DIGIUNO. - D. dal latino ecclesiastico «iejunus» è colui che è vuoto di cibo. L'aggettivo sostantivato ha finito poi per significare l'esercizio di chi sta digiuno, cioè il digiunare.
I. NOZIONI
Digiunare nel significato pieno della parola è l'astenersi assolutamente da ogni cibo e da ogni bevanda. A questo d. completo i teologi hanno dato il nome di d. naturale. È quello che la Chiesa prescrive dalla mezzanotte in poi al sacerdote che celebra ed al fedele che intende ricevere la S. Comunione, e che perciò si chiama anche d. eucaristico.Questo stesso d. è ancora assai raccomandato all'adulto che si battezza e al sacerdote che lo battezza (cann. 753 § 1, 808, 858 § 1).
Il d. che uno si impone liberamente, per esercizio di virtù, fuori delle prescrizioni della Chiesa, e che regola da sé nelle sue modalità, è detto dai teologi d. morale. Consiste nell'astinenza dal cibo e dalle bevande secondo un regime razionale. Se i motivi, che lo ispirano sono meramente umani, p. es., la sanità del corpo, la buona disposizione fisica per meglio studiare ecc., allora si chiama filosofico. Se i motivi sono soprannaturali, si chiama invece d. cristiano. Questo d. è ispirato soprattutto dalla mortificazione e dalla penitenza come una misura preventiva contro il peccato o come mezzo di soddisfazione per i peccati commessi.
Questo stesso d., in quanto la Chiesa non solo ne approva il fine, ma ne ha fissato il regime nei suoi vari dettagli, si chiama propriamente d. ecclesiastica.
Il d., se ordinato ad un fine onesto, p. es., a frenare i moti della carne, a rendere la mente più atta alla contemplazione (Dan. 10, 3), a soddisfare per i peccati, ad impetrare, insieme con l'orazione, i benefici spirituali e temporali, è un atto di virtù.
Per essere tale, occorre però che sia praticato con criterio, rispettando cioè anche nell'esercizio della virtù della temperanza le due finalità, da cui la ragione per sé non può astrarre: conservare la vita e le forze necessarie per compiere il proprio dovere.
Il d. è propriamente un atto della virtù dell'astinenza, parte soggettiva della virtù della temperanza, perché verte circa l'uso del cibo, in cui è proprio della virtù dell'astinenza trovare il giusto mezzo. Può tuttavia essere imperato anche da altre virtù: dalla carità, dalla religione, dalla penitenza, dalla castità ecc.
Il d. è un bene utile e perciò non è comandato per se stesso, ma solo in ordine al fine a cui è utile. Le utilità che si possono avere con la pratica del d. ordinariamente possono essere raggiunte anche per altre vie, e perciò per diritto di natura non viene comandato assolutamente a tutti, ma solo a quelli a cui è necessario ed in quanto ad essi è necessario.
Poiché però è generalmente a tutti molto utile, la Chiesa ha determinato in materia il diritto naturale, ed ha stabilito un tempo ed un modo di d. da osservarsi comunemente da tutti.
È del resto conforme a ragione misurarsi nel cibo (v. ASTINENZA). Che la materia prenda il sopravvento nello spirito, nessuno può desiderarlo o approvarlo. Ora la gola è, dopo la lussuria, la più forte delle passioni del senso e dà spesso essa stessa alla lussuria esca ed incentivo. Torna dunque opportuno un precetto che, in dati periodi e ricorrenze, con le sue esteriori osservanze, ridesti nell'anima la memoria di ciò che essa ha da temere dal corpo, e le offra un mezzo pratico ed efficace di tenerlo a sé sottoposto.
Che poi la mortificazione della gola possa costituire un atto di religione e di culto, appare così naturale, che lo si trova praticato in molte religioni, anche non cristiane. Già nei libri del Vecchio Testamento il d. e la preghiera insieme uniti figuravano tra i mezzi più propri ad ottenere grazie da Dio. Pietro Palazzini
II. IL D. NELLA BIBBIA. - Il d. viene lodato e anche comandato nel Vecchio Testamento (Tob. 12, 8; II Reg. 12, 16; Iud. 8, 6; Ioel. 2, 12; Esth. 14, 2; II Mach. 12, 12).
I Giudei erano obbligati a digiunare il 10 del settimo mese. Durante la prigionia fu istituito il d. del 4°, 5° e 10° mese. Isaia però notava che il Signore non si poteva placare col solo d. esterno senza una vera penitenza e l'osservanza delle virtù della giustizia e carità.
Nel Nuovo Testamento, Gesù Cristo prima di iniziare la predicazione del Vangelo digiuno 40 giorni e 40 notti; però ai suoi discepoli, finché stettero con lui non impose un precetto del d., anche per contrastare alle esagerazioni dei Farisei che ne avevano moltiplicato all'eccesso i giorni (Lc. 18, 12). Pure ai discepoli stessi annunziò che in seguito avrebbero digiunato (Mt. 9,
14-15) e del d. prescrisse il modo, dicendo di evitare l'ostentazione e l'ipocrisia (Mt. 6, 16-18).
