ASTINENZA. - Dal latino abs-teneo «tengo lontano», l'a. importa l'astenersi da una cosa o temporaneamente o del tutto. Dal punto di vista alimentare l'a. è l'astensione da una certa qualità di cibi o di bevande. Per l'a. sessuale V. CASTITÀ; CONTINENZA.
I. NELLE RELIGIONI NON CRISTIANE
L'a. da determinati cibi si trova nella prassi di tutte le religioni primitive, in quanto è connessa con il carattere sacro dell'animale o del vegetale dal quale l'individuo o il gruppo si astiene, appunto per motivo di quella sacralità che è carica di una forza che può produrre danno in chi si ponga a contatto con essa senza le dovute precauzioni: l'a. cessa quando l'animale è mangiato in comune dal gruppo che ne riceve incremento di forza e di coesione sociale. Talora l'a. si riferisce non a tutta intera la cosa considerata sacra, ma solo ad una sua parte. Sono eccettuati da tale a. gli anziani del gruppo perché in possesso anche essi di una sacralità che li immunizza.Nei gruppi che hanno raggiunto un grado superiore di civiltà e di sensibilità religiosa, l'a. tende a rendere l'individuo esente dal contatto di cibi considerati impuri per mettersi in condizione di purezza davanti alla divinità.
Durante l'epoca ellenistica la liturgia dei misteri, che intendeva far raggiungere agli adepti la purezza interiore in vista della iniziazione presenta molti casi di a. qualitativa.
Ad Elessi gli iniziali dovevano astenersi da triglie, pollame, melagrane, fave (Porfirio, De abst., 4, 16); gli orfici e in genere i credenti nella metempsicosia dalla carne; i pitagorici dalle fave; durante le feste di Cibele l'a. dal pane e dal vino tendeva appunto a questa purificazione dell'individuo. Il neoplatonico Giuliano imperatore spiega la prescrizione di astenersi dalla parte dei vegetali che è chiusa dentro la terra (radici, ecc.), perché questa è la oscura prigione nella quale l'anima è caduta, mentre è lecito mangiare ciò che si sviluppa all'esterno perché simbolo leggia l'ascesa dell'anima verso l'alto (Giuliano, Orat., V, 174a-177c). Il digiuno di Cibele era detto «castus Matris Deum» (castus, da «carere» esser privo, astenersi). L'imperatore Claudio non mancava mai di praticarlo durante le feste metoache di marzo di cui fu instaurato.
Anche i devoti di Iside dovevano astenersi dal pane, dal porco, dalle cipolle (Plutarco, De Iside, 6, 7, 8), dalle carni e dal vino (Apuleio, Metam., XI, 23); quelli della dea Siria dal pesce.
L'interdizione relativa alle carni di taluni animali, tuttora rimasta in talune religioni, quasi si trattasse di cibo impuro, deve considerarsi come la sopravvivenza di una credenza ormai superata nella sacralità dell'animale.
II. NELLA TEOLOGIA MORALE E NEL DIRITTO CANONICO
A) Legislazione. La Chiesa cattolica, che considera l'a. come una virtù meritoria e riparatrice, la impone ai fedeli, fissandone il modo e il tempo (3° precetto della Chiesa).a) La legge non riguarda le bevande, ma soltanto «la carne e il brodo di carne» (CIC, can. 1250).
Restano dunque proibiti: 1) la carne (compreso il sangue, il grasso, il fegato, il midollo, il cervello, gli intestinali) e il brodo che se ne ricava, degli animali «che vivono e respirano sulla terra e nell'aria» (Sum. Theol., 2a-2a ed., p. 147, a. 8); 2) i concentrati di carne e di brodo, perché contengono elementi carnei proibiti. Sono invece permessi: 1) i vegetali, le uova, il latte e i suoi derivati, i pesci, gli animali terrestri a sangue freddo (molluschi, gambieri, granchi, testuggini, rane, ostriche); 2) i condimenti di qualunque specie, anche se derivano dal grasso degli animali (can. 1250) ad es. la margarina, il lardo fuso. «Né sono da turbare nella loro coscienza coloro che adoperano sostanze, comunque si chiamino, che, quantunque derivino dalla carne e ne abbiano la forza nutritiva, tuttavia hanno perduto il gusto della carne o del brodo» (E. Génécot-I. Salsmann, Theol. Mor., I, 16a ed., Bruxelles 1946, n. 442) ad es. la gelatina, la pepsinia, i peptoni.
