DIGIUNO. - D. dal latino ecclesiastico «iejunus» è colui che è vuoto di cibo. L'aggettivo sostantivo ha finito poi per significare l'esercizio di chi sta digiuno, cioè il digiunare.
I. Nozioni
Digiunare nel significato pieno della parola è l'astenersi assolutamente da ogni cibo e da ogni bevanda. A questo d. completo i teologi hanno dato il nome di d. naturale. È quello che la Chiesa prescrive dalla mezzanotte in poi al sacerdote che celebra ed al fedele che intende ricevere la S. Comunione, e che perciò si chiama anche d. eucaristico.Questo stesso d. è ancora assai raccomandato all'alto che si battezza e al sacerdote che lo battezza (cann. 753 § 1, 808, 858 § 1).
Il d. che uno si impone liberamente, per esercizio di virtù, fuori delle prescrizioni della Chiesa, e che regola da sé nelle sue modalità, è detto dai teologi d. morale. Consiste nell'astinenza dal cibo e dalle bevande secondo un regime razionale. Se i motivi, che lo ispirano sono meramente umani, p. es., la sanità del corpo, la buona disposizione fisica per meglio studiare ecc., allora si chiama filosofia. Se i motivi sono soprannaturali, si chiama invece d. cristiano. Questo d. è ispirato soprattutto dalla mortificazione e dalla penitenza come una misura preventiva contro il peccato o come mezzo di soddisfazione per i peccati commessi.
Questo stesso d., in quanto la Chiesa non solo ne approva il fine, ma ne ha fissato il regime nei suoi vari dettagli, si chiama propriamente d. ecclesiastico.
Il d., se ordinato ad un fine onesto, p. es., a frenare i moti della carne, a rendere la mente più atta alla contemplazione (Dan. 10, 3), a soddisfare per i peccati, ad imperare, insieme con l'orazione, i benefici spirituali e temporali, è un atto di virtù.
Per essere tale, occorre però che sia praticato con criterio, rispettando cioè anche nell'esercizio della virtù della temperanza le due finalità, da cui la ragione per sé non può astrarre: conservare la vita e le forze necessarie per compiere il proprio dovere.
Il d. è propriamente un atto della virtù dell'astinenza, parte soggettiva della virtù della temperanza, perché verte circa l'uso del cibo, in cui è proprio della virtù dell'astinenza trovare il giusto mezzo. Può tuttavia essere imperato anche da altre virtù: dalla carità, dalla religione, dalla penitenza, dalla castità ecc.
Il d. è un bene utile e perciò non è comandato per sé stesso, ma solo in ordine al fine a cui è utile. Le utilità che si possono avere con la pratica del d. ordinaria-mente possono essere raggiunte anche per altre vie, e perciò per diritto di natura non viene comandato assolutamente a tutti, ma solo a quelli a cui è necessario ed in quanto ad essi è necessario.
Poiché però è generalmente a tutti molto utile, la Chiesa ha determinato in materia il diritto naturale, ed ha stabilito un tempo ed un modo di d. da osservarsi comunemente da tutti.
È del resto conforme a ragione misurarsi nel cibo (astinenza). Che la materia prenda il sopravvento nello spirito, nessuno può desiderarlo o approvarlo. Ora la gola è, dopo la lussuria, la più forte delle passioni del senso e dà spesso essa stessa alla lussuria esca ed incentivo. Torna dunque opportuno un precetto che, in dati periodici e ricorrenze, con le sue esteriori osservanze, ridesti nell'anna la memoria di ciò che essa ha da temere dal corpo, e le offre un mezzo pratico ed efficace di tenerlo a sé sottoposto.
Che poi la mortificazione della gola possa costituire un atto di religione e di culto, appare così naturale, che lo si trova praticato in molte religioni, anche non cristiane. Già nei libri del Vecchio Testamento il d. e la preghiera insieme uniti figuravano tra i mezzi più propri ad ottenere grazie da Dio.
II. IL D. NELLA BIBBIA. - Il d. viene lodato e anche comandato nel Vecchio Testamento (Tob. 12, 8; II Reg. 12, 16; Jud. 8, 6; Ioc. 2, 12; Esth. 14, 2; II Mach. 13, 12).
