SIVIGLIA, ARCIDIOCESI di. - Arcidiocesi e capoluogo della provincia omonima nell'Andalusia (Spagna). L'arcidiocesi comprende, nel suo territorio di 27.716 kmq., le province civili di S. e Huelva, oltre a parte di quelle di Cadice, Cordova e Malaga. Ha una popolazione di 1.752.000 ab., dei quali 1.751.840 cattolici, distribuiti in 320 parrocchie, servite da 451 sacerdoti diocesani e 325 regolari; ha due seminari, 65 comunità religiose maschili e 216 femminili (Ann. Pont. 1953, pp. 403-404).
È l'antica Hispalia nella provincia betica. In S. furono venerati durante tutta l'epoca visigotica s. Felice diacono, ricordato al 2 maggio nel Calendario marmoreo di Carmona del sec. VI e in quello di Cordova del 961, e le ss. Giusta e Rufina, che, provocate dai pagani durante le feste delle Adonie (17-19 luglio), spezzarono a S. il simulacro della des fenicia Salambo e furono martirizzate (F. Cumont, Les Syriens en Espagne et les Adonies à Seville, in Syria, 8 [1927], pp. 330-41). La Passio (BHL,
4569) pone il loro martirio al 19 luglio, come anche il Martirologio geronimiano, che però nomina solo Giusta; i calendari mozarabici invece al 17 luglio. Le loro reliquie sono menzionate in epigrafi, una della quali è del 662 (J. Vives, Inscrip. crist. de la España romana y visigoda, Barcellona 1942, nn. 333 e 306).
Il primo vescovo noto è Marcello (sec. III), attestato dal Catalogo emilianense (ms. R. II, 18 dell'Escuriale); presente al Concilio nazionale di Hiberis nell'anno 900 fu Sabino (PL 84, 301); egli si fece poi rappresentare al Concilio d'Arles del 314. Nel 441 il vescovo Sabino II fu espulso dalla sede da una fazione appoggiata dal re svevo Rechila e in sua vece fu eletto un tale Epifanio (Idacio, Chron., ad ann. 441); Sabino II non poté rientrare in sede che nel 461 (Idacio, loc. cit., in España Sagrada, IV, Madrid 1756, p. 426); Sallustio è nominato in un documento del 30 nov. 520 (Jaffé-Wattenbach, n. 786) vicario del papa Ormisda; Zenone dato per predecessore di Sallustio alla fine del sec. V e vicario del papa Simplicio (ibid., n. 590) non fu vescovo di S., ma di Merida in Lusitania (v. J. Vives, Inscrip., cit., n. 363, commentario, in fine). La sede era metropolitana quando nel 589 il presule s. Leandro celebrò il primo Concilio provinciale e fu designato in un documento pubblico quale metropolitano della provincia Betica (PL 84, 358), titolo dato poi a tutti i suoi successori a cominciare dal fratello s. Isidoro (m. nel 636), il quale celebrò il secondo Concilio provinciale nel 610 e probabilmente anche un terzo, di cui si conserva solo un canone nella collezione pseudoisidoriana (Decretales Pseudoisidorianae, ed. P. Hinschius, Lipsia 1863, p. 396). Durante il governo dei due santi fratelli la sede di S. (569-636) fu spiritualmente la vera capitale della Spagna; a s. Leandro si deve la conversione del popolo visigoto, solennemente proclamata nel III Concilio di Toledo del 589 (s. Isidoro, De viris ill., 57); s. Isidoro (v.) completò l'opera di lui, diede alla Chiesa visigota preziosa leggi disciplinari nel IV Concilio di Toledo, ordinò la legislazione canonica nella Collectio Hispana, infuse grande vitalità alle scuole episcopali, e diede alla luce una produzione letteraria che lo rese il maestro, oltre che della Spagna, di tutta l'Europa medievale. I discepoli formati alla sua scuola estesero il suo influsso alle più importanti Chiese della penisola, quali Toledo e Saragozza. Grazie a questi due presuli di S. la Chiesa di Spagna si mantenne unita a Roma e ricevette incontaminato l'indirizzo pontificio. S. Isidoro fu anche maestro di monaci e la sua Regola contese per molto tempo così quella di s. Benedetto l'egemonia nei monasteri peninsulari, finché nel sec. XI trionfò definitivamente la Regola dell'abate di Montecassino in seguito alla riforma gregoriana.