b) Il tempo, in cui deve praticarsi l'a., è indicato dal can. 1252, e comprende: 1) tutti i venerdì dell'anno, tranne che vi ricorra una festa di precetto (fa eccezione la festa di s. Giuseppe, che, cadendo nel periodo della Quaresima, mantiene l'obbligo dell'a.); 2) tutti i sabati di Quaresima (tranne il Sabato Santo a cominciare dal mezzogiorno); 3) il mercoledì delle Ceneri; 4) le quattro Tempora; 5) le quattro vigilia: della Pentecoste, dell'Assunzione di Maria, di Ognissanti, di Natale.
c) Soggetto della legge è ogni cristiano, che abbia raggiunto l'uso di ragione; il che giuridicamente si computa dal settimo anno compiuto (can. 88, § 3).
d) Dispensa. Vi possono, però, essere motivi legittimi che importano la cessazione dell'obbligo dell'a.: 1) la impossibilità fisica e morale (malattia, stato di debolezza, determinati lavori, incomodo grave); 2) la decisione della Chiesa per motivi particolari (periodo di epidemie o malattie contagiosi persistenti, situazioni penose di guerra, restrizioni particolari). Possono dispensare: 1) il Papa per tutta la Chiesa; 2) i vescovi per la propria diocesi e i parroci nelle loro parrocchie per singoli individui o singole famiglie; 3) i superiori delle case religiose esenti per i singoli sudditi (compresi ospiti e domestici che stanno giorno e notte nella casa [can. 1245]).
e) L'obbligo derivante dal precetto della Chiesa è in se stesso grave; però, affinché la trasgressione sia peccato mortale, si richiede la gravità di materia.
B) Motivi della legge. - Quando impone l'a. dalle carni, la Chiesa non segue né le ragioni errate, da cui derivano la medesima pratica parecchie sètte eretiche (manichei, montanisti, ecc.), le quali consideravano la carne come cosa cattiva in se stessa e perciò assolutamente non mangiaibile (cf. le pene comminate dai Canoni Apostolici [Denz.-U, n. 37] e l'anatema inflitto dal 2° Concilio di Tolosa del 447 [C. Kirch, Euchir. fontium hist. eccles. antiquae, n. 700]), né le teorie dei professanti la metempsicosia, tremanti di nana alla possibilità di cibarsi di qualche loro parente o amico; e neppure lo fa per un dovere di conformità alla legge mosaica, che proibiva un certo numero di cibi (Lev. II; Deut. 14), perché quella legge cessò con la venuta di Gesù Cristo (cf. l'episodio sintomatico di s. Pietro [Act. 10, 10-16] e la decisione di Gerusalemme: Visum est Spiritui sancto et nobis [ibid. 15, 28-29]). Si può anche dire che, pur apprezzandole, la Chiesa non parte da considerazioni filosofiche, pedagogiche e mediche; invece deriva il suo precetto dalla dottrina del suo fondatore. Gesù Cristo ha detto: «Se
COMPOSIZIONE DI ALCUNI MEZZI ALIMENTARI
SPROTEINE GRASSI IODATI DI C. FIBRIL LECONOSE ACQUA CENOLE
10 20 30 40 50 60 70 80 90
CANTI DI MANZO PECCA GRASSI
1. VITELLINE VERDE
2. MASCALI
3. MASCALI
4. MASCALI
5. MASCALI