I Giudei erano obbligati a digiunare il 10 del settimo mese. Durante la prigionia fu istituito il d. del 4°, 5° e 10° mese. Isaia però notava che il Signore non si poteva placare col solo d. esterno senza una vera penitenza e l'osservanza delle virtù della giustizia e carità.
Nel Nuovo Testamento, Gesù Cristo prima di iniziare la predicazione del Vangelo digiunò 40 giorni e 40 notti; però ai suoi discepoli, finché stettero con lui non impose un precetto del d., anche per contrastare alle esagerazioni dei Farisei che ne avevano moltiplicato all'eccesso i giorni (Lc. 18, 12). Pure ai discepoli stessi annunziò che in seguito avrebbero digiunato (Mt. 9,
14-15) e del d. prescrisse il modo, dicendo di evitare l'ostentazione e l'ipocrisia (Mt. 6, 16-18).
La S. Scrittura riferisce che gli Apostoli non rare volte hanno digiunato, specie nell'elezione dei ministri di Dio (Act. 13, 2-3; 14, 22). Paolo espressamente pone il d. tra le penitenze con le quali castigava il suo corpo e lo teneva in servitù (II Cor. 6, 5 e 11, 17; I Cor. 9, 27).
Gli autori non convengono se gli Apostoli abbiano comandato il d. della Quaresima. Per quanto alcuni Padri, come s. Girolamo, dicano che la Quaresima si osserva secondo la tradizione degli Apostoli » (Ep. 27, 27, a Marcella), e anzi s. Pier Crisologo affermi che si osserva per ordine divino (Serm. 11), sembra tuttavia più probabile la tesi di s. Agostino che ritiene che Gesù Cristo e gli Apostoli non hanno stabilito i giorni del d. (Epist., 36, 14; PL 33, 151).
La Chiesa introdusse l'uso della Quaresima prima della Comunione pasquale e si osservava in Oriente e Occidente. Però nella Chiesa orientale durava 7 settimane, perché s'interrompeva ogni sabato e domenica, mentre nella Chiesa occidentale era per 6 settimane, interrompendosi il d. solo la domenica. Verso il sec. IX, fu introdotta la consuetudine obbligatoria di iniziare il d. 4 giorni prima della Quaresima, perché, tolte le domeniche, si avesse un d. di 40 giorni.
Verso il sec. v s'introdusse l'uso di digiunare per alcuni giorni nelle «Quattro Tempora» dell'anno per dedicare tutto l'anno al Signore secondo l'uso ebraico, tanto che poi le ordinazioni dei sacerdoti e diaconi si potevano fare solo nelle dette «Quattro Tempora». Nel sec. vi, alcune Chiese obbligarono al d. di tre giorni in ogni settimana dell'Avvento, come anche fu introdotto il triduo delle Rogazioni, che presto diventò consuetudine universale. In questo tempo incominciò l'uso di digiunare nelle viglie di Natale, dell'Epifania, dell'Assunzione e delle feste degli Apostoli.
Nella Chiesa orientale diverse volte era messa la refezione, però assai scarsa, mentre nella Chiesa latina dopo il Vespro, ossia quasi al termine della giornata, vi era un'unica refezione. Durante il d. i fedeli si astenevano non solo dal cibo, ma anche dal vino e persino l'acqua era permessa, per estinguere la sete, solo in alcune ore determinate. Dal sec. x s'introdusse l'uso di prendere la refezione alle 3 pomeridiane e in seguito fu trasportata a mezzodì. Fino al sec. XIII v'era una sola refezione, poi venne introdotta quella della sera. Nel sec. XIX incominciò l'uso di prendere al mattino un po' di caffè con una limitatissima porzione di pane.
