LUCIA, SANTA, MARTIRE

LUCIA, santa, martire. - Veneratissima in tutta la Chiesa, subì il martirio a Siracusa durante la persecuzione di Diocleziano, il 13 dic. del 304. Il più antico ed autentico documento del culto ritualo a L. è un'iscrizione trovata nel cimitero di S. Giovanni a Siracusa nel 1894; essa risale agli inizi del sec. v, e si riferisce ad una certa Euschia morta «τῇ ἐορτῇ τῇς Κουρίας μου Δουκίας».

Il culto di L. varcò ben presto i confini della Sicilia. La sua festa si trova già nel Sacramentarium Gelasianum (Reg. 316) e nel Sacramentarium Gregoriano (Pad. D. 47), segnata al 13 dic.; alla stessa data commemorata nel Martirologio geronimiano. Nel sec. VI esisteva anche a Roma, oltre che a Siracusa, un monastero a lei dedicato (s. Gregorio Magno, Reg. epist., VII, 36; XI, 15), e nel sec. VII Onorio I (625-638) le consacrò una chiesa. Probabilmente s. Gregorio Magno ne inserì il nome, insieme con quello di Agata, nel Canone della Messa, e verso lo stesso tempo il suo culto fu introdotto anche nelle chiese di Milano e Ravenna. Quivi la sua immagine fu anche rappresentata nel famoso corteo delle Vergini della chiesa di S. Apollinare nuovo. Il calendario marmoreo di Napoli ed i sinassari greci la commemoration concordemente il 13 dic.

La Passio, della quale esistono redazioni in greco (BHG, 995 sg.) ed in latino (BHL 4992-5003), composta tra il sec. V ed il VI, è un centone da annoverarsi tra le leggende agiografiche scritte per esaltare la grandezza della verginità cristiana, sebbene vi si possa scorgere un certo nucleo primitivo sull'interrogatorio del tribunale. Secondo la Passio, L. era una giovane e ricca siracusa, già promessa ad un'uso concittadino. Andata a Catania al sepolcro di s. Agata, per impetrare la guarigione della madre, le apparve la Santa, assicurandola dell'esaudimento della sua preghiera e preannunziandole il martirio. Tornata a casa, infatti, decise di restare vergine, perciò il fidanzato l'accusò come cristiana al prefetto Pascasio. Questi la fece chiamare al suo tribunale; ma tornate inutili minacce ed esortazioni, ordinò che la vergine fosse condotta in un luogo infame, ma, per quanti sforzi si facessero, né uomini né buoi adibiti riuscirono a smuoverla di un sol passo. Fu cosparsa di materie incendiarie, ma il fuoco non la toccò; finalmente fu trafitta con un pugnale. Prima di spirare, L. ebbe ancora il tempo di preannunziare la prossima pace, che sarebbe venuta alla Chiesa con l'abdicazione di Diocleziano, e di ricevere l'Eucaristia dalle mani del vescovo. Sul suo sepolcro fu poi edificata una chiesa, divenuta ben presto meta di pellegrinaggi e centro di prodigi. Pascasio invece, accusato per aver depredato la provincia, fu condotto a Roma e giustiziato.

Sulle reliquie di L. esiste una doppia tradizione. Secondo l'una, esse sarebbero rimaste a Siracusa fino al sec. VIII, quando Faraldo, duca di Spoleto, impadronitosi di Siracusa, le avrebbe portate a Corfino (= Pèntima), nell'Abruzzo. Ivi sarebbero rimaste per oltre due secoli e nel 969 sarebbero state trasferite a Metz dal vescovo Teodoro, per concessione dell'imperatore Ottone. Nel 1042, un braccio sarebbe stato donato all'imperatore Enrico II, che lo avrebbe regalato al monastero di Luitbourg. Secondo l'altra versione, invece, da Siracusa le reliquie di L. sarebbero state trasferite a Costantinopoli nell'842 da Giorgio Maniacc, per sottrarle al furore devastatore dei Saraceni. Quando nel 1024 la città fu presa dai Crociati, sarebbero state da questi trasportate a Venezia e collocate nel monastero di S. Giorgio. Nel 1280 sarebbero state trasferite in una chiesa dedicata a L., eccetto un braccio che sarebbe rimasto in S. Giorgio, ma che poi Pio IX, nel 1860, avrebbe fatto trasferire nella chiesa di S. Geremia.