6. MASCALI
7. MASCALI
8. MASCALI
9. MASCALI
10. MASCALI
11. MASCALI
12. MASCALI
13. MASCALI
14. MASCALI
15. MASCALI
16. MASCALI
17. MASCALI
18. MASCALI
19. MASCALI
20. MASCALI
21. MASCALI
22. MASCALI
23. MASCALI
24. MASCALI
25. MASCALI
26. MASCALI
27. MASCALI
28. MASCALI
29. MASCALI
30. MASCALI
31. MASCALI
32. MASCALI
33. MASCALI
34. MASCALI
35. MASCALI
36. MASCALI
37. MASCALI
38. MASCALI
39. MASCALI
40. MASCALI
41. MASCALI
42. MASCALI
43. MASCALI
44. MASCALI
45. MASCALI
46. MASCALI
47. MASCALI
48. MASCALI
49. MASCALI
50. MASCALI
51. MASCALI
52. MASCALI
53. MASCALI
54. MASCALI
55. MASCALI
56. MASCALI
57. MASCALI
58. MASCALI
59. MASCALI
60. MASCALI
61. MASCALI
62. MASCALI
63. MASCALI
64. MASCALI
65. MASCALI
66. MASCALI
67. MASCALI
68. MASCALI
69. MASCALI
70. MASCALI
71. MASCALI
72. MASCALI
73. MASCALI
74. MASCALI
75. MASCALI
76. MASCALI
77. MASCALI
78. MASCALI
79. MASCALI
80. MASCALI
81. MASCALI
82. MASCALI
83. MASCALI
84. MASCALI
85. MASCALI
86. MASCALI
87. MASCALI
88. MASCALI
89. MASCALI
90. MASCALI
91. MASCALI
92. MASCALI
93. MASCALI
94. MASCALI
95. MASCALI
96. MASCALI
97. MASCALI
98. MASCALI
99. MASCALI
100. MASCALI
(da flagelloni, Fisiologia Umana)
ASTINENZA - Composizione di alcuni mezzi alimentari.
qualcuno vuol venire dietro a me, rinunci a se stesso, prenda la sua croce e mi segua » (Mt. 16, 24). Ora, interpretando queste parole, la Chiesa insiste sulle mortificazioni e la penitenza e ne impone un determinato esercizio ai cristiani con l'a. dalle carni. Questa già sarebbe, anche da sola, una ragione sufficiente. Ma ce ne sono anche altre, richiamate da s. Tommaso (Stm. Theol., 2a-2a, q. 147, a. 1); quest'esercizio, cioè, di mortificazione favorisce la preghiera, è preservatore ad un tempo e riparatore; ne abbiamo uno splendido e costante esempio nella vita dei santi.
BML: Oltre ai trattati di teologia morale, cfr. T. Ortolan, s. V. in DThC, I, coll. 261-71; P. Mugnier, s. V. in DSp, I, coll. 115-33; O. Zimmermann, Lehrbuch der Absetik, Friburgo in Br. 1929, pp. 477-85.
III. MEDICINA PASTORALE
Sin dai tempi dei ss. Padri, il precetto dell'astinenza fu attaccato con vari argomenti di natura storica, dommatica, di disciplina pratica, non ultimi d'indole igienica, obbiettando i presunti danni che un regime d'astinenza, sia pure parziale e temporaneo, potesse avere sulla salute.S. Girolamo, rispondendo agli attacchi del monaco eretico Gioviniano, non disdegna anche gli argomenti igienici e medici, quali potevano essergli forniti dal livello scientifico del tempo. Si appella così alle abitudini alimentari dei popoli dell'antichità e contemporanei a lui, riporta testimonianze di filosofi e medici pagani la cui parola o il cui esempio dimostrò come in ogni epoca l'a., anche completa, dai cibi carni s'accordò con ottime condizioni di salute fisica e del pensiero, con la più salda longevità.
