GIULIO II, PAPA

GIULIO II, PAPA. - Giuliano della Rovere, n. ad Albissola presso Savona nel 1445 da oscura famiglia. Ebbe povera la giovinezza; fu, probabilmente per cura dello zio paterno, il francescano card. Francesco della Rovere, studente nel Convento di S. Francesco in Perugia. Il fatto che egli acquistasse allora un manoscritto delle Istituzioni di Giustiniano lascia pensare che si applicasse a studi giuridici, quantunque egli abbia detto poi di avere atteso alle lettere. A Perugia entrò anche nel chiericato; ma rimase nell'ombra, finché lo zio, divenuto papa Sisto IV, gli diede prima il vescovato di Carpentras, poi, il 16 dic. 1471, la porpora con il titolo di S. Pietro in Vincoli.

Il cardinale tenne poi, in titolo, o in amministrazione, o in commenda, per un tempo più o meno lungo, un numero grande di vescovati, di abbazie, di benefici: tra i molti, l'abbazia di Grottaferrata (dal 1472), il vescovato di Bologna (1483-1502), l'arcivescovato di Avignone (1474-1503), le sedi vescovili cardinalizie della Sabina (1479-83) e di Ostia e Velletri (1483-1503); dal 1474 fu penitenziere maggiore. E già da Sisto IV ebbe incarichi di molto rilievo: fu legato nella Marca (1473); con mano saldissima rimise l'ordine nell'Umbria, a Todi, a Spoleto, a Città di Castello; legato in Avignone e nel contado Venassino e in tutto il Regno di Francia (1476), in un momento in cui erano tese le relazioni fra il Papa e Luigi XI, riuscì a rinsaldare il dominio papale sul con-

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GIULIO II, papa - Ritratto di G. II. Particolare del quadro di Raffaello (ca. 1512) - Firenze, Galleria Pitti.
tado e tuttavia a essere considerato « très cher et grant amy » del re di Francia. E di nuovo fu legato a latere (1480-82) per rimettere la pace tra Luigi XI e Massimiliano d'Austria, che si disputavano l'eredità di Carlo il Temerario, e per promuovere la Crociata; se non riuscì nell'intento, ne crebbe di fama, e, al suo ritorno a Roma, ebbe insolito onore. Tuttavia, sull'animo di Sisto IV, più che il duro e angoloso « Vincola », potevano, da prima il card. Pietro Riario, un altro nipote del Papa m. nel 1474, poi il fratello di questo, l'accorto e ambizioso conte Girolamo, aperto rivale di Giuliano. Ma, nel Conclave che seguì alla morte di Sisto IV (1484), Giuliano, anche non rifuggendo da maneggi simoniaci, riuscì a procurare la tiara a una sua creatura, Giovan Battista Cibo: Innocenzo VIII, e fu per più anni « padrone » del debole Pontefice, « papa et plus quam papa ». Fieramente avverso a Ferrante di Napoli, forse per ragioni personali e familiari, certo per l'atteggiamento riottoso e minaccioso del Re di fronte alla Chiesa, consigliò al Papa la guerra, prendendo occasione dalla congiura dei baroni; e fu, in momento di pericolo grandissimo, coraggioso difensore di Roma e del Papa. Si sdegnò, quando il Papa, in sua assenza, conchiuse la pace con il Re (1486), e parve avere perduto l'autorità su Innocenzo. Ma la riacquistò subito; e, pur con un nuovo passeggero oscuramento della sua fortuna, rimase potentissimo, finché visse il Pontefice. Significative sono, in questi anni, la stretta amicizia sua con il card. Marco Barbo, forse il migliore uomo che avesse allora la Curia, e l'opposizione di ambedue « come ostro e tramontana » a Rodrigo Borgia e ad Ascanio Sforza, esponenti delle tendenze più mondane nel S. Collegio: Giuliano rappresentava già, anche se non disinteressatamente, la reazione alla corruttela della Chiesa, all'infiacchirsi del potere pontificale, al prevalere di interessi strettamente politici.