La S. Scrittura riferisce che gli Apostoli non rare volte hanno digiunato, specie nell'elezione dei ministri di Dio (Act. 13, 2-3; 14, 22). S. Paolo espressamente pone il d. tra le penitenze con le quali castigava il suo corpo e lo teneva in servitù (II Cor. 6, 5 e 11, 17; I Cor. 9, 27).
Gli autori non convengono se gli Apostoli abbiano comandato il d. della Quaresima. Per quanto alcuni Padri, come s. Girolamo, dicano che la Quaresima si osserva «secondo la tradizione degli Apostoli» (Ep. 27, a Marcella), e anzi s. Pier Crisologo affermi che si osserva per ordine divino (Serm. 11), sembra tuttavia più probabile la tesi di s. Agostino che ritiene che Gesù Cristo e gli Apostoli non hanno stabilito i giorni del d. (Epist., 36, 14; PL 33, 151).
La Chiesa introdusse l'uso della Quaresima prima della Comunione pasquale e si osservava in Oriente e Occidente. Però nella Chiesa orientale durava 7 settimane, perché s'interrompeva ogni sabato e domenica, mentre nella Chiesa occidentale era per 6 settimane, interrompendosi il d. solo la domenica. Verso il sec. IX, fu introdotta la consuetudine obbligatoria di iniziare il d. 4 giorni prima della Quaresima, perché, tolte le domeniche, si avesse un d. di 40 giorni.
Verso il sec. V s'introdusse l'uso di digiunare per alcuni giorni nelle «Quattro Tempora» dell'anno per dedicare tutto l'anno al Signore secondo l'uso ebraico, tanto che poi le ordinazioni dei sacerdoti e diaconi si potevano fare solo nelle dette «Quattro Tempora». Nel sec. VI, alcune Chiese obbligarono al d. di tre giorni in ogni settimana dell'Avvento, come anche fu introdotto il triduo delle Rogazioni, che presto diventò consuetudine universale. In questo tempo incominciò l'uso di digiunare nelle vigilia di Natale, dell'Epifania, dell'Assunzione e delle feste degli Apostoli.
Nella Chiesa orientale diverse volte era permessa la refezione, però assai scarsa, mentre nella Chiesa latina dopo il Vespro, ossia quasi al termine della giornata, vi era un'unica refezione. Durante il d. i fedeli si satenevano non solo dal cibo, ma anche dal vino e persino l'acqua era permessa, per estinguere la sete, solo in alcune ore determinate. Dal sec. X s'introdusse l'uso di prendere la refezione alle 3 pomeridiane e in seguito fu trasportata a mezzodì. Fino al sec. XIII v'era una sola refezione, poi venne introdotta quella della sera. Nel sec. XIX incominciò l'uso di prendere al mattino un po' di caffè con una limitatissima porzione di pane.
III. SOGGETTO E TEMPO DEL D
Tutti sono tenuti al d. morale. Riguardo al d. eucaristico (v. COMUNIONE EUCARISTICA; MESSA) vi sono tenuti tutti coloro che devono celebrare la S. Messa o comunicarsi, dalla mezzanotte fino a dopo la Comunione, a meno che non abbiano avuto dispensa e salvo il caso del viatico. Qui viene trattato soltanto il d. ecclesiastico, a cui sono tenuti con legge generale della Chiesa tutti i battezzati dal 21° anno completo al 59° finito (can. 1254 § 2; per il computo V. il can. 34 § 2), nei giorni di Quaresima (dal Mercoledì delle Ceneri fino a mezzogiorno del Sabato Santo, eccetto le domeniche), il mercoledì, venerdì e sabato delle «Quattro Tempora»; nelle vigilia di Natale, Pentecoste, Assunzione e di tutti i Santi, a meno che queste non cadano in domenica o in giorni di festa di precetto (can. 1252 § 4). Nei giorni di Quaresima, fatta eccezione del venerdì e del sabato, vige solamente la legge del d.; negli altri giorni, compresi i venerdì e i sabati della Quaresima, la legge del d. è unita a quella dell'astinenza (can. 1252 § 3).Il d. è ancora comandato nella vigilia della consacrazione di una chiesa al Vescovo consacrante e a coloro che chiedono la consacrazione della Chiesa (can. 1166 § 2). Tali sono: colui che ha edificato la chiesa a proprie spese, se ne chiede la consacra-
zione; tutti i canonici componenti il Capitolo, se è questi a chiedere la consacrazione; il parroco, se almeno chiede implicitamente (S. Congregazione del Concilio, 3 luglio 1909); non però il popolo o il consiglio di fabbrica, perché non hanno nessun diritto nel governo spirituale; né probabilmente i vicari cooperatori (a meno che non chiedano espressamente), perché il predetto can. 1166 § 2 recede dal Pontificale romano che chiedeva il d. del clero e del popolo.
I giorni di astinenza e d. sono considerati come tempo sacro (can. 1243). Costituirli, trasferirli, abolirli è compito riservato alla suprema autorità ecclesiastica (can. 1244 § 1). Gli Ordinari possono soltanto per modum actus indire giorni di d. e di astinenza per le loro diocesi.
