TOLEDO, ARCIDIOCESI di. - Arcidiocesi e città capoluogo della provincia omonima della Spagna.
Ha una superficie di 26.802 kmq. con una popolazione di 762.220 ab. quasi tutti cattolici, distribuiti in 364 parrocchie, servite da 323 sacerdoti diocesani e 86 regolari; 18 comunità religiose maschili e 106 femminili (Ann. Pont. 1953, p. 425). È sede primaziale della Spagna ed ha per suffragane le diocesi di Coria, Cuenca, Madrid, Plasencia e Sigüenza. Suoi patroni sono i s. Eugenio e Ildefonso.
T. è la Toletum, municipio romano, ricordato da Tito Livio. Occupato prima dagli Alani, poi dai Goti, questi ne fecero centro d'un nuovo impero riunito alla Gallia Narbonense e Leovigildo I nel 579 fu il primo di una dinastia che vi rimase fino al 709 in cui, dopo violente lotte, salì al trono l'infante don Rodrigo; ma dopo due anni gli Arabi, guidati da Tarico, occuparono la città che per tre secoli fu alle dipendenze del califfato di Cordova. Nel 1012 il governatore di T. si sollevò contro gli Ommieci, proclamandosi re, ma Alfonso I nel 1085 riconquistò la città; inutilmente assediata dai musulmani nel 1107 e nel 1205; nel 1212 fu definitivamente respinta l'invasione saracena. Nel 1470 T. fu visitata dal re Ferdinando e dalla regina Isabella che vi fondarono il convento votivo di «S. Juan de los Reyes». All'inizio del regno di Carlo V, T. fu il centro dell'agitazione dei «comuneros» che difendevano i privilegi del comune, guidati da Juan de Padilla; assediata la città fu a capo della resistenza la sua vedova Maria Pacheco; ma Carlo V ne fece la capitale. Filippo II l'abbandonò per Madrid; tuttavia alla città rimase il titolo di città imperiale y coronada «T. subì un eroico assedio dal 21 luglio al 27 sett. 1936.
Si fa risalire l'origine della diocesi al sec. I e s. Eugenio sarebbe il suo primo vescovo, ma mancano i documenti per i primi tre secoli e si ha soltanto la prima notizia sicura nel celebre Concilio Illiberitano (ca. 300; V. ELVIRA) dove sottoscrisse il vescovo Melanzio. Non fu soppressa sotto gli Arabi che conservarono lo splendore della città; anzi grazie a tale dominazione l'ostinato eretico adozionista Elipando poté sfidare i fulmini di papa Adriano I e Carlomagno. Tuttavia maggiore splendore ebbe dopo la conquista della città fatta nel 1085 da re Alfonso VI. Sono famosi i Concilìi Toletani, dei quali il primo è del 400, il secondo fu celebrato nel 531 e il terzo, il più celebre di tutti, nel 589 con l'assistenza del re visigoto Recaredo, fratello del martire s. Ermenegildo e figlio del crudele ariano Leovigildo; in detto Concilio fu riconosciuta la religione cattolica, ed affermata l'unità religiosa del Regno. Vanto di questa Chiesa sono s. Il- defonso, Giuliano, Eulogio (vescovo eletto) ed Eugenio; fu pure illustrata dai cardd. Egidio Albornoz (restauratore dello Stato Pontificio nel sec. XIV). Francesco Ximenez de Cisneros (il grande governatore e mecenate, al principio del sec. XVI), Gaspare di Borgia (ambasciatore spagnolo a Roma), e da tanti altri, giacché dal sec. XVI l'arcivescovo di Toledo fu quasi sempre membro del S. Collegio. Ben conosciuti sono i presuli, non cardinali, Roderico Ximenez de Rada e Bartolomeo Carranza, morto a Roma nel 1576, dopo un clamoroso processo.
