CARLO V, IMPERATORE

CARLO V, imperatore. - N. a Gand il 24 febbr. 1500, m. a S. Giusto il 21 sett. 1558. Figlio di Filippo il Bello arciduca d'Austria e di Giovanna la Pazza, ereditò i possessi degli Asburgo dal nonno paterno Massimiliano d'Austria (m. nel 1519), i possessi della casa di Borgogna dalla nonna paterna Maria di Borgogna (m. nel 1482), il regno d'Aragona con i possedimenti in Italia dal nonno materno Ferdinando il Cattolico (m. nel 1516), il regno di Castiglia con i possessi in America dalla nonna materna Isabella di Castiglia (m. nel 1504). Il padre Filippo era premorto al nonno paterno nel 1506, Giovanna era impazzita nel medesimo anno.
La sua prima educazione e nella Listosa corte borgognona (tra i principali consiglieri è Guglielmo di Croy, signore di Chièvres). Il primo soggiorno in Spagna la trova disorientato, per il formolismo e la severità della corte e per l'opposizione della nobiltà fortemente ancorata alle proprie preoccupazioni - nazionali-. La sua preparazione politica prosegue sotto il Concrns e poi sotto Mercurino da Gattinara: quest'ultimo ha avuto, nella formazione spirituale e politico-morale di C., un'impor-

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(Int. Büdarchiv d. 0. Nationalbistortstr)
Carlo V. imperatore - Ritratto giovanile con Toson d'oro ( + Goldenes Vlicsa + ). Incisione da ritratto d'ignoto fiammingo, conservato al Louvre.

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Carro V. imperator - Epistalin della battaglie di Pavia (1525) Arazo da cartone di B. Van Orley - Napoli, musco Navionale.

tanza decisiva, propriu perché ha indirizzato l'alto sentimento di orgoglio e la voluttà di honneur et réputation di C. verso il grandioso mito dell'impero; e Mercurino, che contro gli interessi e i sentimenti della corte spagnola, spinge il sovrano a risolvere la politica europea facendo centro nel "giardin dello impero", in quell'Italia che aveva dato a Mercurino i natali. Il risultato più concreto della politica di Mercurino è l'elezione imperiale di C . ( 28 giugno 1519), elezione ottenuta, da parte di C., con la corruzione degli elettori e non senza minacce : ormai era penetrato, nell'animo di C., quel mito della monarchia universale, da risuscitare e ventilare nella teoria e da attuare nella pratica con ogni mezzo. La soluzione dell'elezione ha messo oramai di fronte, definitivamente e all'ultimo sangue, i due grandi rivali: C. e Francesco I, l'uno intento a sostenere quel sogno imperiale, l'altro a difendere più realisticamente una politica di equilibrio che salvi almeno il regno di Francia. La lotta tra i due protagonisti, è logico, non è solo impegnata tra due personalità, ma si risolve nella più generale storia europea: battaglia di Pavia ( 1525 ) in cui Francesco I è fatto prigioniero; trattato di Madrid ( 1526 ) col quale il re di Francia viene liberato con l'impegno però di cedere i diritti sull'Italia e di consegnare a C. la Borgogna; disconoscimento del trattato da parte di Francesco, sua alleanza con Venezia e con il Papa; sacco di Roma ( 1527 ) da parte dei lanzichenecchi mercenari al servizio dell'imperatore; passaggio di Andrea Doria dal campo francese a quello imperiale e fallimento della spedizione francese a Napoli; alleanza di Francesco con i Turchi e preoccupazioni di C. che lo spingono a firmare la pace di Cambrai (1529); incerronazione di C. da parte di Clemente VII e restaurazione dei Medici a Firenze (1530); ripresa della guerra e debolezza di C. premuto da Francesco, dai Barbareschi, dai Turchi, e dall'ampliarsi della rivoluzione protestante; bloccamento dei Turchi da porte di C., pace con i Turchi stessi, susseguente pace con Francesco a Crépy (1544).
La posizione di C. di fronte alla rivoluzione protestante fu oscillante tra cristianità ed Europa politica, tra difesa della tradizione cattolica e attuazione di quella ragion di Stato che cominciava ad avere nel Cinquecento i suoi definitori e sostenitori; da una parte la sua sincera volontà di cattolico di distruggere l'eresia, dall'altra i suoi cedimenti di politico in cerca dell'equilibrio delle forze e dell'indeboli-
mento dei principi germanici (e per indebolirli andava cauto ad impedire una loro potente controffensiva che lo avrebbe messo in una situazione disperata). Sogna di essere il definitivo sterminatore di Lutero, ma intanto non mette in pratica il suo fiero proposito; così si proclama tutore dell'ortodossia, ma non si oppone a Enrico VIII per timore di vederlo uscire dalla sua neutralità politico-militare; si dichiara ed è devoto al papato, ma (la sua politica anticuriale nonostante la colpa effettiva fosse delle milizie indisciplinate) ad un certo momento determina indirettamente la devastazione di Roma nello spaventoso sacco del 1525 . Con la Dieta di Spira del 1526 si impegna di permettere ai luterani l'esercizio della confessione riformata sino alla convocazione del Concilio, nel 1529 vuol ritoglier loro la libertà ma poi la riconferma per timore di una guerra; mostra grandi irrisolutezze sull'apertura del Concilio così com'era prospettata da Roma, e anche dopo il crollo della lega smalkaldica vuole si il ristabilimento dell'unità religiosa, ma desidera tenere per sé una supremazia « civile» sulla cristianità.
Spirito sinceramente religioso e uomo d'onore: cosi ce lo descrive in uno stupendo passo Marino Cavalli, ambasciatore veneziano presso di lui: «è sua maestà molto religiosa: ode due Messe ogni di: li vespri e le prediche le feste solamente: dice molte orazioni: si confessa e si comunica quattro volte l'anno; e per quel che si vede, vive come cristiano, e privato cavaliere. Non ha imperfezione alcuna, che s'astiene da tutti i vizi; e in tutte le azioni sue, fino alle minime, è tanto composto e ben ordinato, tanto avvertito e giudizioso, che niuno può desiderare di vantaggio, con certi movimenti, e certe parole cosi prudenti, che meritano d'esser ammirate da ognuno. Parla sempre umanamente, mai s'adira, mai brava; ma sempre con il giusto in bocca, con la speranza in Dio e con il fondar le sue cose in su la ragione. E duro sopra i punti d'onore e su ogni minuzia contenuta nei contratti di pace e di leghe, che ha con gli altri. Rimette o diferisce l'ingiurie dei suoi e le sue proprie, quando gli mette conto per maggior comodo. E fisso nelle sue opinioni; non fa mai cosa alcuna forzato apparentemente, e lascierà piuttosto rovinare il mondo che far cosa violentato" (E. Alberi, Le Relazioni degli ambasciatori veneti al Senato durante