IV. ESSENZA DEL D
Manca una autentica dichiarazione della Chiesa che determini l'essenza del d. ecclesiastico.Gli antichi autori ponevano l'essenza del d. in tre condizioni, ossia: a) nell'unica refezione; b) nell'ora determinata di questa refezione; c) nell'astinenza determinata di certi cibi come le carni e i latticini. Secondo gli autori moderni queste tre condizioni appartengono alla perfezione del d., ma non ne formano l'essenza. Quello che attraverso le mutazioni disciplinari della Chiesa è restato invece immutato nel d. è il principio dell'unica refezione principale.
1. Unica o principale refezione
La durata di un giorno di d. è computata da mezzanotte a mezzanotte. Entro questo tempo è permessa una sola refezione completa (can. 1254 § 1), cui, se ne accede per qualsiasi motivo un'altra uguale, il d. diventa impossibile e si ha l'infrazione del precetto in materia grave. La consuetudine ha aggiunto, è vero, due altre piccole refezioni, il mattino (frustulum mattutinum) e la sera (cavula vespertina); queste però sottostanno a varie restrizioni circa la qualità e quantità dei cibi. Per la refezione principale invece non vi è una quantità determinata di cibo da prendersi, oltre la quale si violi il d. Anche chi mangia lautamente o eccede potrà peccare contro la temperanza, potrà perdere totalmente o parzialmente il merito del d., ma non pecca contro il precetto del d. Così pure riguardo alla qualità. Nei giorni di solo d.: a) non è esclusa neppure la carne (ciò che prima del CIC era controverso); b) non è proibito mescolare carne a pesce (io era però anticamente). Anche il posto che la refezione principale deve occupare nella giornata di d. non è strettamente determinato, checché sia delle antiche usanze e delle dispute degli antichi autori. La consuetudine nei nostri paesi fa sì che la refezione principale sia il pranzo, che si suol prendere circa l'ora di mezzogiorno. Ma si può anche invertire il pranzo con la refezione serotina o anche prendere la refezione serotina al mattino, poi a mezzogiorno il pranzo e la sera la colazione mattutina (can. 1251 § 2). Una qualche determinazione si ha circa la durata della refezione principale. È concordemente ammesso che non si possa senza colpa protrarre il pranzo oltre due ore, salvo una giusta causa, come la consuetudine di allungare il tempo quando ci sono invitati. Il pranzo deve essere moralmente continuo, poiché l'interruzione notevole porterebbe a più refezioni, ciò che non è permesso. La determinazione dell'interruzione è da farsi secondo un computo più morale che matematico, tenendo conto della intenzione di chi digiuna, oltre che della più o meno lunga interruzione. L'interruzione, in genere, è ritenuta di non notevole entità entro la mezz'ora; ma, se uno ha interrotto legittimamente, anche l'interruzione di un'ora non pregiudica e quindi si può lecitamente continuare il pranzo.2. Colazione o refezione della mattutina e refezione serotina o cenetta
Attualmente anche nei giorni di d. al mattino è permesso prendere un po' di cibo, ossia una piccola quantità di caffè, cioccolato e simili con un po' di pane, dolci, frutta o quantità di cibo nutritivo,eccetto carne (Pontificia Commissione per l'interpretazione, 29 ott. 1919). La quantità consentita è ca. di 60 gr. (S. Penit., 24 nov. 1843), salvo che la complessione o l'ufficio da adempiere non richiedano qualche cosa di più.
Anche la sera viene ora permessa una modesta refezione secondo quella quantità e qualità di cibo (eccettuata la carne e brodo di carne) permesse dalla consuetudine locale.
Riguardo alla quantità, ognuno può prendere quanto è necessario per soddisfare convenientemente ai propri uffici; ma in genere, la quantità, considerata in natura, consentita dai teologi è dai 250 ai 300 gr., oppure con altro computo può dirsi consentita la quarta parte del pranzo completo.
Nella vigilia di Natale, la consuetudine universale permette una quantità doppia di quella usuale dei giorni di d.
La consuetudine, in genere espressa negli atti diocesani e nella prassi dei buoni fedeli, indica, come si è detto, la qualità dei cibi permessi. In molti luoghi sono leciti i latticini e le uova.
I pellegrini possono certamente seguire le consuetudini locali riguardo alla quantità e qualità. Anzi, secondo alcuni, possono anche seguire le consuetudini più favorevoli del loro domicilio, evitato però lo scandalo.
3. Materia non lesiva della legge del d. — Nessun liquido rompe il d. cioè tutto ciò che si prende come bevanda per estinguere la sete o aiutare la digestione, o come medicina.
La violazione del d. può essere sostanziale o accidentale. Il d. si viola sostanzialmente quando si prende tanta quantità di cibo che equivale ad un altro pranzo o refezione piena. Se si fa coscientemente, si pecca gravemente, mentre, se si fa per ignoranza, inavvertenza o dimenticanza, non vi è peccato, ma il d. non esiste più per quel giorno.