Nel Conclave del 1492, appoggiandosi troppo palesemente a Ferrante, riconciliato, anche per opera sua, con la Chiesa, tentò di far giungere al pontificato un cardinale della sua fazione; gli intrighi di Ascanio Sforza e la simonia vi elevarono il Borgia, che fu Alessandro VI.
Anche Giuliano all'ultima ora si era piegato all'elezione, ottenendo compensi. Ma, nonostante una effimera conciliazione, nella quale parve divenuto « secondo papa » (ag. 1493), rimase non solo fiero oppositore del Borgia, quando l'opposizione poteva essere in molti casi giustificata, ma suo immoderato odiatore; e, stando ora a Marino, terra dei Colonna, ora nella sua fortificatissima Ostia, tenne « modi de uno antipapa ».

Quando, nell'imminenza della discesa di Carlo VIII, il Papa si strinse agli Aragonesi, il « Vincola » coinvolse questi nel medesimo odio. Timoroso, non a torto, per la sua vita, fuggì da Ostia (23-24 apr. 1494) e riparò in Francia, ove divenne autorevolissimo; sollecìtò Carlo VIII all'impresa di Napoli e stette al suo fianco nella calata, nell'illusione, comune allora a non pochi, anche egregi, che il re di Francia potesse promuovere la necessaria riforma della Chiesa. Si ravvicinò per alcun tempo al Papa (1498) e fu mezzo a procurare a Cesare Borgia la mano di Carlotta d'Albret; ma si guastò presto novamente con i Borgia per le imprese di costoro contro il congiunto suo duca d'Urbino e il nipote Francesco Maria della Rovere. E restò lontano da Roma, ora in Francia, dal cui Re, che lo considerava tutto suo, ebbe (1499) la ricca abbazia di Chiaravalle presso Milano, ora a Savona, dov'era vescovo, o in altre terre d'Italia, temente e temuto.

Tornò a Roma dopo la morte di Alessandro, il 3 sett. 1503; e, forse per l'esperienza dolorosa del lungo esilio e del malfido appoggio straniero, certo interpretando il sentimento di molta parte degli Italiani, disse di voler essere « bono italiano ». Riuscì ad impedire l'elezione a papa del francese Amboise, quantunque non ottenesse allora la tiara, che fu data al vecchio Pio III. Alla morte di questo, si seppe guadagnare con promesse, che né poteva né voleva mantenere, l'appoggio del Valentino, ancora forte; e, non senza maneggi simoniaci, ottenne con voto unanime l'elezione a pontefice (1° nov. 1503). Assunse il nome di G. II, quasi a indicare il proposito suo di un'opera di restaurazione non dissimile da quella che Giulio Cesare aveva compiuta.

Meta ultima della sua ininterrotta fatica fu quella restaurazione religiosa, che era allora in primo luogo necessaria. Egli provvide infatti a rialzare il prestigio e l'autorità spirituale del pontificato e della Chiesa. Con una bolla, che pubblicò nel 1510 con la data del 14 genn. 1505 e fece riconfermare nel Concilio Lateranense il 16 febbr. 1513, dichiarò nulla l'elezione papale fatta per simonia e comminò la perdita della dignità e dei beni a chi vi partecipasse. Con altra bolla, che rinnovava la Exsecrabilis di Pio II, colpì di scomunica chi si opponesse al libero esercizio del potere pontificale o appellasse dal papa al concilio. Riformò la bolla In coena Domini, con la quale ogni anno, il Giovedì Santo, si denunziavano gli scomunicati; sostenne risolutamente i diritti della Chiesa di fronte alle potenze cattoliche; combatté l'eresia, pure agevolando la conversione degli eretici e cercando di moderare la severità dell'Inquisizione spagnola.

Diede appoggio agli Ordini religiosi e ne promosse la riforma; alimentò la devozione al S.mo Sacramento e alla Passione di Cristo; curò il decoro delle funzioni sacre, e, per quelle che si celebravano in S. Pietro, istituì la cappella di cantori, che da lui ebbe nome di Giulia. Eresse diocesi nelle terre d'oltre oceano e favorì l'opera dei missionari. Emanò bolle contro il duello e contro la costumanza d'appropriarsi gli oggetti portati a terra dalle onde. Tentò anche una riforma della Curia, che le difficoltà dei tempi e le resistenze degli uomini impedirono di attuare; e una riforma radicale propose come scopo del Concilio Lateranense aperto il 3 maggio 1512, quantunque il Concilio, assorbito dal compito non facile di provvedere all'estinzione dello scisma e all'abolizione

della prammatica sanzione di Francia, poco potesse fare per la riforma. Parlò assai della Crociata e vi pensò seriamente, raccogliendo danaro e custodendolo con cura gelosa, allestendo navi, promettendo di parteciparvi egli stesso, sebbene non credesse possibile la Crociata, finché non fosse ristabilita nel mondo la pace.

