CARLO V, IMPERATORE. - N. a Gand il 24 febbr. 1500, m. a S. Giusto il 21 sett. 1558. Figlio di Filippo il Bello arciduca d'Austria e di Giovanna la Pazza, ereditò i possessi degli Asburgo dal nonno paterno Massimiliano d'Austria (m. nel 1519), i possessi della casa di Borgogna dalla nonna paterna Maria di Borgogna (m. nel 1482), il regno d'Aragona con i possedimenti in Italia dal nonno materno Ferdinando il Cattolico (m. nel 1516), il regno di Castiglia con i possessi in America dalla nonna materna Isabella di Castiglia (m. nel 1504). Il padre Filippo era premorto al nonno paterno nel 1506, Giovanna era impazzita nel medesimo anno.
La sua prima educazione è nella fastosa corte borgognona (tra i principali consiglieri è Guglielmo di Crov, signore di Chièvres). Il primo soggiorno in Spagna lo trova disorientato, per il formalismo e la severità della corte e per l'opposizione della nobiltà fortemente ancorata alle proprie preoccupazioni «nazionali». La sua preparazione politica prosegue sotto il Cisneros e poi sotto Mercurino da Gattinara: quest'ultimo ha avuto, nella formazione spirituale e politico-morale di C., un'impor-

(fot. Bildarchiv d. Ö. Nationalbibliothek)
La posizione di C. di fronte alla rivoluzione protestante fu oscillante tra cristianità ed Europa politica, tra difesa della tradizione cattolica e attuazione di quella ragion di Stato che cominciava ad avere nel Cinquecento i suoi definitori e sostenitori; da una parte la sua sincera volontà di cattolico di distruggere l'eresia, dall'altra i suoi cedimenti di politico in cerca dell'equilibrio delle forze e dell'indebolimento
mento dei principi germanici (e per indebolirli andava cauto ad impedire una loro potente controffensiva che lo avrebbe messo in una situazione disperata). Sogna di essere il definitivo sterminatore di Lutero, ma intanto non mette in pratica il suo fiero proposito; così si proclama tutore dell'ortodossia, ma non si oppone a Enrico VIII per timore di vederlo uscire dalla sua neutralità politico-militare; si dichiara ed è devoto al papato, ma (la sua politica anticuriale nonostante la colpa effettiva fosse delle milizie indisciplinate) ad un certo momento determina indirettamente la devastazione di Roma nello spaventoso sacco del 1527. Con la Dieta di Spira del 1526 si impegna di permettere ai luterani l'esercizio della confessione riformata sino alla convocazione del Concilio, nel 1529 vuol ritoglier loro la libertà ma poi la riconferma per timore di una guerra; mostra grandi irrisolutezze sull'apertura del Concilio così com'era prospettata da Roma, e anche dopo il crollo della lega smalkaldica vuole sì il ristabilimento dell'unità religiosa, ma desidera tenere per sé una supremazia «civile» sulla cristianità.
Spirito sinceramente religioso e uomo d'onore: così ce lo descrive in uno stupendo passo Marino Cavalli, ambasciatore veneziano presso di lui: «è sua maestà molto religiosa: ode due Messe ogni dì: li vespri e le prediche le feste solamente: dice molte orazioni: si confessa e si comunica quattro volte l'anno; e per quel che si vede, vive come cristiano, e privato cavaliere. Non ha imperfezione alcuna, che s'astiene da tutti i vizi; e in tutte le azioni sue, fino alle minime, è tanto composto e ben ordinato, tanto avvertito e giudizioso, che niuno può desiderare di vantaggio, con certi movimenti, e certe parole così prudenti, che meritano d'esser ammirate da ognuno. Parla sempre umanamente, mai s'adira, mai brava; ma sempre con il giusto in bocca, con la speranza in Dio e con il fondar le sue cose in su la ragione. È duro sopra i punti d'onore e su ogni minuzia contenuta nei contratti di pace e di leghe, che ha con gli altri. Rimette o difersisce l'ingiurie dei suoi e le sue proprie, quando gli mette conto per maggior comodo. È fisso nelle sue opinioni; non fa mai cosa alcuna forzato apparentemente, e lascerà piuttosto rovinare il mondo che far cosa violentato» (E. Alberi, Le Relazioni degli ambasciatori veneti al Senato durante
il secolo XVI, 1ª serie, II, Firenze 1841, pp. 213-15). Il passo dell'ambasciatore è del 1551, quando cioè ha preso il sopravvento sull'animo dell'imperatore un complesso momento mistico, una intima e penetrante coscienza della fragilità umana; quel senso triste della morte, che aveva respirato nella giovanile inquietudine dell'ambiente borgognone, è aumentata con gli anni e le delusioni; quel senso era stato velato dal suo ardente spirito di cavaliere, da quella sua costante voluttà di «ganar honra y fama perpetua» che inculca pure al figlio (K. Brandi, Berichte und Studien zur Geschichte Karls V., XII, in Nachrichten der Gesellschaft der Wissenschaften zu Göttingen, 1935, p. 58); certo molto dovette anche prendere dai vasti e talora sotterranei movimenti mistici spagnoli, ma la questione dovrebbe essere riesaminata a fondo (ad es., risulta che sotto di lui il movimento degli alumbrados fosse fieramente avversato: cf. Alonso de S. Cruz, Crónica del Emperador Carlos V, III, Madrid 1922, p. 19 sgg. Certo è che l'ambiente era saturo anche di reviviscenze mistiche non eterodosse: Francesco de Ossuna, Bernardino da Laredo ecc.). Soprattutto quando tramonta la speranza del sogno di monarchia universale, un senso affranto della caducità delle umane cose prende il sopravvento nel cuore dello stanco imperatore, il quale abdica nel 1556 e si ritira in convento; anche se i guizzi dell'antico valor non erano pur morti, se seguitava a profilare consigli politici al figlio Filippo II, metodo che continuava d'altronde la minuziosità di istruzione che aveva dato sull'educazione del figlio quand'era giovanetto (cf. J. M. March, Niñez y juventud de Felipe II, I, Madrid 1941, pp. 81-212, 271-335; II, ivi 1942, pp. 5-39). - Vedi Tav. L.