Il regime vegetariano (v. VEGETARISMO) fu usato in ogni epoca per ragioni religiose o igieniche, dai fruttariani più rigorosi ai vegetariani ordinari che aggiungono alla loro alimentazione alcuni prodotti animali: burro, uova, latte. Persone di primaria importanza del mondo pagano lo preconizzarono o praticarono; così Pitagora, che morì centenario, il neoplatonico Porfirio, biografo di lui, che scrisse un trattato sull'astinenza dalla carne, Epicuro, Seneca, Plutarco, Ovidio. In pieno Rinascimento, il nobile padovano Alvise (Luigi) Cornaro, già innanzi negli anni e ormai carico di malanni per una vita sregolata in ogni campo, si piegò a uno stretto vegetarismo, riconquistando la salute e morendo a novantun anni (1475-1566); per illustrare le basi del suo regime pubblicò i Discorsi sulla vita sobria che ebbero numerose edizioni.
Praticamente, l'astinenza prescritta dalla Chiesa Cattolica s'identifica, per la grande massa dei cristiani, con l'abolizione della carne per limitati periodi di tempo; per cui l'alimentazione si risolve principalmente in un impoverimento della razione proteica giornaliera in particolare a spese delle proteine animali.
È noto come accanto ai glucidi (amidi e zuccheri), ai lipidi (grassi neutri e lipoidi), alle sostanze minerali (acqua e sali), vitamine (v.), i protidi (sostanze albuminoidi o proteiche) rappresentano elementi indispensabili e insostituibili dell'alimentazione, quali sostanze plastiche destinate a riparare l'usura della carne del nostro organismo. Uno dei problemi più dibattuti della moderna fisiologia dell'alimentazione è stato quello della razione minima di proteine necessaria per coprire il fabbisogno giornaliero dell'uomo. Sul finire del secolo scorso (1875) C. Voit, usando l'indagine statistica sul «quantum» alimentare d'un gruppo numeroso di uomini a vitto libero, calcolò a gr. 118 il necessario di protidi per un uomo adulto di kg. 67 che compia per 8-10 ore del giorno un lavoro discretamente gravoso (muratore, falegname). L'americano Atwater aumentò tale quota proteica a gr. 125. Il Russel H. Chittenden, conducente (1903-1905) nuove ricerche con metodi sperimentali, considerando il metodo statistico ingannevole, poiché se è vero che il palato è la «coscienza dietetica» dell'individuo, assai numerosi sono i palati degeneri, giunse a risultati inferiori alla metà. Egli, sperimentando su individui che volontariamente si sottoponevano a diete alimentari assai ridotte, in particolare sull'americano O. Fletcher, autore del libro L'arte di mangiar poco, concluse che per coprire la quota d'usura delle proteine organiche sono sufficienti ca. gr. 55 di protidi al giorno.
Attualmente i fisiologi sono d'accordo che per un uomo adulto la razione protetica giornaliera debba essere pari a ca. gr. 1 di proteine per chilogrammo di peso corporeo (ca. gr. 70 giornalieri); quota da elevarsi a gr. 1,5 per chilo-corpo negli individui in via di sviluppo. A completamento della razione, in un adulto si ritengono necessari a ca. gr. 500 di glucidi e gr. 100 di lipidi al giorno.
Ora si chiede, se l'astensione dai cibi carni, anche completa e permanente quale viene praticata da alcuni ordini religiosi (Certosini, Carmelitani, Minimi, Camaldolesi, Clarisse, ecc.), rappresenti un danno per la salute dell'individuo, in rapporto a insufficiente compenso della quota d'usura proteica. Ciò va escluso nella maniera più sicura, in rapporto agli studi più moderni sulla composizione qualitativa e quantitativa dei vari alimenti.