Attività religiosa, certo, non trascurabile. Ma, in un tempo in cui gli interessi politici e culturali prevalevano sui religiosi, G. II vide la salute per la Chiesa più che in un suo rinnovamento spirituale, nell'affermazione della sua potenza politica, del suo esterno splendore: volle innalzare il dominio temporale del papato come baluardo della sua indipendenza spirituale, raccogliere intorno ad esso l'Italia contro le cupidige straniere, minacciose insieme all'Italia e alla Chiesa, fare di se stesso o piuttosto del papato, «il dominus et maistro del mondo» (M. Sanuto, Diari, X, Venezia 1883, col. 80).

Si adoperò quindi in primo luogo per il rinnovamento, la sicurezza, l'ampliamento dello Stato pontificio. Tenne a freno i turbolenti baroni, o li legò a sé per mezzo di parenta di con la sua figliuola naturale, o con suoi nipoti e congiunti; diede a Roma ordine e tranquillità, giovandosi anche della nuova istituzione (1506) della guardia svizzera, saldamente disciplinata e comandata da capitani eletti dal papa. Al senatore, ai conservatori e alle altre magistrature cittadine lasciò tanta autorità quanta loro paresse utile nell'interesse dello Stato, e vigilò sull'opera loro per mezzo del governatore e del vice-camerlengo, scelti da lui. Rafforzò i poteri dei legati e dei castellani nelle terre del Patrimonio; e nelle varie città si adoperò, anche personalmente, a mettere pace tra le fazioni.

Riordinò l'amministrazione della giustizia: mantenne bensì, secondo la procedura comune dell'età, distinte le cause degli ecclesiastici o di quanti, anche laici, fossero addetti alla Curia, da quelle degli altri laici, e sottopose le prime all'uditore della Camera, che era un alto prelato; ma tolse ogni altra varietà di giurisdizione, e raccolse le cognizioni delle cause dei laici nelle mani dei «magistrati della Curia capitolina» le cui sentenze potevano essere riformate dalla nuova magistratura degli appelli. Per le questioni attinenti ai salari, era data facoltà al governatore di troncare la procedura ordinaria e avocare a sé la decisione. Un severo sindacato alla fine di ogni anno, dal quale neppure il governatore era esente, doveva impedire o reprimere gli abusi. G. riordinò anche il collegio dei notai e provvide al regolare adempimento del loro ufficio e alla custodia dei documenti, creando un collegio di «scriptores archivi Curiae Romanae» con funzioni soprattutto di vigilanza. Per i tribunali e gli uffici notarili commise a Bramante il disegno e iniziò la costruzione di un edificio di grandiosità veramente romana: il palazzo di Via Giulia rimase incompiuto per la morte del Papa.

Lo stesso concetto di uno Stato forte e saldamente ordinato ispirò i provvedimenti di G. II nel campo delle finanze e dell'economia, anche se alcuni di questi siano stati determinati dai pregiudizi propri dell'età e non tutti appaiano degni di lode. Egli restaurò il tesoro papale, pressoché esausto per gli sperperi dei Borgia, senza tuttavia gravare troppo la mano con le imposte, o ricorrere a estorsioni: quando si accorse, e non fu sempre, di mal-

versazioni, colpì inesorabilmente. Attuò un rigido controllo delle entrate e delle spese; fu parco per sé e i familiari, avveduto nel risparmiare, oculato nello spendere. Accrebbe le entrate ordinarie con un'ardita riforma monetaria, riconducendo la moneta al suo valore reale e ordinando che i censi si pagassero con le nuove monete d'argenta, per le quali Leonardo da Vinci dette consigli e forse il disegno e che tolsero dal Papa il nome di «giuli». Entrate straordinarie erano le eredità di cardinali e di alti dignitari della Curia, i proventi dalle confische e, secondo un uso comune allora a tutti gli Stati, la vendita degli impieghi, che rasentava alcune volte la simonia.