La Cattedrale fu fondata nel sec. VI sotto il re goto Recaredo. Trasformata in moschea dagli Arabi, ne venne iniziata la ricostruzione nel 1227 dal re Ferdinando e compiuta nel 1493. Primo architetto fu un Petrus Petri detto Pedro Pérez; è in stile gotico francese con modificazioni posteriori. Vi si accede mediante cinque porte monumentali e tre secondarie. La facciata principale, iniziata nel 1418, compiuta all'inizio del sec. XVI, ha tre portali: quello detto del Perdono, al centro, offre un grande arco ogivale, ornato di figure d'angeli, di profeti e di santi; nel timpano la Vergine che dona la pianeta a s. Ildefonso; al disopra l'Ultima Cena. I due pilastri laterali sono adorni di statue. A sinistra è il pilastro detto «del Infierno» o «de la Torre», a destra quello detto «de Escribanos» o «del luicio». A sinistra della facciata sorge la torre alta m. 90, eretta tra il 1380-1440 da Rodrigo Alfonso e Alvaro Gomez. Nel lato meridionale stanno la «puerta Liana», d'ordine ionico, eretta nel 1800 e la «puerta de los leones», con sei colonne sormontate da leoni con scudi araldici, opera di A. de Egas di Bruxelles, decorata da Juan Alemán. Restaurata nel sec. XVIII; le porte di bronzo sono del 1545. Nel lato orientale sui muri sono fissate grandi epigrafi in rosso con i nomi dei dottori in teologia (secc. XVI e XVII). Nel lato settentrionale si trovano la «Puerta de Presentación» del 1585 con un bassorilievo della Presentazione al tempio, del 1565; la «Puerta de S. Catania» della fine del sec. XVI con la scena della sepoltura di S. Caterina; la «Puerta de la Feria» detta anche del «Reloj» (dell'orologio) o del «Niño perduto», dell'inizio del sec. XIV, decorata con figure d'angeli e di profeti. L'interno misura m. 113 x 57, alto m. 30, diviso da fasci

destra è la cappella mozarabica costruita nel 1504 dal card. Ximenez, opera di E. de Egas; fu restaurata nel 1922; ogni giorno vi si celebra in rito mozarabico, rito che per una speciale convenzione fu continuato, durante il periodo dell'invasione araba, in sei chiese della città. Sull'altare il museico con la B. Vergine e il Bambino fu eseguito a Roma nel 1794; vi è inoltre un affresco rappresentante la presa di Oran nel 1509 eseguito da Gregorio di Borgogna nel 1514. Nella cappella di S. Eugenio la statua del Santo vescovo è di D. Copin; vi è pure la tomba del vescovo F. di Castiglia, m. nel 1521. Nel transetto, l'interno della «porta dei Leoni», di architettura ogivale, contiene 35 pannelli lignei scolpiti: sulla porta l'albero di Jesse in alto rilievo, e medaglione con l'incoronazione della Vergine, opera di Gregorio di Borgogna.
Nel deambulatorio è la cappella di S. Lucia in stile gotico del sec. XIII, quindi la cappella «de Reyes vejos» o dello Spirito Santo, eretta nel 1290; poi si passa alla sala capitolare dal soffitto a cassettoni scolpiti e dipinti nel 1508, nelle pareti affreschi di Gregorio di Borgogna e ritratti degli arcivescovi di T. da S. Eugenio al card. Moreno.
Nell'abside sono la cappella ottagonale di S. Ildefonso, trasformata dal card. De Albornoz che vi è sepolto (m. nel 1364 a Viterbo) e la tomba dell'arcivescovo J. Martinez de Contreras (m. nel 1431). La cappella di Santiago è esagonale, decorata in stile gotico fiorito; fu eretta alla metà del sec. XV dal connestabile don Alvaro de Luna che vi fu sepolto; vi è pure il sepolcro dell'arcivescovo J. De Cerezuela (m. nel 1448). La cappella de «Reyes nuevos», eretta tra il 1531-34 contiene i monumenti sepolcrali di Enrico II, Enrico III e statue di Giovanni I e II. La sacrestia fu affrescata da Luca Giordano e dal Greco; nella sala detta del vestiario sono tele di Rubens e del Greco; vi si conserva una preziosa serie di paramenti sacri appartenuti ai card. Mendoza, Cisneros, Fonseca, Albornoz ed anche la Bibbia detta di S. Luigi, manoscritto minato francese del sec. XIII in tre volumi; alcuni fogli dell'Apocalisse sono ora a Nuova York nella collezione Pierpont Morgan. A destra del deambulatorio è la tomba del card. De Portocarrero (m. nel 1709). Poi si trovano le cappelle dette «de los Doctores» o di S. Marina, e la cappella «de la Virgen del Sacrario» con la venerata immagine della Madonna. Nel transetto sinistro si ammirano le cappelle di S. Pietro, eretta dall'arcivescovo Sancho De Rochas (m. nel 1422) che vi è sepolto; la cappella «de la Pila Bautismal»: la cappella «de la Virgen de la Antigua» cosiddetta da un'antica icone della Madonna; la cappella «de la Descension» eretta nel 1533 sul luogo dove la Madonna apparve a S. Ildefonso.