La violazione del d. accidentale avviene quando si prende qualche cosa come cibo, ma ancora rimane l'essenza del d.; comunemente si ammette che una quantità di cibo di 130 gr. costituisca lesione accidentale grave sia se presa in tempo continuato, sia se presa in diverse volte (v. Alessandro VII). Però, se presa in tempo diverso, la dottrina più comune ammette che si richieda una quantità maggiore dei 130 gr.
Nel dubbio negativo di aver violato il d., sostanzialmente rimane l'obbligo del d.; nel dubbio positivo, secondo la norma del probabilismo, non si è più tenuti.
V. CAUSE SCUSANTI DAL D
Sono tre: impossibilità morale, lavoro arduo, dispensa.1. Impossibilità morale. — Ogni legge positiva, purché non si tratti di cosa intrinsecamente cattiva o di danno comune o estremo danno spirituale di qualcuno, non obbliga con grave incomodo, o fisico o morale.
2. Lavoro arduo e continuo per diverse ore. — Non si tratta solo di lavoro manuale, ma anche intellettuale, quindi se il d. impedisse di compiere i propri doveri o costringesse a compiere con grande sforzo o debolezza di forze, non si è obbligati all'osservanza del d.
Sono scusati, dati i lavori pesanti, contadini, fabbri, falegnami, muratori, tagliapietre, calzolari, tessitori, facchini, ecc. La consuetudine scusa anche per lavori meno pesanti, come quelli dei tipografi, soldati, domestici, pastori, pittori, pescatori, cacciatori, ecc., cioè di coloro che lavorano quasi tutta la giornata nei campi, officine, arti industriali. Benché i professionisti delle arti liberali non siano per sé scusati, tuttavia anche loro sono scusati dal d. se attendono con grande impegno a queste discipline sia studiando molte ore al giorno sia esercitando la loro professione e specie se siano di debole costituzione, così i giudici, avvocati, professori, studenti, ecc. I confessori che devono ascoltare le confessioni per 7 o 8 ore al giorno, i predicatori o missionari, che hanno quasi ogni giorno la predica, se comporta grande fatica di preparazione o di dizione, sono scusati dal d. Così sono scusati gli impiegati pubblici che lavorano ca. 9 ore al giorno. Sono infine scusati anche i viaggiatori, quando il viaggio importa un notevole incomodo.
3. Dispensa. — L'obbligo del d. cessa se viene dispensato dal legittimo superiore. Spesso la causa in sé non è sufficiente a scusare dal d., ma è sufficiente a chiedere la dispensa al superiore, tanto più che l'obbligo della legge dipende dalla volontà del superiore, il quale, se crede, può togliere tale vincolo. La dispensa può essere accordata per il solo d. o per la sola astinenza o per ambedue.
4. Autore della dispensa. — Nella Chiesa possono dispensare dal digiuno: a) il Papa, che dispensa sempre validamente ed essendoci un giusto motivo anche lecitamente (mancando il giusto motivo si avrebbe accettazione o preferenza di persone); b) l'Ordinario della diocesi nei casi singoli o per le singole famiglie; però può dispensare tutta la diocesi per motivo di sanità pubblica o per un grande concorso di popolo. L'Ordinario per dispensare non solo lecitamente, ma anche validamente deve avere una giusta causa (poiché dispensa nella legge del superiore); in diocesi può dispensare tutti, fuori diocesi solo i suoi sudditi (can. 1245 § 1-2); c) il parroco può dispensare tutti (anche i pellegrini) dentro i limiti della parrocchia, però solo i singoli fedeli o le singole famiglie; fuori della parrocchia ha la stessa facoltà soltanto per i suoi parrocchiani (can. 1245 § 1). Anche il vicario che supplisce il parroco assente oppure è da lui delegato, benché sia presente lo stesso parroco, può dispensare i singoli fedeli o le singole famiglie; d) i superiori di una religione clericale esente hanno la stessa facoltà del parroco (di dispensare nei casi singoli) riguardo ai professi, ai novizi e a tutti coloro che per ragione di servizio, educazione, ospitalità o malattia abitano nella casa religiosa per un giorno intero (basta avere il proposito di rimanere per tale tempo; can. 1245 § 3); e) i delegati entro i limiti della delega.
I confessori, salvo che non siano stati delegati, i medici, le superiore delle religiose non possono dispensare, ma possono dichiarare se nel caso vi sia una causa scusante dal d.