Anche la concessione frequente di giubilei e di indulgenze era troppo simile a una vendita. Con questi mezzi il Papa provvide alle ingenti spese delle guerre, dell'amministrazione, del mecenatismo; e tuttavia il tesoro papale salì a forse mezzo milione di ducati, che il Pontefice destinava alle future Crociate.

Consapevole che la fortuna dello Stato è legata al benessere dei cittadini, provvide a questi, curando in tempo di carestia l'approvvigionamento del grano (per il quale creò 141 «presidenti dell'annona»), il rifiorire dell'agricoltura, lo sviluppo dell'industria, in particolar modo di quella dell'allume, l'incremento del commercio.

Mentre attendeva a questa complessa e, nell'insieme, felice opera di riorganizzazione interna, G. II pensò a reintegrare l'autorità pontificia in quelle città dello Stato della Chiesa, che dipendevano dal Pontefice poco più che di nome. Nella dissoluzione del dominio personale del Valentino, riconquistò alcune città di Romagna alla Chiesa; strappò al duca le fortezze rimastegli fedeli e non le ridiede agli antichi signori; nel ducato di Urbino assicurò la successione al nipote Francesco Maria della Rovere. Con una spedizione da lui condotta in persona, ottenne, senza combattere, la sottomissione di Gian Paolo Baglioni, signore di Perugia (sett. 1506), costrinse Giovanni Bentivoglio a lasciare Bologna e vi entrò acclamato come «liberatore dalla tirannide» (11 nov. 1506).

Fin dall'inizio del suo pontificato, aveva chiesto con risolutezza ai Veneziani la restituzione delle terre occupate in Romagna alla caduta del Borgia; ed era ricorso per questo anche alle potenze straniere, delle quali tuttavia non gradiva l'intervento armato, illudendosi forse di poterne limitare l'azione a una pressione diplomatica e ad una minaccia. Riebbe terre minori, non Rimini, né Faenza, che tagliavano le vie del settentrione, e, sdegnato anche per la frequente violazione dei privilegi ecclesiastici da parte della Serenissima, dopo molte vane insistenze per un accordo e con grande esitazione, aderì (23 marzo 1509) alla lega, che i rappresentanti di Luigi XII di Francia e di Massimiliano d'Austria avevano stretta a danno della Repubblica, nel dic. 1508, a Cambrai; lega che del resto avrebbe operato anche senza di lui, e in questo caso a suo danno. Colpì

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(Ist. Alinari) GIULIO II. papa - La rocca di Civita Castellana (1494-1510) innalzata da Alessandro VI. Il papa G. II vi fece aggiungere da A. da Sangallo il Vecchio il masticto ottagonale.
allora i Veneziani con fierissima bolla di scomunica e di interdetto (27 apr. 1509) ed ebbe parte nella guerra. Ma quando la Repubblica, sconfitta a Vailate (14 maggio) e ridotta quasi all'estremo, gli ebbe restituito le città di Romagna, vide la necessità che fosse salva dall'imminente rovina; e raggiunse dopo lunghe trattative un accordo con lei, a condizioni assai vantaggiose per il papato, perché la Repubblica rinunziava tra l'altro alle sue ingerenze nelle cose ecclesiastiche e al monopolio della navigazione dell'Adriatico, dannoso alle città rivierasche dello Stato pontificio (15 febbr. 1510).