CARLO V IMPERATORE - CARLO DA SEZZE
il secolo XVI, 1a serie, II, Firenze 1841, pp. 213-15). Il passo dell'ambasciatore è del 1551, quando cioè ha preso il sopravvento sull'animo dell'imperatore un complesso momento mistico, una intima e penetrante coscienza della fragilità umana; quel senso triste della morte, che aveva respirato nella giovanile inquietudine dell'ambiente borgognone, è aumentata con gli anni e le delusioni; quel senso era stato velato dal suo ardente spirito di cavalier, da quella sua costante voluttà di «ganar honra v fama perpetua» che inculca pure al figlio (K. Brandi, Berichte und Studien zur Geschichte Karls V., XII, in Nachrichten der Gesellschaft der Wissenschaften zu Göttingen, 1935, p. 58); certo molto dovette anche prenderne dai vasti e talora sotterranei movimenti mistici spagnoli, ma la questione dovrebbe essere riesaminata a fondo (ad es., risulta che sotto di lui il movimento degli album-brados fosse fieramente avversato: cf. Alonso de S. Cruz, Crónica del Emperador Carlos V, III, Madrid 1922, p. 19 sgg. Certo è che l'ambiente era saturo anche di reviviscenze mistiche non eterodose: Francesco de Ossuna, Bernardino da Laredo ecc.). Soprattutto quando tramonta la speranza del sogno di monarchia universale, un senso affranto della caducità delle umane cose prende il sopravvento nel cuore dello stanco imperatore, il quale abbia nel 1556 e si ritira in convento; anche se il guizzio dell'antico valor non erano pur morti, se seguitava a profilare consigli politici al figlio Filippo II, metodo che continuava d'altronde la minuziosità di istruzione che aveva dato sull'educazione del figlio quand'era giovane, netto (cf. J. M. March, Niñes y juventud de Felipe II, Madrid 1941, pp. 81-212, 271-335; II, 1942, pp. 5-39). - Vedi Tav. L.

BIBL.: P. Kalkoff, Die Kaiserwahl Friedrichs IV. und Karls V., Weimar 1925; P. Rassow, Die Kaiser-Idee Karls V., Berlin 1932; K. Brandi, Kaiser Karl V., I, Monaco 1937; II, 1941 (opera di estrema importanza, risultato di una perfetta conoscenza delle fonti edite e di una vastissima esplorazione archivistica nei principali fondi europei; si rimanda al II vol. dell'opera del Brandi per orientarsi nella vastissima bibli. su C. V); R. Mendez Pidal, Idea imperial de Carlos V, Madrid 1941, pp. 7-35 (tesi eccessiva che risolve l'esame della figura dell'imperatore su un piano «nazionalistico»). Sui rapporti col papato: Pastor, IV, I e II, V, VI (con ricchissima bibl.); C. Capasso, Paolo III, 2 voll., Messina 1923-24. Su C. V e l'Italia, la vecchia mola opera di G. De Leva, Storia documentata di C. V in correlazione all'Italia, 5 voll., Venezia 1863-94; F. Chabod, Lo Stato di Milano nell'Impero di C. V, Roma 1934; id., C. V nell'opera del Brandi, in Studi germanici, 4 (1940), pp. 1-34; E. Ponsieri, Nei tempi grigi della storia d'Italia, Napoli 1949, p. 1 sgg.