III. SOGGETTO E TEMPO DEL D
Tutti sono tenuti al d. morale. Riguardo al d. eucaristico (v. COMUNIONE EUCARISTICA; MESSA) vi sono tenuti tutti coloro che devono celebrare la S. Messa o comunicarsi, dalla mezzanotte fino a dopo la Comunione, a meno che non abbiano avuto dispensa e salvo il caso del viatico. Qui viene trattato soltanto il d. ecclesiastico, a cui sono tenuti con legge generale della Chiesa tutti i battezzati dal 21° anno completo al 59° finito (can. 1254 § 2; per il computo V. can. 34 § 2), nei giorni di Quaresima (dal Mercoledì delle Ceneri fino a mezzogiorno del Sabato Santo, eccetto le domeniche), il mercoledì, venerdì e sabato delle «Quattro Tempora»; nelle viglie di Natale, Pentecoste, Assunzione e di tutti i Santi, a meno che queste non cadano in domenica o in giorni di festa di precetto (can. 1252 § 4). Nei giorni di Quaresima, fatta eccezione del venerdì e del sabato, vige solamente la legge del d.; negli altri giorni, compresi i venerdì e i sabati della Quaresima, la legge del d. è unita a quella dell'astinenza (can. 1252 § 3).Il d. è ancora comandato nella vigilia della consacrazione di una chiesa al Vescovo consacrante e a coloro che chiedono la consacrazione della Chiesa (can. 1166 § 2). Tali sono: colui che ha edificato la chiesa a proprie spese, se ne chiede la consacra-zione; tutti i canonici componenti il Capitolo, se è questi a chiedere la consacrazione; il parroco, se almeno chiede implicitamente (S. Congregazione del Concilio, 3 luglio 1909); non però il popolo o il consiglio di fabbrica, perché non hanno nessun diritto nel governo spirituale; né probabilmente i vicari cooperatori (a meno che non chiedano espressamente), perché il predetto can. 1166 § 2 recede dal Pontificale romano che chiedeva il d. del clero e del popolo.
I giorni di astinenza e d. sono considerati come tempo sacro (can. 1243). Costituirli, trasferirli, abolirli è compito riservato alla suprema autorità ecclesiastica (can. 1244 § 1). Gli Ordinari possono soltanto per modum actus indire giorni di d. e di astinenza per le loro diocesi.
IV. ESSENZA DEL D
Manca una autentica dichiarazione della Chiesa che determini l'essenza del d. ecclesiastico.Gli antichi autori ponevano l'essenza del d. in tre condizioni, ossia: a) nell'unica refezione; b) nell'ora determinata di questa refezione; c) nell'astinenza determinata di certi cibi come le carni e i latticini. Secondo gli autori moderni queste tre condizioni appartengono alla perfezione del d., ma non ne formano l'essenza. Quello che attraverso le mutazioni disciplinari della Chiesa è restato invece immutato nel d. è il principio dell'unica refezione principale.
1. Unica o principale refezione
La durata di un giorno di d. è computata da mezzanotte a mezzanotte. Entro questo tempo è permessa una sola refezione completa (can. 1254 § 1), cui, se ne accede per qualsiasi motivo un'altra uguale, il d. diventa impossibile e si ha l'infezione del precetto in materia grave. La consuetudine ha aggiunto, è vero, due altre piccole refezioni, il mattino (frustulum matutinum) e la sera (coemula vespertina); queste però sottostanno a varie restrizioni circa la qualità e quantità dei cibi. Per la refezione principale invece non vi è una quantità determinata di cibo da prendersi, oltre la quale si violi il d. Anche chi mangia lauta-mente o eccede potrà peccare contro la temperanza, potrà perdere totalmente o parzialmente il merito del d., ma non pecca contro il precetto del d. Così pure riguardo alla qualità. Nei giorni di solo d.: a) non è esclusa neppure la carne (ciò che prima del CIC era controverso); b) non è proibito mescolare carne a pesce (lo era però anticamente). Anche il posto che la refezione principale deve occupare nella giornata di d. non è stretta-mente determinato, cheché sia delle antiche usanze e delle dispute degli antichi autori. La consuetudine nei nostri paesi fa sì che la refezione principale sia il pranzo, che si suol prendere circa l'ora di mezzogiorno. Ma si può anche invertire il pranzo con la refezione serotina o anche prendere la refezione serotina al mattino, poi a mezzogiorno il pranzo e la sera la colazione mattutina (can. 1251 § 2). Una qualche determinazione si ha circa la durata della refezione principale. È concordemente ammesso che non si possa senza colpa protrarre il pranzo oltre due ore, salvo una giusta causa, come la consuetudine di allungare il tempo quando ci sono invitati. Il pranzo deve essere moralmente continuo, poiché l'interruzione notevole porterebbe a più refezioni, ciò che non è permesso. La determinazione dell'interruzione è da farsi secondo un computo più morale che matematico, tenendo conto della intenzione di chi digiuna, oltre che della più o meno lunga interruzione. L'interruzione, in genere, è ritenuta di non notevole entità entro la mezz'ora; ma, se uno ha interrotto legittimamente, anche l'interruzione di un'ora non pregiudica e quindi si può lecitamente continuare il pranzo.2. Colazione o refezionella mattutina e refezione serotina o cenetta
Attualmente anche nei giorni di d. al mattino è permesso prendere un po' di cibo, ossia una piccola quantità di caffè, cioccolato e simili con un po' di pane, dolci, frutta o quantità di cibo nutritivo.eccetto carne (Pontificia Commissione per l'interpretazione, 29 ott. 1919). La quantità consentita è ca. di 60 gr. (S. Penit., 21 nov. 1843), salvo che la complessione o l'ufficio da adempiere non richiedano qualche cosa di più.