I successori di Leandro e Isidoro fino all'invasione araba (711) sono noti soprattutto per il Catalogo emilianense e le sottoscrizioni dei Concili di Toledo. Il vescovo Bracario nella seconda metà del sec. VII non fu l'autore del De ecclesiasticis dogmatibus come si è preteso (J. Madoz, in Razón y Fe, 122 [1941], pp. 237-39; Epistolario di Alvaro de Cordoba, ed. Madoz, Madrid 1947, p. 168, n. 15). Oppas, l'ultimo vescovo di questo periodo, tradendo la causa del re don Rodrigo, contribuì alla rovina della monarchia visigota e al trionfo degli Arabi invasori. S. fu sottomessa da Mūsā b. Nuṣajr nel 712, e, dopo una sollevazione cristiana rapidamente soffocata, subì la dominazione araba per cinque secoli sotto un regime di tolleranza, con tutte le difficoltà che caratterizzano la storia dei cristiani mozarabici, pur conservando perfettamente l'antica organizzazione. Nell'interno della città si conservarono la chiesa metropolitana di S. Vincenzo e di Rubina (secondo la testimonianza di Ibn al-Qūṭijjah: Iftisīb, 11) e quella delle SS. Giusta e Rufina; esse potevano essere riparate, ma non ingrandite, e il culto doveva limitarsi all'interno, senza alcuna manifestazione esterna. Probabilmente nell'825 furono martirizzati in Cordova i due fratelli Adolfo e Giovanni originari di S. (Martirologio di Usuardo al 27 sett.) e nell'856 la loro sorella Aurea, monaca nel monastero di Cutechara dopo la morte dei fratelli (v. s. Eulogio di Cordova, Memoriale Sanctorum, III, 17), vittime della persecuzione di 'Abd ar-

Raḥmān II e di suo figlio Muḥammad (853-59), che era conseguenza di un proselitismo battagliero capeggiato da s. Eulogio, martire nell'859. E poiché i cristiani si offrivano spontaneamente al martirio, il Concilio di Cordova dell'852, presieduto da Recafredo metropolitano di S. e provocato dallo stesso 'Abd ar-Raḥmān, proibì un tale procedere (v. s. Eulogio, op. cit., II, 16), però senza grande risultato: Alvaro de Cordova pone questo vescovo tra i persecutori dei cristiani (v. Vita Eulogii, n. 7). Un altro prelato di S., detto Juan, apostatò alla fine del sec. XI in mezzo ai tormenti e giustificò la sua condotta dichiarando che quel che importa per un cristiano non sono le labbra, ma la coscienza; che contro la sua volontà aveva negato con la lingua, e poiché egli era fedele a Cristo col cuore, non si doveva guardare a quel che le labbra manifestavano agli uomini (v. Ugo di S. Vittore, Ad archiep. Hispalensem, in España Sagrada, IX, 3ª ed., Madrid 1860, pp. 434-38). Degli altri prelati di S. dell'epoca mozarabica basta ricordare Nonnito, successore di Oppas Teudula, all'inizio del sec. IX, che scrisse contro l'adozianismo, e un altro Giovanni noto dall'epistolario di Alvaro di Cordova (Epp., III e VI; ed. cit.). L'ultimo noto fu Clemente (ca. il 1144) che dovette fuggire dalla sua sede appena eletto, al sopraggiungere degli Almohadi che furono fanatici persecutori dei cristiani fino al 1248 quando il re di Castiglia Ferdinando III il Santo riconquistò S., la città più importante della Spagna musulmana. Primo arcivescovo della nuova serie fu l'infante don Filippo figlio del re. Una delle personalità più notevoli di quest'epoca nella storia ecclesiastica di S. fu Rodrigo de Santaella, uomo di fiducia dei prelati di S. dal 1491 al 1509, riconosciuto quale fondatore tanto dell'attuale Seminario (1505) che dell'Università civile (1508), eretti ambedue con bolle di Giulio II. Dopo che la città venne riconquistata dal re s. Ferdinando la formazione del clero venne fatta nello Studio generale, fondato presso la Cattedrale da Alfonso il Saggio; ma tale istituzione scomparve nel sec. XV e allora i due prelati Diego Urtado de Mendoza e suo fratello Diego de Deza diedero tutto il loro appoggio all'erezione del Seminario; anzi il secondo fondò nel 1515 il celebre Collegio ecclesiastico di S. Tommaso; un terzo ne fu istituito da don Alonso Manrique ca. il 1532. Tra il 1614-33 sorsero altri tre collegi; il più importante fu quello fondato dal can. don Gonzalo de Ocampo nel 1615. Dopo molte vicende provocate dalle rivoluzioni nei secc. XVIII e XIX, il Seminario rifiorì nel 1848, unificando quanto si era potuto salvare delle precedenti istituzioni; nel 1897 Leone XIII lo eresse ad Università pontificia e conservò tale carattere dopo la pubblicazione della cost. Deus scientiarum Dominus. In seguito alla scoperta dell'America S. divenne la capitale economica dell'Impero spagnolo, sede della casa di Contratación e passaggio obbligato per quanti, laici o ecclesiastici, si dirigevano nelle Indie occidentali; vi ha sede l'Archivio de Indias, che con oltre 3.000.000 di documenti costituisce la fonte per la storia della colonizzazione ed evangelizzazione del Nuovo Mondo.