Allora, timoroso di essere ridotto «capelan» dei Francesi (Sanuto, loc. cit., col. 631), che spadroneggiavano nell'Italia, si strinse ai Veneziani per «liberare l'Italia dai barbari», programma sintetizzato nel grido famoso, forse non suo, «fuori i barbari». Mosse in persona contro Ferrara, «radice de Francesi» (cf. A. Luzio, Isabella d'Este di fronte a G. II, in Arch. stor. lomb., 39 [1912, II], p. 120), di cui era alto signore; tolse al duca Modena; ma a Bologna, pericolosamente infermo, per poco non cadde in mano dei Francesi: lo salvò il popolo, che egli seppe incitare a riscossa (ott. 1510). Assediò, incurante del pericolo della guerra e del rigore dell'inverno, la Mirandola, chiave del Ferrarese, e vi entrò per una breccia (20 genn. 1511). Ma ebbe il dolore di perdere Bologna per l'impopolarità o forse il tradimento del legato Alidosi, a lui fin troppo caro, e di vederlo ucciso, quasi sotto i suoi occhi, dal nipote suo, il duca di Urbino.

Un grave errore politico del re di Francia, che, risollevata nel Sinodo di Tours (sett. 1510) l'antica dottrina gallicana, si era accordato con l'Imperatore per indire, in nome di alcuni cardinali ribelli, un Concilio a Pisa (16 maggio 1511), diede modo al Pontefice di collegare la lotta contro i «barbari» con la difesa dell'unità e della libertà della Chiesa. Mentre convocava a sua volta (25 luglio 1511) un Concilio in Laterano, trattava di una lega con Venezia e la Spagna; e rincorò più vigoroso da una malattia, che pareva mortale, conchiuse con loro la «Lega santa» (4 ott. 1511): vi accedette l'Inghilterra; l'Imperatore si disinteressò del Concilio pisano, sgradito agli stessi prelati tedeschi.

La disfatta della Lega a Ravenna (11 apr. 1512) e l'occupazione delle Romagne da parte dei Francesi, parvero per un istante abbattere il Papa, che il Concilio scismatico, trasferitosi da Pisa a Milano, dichiarava sospeso (21 maggio). Ma l'indomito G. riprese tosto vigore: aprì il 3 maggio in Laterano il Concilio, nel quale fu riaffermata l'autorità suprema del Pontefice. Alla moneta coniata dal re di Francia con il motto «Perdam Babylonis nomen», rispondeva con una medaglia, che lo rappresentava a cavallo in atto di cacciare con una frusta i barbari e di calpestare l'arme di Francia. E infatti i Francesi furono respinti dalla Romagna e poco di poi dall'Italia: G. poté inalzare un grido di trionfo; i romani gli resero onori, quali non ebbe «mai Cesare, né altro capitanio romano» (Sanuto, op. cit., XIV, Venezia 1886, col. 458).

Il congresso della Lega in Mantova (ag. 1512) diede Milano a Massimiliano Sforza, come il Papa voleva per salvare il Ducato dalle brame spagnole, e deliberò il ritorno dei Medici in Firenze, troppo legata alla Francia. Ma a G. parve fatto «a dishonor et danno suo» (A. Luzio, op. cit., p. 120), perché salvava il duca di Ferrara e lasciava troppo potenti gli stranieri in Italia. Egli voleva ora togliere al vassallo ribelle Ferrara, limitare la potenza spagnola, «veder Italia in man de Italiani» (op. cit., p. 136). Ma per questo, e più per vedere riconosciuto dall'Imperatore il Concilio, era costretto a sacrificare alle pretensioni imperiali gli interessi dei Veneziani, che si andavano riaccostando alla Francia. Tra questi disegni la morte ne spezzò, dopo lunga resistenza, la fibra.

Lo stesso fine di glorificazione della Chiesa ispirò la magnifica opera sua di mecenate. Non era uomo di grande cultura, quantunque conoscesse il diritto e le lettere latine e amasse di farsi leggere la Commedia, forse per qualche somiglianza della natura sua con la dantesca. Ma era di molto ingegno, di finissimo gusto, ottimo conoscitore e giudice di artisti e di opere d'arte. Ancora cardinale, aveva raccolto una biblioteca, che trasportò poi in Vaticano, e aveva fatto restaurare le basiliche di S. Pietro in Vincoli e dei SS. Apostoli, inalzare il Palazzo arcivescovile di Avignone, costruire solide e magnifiche fortezze a Grottaferrata, a Ostia e Chiaravalle. Fatto Papa, protesse gli studi e l'università; fondò a Fano la prima stamperia araba; ebbe familiarità con letterati illustri, come il Sadoleto ed il Bembo.