Anche la sera viene ora permessa una modesta refezione secondo quella quantità e qualità di cibo (eccettuata la carne e brodo di carne) permesse dalla consuetudine locale.
Riguardo alla quantità, ognuno può prendere quanto è necessario per soddisfare convenientemente ai propri uffici; ma in genere, la quantità, considerata in natura, consentita dai teologi è dai 250 ai 300 gr., oppure con altro computo può dirsi consentita la quarta parte del pranzo completo.
Nella vigilia di Natale, la consuetudine universale permette una quantità doppia di quella usuale dei giorni di dì.
La consuetudine, in genere espressa negli atti diocesani e nella prassi dei buoni fedeli, indica, come si è detto, la qualità dei cibi permessi. In molti luoghi sono leciti i latticini e le uova.
I pellegrini possono certamente seguire le consuetudini locali riguardo alla quantità e qualità. Anzi, secondo alcuni, possono anche seguire le consuetudini più favorevoli del loro domicilio, evitato però lo scandalo.
3. *Dispensa.* – L'obbligo del d. cessa se viene dispensato dal legittimo superiore. Spesso la causa in sé non è sufficiente a scusare dal d., ma è sufficiente a chiedere la dispensa al superiore, tanto più che l'obbligo della legge dipende dalla volontà del superiore, il quale, se crede, può togliere tale vincolo. La dispensa può essere accordata per il solo d. o per la sola astinenza o per ambedue.
4. *Autore della dispensa.* – Nella Chiesa possono dispensare dal digiuno: a) il Papa, che dispensa sempre *validamente* ed essendoci un giusto motivo anche *lecitamente* (mancando il giusto motivo si avrebbe accettato o preferenza di persone); b) l'Ordinario della diocesi nei casi singoli o per le singole famiglie; però può dispensare tutta la diocesi per motivo di sanità pubblica o per un grande concorso di popolo. L'Ordinario per dispensare non solo lecitamente, ma anche validamente deve avere una giusta causa (poiché dispensa nella legge del superiore); in diocesi può dispensare tutti, fuori diocesi solo i suoi sudditi (can. 1245 § 1-2); c) il parroco può dispensare tutti (anche i pellegrini) dentro i limiti della parrocchia, però solo i singoli fedeli o le singole famiglie; fuori della parrocchia ha la stessa facoltà soltanto per i suoi parrocchiani (can. 1245 § 1). Anche il vicario che supplisce il parroco assente oppure è da lui delegato, benché sia presente lo stesso parroco, può dispensare i singoli fedeli o le singole famiglie; d) i superiori di una religione clericale esente hanno la stessa facoltà del parroco (di dispensare nei casi singoli) riguardo ai professi, ai novizi e a tutti coloro che per ragione di servizio, educazione, ospitalità o malattia abitano nella casa religiosa per un giorno intero (basta avere il proposito di rimanere per tale tempo; can. 1245 § 3); e) i delegati entro i limiti della delega.
5. *Confessori,* salvo che non siano stati delegati, i medici, le superiore delle religiose non possono dispensare, ma possono dichiarare se nel caso vi sia una causa scusata dal d.