È facile rendersi conto (vedi alimenti) che le preziose sostanze proteiche, lungi dal difettare, sono largamente contenute anche nei cibi vegetali (i fagiuoli ne contengono più della stessa carne), per cui, pur escludendo completamente la carne dalla propria alimentazione, può facilmente utilizzarsi una quota di gr. 80-85 giornalieri di proteine, e ca. 2.500 calorie, soltanto con pane (gr. 250), pasta alimentare (gr. 100), un uovo, formaggio (gr. 100), latte (gr. 250), patate (gr. 200), legumi (gr. 50) con opportune aggiunte di grassi (gr. 50 tra burro e olio), zucchero (gr. 20), verdure fresche, frutta, sugo di limone per il necessario di vitamine.

Astinenza - Composizione di alcuni mezzi alimentari.
Dal punto di vista qualitativo si ritiene attualmente che, della totalità delle proteine introdotte, un terzo debba esser rappresentato da proteine d'origine animale, perché con esse possano assumersi particolari aminoacidi indispensabili allo sviluppo (istidina, leucina, lisina, metionina, triptofano, ecc.) assenti nelle proteine vegetali e che l'organismo umano non è capace di sintetizzare da sé. Anche però nell'esclusione della carne, tali aminoacidi possono esser largamente introdotti con quei cibi indirettamente animali (latte, formaggio, uova) o con pesce, alimenti, particolarmente i primi, che vengono comunemente consumati dai vegetariani ordinari e dai cattolici anche nei periodi d'astinenza più stretta.
È ritenuto da molti che l'alimentazione carne sia necessaria o per lo meno assai utile ai lavoratori intellettuali, per essere più eccitante e dinamogena. Già abbiamo detto come il vegetarismo più stretto fu caro a pagani famosi per la loro intelligenza, i quali a esso ne attribuirono il merito; così Seneca il moralista che afferma (Epistola 108) che dopo un anno di regime vegetariano le sue attitudini intellettuali si erano ancor più sviluppate. Porfirio, neoplatonico, sostiene (De abstinentia) che il regime vegetariano è il più adatto ad acuire l'intelligenza filosofica. Molti ss. Padri della Chiesa, molti grandi monaci dell'epoca patristica, con il loro regime vegetariano e astinente fino al digiuno, mostrarono, con la loro poderosa e acuta intelligenza, che la carne non è in modo assoluto necessaria allo sviluppo e al buon uso dell'intelligenza.
Deve dirsi che il regime se non completamente per lo meno tendenzialmente vegetariano è il più consigliabile per i cosiddetti intellettuali, cui caratteristica è la vita sedentaria che si svolge ordinariamente in cattive condizioni igieniche, perché povera d'esercizio muscolare, di respirazione pura all'aria libera. Il vizio capitale d'un simile genere di vita è infatti la tendenza all'intossicazione endogena ed esogena, cui vanno aggiunte le malefatte delle sostanze introdotte a scopo eccitante e voluttuario (caffè, alcool, tabacco). Inoltre, l'alimentazione carne è per l'organismo la più forte sorgente d'acido urico, per cui i litiatici (calcolosi), i gottosi, gli arteriosclerotici, già in atto o candidati, tanto più se intellettuali e sedentari, devono orientarsi verso il vegetarismo. Altro vantaggio è quello di dar luogo a scarsissimi processi putrefattivi tossici nel tubo digerente e viceversa a scorie più abbondanti che, stimolando la peristalsi intestinale, combattono la stitichezza, così frequente in chi lavora più con la mente che con le braccia.
Numerose esperienze condotte con ogni rigore scientifico da fisiologi e studiosi dell'alimentazione hanno mostrato che una dieta anche strettamente vegetariana oltre che aumentare al massimo la potenzialità e la durata del lavoro fisico (proverbiale la forza dei facchini di Salonicco e Costantinopoli che si nutrono soltanto di cereali, riso, e frutta, fichi, con esclusione completa di carne e vino), s'accorda bene con un'ottima potenzialità e con un alto rendimento dell'intelligenza.