La cappella della Torre detta pure «de S. Juan» o «de los Canónigos», al di sotto della torre, contiene il Tesoro della Cattedrale. Su lato nord dell'edificio dalla porta «del Mollete» si entra nel chiostro, iniziato nel 1399 a due piani: su di esso si apre la sala capitolare estiva del sec. XV, la cappella di S. Blas con la tomba dell'arcivescovo Tenorio (m. nel 1399) a cui si deve il chiostro; nella volta affreschi di Arnaldo di Cremona; inoltre si accede alla Biblioteca del Capitolo ricca di manoscritti e di corali miniati. Una galleria coperta immette al Palazzo arcivescovile (sec. XVIII), occupato in basso dalla Biblioteca provinciale. Questo Duomo gode di molti privilegi pontifici e le sue dignità canonicali hanno la facoltà di usar la mitra. Un cappellano maggiore e parecchi altri cappellani e beneficiati hanno il servizio del rito mozarabico, ristabilito con regale generosità dal card. Ximenez de Cisneros al principio del sec. XVI nella detta cappella, dopo aver dato incarico a parecchi dotti investigatori dei codici antichi per la ricomposizione della liturgia, della quale T. era stata il centro e difesa fino a che, sotto Gregorio VII, dovette cedere il posto alla romana.
Vi è a T. il Seminario maggiore, già Università pontificia di S. Ildefonso, fondato nel 1848 dal card. Inquanza, e il minore, di S. Tommaso da Villanova, antica Università di S. Caterina, edificio ampliato nel 1917 dal card. Guisaloa e nel 1926 dal card. Reig.
Tra le chiese si ricordano quelle di S. Andrea, di

Toledo, arcidocesi di - Ostensorio monumentale gotico in argento dorato. Opera di Enrico de Arfa (1517-24) - Toledo, Tesoro della Cattedrale.
S. Juan de la Penitencia con annesso convento fondato nel 1514 dal card. Cisneros; di architettura mista con cupola in legno di cedro e pennacchi rivestiti di stalattiti; vi è la tomba del vescovo F. Ruiz (m. nel 1528); la chiesa mozarabica di S. Luca che fu restaurata di recente; la chiesa di S. Juan de los Reyes; unita a un convento eretto nel 1746 dai Re cattolici, dopo la vittoria di Toro, su architettura del fiammingo J. Guas; l'interno è una sola navata. Il chiostro è un bel saggio di gotico fiorito; di recente si sono scoperti avanzi di affreschi nelle pareti; sui fregi e sopra i capitelli iscrizione in lode dei Re cattolici; S. Maria "la Blanca" è la più antica sinagoga di T. (ca. il 1180) trasformata in chiesa nel 1405; vi predico S. Vincenzo Ferreri; è stata di recente restaurata. Nostra Signora del Transito è un'altra sinagoga trasformata nel 1492 in chiesa e allora detta S. Maria de los Pobres; è ad una sola navata e contiene ancora iscrizioni in carattere ebraico in lode al Dio di Israele. Si ricordano inoltre: la Chiesa "de Salvador", dove nella cappella di S. Catalina si riunivano i dottori dell'Università, la chiesa di S. Tomé, del sec. XIV, con interno restaurato nel sec. XVIII, contiene la celebre tela del Greco con l'inumazione di Gonzalo Ruiz conte di Orgas e l'apparizione dei ss. Stefano e Agostino. La chiesa di S. Domingo el antiguo contiene pure 5 tele del Greco.