VI. *OBBLIGO MORALE.* – La legge del d. è un precetto positivo e obbliga sotto pena di peccato mortale per coloro che vi sono tenuti, salvo che abbiano qualche causa scusate. Il 24 sett. 1665, Alessandro VII ha condannato la seguente proposizione: «Chi viola il d. eccelsiato a cui è tenuto, non pecca mortalmente, purché non faccia per disprezzo o disubbidienza, p. es., perché non vuole assoggettarsi al precetto» (Denz-U, n. 1123). L'ignoranza invincibile, la completa inavvertenza o dimenticanza scusano dal peccato formale. Giuseppe Sima
VII. *ATTUALITÀ DELLA LEGGE SUL D.* – Dopo quanto si è detto e riferito sorge spontanea una considerazione: perché c'è ancora una legge del d. quando la sua osservanza in concreto, già oggettivamente, per un cumulo di circostanze, è assai limitata; e, per di più, spesso ci si aggiunge da parte dei fedeli la trascuratezza del precetto stesso?
XLI. *ATTUALITÀ DELLA LEGGE SUL D.* – Dopo quanto si è detto e riferito sorge spontanea una considerazione: perché c'è ancora una legge del d. quando la sua osservanza in concreto, già oggettivamente, per un cumulo
stenza della legge. Tutto ciò impedisce che si possa introdurre una consuetudine contra ius.
Di più nelle straordinariamente avverse circostanze prodotte dalla guerra il supremo legislatore (Indulto apostolico del 19 dic. 1941, AAS, 33 [1941], p. 516) sentì paternamente la necessità di alleggerire la legge dell'astinenza e del d., ma lo fece dando agli Ordinari, a modo d'indulto generale, la facoltà di dispensare nel territorio di propria giurisdizione, mantenendo ferma insieme l'osservanza della legge per i fedeli di rito latino nei due giorni del Mercoledì delle Ceneri e Venerdì Santo e per i fedeli degli altri riti in due giorni da stabilirsi dai propri Ordinari.
Recentemente poi (S. Congregazione del Concilio, 28 genn. 1949), atteso il miglioramento delle circostanze, ha ripristinato in parte la legge dell'astinenza e del d., disponendo che la facoltà concessa agli Ordinari di dispensare venisse limitata nel modo seguente: a) l'astinenza sia osservata in tutti i venerdì dell'anno; b) l'astinenza e il d. siano osservati il Mercoledì delle Ceneri, il Venerdì Santo e le vigiliere dell'Assunta e di Natale; nei quali giorni peraltro è data facoltà agli Ordinari tutti di concedere l'uso di uova e latticini anche nelle piccole refezioni del mattino e della sera (AAS, 41 [1949], pp. 32-33).
In questi due decreti, oltre lasciare agli Ordinari di avvalersi o meno di queste facoltà, la S. Sede ha sempre raccomandato che la concessione dell'indulto venisse accompagnata dalla raccomandazione di supplire la mancata mortificazione corporale con esercizi di cristianizzazione e di carità. Tutto ciò induce ad una considerazione fondamentale.
La Chiesa, nonostante che non pochi vogliano abbozzare la legge del d. come impraticabile, è invece molto zelante a riguardo di essa. Si potrebbe pensare che sia solo il peso di una lunga tradizione a determinare ciò, ma più profonda è invece la ragione.
Il d. prescritto dalla Chiesa è un atto di culto pubblico e sociale. Non è il fedele isolato che si mortifica, è la Chiesa stessa che si spiritualizza, si purifica, fissando ed ordinando questo modo speciale di purificazione. Di più, esso è legato intimamente con la vita spirituale e sociale dei fedeli. Durante la Quaresima il d. costituisce l'oggetto di tutte le più belle preghiere liturgiche; i fedeli sono obbligati o almeno esortati ad astenersi dai divertimenti, a frequentare la parola di Dio; ancor oggi, sebbene meno di una volta, la vita civile stessa risente che la Quaresima è un tempo per tutti sacro.
Togliere il d. ecclesiastico e lasciare il solo dovere morale e naturale della mortificazione, sarebbe assai pernicioso per la vita dei fedeli, perché molti poi praticamente sarebbero indotti a non fare alcun conto della mortificazione corporale.
