritti, in usurpazione dei diritti dei vescovi. Tra questi egli pone le cosiddette cause maggiori (che riguardano i vescovi), le leggi ecclesiastiche, l'autorità suprema dei concilii ecumenici. Il sistema ecclesiastico che H. propugna dovrebbe rivendicare all'episcopato codesti diritti, dando alla Chiesa una costituzione basata essenzialmente sui vescovi, sovrani nelle proprie diocesi e nel concilio ecumenico. Nell'ultimo capitolo, H. suggerisce i mezzi pratici «per recuperare la libertà ecclesiastica», concludendo dalla S. Sedevi si vede bene come il suo sistema porti naturalmente alla soggezione della Chiesa allo Stato, perché, convinto della debolezza dei vescovi, attribuisce al principe, che esalta come «patrono della Chiesa», il compito principale di rivendicare la primitiva costituzione ecclesiastica e di lottare contro la S. Sedevi. Così H. partendo da un sistema di episcopalismo antipapale «consegnava la Chiesa al braccio secolare» (Pastor).

Il libro ebbe subito grande fortuna soprattutto nei paesi tedeschi (se ne fecero traduzioni tedesche, francesi, italiani, portoghesi), perché rispondeva allo spirito del tempo, favorendo la lotta contro l'autorità del papa, condotta dalla gran parte dei sovrani cattolici per stabilire la supremazia dello Stato sulla Chiesa (v. REALISMO; PARASSITISMO); inoltre sembrava corrispondere alle opere contemporanee degli scrittori politici, che si proponevano di regolare e trasformare la costituzione della società civile. Brillante nell'esposizione, e ricco di erudizione storica, il libro contiene incongruenze e gravi errori, né è originale, dipendendo dai gallicani e soprattutto da Van Espen. Sotto le apparenze della ricerca storico-giuridica, rivela il suo carattere di grande pamphette antipapale, non diverso in questo da altre opere della polemica antipapale del sec. XVIII (per es., gli scritti del Giannone). L'opera fu subito messa all'Indice (1764) ed ebbe molte confutazioni da parte cattolica; la più importante fu quella del p. A. M. Zaccaria (Antifebrino, 2 voll., Pesaro 1776). Anche s. Alfonso de' Liguori scrisse un opuscolo polemico nel 1768 (Vindiciae pro suprema Romani pontificis potestate adversus I. Febronium).

H. mantenne i suoi errori nelle nuove edizioni del libro che seguirono dal 1765 al 1777; in seguito si sottomise alla S. Sedevi, e scrisse anche (1781) una confutazione della sua opera; però anche le sue ritrattazioni non sono pienamente ortodossie, e si dubita della sua sincerità. La sua dottrina continuò ad esercitare influenza, anche nella prima metà del sec. XIX (in Italia rappresenta le sue idee Pietro Tamburini, nell'opera Vera idea della S. Sedevi). Il Concilio Vaticano, definendo solennemente il primato di giurisdizione del romano pontefice (Denz-1826-31), ha posto fine a tutti questi errori.

BIBL.: O. Meyer, Febronius, Tubinga 1880 e 1885; F. Stümpfer, Die kirchenrechtlichen Ideen des F., Würzburg 1908; J. B. Sägmüller, Lehrbuch des katholischen Kirchenrechts, I, 4a ed., Friburgo in Br. 1925, p. 99; T. Ortolan, Febronius, in DThC, V, coll. 2115-24; M. Braubach, s. V. in LThK, V, coll. 141-42; A. Rosch, Febronianismus, ibid., III, coll. 974-76.