L. è generalmente invocata come protettrice della vista, e contro tutte le malattie oftalmiche e la cecità. L'iconografia la suole rappresentare con un vassoio in mano contenente un paio di occhi. Così, di tutta la leggenda sul martirio della Santa, l'episodio che più ha colpito la fantasia popolare è quello degli occhi, che L. si strappa e invia in un vassoio al prefetto Pascasio, innamorato di lei, soprattutto per lo splendore del suo sguardo. Tuttavia questo episodio non si legge nella Passio e non si inserì che più tardi nel racconto della vita di L., trasportato dalla leggenda di un'altra Lucia (cf. Mosco, Pratum spirituale, 60: PL 74, 178). Secondo alcuni la connessione di L. con la rappresentazione degli occhi

sarebbe stata suggerita dal nome della martire: L. = luce, quindi invocata nelle malattie degli occhi, che della luce si servono per vedere. Anzi nel medioevo una specie di collirio si chiamava senz'altro « santalucià».

Bibl.: C. Gaetani, Memorie intorno al martirio e culto di s. L. vergine e martire siracusana, Siracusa 1879; A. Beaugrand, Ste Lucie, sa vie, son martyre, ses reliques, son culte, Parigi 1882; P. Orsi, Insigne epigrafe del cimitero di S. Giovanni in Siracusa, in Römische Quartalschrift, 8 (1895), pp. 299-308; C. Barreca, S. L. di Siracusa, Roma 1902; A. Dufourcq, Etude sur les Gesta martyrum romains, II, Parigi 1907, pp. 188-194; Martyr. Hieronymianum, p. 647; V. L. Kennedy, The saints of the canon of the Mass, Roma 1938, pp. 169-173; Martyr. Romanum, p. 580. Agostino Amore

Iconografia. I temi iconografici relativi alla raffigurazione di s. L. sono assai numerosi: non di rado i suoi attributi vengono accumulati, come nella tavola di Pietro Lorenzetti per la chiesa di S. L. fra le Rovinate, di Firenze, del 1340 ca., nella quale la Santa si presenta con la palma nella mano destra, la lucerna nella mano sinistra e la spada infitta nel collo, simboli rispettivamente del martirio, della saggezza (la lampada delle vergini savie della parabola del Vangelo) e determinazione del martirio. Inoltre sulla bocca della lucerna appaiono due occhi, attribuito, questo, entrato solo tardi nella tradizione iconografica di L., ma che resterà costante, almeno nell'arte italiana.

Nelle più antiche raffigurazioni la Santa appare distinta dagli attributi della verginità e del martirio: così nel solenne corteo delle vergini di S. Apollinare nuovo a Ravenna, con le ss. Agata, Cecilia, Agnese, ecc., del sec. VI, recando in mano, come esse, un serto di fiori. Analogamente, rivestita di splendenti vesti bizantine di carattere principesco, s. L. si ritrova negli affreschi di S. Elia presso Nepi, nel Lazio, del sec. XI, accanto a S. Caterina e ad altre sante. La lampada accesa compare già nel museico dell'abbiside di S. Maria Maggiore, a Roma, del sec. XIII, e, mentre è assente in Germania, rimane in Italia un attributo costante, unito per lo più alla palma. Oltre al già citato esempio di Pietro Lorenzetti, si ricorda ancora la pala di Sebastiano del Piombo, in S. Giov. Crisostomo a Venezia, ed il bascoriilevo di Luca della Robbia nel portale di S. L. a Firenze. Un altro attributo che si è diffuso soprattutto in Italia e nei paesi latini è quello degli occhi sul vassoio, o esposti in altro modo: ma in realtà, come s'è accennato, la leggenda del martirio compiuto mediante estrazione dei bulbi oculari risale solo al sec. XIV, e in una tavola di Angeletto da Gubbio l'attributo degli occhi ha un valore meramente simbolico; la Santa sorregge con la mano destra un vassoio, nel quale stanno 6 occhi, e ha nella mano sinistra un altro occhio. Nella volgarizzazione del tema generalmente la Santa conserva il vassoio, con gli occhi, nella mano sinistra, mentre nella destra sorregge la palma, la lucerna, talvolta il calice e raramente un libro. Così in pala d'altare o tavole del Crivelli, del Garofalo, di Sano di Pietro nell'Accademia di Siena, del Mainardi in S. Gimignano, di Andrea da Assisi nella Pinacoteca di Perugia. Si trovano anche squisite variazioni: nella celebre S. L. del Cossa (della collezione Duveen a Londra, già facente parte