Sono da per tutto note le processioni della Settimana Santa in S., di ineguagliabile fervore religioso e di tipico carattere locale, organizzate dalle confraternite che traggono la loro origine dal medioevo. I loro pasos sono dovuti ai migliori artisti del Rinascimento spagnolo.
Giusto Fernández Alonso
ARTE
A Cattedrale fu adattata la grande moschea costruita nel 1171, di cui ancora si conserva l'Alminar o la Giralda, uno dei più artistici monumenti di S. e alcune altre parti minori; il resto fu molto modificato nei secoli seguenti, anzi l'edificio propriamente detto fu del tutto rinnovato secondo nuovi disegni a partire dal 1401; terminato nel 1506 fu restaurato tra gli anni 1511-19 in seguito al cedimento della volta e di molti piloni. L'interno è costituito da un quadrilatero di m. 130 x 76, a cinque navate di cui la centrale è alta oltre m. 40; intorno si aprono 54 cappelle con un totale di 80 altari. Le vetrate vennero eseguite tra i secc. XVI e XIX. Al centro della navata principale stanno la « Capilla mayor »
e il coro; la « Mayor » ha il grandioso retablo opera del fiammingo Dancart del 1482; dietro la cappella è la « Sacrestia alta » con una venerata immagine della Madonna. Nella sala capitolare (sec. XVI) l'immagine dell'Immacolata Concezione, opera del Murillo. Ai lati del coro sono quattro cappelle: in quella di S. Pietro è la tomba dell'arcivescovo Diego Deza e 9 pitture di Zurbaran. La « Capilla Real » è in stile rinascimento (1551-75); nell'altare la Virgen de los Reyes portata dal re Ferdinando in tutte le sue campagne; davanti è il sarcofago in bronzo e argento col corpo di s. Ferdinando, qui trasferito nel 1579. Sull'altare della cripta sottostante sta la statuetta in avorio della Virgen de los Batallas (sec. XIV).
Altre chiese notevoli sono: la chiesa del Salvador, sopra un'antica moschea, con artistici retabli, un Cristo di M. Montañés, un Ecce homo attribuito al Murillo e l'immagine venerata della Virgen de las Aguas del sec. XIII. La chiesa di S. Martino con volte gotiche del sec. XIV-XV fu restaurata nel 1896 e nel 1926. La chiesa parrocchiale di S. Gil ha l'abside del sec. XIII; il resto del sec. XIV, ma rifatto nel sec. XVII; fu incendiata nel 1936 e restaurata. L'interno conserva avanzi di una moschea, con pannelli e musaici del sec. XIV nell'abside; in una nuova cappella è la Virgen de la Macarena (Madonna della Speranza), la più popolare delle città. La notte del Giovedì Santo escono dalla parrocchia di S. Gil due pasos con scorta di pretoriani e rientrano al mattino del Venerdì Santo. La chiesa di S. Marina ha un portale con sculture del sec. XIV e un campanile con base araba; fu devastata nel 1936 ed è in restauro; l'interno è un'antica moschea trasformata, nel suo wilḥrib è la cappella del Santo Cristo. Anche la chiesa di S. Catalina fu costruita nel sec. XIV su un'antica moschea di cui resta la torre restaurata; il portale del sec. XIV vi fu aggiunto nel 1929 e proviene dalla chiesa di S. Lucia. La chiesa di S. Isidoro del sec. XIV, restaurata di recente, ha l'interno a tre navate; nella sacrestia vi è una cappella eretta sul luogo dove morì s. Isidoro (a. 636). Il convento di S. Paulo fondato nel 1475 conserva un portale gotico, e nella chiesa annessa, a volta ogivale, statue di s. Giovanni Battista e s. Giovanni Evangelista opera di M. Montañés (1638) e tombe gotiche. Anche la chiesa di S. Romano del sec. XIV conserva sculture del Montañés come nella cappella annessa al convento di S. Inés. La chiesa dell'Università fu costruita dal gesuita Bartolomeo Bustamante (1565-79). La chiesa di S. Maria la Blanca è un'antica sinagoga del 1391 trasformata con capitelli visigoti, come quella di S. Bartolomeo. Il « Palacio Arzobispal » è del sec. XVII con facciata barocca; contiene una collezione di quadri tra cui quello della Vergine che dà la pianeta a s. Ildefonso, dipinto da Velazquez. L'asilo de Venerables sacerdote contiene una cappella con affreschi di Valdés Leal nella cupola e vetrate antiche con scene di vite di santi.