CARLO VI, IMPERATORE. - N. a Vienna il 1° ott. 1685, m. ivi il 20 ott. 1740. Il suo nome è legato alla guerra di successione spagnola, alla guerra contro i Turchi conclusa con la pace di Belgrado del 1739, alla lotta per la prammatica sanzione e alle complicazioni diplomatiche che ne seguirono: C. con la prammatica sanzione dell'apr. 1713 regolava la successione dei suoi Stati; con la morte del primogenito Leopoldo si acui il problema perché la successione doveva andare alla figlia Maria Teresa; la prammatica sanzione fu proclamata solo nel 1724 dopo l'approvazione delle diete dei paesi dell'impero, ma solo nel 1748, con la pace di Aquisgrana, ebbe il suo pratico riconoscimento. Nell'interno il governo di C. significa l'approvo della cultura austriaca, nel più vasto senso, religione, arte, commercio: le grandi residenze, Vienna e Praga, in questo periodo si rinnovarono con lo splendore barocco che rimase la loro caratteristica.
BIBL.: M. Mayer-R. F. Kaindl-H. Pircherger, Geschichte und Kulturleben Deutschösterreichs, II, Vienna 1931, pp. 231-81; G. Mecenseffy, Karls VI. spanische Bündnispolitik, 1725-29, Innsbruck 1934; A. de Saint-Léger, Ph. Sagnac, La prépondérance française, Lois XIV (1661-1715), Paris 1935; P. Muret, La prépondérance anglaise (1715-63), 2a ed., ivi 1942. Giuseppe Löw

CARLO I, re d'INGHILTERRA e di SCOZIA. - N. il 19 nov. 1600 a Dunfermline, m. il 30 genn. 1649 a Londra, figlio di Giacomo I e di Anna di Dani-marca. Nel 1625, diventato re, sposò Enrichetta Maria, sorella di Luigi XIII di Francia. In un articolo segreto, annesso al trattato matrimoniale, C. si impegnava di garantire ai cattolici libertà di culto, almeno in privato; ma il timore del forte partito avversario che voleva l'applicazione delle leggi esistenti, di persecuzione contro i papisti, e il proposito di evitare un accostamento a Roma e al Papa, lo indussero ad adattamenti e concessioni, che fecero anche dei martiri. La vera importanza del matrimonio era soprattutto di carattere politico. Con esso Richelieu allontanava la minaccia di un'alleanza ispano-inglese che si opponesse alla riconquista francese della Valtellina, mentre da parte inglese si sperava nella restaurazione dell'elettore palatino, imparentato con C. Dopo le nozze si verificarono profonde divergenze tra C. e la moglie, non intendendo il re accordare nessuna protezione ai cattolici. Col pretesto di proselitismo svolto a favore della Chiesa cattolica dal seguito di Enrichetta, C. espulse dal regno i componenti del seguito stesso. Il risultato fu la guerra con la Francia: C. cercò di aiutare gli ugonotti assediati a La Rochelle, ma tutti i tentativi fallirono. Intanto le necessità belliche richiedevano cospicui mezzi finanziari (C. si trovava in guerra anche con la Spagna e sussidiaria Cristiano IV di Danimarca, suo zio materno) che il re si procurò, dal momento che gli erano stati negati dal Parlamento, con patti d'imperio. Conclusa la pace con la Francia e con la Spagna (1620 e 1630), C. continuò su questa via incostituzionale. Nel 1637 si alienò con misure antipresteriane gli Soccorsi che infine apertamente gli si ribellarono. Dopo la morte del duca di Buckingham (1628), C. si riconcilì con la regina e diede varie volte prova di comprensione per i cattolici del regno, pur rifiutando sempre di convertirsi. L'infrazione delle immunità parlamentari da parte del re condusse nel 1642 alla guerra civile, in cui si rivelò la forte personalità di Oliver Cromwell. C. fu sconfitto e condannato a morte.
BIBL.: S. R. Gardiner, s. V. in Dictionary of National Biography, IV, pp. 67-84. Sul cattolicesimo in Inghilterra sotto il regno di C. si veda A. J. Destombes, La persécution religieuse en Angleterre sous Élisabeth et les premiers Stuarts, III, I, III, 1883. Sulle relazioni con la S. Sede, oltre ai voll. XII, XIII, XIV del Pastor cfr. soprattutto G. Albion, Charles I and the Court of Rome, Londra 1935.