La chiesa del Santo Cristo de la Luz è l'antica moschea Bib el-Mardom del sec. X trasformata in chiesa con l'aggiunta di un transetto e di un'abside. La chiesa di Santiago del Arrabal in stile toletano del sec. XIII fu trasformata nel sec. XVIII. La chiesa del Cristo de la Vega o basilica di S. Loccadia è moderna. La chiesa di S. Vincente è eretta nel 1595 e ora adibita a museo parrocchiale e contiene paramenti sacri dal sec. XV al XVIII; arazzi di Bruxelles del sec. XVII, un messale mozarabico del card. Cisneros; sculture del sec. XIII in poi; pietre tombali del sec. XIV e seguenti, maioliche, oreficerie e tele di diversi autori, di cui non poche del Greco, e fra esse l'Assunta.
Il card. P. Gonzalez de Mendoza fece erigere tra il 1514-44 da E. De Egas l'ospedale di S. Cruz, danneggiato nel 1936; è una delle più notevoli costruzioni del rinascimento in Spagna con ricco portale dove è rappresentato il fondatore in adorazione della SS. Croce, tra S. Pietro, S. Paolo e S. Elena; al disopra la Visitazione. L'interno è adibito a museo provinciale. L'ospedale di S. Giovanni Battista o "de Afuera" fu fondato dal card. J. De Tavera; è opera di Bustamante (1541-99); l'interno contiene oggi il museo istituito dalla duchessa de Lerina, che vi ha ricostruito una dimora signorile del sec. XVI; mobili, tappezzerie dell'epoca e tele di Ribera, Luca Giordano, Tintoretto, Zurbaran, Greco, Sanchez Coello, ecc. Nella chiesa tomba del card. J. De Tavera (m. nel 1545).
Si devono poi menzionare l'Alcazar, fortezza eretta da Alfonso VI sopra un accampamento romano del sec. III; Alfonso X gli dette la forma quadrilatera con 4 torri angolari; Carlo V lo fece ricostruire da A. De Covarrubias che vi eresse la facciata nord, mentre quella sud è opera di J. De Herrera sotto Filippo II. Incendiato nel 1710, restaurato sotto Carlo III da V. Rodriguez (1744-74), fino al 1776 accolse la "Real Casa de Caridad". Fu incendiato di nuovo nel 1810, restaurato tra il 1867-82; bruciò ancora nel 1887; ricostruito, fu sede dell'accademia di fanteria che dal 21 luglio al 28 sett. 1935 vi sostenne eroico assedio.
Sul Tago esiste ancora il ponte d'Alcantara, costruito dai Romani; restaurato nel 1997 dagli Arabi, rifatto nel 1258 da Alfonso VI e ancora all'inizio del sec. XV; esso è preceduto da un portico barocco eretto nel 1721; all'estremità occidentale si erge una torre finita nel 1484 con lo stemma dei Re cattolici. L'antico circo romano fuori della città è oggi trasformato in giardino.
Presso T. si trovano l'eremo "de la Virgen de la Cabeza" e quello "de la Virgen del Valle", dove, prima della conquista araba, sorgeva il monastero del SS. Pietro e Felice. Ma il più celebre monastero di T. è quello dei SS. Servando e Germano sul Tago eretto ca. il 1090 dal re Alfonso (F. Fita, El monasterio toledano de S. Ser
vando en la secunda mitad del siglo XI, in Bulletin de l'Academia histórica, 49 [1906], pp. 280-331; R. De Los Ríos, El castillo y monasterio de S. Servando en Toledo, in Rivista dos archivos, bibliothecas y museos, 15 [1911], pp. 167-88).