del Polittico Griffoni del 1473 ca.) la Santa regge gli occhi come fiori sullo stelo, per analogia al fantastico attribuito di s. Floriano, cui essa è accostata, e che è raffigurato con un fiore in mano. Gli attributi finora descritti compaiono normalmente anche nelle sacre conversazioni, delle quali fa parte la Santa, come in quelle di Tommaso di Vigilia nella Galleria del Museo a Palermo, e del Borgognone nella Galleria Carrara di Bergamo. Generalmente la Santa è affiancata a s. Caterina.

La spada inflitta nel collo, sostituita talvolta da un pugnale, è una indicazione determinativa del martirio: compare in due tavole del Museo nazionale di Monaco, del monastero di Messkirch a Karlsruhe, ecc. Così anche in una tavola di Holbein il Vecchio a Praga. Talvolta la spada si appoggia al libro, come in una pittura di Jacopo di Michele Gera nel Palazzo dei Priori a Volterra. Un'altra specificazione del martirio, ma diffusa solo in Germania, è quella delle fiamme che avvolgono dal basso la Santa, come si trova a Colonia in una pala di collezione privata della scuola locale e in una tavola di Holbein. Naturalmente esistono altre raffigurazioni che non appartengono a codesti schemi: nella pala del Borgognone a Bergamo i due occhi stanno sulla punta della spada. Il Flandrin in una tavola della chiesa di St-Vincent-de-Paul a Parigi e l'Angelico in un reliquiario di S. Maria Novella le pongono fra le mani una corona. Inoltre, nei paesi di lingua tedesca, dove le singole raffigurazioni della Santa risalgono solo al tardo Quattrocento, la Santa porta di consueto un largo mantello aperto davanti, e lunghi abiti raccolti alla cintola. Una grande pala di Palma il Vecchio, per l'altare della chiesa di S. L. a Venezia, ne raffigura poi l'apoteosi. Il martirio della Santa si trova raffigurato nel Menologio di Basilico II (976-1025) conservato nella Biblioteca Vaticana, in un codice agiografico del sec. XII nella Biblioteca di Wallerstein in Baviera, e in un Passionario della Biblioteca di Stoccarda, dello stesso secolo, in miniature della Biblioteca dell'Arsenale di Parigi, in numerose predelle di pale d'altare, e soprattutto in quella mirabile di Domenico Veneziano della pala di S. L. de' Magnoli, già al Friedrich Museum di Berlino, in cui si vede la Santa inginocchiata colpita dallo sbirro, mentre l'Imperatore dal balcone del Palazzo dà l'ordine della decapitazione.