VI. OBBLIGO MORALE
La legge del d. è un precetto positivo e obbliga sotto pena di peccato mortale per coloro che vi sono tenuti, salvo che abbiano qualche causa scusante. Il 24 sett. 1665, Alessandro VII ha condannato la seguente proposizione: « Chi viola il d. ecclesiastico a cui è tenuto, non pecca mortalmente, purché non lo faccia per disprezzo o disubbidienza, p. es., perché non vuole assoggettarsi al precetto » (Denz-U, n. 1123).L'ignoranza invincibile, la completa inavvertenza o dimenticanza scusano dal peccato formale. Giuseppe Sima
VII. ATTUALITÀ DELLA LEGGE SUL D
Dopo quanto si è detto e riferito sorge spontanea una considerazione: perché c'è ancora una legge del d. quando la sua osservanza in concreto, già oggettivamente, per un cumulo di circostanze, è assai limitata; e, per di più, spesso ci si aggiunge da parte dei fedeli la trascuratezza del precetto stesso?Di questo fenomeno si è cercata la ragione nella diminuzione della fede, dello spirito cristiano e si deve ammettere che ciò ha influito molto; però è doveroso riconoscere che questa non è l'unica causa. Sono molto più frequenti i casi di impossibilità fisica o morale di quanto i teologi non prevedano. Per queste considerazioni non pochi, all'atto della promulgazione del Codice, si attendevano una mitigazione della legge, che non venne. Desiderandola tuttavia, si sono dati premura di introdurla (cf. Ami du clergé, 1921; Ephémérides theologiae Lavandenses, 4 [1927], pp. 207-11); ma questa mitigazione, dopo il CIC, pur col tentativo di introdurre una consuetudine contraria, non si è potuta avere per mancanza di tempo sufficiente alla sua introduzione. A maggior ragione non si può ammettere ciò che non si ardisce scrivere, ma spesso si ripete: la legge del d. non obbliga più, perché solo pochi l'osservano. Questa ragione, scrive il Merkelbach (Summa theol. mor., 5ª ed., II, Parigi 1947, p. 897, n. 954, nota 1) non è sufficiente, perché la legge non è diventata nociva o contraria alla ragione. Anzi, ogni anno, in occasione della Quaresima, nelle singole diocesi e chiese si è soliti inculcarla di nuovo; e le stesse dispense che i fedeli domandano, suppongono la persi-
stenza della legge. Tutto ciò impedisce che si possa introdurre una consuetudine contra ius.
Di più nelle straordinariamente avverse circostanze prodotte dalla guerra il supremo legislatore (Indulto apostolico del 19 dic. 1941, AAS, 33 [1941], p. 516) sentì paternamente la necessità di alleggerire la legge dell'astinenza e del d., ma lo fece dando agli Ordinari, a modo d'indulto generale, la facoltà di dispensare nel territorio di propria giurisdizione, mantenendo ferma insieme l'osservanza della legge per i fedeli di rito latino nei due giorni del Mercoledì delle Ceneri e Venerdì Santo e per i fedeli degli altri riti in due giorni da stabilirsi dai propri Ordinari.
Recentemente poi (S. Congregazione del Concilio, 28 genn. 1949), atteso il miglioramento delle circostanze, ha ripristinato in parte la legge dell'astinenza e del d., disponendo che la facoltà concessa agli Ordinari di dispensare venisse limitata nel modo seguente: 6) l'astinenza sia osservata in tutti i venerdì dell'anno; 8) l'astinenza e il d. siano osservati il Mercoledì delle Ceneri, il Venerdì Santo e le vigili dell'Assunta e di Natale; nei quali giorni peraltro è data facoltà agli Ordinari tutti di concedere l'uso di uova e latticini anche nelle piccole refezioni del mattino e della sera (AAS, 41 [1949], pp. 32-33).
In questi due decreti, oltre lasciare agli Ordinari di avvalersi o meno di queste facoltà, la S. Sede ha sempre raccomandato che la concessione dell'indulto venisse accompagnata dalla raccomandazione di supplire la mancata mortificazione corporale con esercizi di cristiana perfezione e di carità. Tutto ciò induce ad una considerazione fondamentale.
La Chiesa, nonostante che non pochi vogliano abolita la legge del d. come impraticabile, è invece molto zelante a riguardo di essa. Si potrebbe pensare che sia solo il peso di una lunga tradizione a determinare ciò, ma più profonda è invece la ragione.
Il d. prescritto dalla Chiesa è un atto di culto pubblico e sociale. Non è il fedele isolato che si mortifica, è la Chiesa stessa che si spiritualizza, si purifica, fissando ed ordinando questo modo speciale di purificazione. Di più, esso è legato intimamente con la vita spirituale e sociale dei fedeli. Durante la Quaresima il d. costituisce l'oggetto di tutte le più belle preghiere liturgiche; i fedeli sono obbligati o almeno esortati ad astenersi dai divertimenti, a frequentare la parola di Dio; ancor oggi, sebbene meno di una volta, la vita civile stessa risente che la Quaresima è un tempo per tutti sacro.
Togliere il d. ecclesiastico e lasciare il solo dovere morale e naturale della mortificazione, sarebbe assai pernicioso per la vita dei fedeli, perché molti poi praticamente sarebbero indotti a non fare alcun conto della mortificazione corporale.
Ora la Chiesa nel precetto positivo ha fissato le basi generali per l'osservanza del d., perché, essendo esso imposto a tutta la comunità dei fedeli, deve avere anche una manifestazione esterna comune.
Entro questa norma poi il fedele deve veramente amare la mortificazione della sua carne e del suo spirito.
VIII. IL D. NELLE RELIGIONI NON CRISTIANE. - In tutte le religioni si ritrova la pratica del d. o durante un periodo di tempo determinato, con l'astensione completa dal mangiare e dal bere (d. naturale), ovvero con l'uso limitato di alcuni cibi e bevande (d. parziale); per l'astensione da particolari cibi, V. ASTINENZA.