Nell'estremo occidentale della diocesi, che forma parte dell'Estremadura, vi è il meraviglioso monastero della Madonna di Guadalupe, fondato nel sec. XIV, il più grande cenobio dei monaci girolamini, prima della costruzione del gigantesco Escoriale, che lo tennero fino al 1836, ai quali hanno succeduto i Minori Francescani. Il tempio e l'insieme degli edifici d'intorno appartengono al sec. XIV e seguente. Il grande chiostro arabesco, unico nel mondo in questo stile, col suo graziosissimo tempietto, è di effetto sorprendente: cominciato nel 1389 fu terminato nel 1406; d'un secolo posteriore è l'altro chiostro. Alle molte opere d'arte della chiesa bisogna aggiungere la ricchezza notevolissima dei libri corali miniati (non superata da altri templi neppure cattedrali), i paramenti del sec. XV-XVI e le pitture del Zurbaran.
CONCILI DI T. - L'organismo più importante dell'attività disciplinare e dogmatica, e nel medesimo tempo il tratto costituzionale più tipico della Chiesa spagnola nell'epoca visigotica, furono i Concili di T.: diciotto Sinodi, scaglionati lungo la storia della Chiesa visigotica nel periodo che va dal 400 al 701, che rappresentano la fonte principale per la conoscenza della vita ecclesiastica della Spagna in quell'epoca e delle relazioni fra la Chiesa e lo Stato.
Essi sono un'istituzione unica nel suo genere, un tipo a parte di assemblea mista, fondamentalmente corpo legislativo ed episcopale, ma talora anche corte del regno e tribunale supremo in molteplici negozi di ordine puramente civile. Sono stati paragonati alle riunioni del Campo di Marte tra i Franchi o alle assemblee guerresche di Pavia tra i Longobardi, ma superano le une e le altre per il loro carattere ecclesiastico; alla Witenagenot degli Anglosassoni, ma in favore delle assemblee spagnole, sta una maggiore preponderanza episcopale; ai Sinodi della Gallia merovingica, riguardo alla concordia dei poteri ecclesiastico e civile, ma tra i Visigoti essa è più stretta e più armonicamente fusa che non negli altri paesi.
Il ricordo di Costantino, espressamente menzionato dal Biclarense alla presenza di Recaredo nel III Concilio di T., è indizio del fatto che nel re visigoto sembrava si perpetuasse l'attribuzione imperiale. Sotto un altro aspetto, il diritto di Giustiniano nella sua drammatica sanzione del 554, introdotta nella regione bizantina del Levante e più tardi nel diritto visigotico, investì i vescovi di un controllo sulla giustizia e di una superiore giudicatura in ampi settori civili. I vescovi, padri del Concilio per diritto proprio, intervenivano in ogni genere di negozi, mentre i magnati goti, eletti per libera determinazione del re, decidevano soltanto nelle cause civili. Questa fisionomia tutta particolare dei Concili di T. fa di essi una istituzione nettamente indigena.
La loro attività letteraria e sociale fu estremamente splendida e feconda. In essi si formulò e sanzionò la liturgia mozarabica, ricchissima e varia nel suo contesto, di una ricchezza e splendore orientali nella sua lingua, di una teologia intima e delicata nella sua pietà, di una redazione preziosistica e a volte concettosa, in certe occasioni magniloquente ed elevata, sempre nobile, sincera e fervorosa. Iniziata alla fine del sec. V da Pietro di Lérida, va svolgendosi attraverso l'epoca visigotica con la cooperazione di tutti i suoi grandi scrittori, da s. Leandro a s. Giuliano, le cui tracce sono visibili nelle sue forle. Il Liber Ordinum, il Liber Comicus e il Liber Sacra-
mentorum sono i principali monumenti di questo tesoro letterario. Diversi salienti episodi della storia ecclesiastica e civile trovano la loro origine nell'attività di questi Concili: la condanna del priscilianismo nel I (400) diverse disposizioni intorno al celibato e ai seminari clericali nel II (527 o 531). Il III, con l'intervento di S. Leonardo, proclama l'abiura dell'arianesimo da parte di R. Carvedo e del popolo goto. Il IV (633) sotto la presidenza di S. Isidoro, unifica la liturgia e proscribe diversi abusi. I sinodi V (636), VI (638), VII (646), e VIII (653) contengono disposizioni e pene contro i crimini di lesa pre-tria e di lesa maestà. Il XII (681) conferma il nuovo re Evrigio. Il XIV (684) condanna il monoteilismo. Il XV e XVI, sotto la presidenza di S. Giuliano, precisano varie formule dogmatiche di questo grande teologo.