Va messo infine in piena evidenza un particolare vantaggio dell'alimentazione povera o addirittura priva di cibi carne: la minore eccitabilità e il più facile controllo della funzione sessuale. Tutta l'antichità cristiana concordemente raccomanda l'a. dalla carne e dal vino allo scopo di render più facile la castità. Origene (PG 13, 518), s. Atanasio (PG 28, 264-65), s. Girolamo (PL 22, 892, 897, 1116): «Si vis perfectus esse bonum est vinum non bibere et carnem non manducare»), s. Bernardo (PL 183, 1096-97): «...abstinebo a carnibus ne dum nimis nutriunt carnem, simul et carnis nutriunt vitia»), s. Tommaso (2a-2a, q. 147, a. 8), e tanti altri ancora concordemente esaltano la virtù anafrodisiaca d'un vitto sobrio e astinente.
I moderni studi sulla fisiologia del ricambio materiale ed energetico e sull'alimentazione hanno dimostrato, come già è detto, che l'alimentazione carne raccoglie in sé la caratteristica d'essere a parità di volume più energetica della vegetariana, di dar origine a maggior quantità di
8. - ENCICLOPEDIA CATTOLICA. - II.
scorie tossiche (urea, acido urico), di predisporre più facilmente alla stasi intestinale per lo scarso volume dei residui non assimilabili (porzione legnosa cellulosica degli alimenti vegetali). Da ciò maggior facilità di scivolare nell'accesso sia proteico che energetico dell'alimentazione; maggior pericolo per l'organismo di rimanere intossicato per sovraccarico della funzione renale (impari all'eliminazione dell'urea) o per accumulo di scorie puriniche (acido urico) nel sangue; deficienza della funzione emuntoria dell'intestino per la stitichezza più facile. Tale insieme di danni rappresenta un elemento fortemente negativo per la lotta che l'individuo deve condurre contro gli assalti della prepotente funzione sessuale. Infatti se per il buon equilibrio di salute del corpo è necessario un bilancio metabolico che non si chiuda in deficit, ogni esuberanza alimentare sia qualitativa che quantitativa, prima o dopo finisce per recar danno non solo all'organismo fisico ma anche a quel giusto rapporto che deve legare l'energia del corpo alla forza dello spirito. Un tale eccesso è più facile nell'intellettuale che in rapporto alla vita sedentaria ha bisogno d'un numero di calorie giornaliere assai minori di quelle del bracciante (calorie 2200-2400 di fronte a 4000-5000) e che più facilmente si nutre di carne e di cibi abbondantemente conditi. È ben noto inoltre come la stasi intestinale (stitichezza) conduca facilmente alla congestione degli organi contenuti nel piccolo bacino, tra cui vanno annoverati gli apparati sessuali (prostata, vescichete seminari, porzione ampollare dei deferenti; ovale, trombe, utero).
Senza dubbio, accanto a una vita igienicamente sana in cui il moto, l'aria libera, una giusta attività muscolare, una ben equilibrata distribuzione del lavoro e del riposo, della veglia e del sonno siano regolari con criteri sanamente naturali; un'alimentazione semplice, priva o poverissima di eccitanti, sobria, al riparo da un sopraccarico energetico (calorie introdotte) e qualitativo (eccesso di protidi e di purine) in cui, come già s'è detto, più facilmente può scivolarsi con l'alimentazione carne, particolarmente negli intellettuali dediti a vita sedentaria, una tale alimentazione rappresenta un ottimo aiuto nella castità (v.).
L'a. dalla carne, quindi, particolarmente di quella degli animali terrestri, così come la Chiesa l'impone in determinati giorni o periodi, non è affatto dannosa alla salute dell'uomo, al contrario fonte di sicuri vantaggi fisici («... in multis enim essis erit infirmitas... Propter crapulam multi obierunt; qui autem abstinens est adiicit vitam» - Eccli. 37, 32-3), e morali come ottimo ausilio nella lotta contro la concupiscenza della carne («... corporali ieiunio vitia comprimis, mentem elevas, virtutem largiris et praemia» - prefacio di Quaresima).