Il d. si dice pubblico se è prescritto per l'intera comunità, privato se dipende dalla volontà dei singoli. In relazione poi allo scopo che si prefigge, il d. può essere un esercizio di penitenza o di propiziazione, ovvero un rito di dolore diretto ad esprimere il lutto, come pure un rito di preparazione per alcuni atti di religione o di speciali cerimonie. Si rammenta a tale proposito il d. del mese di ramagān (il nono mese dell'anno lunare musulmano) consistente nell'assoluta astensione da cibi, bevande, fumo e rapporti sessuali dall'alba al tramonto del sole. Talora il d. è un rito di purificazione in apparecchio ad ogni atto che mette in comunicazione l'uomo con Dio, specialmente nella Comunione del cibo rituale. Il d. serve anche a porre chi lo pratica in condizioni favorevoli per procurarsi delle visioni e delle allucinazioni.
Presso i primitivi vige la proibizione di servirsi per cibo profano di carni di animali sacri, o di piante sacre; presso gli Indiani, gli orfici e i pitagorici, che ammettevano la metempsicosi, era proibito di cibarsi di qualunque essere animato. È da ricordare anche l'astensione dall'uso di animali impuri, non per ragioni igieniche o di ripugnanza, ma soltanto perché si credeva che contenessero qualcosa di contrario al principio divino, ovvero perché si reputava che in qualche modo appartenessero a potenze demoniache. Per questa ragione tra i pitagorici vigeva il divieto degli ovipari, delle uova, di alcuni pesci e della fava tra i vegetali (Diog. Laera, Vita Pitag., 29, 33).
In quanto all'origine del d., alcuni hanno pensato che il dolore per la perdita di un congiunto abbia potuto condurre all'oblio del cibo, ed in tal maniera il d. sarebbe divenuto un segno convenzionale di dolore nel culto dei morti. Altri spiegano il d. con il timore di contagio, l'astensione da oggetti od alimenti contaminati da un contatto del morto. Qualche altro, infine, ha pensato che le pratiche di sobrietà e di temperanza richieste dai filosofi abbiano potuto condurre all'idea del d. religioso. Come pratica di ascesi è prescritto nell'orfismo e da Pitagora; quale rito di preparazione all'iniziazione od a certe cerimonie si trova correntemente praticato nel culto di Eleusi, di Cerere, di Mithra, di Attis e Cibele per i quali si digiunava il 24 marzo. Apuleio si preparava con 10 giorni di d. alle pratiche di magia. Il d. preparava in Atene alla festa delle Tesmoforie.
IX. IL D. E LA SCIENZA. - Per rendersi conto dei problemi posti dal d., va richiamato alla mente il significato e il destino dei vari tipi di materiali alimentari normalmente introdotti. A questo riguardo V. ASTINENZA. Si domanda ora: per quanto tempo l'organismo in periodo di d., potrà far fronte con i propri mezzi alla privazione dei vari tipi di alimenti (glucidi, lipidi, protidi, vitamine)? In secondo luogo, come sopperirà alla loro mancanza? Infine, poiché una tale condizione di cose non potrà avere che una durata limitata, al termine della quale essa inesorabilmente sfocerà - ove non venga corretta - nella morte, quali sono i fattori immediati di questa?
Per quanto concerne il primo dei tre quesiti proposti, quello della durata, la risposta è diversissima secondo le specie, o meglio secondo la diversa fisionomia del loro ricambio. Come è, del resto, facilmente prevedibile, le forme a metabolismo torpido, come tutti gli eterotermi, sono quelle che, in relazione al minor consumo di materiali dinamogeni e alla maggiore lentezza delle usure, offrono la più grande resistenza al d., che può raggiungere tempi veramente sorprendenti, se valutati sulla base
delle nostre possibilità. Durate di un anno sono comuni sia negli invertebrati sia nei vertebrati inferiori. Così, un anno e più può restare digiuna, ad es., la sanguisuga, dopo aver esaurito completamente la riserva di sangue, di cui essa ricolma il proprio tubo digerente ogni volta che si trova a poter succhiare; per non dire dell'argus reflexus che, dopo abbondante pasto-sangue, digiuna financo sette anni. Durate simili si ripresentano anche per i vertebrati: si cita il caso di serpenti sopravvissuti anche a due anni di d. La resistenza si abbassa invece notevolmente negli omeotermi, nei quali l'adattamento a una temperatura corporea superiore alla media ordinaria ambiente implica la necessità di combustioni attive, per far fronte alla continua perdita di calore per irraggiamento. In relazione a questo, la durata massima del d. varia notevolmente da specie a specie, in funzione con l'entità appunto di tale irraggiamento, e può, di fatto, valutarsi inversamente proporzionale alle dimensioni lineari dell'animale. Quando si consideri che a dimensioni minori corrisponde una superficie corporea, minore in valore assoluto, ma maggiore come valore relativo, riferita cioè all'unità di volume e quindi di peso, si comprenderà come gli animali piccoli affrano un irraggiamento termico assai maggiore dei grandi e siano quindi dotati di un assai più intenso metabolismo e, correlativamente, posseggano resistenze al d. di gran lunga inferiori.