L'« Alcázar » o « Alcazaba », costruito dal conquistatore arabo Mûsâ nel 712, si estese fino alla Torre dell'Oro e alle sponde del Guadalquivir; fu ad un tempo fortezza e residenza regale; nel sec. XI i re della dinastia di Banû Abad (1023-91) adornarono la reggia con le colonne e i materiali della città e del palazzo di Medina-Az-Zahara. Il sultano Abû Ja'qûb Jûsuf (1171-76) eresse la Torre dell'Oro. Ferdinando II occupata S. nel 1248 costruì la galleria a volta dei bagni di Maria de Padilla; il palazzo fu accresciuto dal re Pietro I il Crudele nel 1364-66; più tardi nel sec. XV altri lavori vi furono eseguiti al tempo dei re cattolici Ferdinando e Isabella e ancora nel 1526 per il matrimonio di Carlo V. Nella sala detta di Carlo V si trovano gli arazzi rappresentanti la conquista di Tunisi, fatti eseguire da Carlo V nel 1551 da Pannemaker su cartoni di Juan Vernia.
Il Museo archeologico provinciale fu situato nel 1945 nell'antico edificio delle Belle arti dell'Esposizione Ibero-Americana del 1929; comprende collezioni archeologiche romane, paleocristiane, visigote, ispano-arabe, moresche, medievali e del Rinascimento.
Il Museo provinciale è invece nell'antico convento della Mercede (sec. XVII) e accoglie l'Accademia di Belle Arti, il Museo di pittura e di scultura. L'antica chiesa è trasformata nel « Salon Murillo » e vi sono riunite 54 pitture e alcune sculture; i quadri del Murillo appartengono al suo ultimo periodo e provengono dalle chiese di S. dei Cappuccini e degli Agostiniani; vi sono inoltre quadri di Zurbaran, di Velazquez, del Greco, di Montañés, di Pacheco, di Roclas, ecc. Nel sobborgo detto s de la Triana s, dalla Traiana romana detta dai Mori Terayana, si trovano: la chiesa di S. Anna eretta da Alfonso il Saggio e consacrata nel 1280; restaurata in seguito; è a tre navi, nel transcoro è l'immagine della Virgen de la Rosa di A. Fernández, dell'inizio del sec. XVI. Inoltre la « Cartuja », antica certosa fondata nel 1409, trasformata in fabbrica di ceramiche nel 1839; nella chiesa gotica, e precisamente nella cappella di S. Anna, furono deposte le spoglie di Cristoforo Colombo dal 1513 al 1536; quindi si ricordano la chiesa di N. S. de les Cuevas con statua in alabastro della Madonna sotto detto titolo; la chiesa di S. Giacinto del 1775 con cupola affrescata. Nei dintorni di S. si trovano le rovine dell'antica città d'Italia, fondata da Scipione, poi colonia romana, patria degli imperatori Traiano, Adriano e Teodosio e del poeta Silio Italico; molto del suo materiale è oggi nel Museo di S. La Biblioteca Colombina venne istituita dal Capitolo nel 1551 in seguito al legato, ricevuto da Ferdinando figlio di Cristoforo Colombo, della Biblioteca paterna e propria. Nacquero a S. s. Isidoro di S. (v.), i pittori Murillo, Velazquez e i due Herrera.
Bibliografia17 opere
Enrico Jos.