Ora la Chiesa nel precetto positivo ha fissato le basi generali per l'osservanza del d., perché, essendo esso imposto a tutta la comunità dei fedeli, deve avere anche una manifestazione esterna comune.
Entro questa norma poi il fedele deve veramente amare la mortificazione della sua carne e del suo spirito.
delle nostre possibilità. Durate di un anno sono comuni
sia negli invertebrati sia nei vertebrati inferiori. Così,
un anno e più può restare digiuna, ad es., la sanguisuga,
dopo aver esaurito completamente la riserva di sangue,
di cui essa ricorda il proprio tubo digerente ogni volta
che si trova a poter succhiare; per non dire dell'argus
reflexus che, dopo abbondante pasto-sangue, digiuna fi-
nano sette anni. Durate simili si ripresentano anche
per i vertebrati: si cita il caso di serpenti sopravvissuti
anche a due anni di d. La resistenza si abbassa invece
notevolmente negli ometermi, nei quali l'adattamento
a una temperatura corporea superiore alla media ordi-
naria ambiente implica la necessità di combustioni attive,
per far fronte alla continua perdita di calore per irrag-
giamento. In relazione a questo, la durata massima del
d. varia notevolmente da specie a specie, in funzione con
l'entità appunto di tale irraggiamento, e può, di fatto,
valutarsi inversamente proporzionale alle dimensioni li-
neari dell'animale. Quando si consideri che a dimensioni
minori corrisponde una superficie corporea, minore in
valore assoluto, ma maggiore come valore relativo, rife-
rita cioè all'unità di volume e quindi di peso, si com-
prendrà come gli animali piccoli offrano un irraggi-
mento termico assai maggiore dei grandi e siano quindi
dotati di un assai più intenso metabolismo e, correlati-
vamente, posseggano resistenze al d. di gran lunga infe-
riori.
Particolari condizioni offrono i mammiferi ibernanti
(p. es., marmotte), nei quali il d. può durare assai più
a lungo di quanto sarebbe da attendersi, perché qui si
sovrappone un ulteriore adattamento, che consente al-
l'animale di sopravvivere a un abbassamento della tem-
peratura corporea di parecchi gradi.
Per l'uomo, i pochi dati sicuramente documentabili
ci fanno ritenere la durata massima del d. intorno
ai 70 giorni, valore alquanto più basso di quello che
sarebbe stato prevedibile in base alla relazione con le
dimensioni lunari.
Durante il d., l'organismo - esauriti gli ultimi residui
del tubo digerente - passa all'attacco delle sue riserve.
Prima di tutte i giudici e, in particolare, il glicogeno del
fegato, che rapidamente scompare; successivamente quello
dei muscoli. In un secondo tempo, entra in scena il grasso
accumulato nel pannicolo adiposo sottocutaneo e nei cu-
scienti interviscerali. Peraltro, con l'inizio dell'inanizio-
ne, si abbassa anche la curva dell'intensità metabolica;
per quanto i dati in proposito non siano del tutto concordi,
sembra tuttavia che tale abbassamento non sia semplice-
mente riferibile alla contemporanea diminuzione del peso,
ma, più rapido di questa, esprima un particolare adatta-
mento con cui l'organismo adegua l'intensità del suo ri-
cambio alle particolari condizioni di emergenza in cui
viene a trovarsi, e alla conseguente necessità di economia.
Nel caso dell'uomo, p. es., si passa dalla produzione di
30,2 calorie per kg. di peso al primo giorno, a 17 calorie al
quarantaduesimo. Al termine, un brusco rialzo della curva
metabolica, di significato tuttora oscuro, rientra nel qua-
dro di quei fenomeni patologici che preludiano la fine
ormai prossima e l'accompagnano.