I Concili di T. sono così una specie di indizio della stretta unione fra la Chiesa e la monarchia visigotica, consacrata fin dalla conversione di Recaredo. In essi vengono affrontate frequentemente questioni politiche. Va scomparendo a poco a poco la distinzione tra Visigoti e Ispano-Romani: il cristianesimo si fonde con la popolazione; le leggi seguono nella loro unità un solo codice disciplinare. Soltanto gli Ebrei sono refrattari alla fusione e persistono a mantenersi irriducibili come elemento che presto si associerà al nemico invasore.
SIMBOLI DI T. - Degni di nota sono i simboli della fede, elaborati dai vescovi della Chiesa visigotica nei concili di T.; soprattutto quelli contenuti nei Concili I (ca. 400), IV (a. 633), VI (a. 638), XI (a. 675) e XVI (a. 693).
La critica teologica si compiace di ponderare la precisione e la nitidezza dei suoi enunciati; ne mette in rilievo la immensa erudizione patristica e la eccezionale sicurezza teologica, ne ammira l'abilità ed il dominio del pensiero che, pur non andando oltre i limiti di una complessione tradizionale, fonde con armoniosa omogeneità sintetica l'eredità depurata del passato.
Salvo qualche caso particolare, l'occasione di redigere quei s. veniva offerta semplicemente dalla devozione singolare della Chiesa spagnola per la fede tradizionale che, in quel secolo che segue immediatamente la conversione del popolo visigoto al cattolicesimo, inaugurava i suoi atti più solenni con la professione di fede, quale portico delle sue decisioni conciliari.
Dopo il Simbolo I, a seguito dell'arianesimo e del priscilianesimo con gli anatemati, completati nel 447 dal vescovo Pastore, i Simboli IV, VI, XI e XVI si susseguono secondo una catena organica con caratteristiche inconfondibili, conservando lo stesso aspetto familiare nella tradizione simbolica spagnola. Il IV, circondato dal glorioso ricordo di s. Isidoro di Siviglia, presidente di quel concilio, fissa con linee definitive la base teologica spagnola sulla Trinità e la Cristologia. Segue il VI con il medesimo indirizzo, aggiungendovi la professione di fede nella Chiesa cattolica, Corpo di Cristo, che con il suo capo deve regnare perennemente nel futuro regno. L'XI raccoglie le correnti del IV e del VI e aumenta il suo contenuto con varie citazioni patristiche sulle relazioni delle tre Divine Persone, sulla teologia psicologica agostiniana delle processioni trinitarie, ed altri aspetti, per redigere una forma di fede; breve trattato teologico su quei misteri, ricco di precisione di concetti e formole simboliche. Il XVI, finalmente, amplia il contenuto dell'XI con nuove precisazioni circa la spiegazione psicologica della Trinità, delle due volontà in Cristo, della perpetua verginità di Maria, ecc., sempre dentro il grande stile di Simbolo-trattato, iniziato dal Simbolo XI, le cui formule in gran parte ripete.
Le fonti patristiche in essi rappresentate sono, in ordine d'importanza: s. Agostino, Fulgenzio di Ruspe, Isidoro di Siviglia, s. Ambrogio, Gregorio di Elvira, il Quicumque, ecc.
Contro Künstle ed altri, che attribuivano alcuni di questi s. ad epoche anteriori, oggi, dallo studio delle loro fonti e dalla storia delle loro circostanze, si è potuto provare che sono opera dei Concili, di cui portano il nome, redatti dai Padri della Chiesa visigotica che sono rimasti nell'anonimo. L'uso che della precisa formula teologica, nei principali dogmi, ha fatto la Teologia, prova che sono ritenuti un'importante manifestazione del magistero ecclesiastico tradizionale. - Vedi tav. XXIII.