Particolari condizioni offrono i mammiferi ibernanti (p. es., marmotte), nei quali il d. può durare assai più a lungo di quanto sarebbe da attendersi, perché qui si sovrappone un ulteriore adattamento, che consente all'animale di sopravvivere a un abbassamento della temperatura corporea di parecchi gradi.
Per l'uomo, i pochi dati sicuramente documentabili ci fanno ritenere la durata massima del d. intorno ai 70 giorni ca., valore alquanto più basso di quello che sarebbe stato prevedibile in base alla relazione con le dimensioni lineari.
Durante il d., l'organismo – esauriti gli ultimi residui del tubo digerente – passa all'attacco delle sue riserve. Prime di tutte i glucidi e, in particolare, il glicogeno del fegato, che rapidamente scompare; successivamente quello dei muscoli. In un secondo tempo, entra in scena il grasso accumulato nel pannicolo adiposo sottocutaneo e nei cuscinetti interviscerali. Peraltro, con l'inizio dell'inanizione, si abbassa anche la curva dell'intensità metabolica; per quanto i dati in proposito non siano del tutto concordi, sembra tuttavia che tale abbassamento non sia semplicemente riferibile alla contemporanea diminuzione del peso, ma, più rapido di questa, esprima un particolare adattamento con cui l'organismo adegua l'intensità del suo ricambio alle particolari condizioni di emergenza in cui viene a trovarsi, e alla conseguente necessità di economia. Nel caso dell'uomo, p. es., si passa dalla produzione di 30,2 calorie per kg. di peso al primo giorno, a 17 calorie al quarantaducismo. Al termine, un brusco rialzo della curva metabolica, di significato tuttora oscuro, rientra nel quadro di quei fenomeni patologici che preludiano la fine ormai prossima e l'accompagnano.
Si è, sin qui, parlato degli alimenti dinamogeni per antonomasia, glucidi e lipidi. Per quanto concerne le proteine, che, utilizzabili anch'esse a fini energetici, sono tuttavia i preziosi componenti delle strutture protoplasmatiche, il rapido abbassarsi iniziale dell'azoto urinario – che si mantiene lungamente poi su questo livello – attesta come l'organismo si ponga, in un primo tempo, in regime di economia proteica. Verso la fine, un brusco rialzo della curva di escrezione azotata ci rivela la entrata in gioco delle proteine. Esaurite le riserve ternarie, è ora il loro turno ad alimentare l'ultima fiammella di vita. Ma si è ormai nell'ambito dei fatti patologici, quando l'organismo è costretto ad attaccare i costituenti stessi dei suoi tessuti. Peraltro il potere autoregolare gioca ancora a dirigere anche quest'ultima fase: il sistema nervoso è quello che più a lungo persiste intatto, ultimo a diminuire di peso. Il primo invece a ridursi è il fegato, il che può essere posto in relazione,
oltreché con la quantità di riserve in esso contenute, anche con il fatto che la sua massa parenchimatica deve ritenersi (a giudicare dai risultati delle ricerche del Remotti) assai maggiore di quella corrispondente alle esigenze funzionali di un dato istante, si da permettere, momento per momento, una disponibilità di territori in riposo.
Quanto alla terza categoria di alimenti – le vitamine –, esauriti gli esigui quantitativi presenti ancora nei tessuti, non mancheranno di farsi sentire gli effetti funzionali della loro carenza. Difatti il d. prolungato è accompagnato da una serie di turbe riferibili non semplicemente alla mancanza quantitativa di apporto alimentare, ma, con ogni verosimiglianza, almeno in parte, al deficit vitaminico, come, del resto, quei disturbi che oggi consigliano di abbandonare la tecnica delle diete troppo severe anche nelle gravi affezioni intestinali.
Dopo un periodo più o meno lungo, la inanizione sfocia – come si è detto – nella morte. Le forze muscolari si sono venute gradatamente affievolendo e tutte le funzioni deprimendo; ma, negli omeotermi, la temperatura corporea non si abbasserà che negli ultimi giorni, mentre si attenua anche la eccitabilità degli elementi nervosi e si riduce al minimo l'attività secretoria. L'autopsia svelerà, oltre alla estrema riduzione del tessuto adiposo (97 % in media) e delle masse muscolari (50 %), fatti degenerativi o riduttivi a carico dei più diversi tessuti, primo fra tutti il parenchima epatico. Cervello e cuore sono i territori che, anche ai fini anatomopatologici, presentano alterazioni più tardive. Peraltro la morte – che sopraggiunge quando la perdita globale di peso raggiunge il 40-50 % (raramente il 60 %) del valore iniziale – non può attribuirsi a totale esaurimento di ogni materiale che ancora alimenti il metabolismo di base. Altri devono esserne i fattori immediati: fatti tossici, verosimilmente dalle alterazioni qualitative del ricambio (si pensi alla precoce acetonuria dell'animale digiunante, o, d'altro lato, all'importanza dell'acqua per prolungare la resistenza e attenuare le manifestazioni patologiche), o profonde turbe funzionali di carenza vitaminica.