Si è, sin qui, parlato degli alimenti dinamogeni
per antonomasia, glucidi e lipidi. Per quanto concerne
le proteine, che, utilizzabili anch'esse a fini energetici,
sono tuttavia i preziosi componenti delle strutture pro-
toplasmatiche, il rapido abbassarsi iniziale dell'azoto uri-
nario - che si mantiene lungamente poi su questo li-
vello - attesta come l'organismo si ponga, in un primo
tempo, in regime di economia proteica. Verso la fine,
un brusco rialzo della curva di escrezione azotata ci ri-
vela la entrata in gioco delle proteine. Esaurite le riserve
ternarie, è ora il loro turno ad alimentare l'ultima fiam-
mella di vita. Ma si è ormai nell'ambito dei fatti pato-
logici, quando l'organismo è costretto ad attaccare i co-
stituenti stessi dei suoi tessuti. Peraltro il potere autore-
golare gioca ancora a dirigere anche quest'ultima fase:
il sistema nervoso è quello che più a lungo persiste in-
tatto, ultimo a diminuire di peso. Il primo invece a ri-
dursi è il fegato, il che può essere posto in relazione,
oltreché con la quantità di riserve in esso contenute,
anche con il fatto che la sua massa paraclimatica deve
ritenersi (a giudicare dai risultati delle ricerche del Re-
mot) assai maggiore di quella corrispondente alle esi-
genze funzionali di un dato istante, si da permettere,
momento per momento, una disponibilità di territori in
riposo.
Quanto alla terza categoria di alimenti - le vita-
mine -, esauriti gli esigui quantitativi presenti ancora nei
tessuti, non mancheranno di farsi sentire gli effetti fun-
zionali della loro carenza. Difatti il d. prolungato è ac-
compagnato da una serie di turbe riferibili non sempli-
camente alla mancanza quantitativa di apporto alimen-
tare, ma, con ogni verosimiglianza, almeno in parte, al
definitivismo, come, del resto, quei disturbi che oggi
consigliano di abbandonare la tecnica delle diete troppo
severe anche nelle gravi affezioni intestinali.
Dopo un periodo più o meno lungo, la inanizione
sfocia - come si è detto - nella morte. Le forze mu-
scolari si sono venute gradatamente affievolendo e tutte
le funzioni deprimendo; ma, negli ometermi, la tem-
peratura corporea non si abbasserà che negli ultimi
giorni, mentre si attenua anche la eccitabilità degli ele-
menti nervosi e si riduce al minimo l'attività secretoria.
L'autopsia svelerà, oltre alla estrema riduzione del
tessuto adiposo (97 % in media) e delle masse muscolari
(50 %), fatti degenerativi o riduttivi a carico dei più di-
versi tessuti, primo fra tutti il parenchima epatico. Cer-
vello e cuore sono i territori che, anche ai fini anatomo-
patologici, presentano alterazioni più tardive. Peraltro la
morte - che sopraggiunge quando la perdita globale di
peso raggiunge il 40-50 % (raramente il 60 %) del va-
lore iniziale - non può attribuirsi a totale esaurimento
di ogni materiale che ancora alimenti il metabolismo di
base. Altri devono essere i fattori immediati: fatti tos-
sici, verosimilmente dalle alterazioni qualitative del ri-
cambio (si pensi alla precoce acetonuria dell'animale di-
giunante, o, d'altro lato, all'importanza dell'acqua per
prolungare la resistenza e attenuare le manifestazioni pa-
tologiche), o profonde turbe funzionali di carenza vita-
minica.
Da quanto si è detto sin qui sembrerebbe che
il d. dovesse considerarsi unicamente come un'evé-
nienza abnorme nell'economia organica. Nulla di più
insenso. È dato di estremo interesse, il trovarlo
normalmente intercalato nella vita di moltissime
specie di posizione sistematica diversissima. Non è,
in questi casi, la semplice privazione di alimenti
delle forme ibernanti, correlata all'inerzia e immo-
bilità degli stati letargici; ma, fenomeno di gran lunga
più suggestivo, è un d. che accompagna periodi
di intensa attività fisiologica: così negli insetti olo-
metaboli, durante la fase di ninfa, quando più grande
è il lavorio di rinnovamento di pressoché tutti gli
apparati organici, distrutti e poi riedificati; così in
molti teleostei, nel corso del laborioso processo di
maturazione degli organi riproduttivi, compiuto a
spese delle proteine muscolari; così ancora nei girini
degli anuri in via di metamorfosi. Una tale relazione,
osservabile in natura, è, in certo qual modo, avva-
lorata da risultati sperimentali, che sembrano indi-
care nel d. una sorta di «principio stimolatore» per
alcuni periodi fisiologici.