Numerose anche le scene della leggenda. Di esse si ricordano, per limitarsi solo all'Italia, quelle dipinte da un maestro giottesco nel chiostro benedettino di Resca Valle nell'Isola Veglia in Dalmazia, da un affrescante del sec. XIV ad Empoli, da un allievo di Gentile da Fabriano in un altare di Fermo. Ma di tutte, le più importanti sono gli affreschi absidali della chiesa di S. Maria delle Grazie, ad Offida, per opera di un seguace di Allegretto Nuzi, ed il ciclo dell'Oratorio di S. Giorgio a Padova, dell'Avanzò (1380 ca.), nel quale, in quattro scene che si svolgono sullo sfondo di un mirabile complesso d'arricchimento gotiche, si osserva la Santa condotta davanti ai giudici che stanno sulle logge del Palazzo, il miracolo dell'immobilità, nonostante che sei buoi spronati dagli sbirri tentino di trascinarla, il martirio, che si svolge in tre scomparti architettonici nelle sue diverse fasi della tortura con il fuoco, dell'immersione della Santa nuda nell'olio bollente e nel ferimento con la spada, ed infine la deposizione della sua salma nel sepolcro, davanti al Dudmo, tra un pio corteo di religiosi e fedeli, mentre alle finestre dell'edificio religioso, sopra una loggetta, ella si affaccia in atto di ricevere la Comunione. Di particolare bellezza e felicità narrativa è la pala di Lorenzo Lotto nella Pinacoteca di Jesi ove sono rappresentate scene della vita della Santa.

Bibl.: K. Kunstle, *Iconographie der Heiligen*, Friburgo in Br. 1926, pp. 408-10; J. Brann, *Tracht und Attribute der Heiligen in der deutschen Kunst*, Stoccarda 1942, voll. 467-70.

Eugenio Battisti
FOLKLORE. — Il culto di s. L. ha il suo centro nella città natale della Santa, Siracusa, dove il 13 dic. ha luogo una solenne processione che si reca fino alla chiesa di campagna eretta dove la Santa subì il martirio. La Santa è assai festeggiata in tutta la Sicilia con sagre e processioni: in quel giorno i devoti si astengono dal mangiar pane, e si limitano ai legumi, verdure, panelle di farina di ceci, e cuccia (grano ammollato e cotto con altri legumi).

In molte città italiane (come, ad es., a Bologna) ha luogo il 13 dic. una grande fiera che apre il tempo natalizio e in cui già si espongono le figurine del presepe e giocattoli e dolci. Nel Trentino e altrove (Tirolo, Boemia, ecc.), s. L. ha la stessa funzione di s. Nicola o della Befana: si immagina che essa passi, la notte della vigilia, con l'asimile carico di regali, presso le case dei bimbi buoni lasciando per loro balocchi e confetti, nonché una bacchettina.

Prima della riforma gregoriana del calendario, s. L. segnava il giorno più corto dell'anno e ancora un vecchio, diffusissimo proverbo lo ricorda. Perciò in tale giorno si traevano, e tuttora si traggono, i pronostici per il nuovo anno: in varie regioni non solo dell'Italia (Sicilia, Calabria, Puglia, Abruzzo, Venezia Giulia), ma anche della Francia, della Slesia, della Carpaia e della Russia il presagio delle calende ha inizio il 13 dic. anziché per Natale o Capodanno: esso consiste nel ritenere che il tempo che farà in ciascun giorno da s. L. a Natale, corrisponderà a quello che farà per ciascun mese del prossimo anno. Così le ragazze traggono gli oroscopi per sapere chi sarà il loro sposo.

Espressioni del culto popolare di s. L. sono *ex-coto* in cera o in lamina d'argento con due occhi, o amuleti in vari metalli della stessa foggia, o anche piccole forme di pane dette «gli occhi di s. L.». In molti paesi viene osservato nella vigilia un rigoroso digiuno; e si crede che chi lo rispetta potrà nella notte vedere in sogno la sua futura consorte. È anche diffusa la credenza che nella notte di s. L. gli spiriti e le streghe siano straordinariamente attivi; e si ricorre a vari mezzi per scacciarli. In Croazia si cuoce una focaccia di granturco per gli uomini e il bestiame, con l'idea che li proteggerà dal morso dei cani arrabbiati.

La leggenda della Santa ha ispirato poemetti e canti popolari. Un cantare in sestine pubblicò il De Bartholomeis dal cod. Ambr. 95 sup. (v. BIBLICA); una storia in ottave si conserva in antiche stampe popolari alla Biblioteca Marciana di Venezia; un canto narrativo in

LUCIA - LUCIA E GEMINIANO