Da quanto si è detto sin qui sembrerebbe che il d. dovesse considerarsi unicamente come un'evenienza abnorme nell'economia organica. Nulla di più inesatto. È dato di estremo interesse, il trovarlo normalmente intercalato nella vita di moltissime specie di posizione sistematica diversissima. Non è, in questi casi, la semplice privazione di alimenti delle forme ibernanti, correlata all'inerzia e immobilità degli stati letargici; ma, fenomeno di gran lunga più suggestivo, è un d. che accompagna periodi di intensa attività fisiologica: così negli insetti olometaboli, durante la fase di ninfa, quando più grande è il lavoro di rinnovamento di pressoché tutti gli apparati organici, distrutti e poi riedificati; così in molti teleostei, nel corso del laborioso processo di maturazione degli organi riproduttivi, compiuto a spese delle proteine muscolari; così ancora nei girini degli anuri in via di metamorfosi. Una tale relazione, osservabile in natura, è, in certo qual modo, avvalorata da risultati sperimentali, che sembrano indicare nel d. una sorta di «principio stimolatore» per alcuni periodi fisiologici.
Ma la sua importanza positiva emerge anche dal fatto che esso costituisce, da tempi antichissimi, una pratica terapeutica e preventiva, anche nell'igiene e nella medicina umana. A parte il riposo che esso assicura a tutto il sistema digestivo – fegato e pancreas compresi – e quindi, indirettamente, anche al sistema cardiovascolare alleggerito di tutto il carico corrispondente al lavoro muscolare e glandolare della digestione (onde l'ottima pratica di intercalare un giorno di d. nella dieta settimanale), il fatto che la
cellula venga a trovarsi in deficit di alimenti significa necessità di utilizzare anche prodotti, altrimenti inerti e non metabolizzati. Si tratterà di un ricambio forzato, che la costringe alla più profonda degradazione e rimozione di una quantità di sostanze ordinariamente depositate come rifiuti. È forse, questo discarico di scorie, questa più profonda « pulizia » il fattore di quella ripresa giovanilità, cui le esperienze sopra citate indurrebbero a pensare? D'altro lato, nei depositi lipidici, l'organismo accumula - insieme con il grasso di riserva, derivante dalle eccedenze alimentari - anche una notevole proporzione di cataboliti (scorie) che vi rimangono sequestrati, onde i cuscinetti adiposi possono, in certo qual modo, paragonarsi a quei reni di accumulo, di cui si trova esempio in un gran numero di invertebrati. E, forse, è proprio la necessità di liberare il circolo da questi rifiuti, uno degli stimoli all'adipogenesi; ciò mostra il frequente insorgere di questa, indipendentemente da eccessi alimentari e in relazione piuttosto a stati anomali del ricambio. Ed ecco un nuovo aspetto del d. che, con la mobilizzazione di tali inerti depositi adiposi, elimina anche la massa di scorie ivi accumulata. Si può, per tal modo, comprendere quale prezioso mezzo terapeutico costituisca il d., purché applicato con determinate precauzioni, atte ad evitarne i pericoli. Si tratterà, anzitutto, di allontanare dall'intestino quei residui che l'organismo rapidamente riassorbe, con tutto il carico, che ad essi si accompagna, dei prodotti tossici delle putrefazioni della flora batterica intestinale.
Si tratterà di assicurare, con abbondante rifornimento di acqua, il normale equilibrio idrico dei tessuti e il normale lavoro degli emunori per l'allontanamento di ogni tipo di tossine; di alternare d. o fasi di ipoalimentazione, durante le quali si allontana il « grasso sporco », a fasi di normale e intensa alimentazione per ricaricare l'organismo di « grasso pulito », pronto ad accogliere nuove scorie.
Presso i popoli e le religioni più diverse, si trova il d. largamente applicato come norma universale. Non si vuole certamente ricadere nel gretto errore materialistico che, in tale precetto, non sa scorgere se non una felice intuizione fisiologica del legislatore, che avrebbe ammantato di spiritualità una prassi imposta da esigenze puramente fisiche di clima e di razza, continuando, nella specie umana, come esercizio volontario, ciò che, in un gran numero di animali, è frutto dell'istinto e dell'ordinario ritmo funzionale. Il valore del d., per l'uomo fatto di corpo e di spirito, è, una volta per sempre, suggestivamente impresso nelle poche, ma incisive parole: « corporali ieiunio vitia comprimis, mentem elevas, virtutem largiris et praemia ». Le quali, mentre esplicitamente ne traducono le risonanze spirituali, implicitamente ne suggeriscono anche il senso fisiologico, con le prime intimamente connesso. Elasticità, cioè, e freschezza del corpo, che, per misteriosi legami, dalla sfera fisiologica si ripercuotono su quella dello spirito; elasticità e freschezza della mente e del cuore, capacità di controllo sugli impulsi dell'uno, di agile espansione alle elevazioni dell'altra, in una libertà di movimento sconosciuta a un organismo intorpidito e imprigionato nella soffocante invadenza del proprio ricambio. Giovinezza in una parola, giovinezza di corpo e di spirito, che è assai meno l'invidiabile privilegio di una fuggevole età, che non il frutto durevole di una conquista fortemente voluta e saldamente difesa.