Ma la sua importanza positiva emerge anche dal
fatto che esso costituisce, da tempi antichissimi, una
pratica terapeutica e preventiva, anche nell'igiene e
nella medicina umana. A parte il riposo che esso
assicura a tutto il sistema digestivo - fegato e pancreas
compresi - e quindi, indirettamente, anche al si-
stema cardiovascolare alleggerito di tutto il carico
corrispondente al lavoro muscolare e glandolare della
digestione (onde l'ottima pratica di intercalare un
giorno di d. nella dieta settimanale), il fatto che la
cellula venga a trovarsi in deficit di alimenti significa necessità di utilizzare anche prodotti, alimenti inerenti e non metabolizzati. Si tratterà di un ricambio forzato, che la costringe alla più profonda degradazione e rimozione di una quantità di sostanze ordinariamente depositate come rifiuti. È forse, questo discarico di scorie, questa più profonda « pulizia » il fattore di quella ripresa giovanilità, cui le esperienze sopra citate indurrebbero a pensare? D'altro lato, nei depositi lipidici, l'organismo accumula insieme con il grasso di riserva, derivante dalle eccedenze alimentari – anche una notevole proporzione di cataboliti (scorie) che vi rimangono sequestrati, onde i cuscinetti adiposi possono, in certo qual modo, paragonarsi a quei reni di accumulo, di cui si trova esempio in un gran numero di invertebrati. E, forse, è proprio la necessità di liberare il circolo da questi rifiuti, uno degli stimoli all'adipogenesi; ciò mostra il frequente insorgere di questa, indipendentemente da eccessi alimentari e in relazione piuttosto a stati anormali del ricambio. Ed ecco un nuovo aspetto del d. che, con la mobilizzazione di tali inerti depositi adiposi, elimina anche la massa di scorie ivi accumulata. Si può, per tal modo, comprendere quale prezioso mezzo terapeutico costituisca il d., purché applicato con determinate precauzioni, atte ad evitare i pericoli. Si tratterà, anzitutto, di allontanare dall'intestino quei residui che l'organismo rapidamente riassorbe, con tutto il carico, che ad essi si accompagna, dei prodotti tossici delle putrefazioni della flora batterica intestinale.
Si tratterà di assicurare, con abbondante fornimento di acqua, il normale equilibrio idrico dei tessuti e il normale lavoro degli emunitori per l'allontanamento di ogni tipo di tossine; di alternare d. o fasi di ipoalimentazione, durante le quali si allontana il « grasso sporco », a fasi di normale e intensa alimentazione per ricaricare l'organismo di « grasso pulito », pronto ad accogliere nuove scorie.
Presso i popoli e le religioni più diverse, si trova il d. largamente applicato come norma universale. Non si vuole certamente ricadere nel greto errore materialistico che, in tale precetto, non sa scorgere se non una felice intuizione fisiologica del legislatore, che avrebbe ammantato di spiritualità una prassi imposta da esigenze puramente fisiche di clima e di razza, continuando, nella specie umana, come esercizio volontario, ciò che, in un gran numero di animali, è frutto dell'istinto e dell'ordinario ritmo funzionale. Il valore del d., per l'uomo fatto di corpo e di spirito, è, una volta per sempre, suggestivamente impresso nelle poche, ma incisive parole: « corporali ieiunio vitia comprimis, mentem elevas, virtutem largiris et praemia ». Le quali, mentre esplicitamente ne traducono le risonanze spirituali, implicitamente ne suggeriscono anche il senso fisiologico, con le prime intimamente connesso. Elasticità, cioè, e freschezza del corpo, che, per misteriosi legami, dalla sfera fisiologica si ripercuotono su quella dello spirito; elasticità e freschezza della mente e del cuore, capacità di controllo sugli impulsi dell'uno, di agire espansione alle elevazioni dell'altra, in una libertà di movimento sconosciuta a un organismo intorpidito e imprigionato nella soffocante invadenza del proprio ricambio. Giovinezza in una parola, giovinezza di corpo e di spirito, che è assai meno l'invidabile privilegio di una fuggevole età, che non il frutto durevole di una conquista fortemente voluta e saldamente difesa.