Ma soprattutto fu mirabile ispiratore e protettore di artisti, Commise a Michelangiolo, fin dalla primavera del 1505, il gigantesco monumento sepolcrale, che fu ben presto interrotto. Gli affidò più tardi l'incarico di modellare la sua statua, che fu collocata nel febbr. 1508 sulla porta di S. Petronio di Bologna e distrutta nel 1511 dalla furia dei Bolognesi ribelli. Ma, con intuizione singolare di un valore ignoto allo stesso artista, le indusse, contro sua voglia, a rappresentare nella volta della Sistina (autunno 1508-31 ott. 1512), il gigantesco poema del mondo antico protese nell'aspettazione della venuta del Cristo. Raffaello, che ne ritrasse più volte le virili fattezze, espresse per volere di G. nelle Stanze del Vaticano il grande concetto del medioevo cristiano, dell'armonia tra la scienza umana e la divina, e celebrò in diversi episodi la fede di G. nel divino soccorso e la sua vittoria sui nemici della Chiesa e sui barbari. Sulla tomba del primo Pontefice romano, G. volle che fosse inalzata, in luogo dell'antica Basilica pericolante, ma ricca di tesori di fede e d'arte, gran parte dei quali andò deplorabilmente dispersa, la nuova domba disegnata dal Bramante, che superasse in grandezza e bellezza ogni altra casa del mondo; ne pose la prima pietra il 18 apr. 1506; ne vide già levati sui piloni gli archi a cui doveva sovrastare la cupola.

Nel Palazzo del Vaticano si cominciavano, pure su disegno del Bramante, i cortili di S. Damaso e del Belvedere; e in questo si raccoglievano l'Apollo, la Venere, il Laocoonte, primo nucleo del futuro Museo. Sorgeva una nuova Roma con le sue vie rettilinee, fiancheggiate da ricchi edifici, più bella di ogni altra la Giulia. La chiesa di S. Maria del Popolo, cara ai della Rovere, si adornava degli affreschi del Pinturicchio e delle sculture di Andrea Sansovino. Veramente Roma appariva, quale G. voleva che fosse, il centro del mondo. Fuori di città, Civitavecchia aveva dal Bramante la sua poderosa fortezza. Loreto il portico della Basilica, il Palazzo apostolico, il rivestimento marmoreo della S. Casa; chiese, palazzi, fortezze attestavano la munificenza di G.

Fu G. di alta statura, testa rotonda, zigomi sporgenti, occhi grandi ed oscuri, sguardo profondo e severo, labbra serrate; la barba, con cui si è soliti rappresentarlo, la portò solo un anno e mezzo (fine 1510 - apr. 1512), in segno, si disse, della sua ferma volontà di vincere i Francesi. Parve, anche fisicamente, di «natura sopra tutte le altre fortissima» (Sanuto, op. cit., XI, Venezia 1884, col. 741); ma domava le grandi sofferenze con la ferrea volontà. Ebbe difetti di carattere non lievi: a un fiorentino, che lo conobbe in giovinezza, parve «capitoso et poco prudente» (cf. Picotti, op. cit., p. 180); fu impetuoso, collerico, spesso violento, intemperante o piuttosto sregolato nel mangiare e nel bere, ond'ebbe voce, forse ingiusta, di «vecchio imbriaco» (A. Luzio, loc. cit., p. 29, n. 1). Moralmente non fu, in giovinezza almeno, incorrotto e forse a questo si deve attribuire una disonorevole malattia, che lo tormentò fin agli ultimi anni; ma fu migliore di quello che fossero nell'età sua i più anche prelati o pontefici; quanto si disse di uno sconnissimo vizio di lui, già vecchio e Papa, fu assai probabilmente infondata malignità.

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GIULIO III, papa - Ritratto, dipinto di Scipione Pulzone da Gaeta (ca. 1550) - Roma, Galleria di Palazzo Spada.
Ma egli ebbe « core et animo grande » (A. Luzio, loc. cit., p. 110), rude schiettezza, tenacia irremovibile, attività prodigiosa, energia fisica e spirituale « terribile » (Sanuto, loc. cit., col. 725, e altrove più volte), cioè, com'era inteso allora l'epiteto, superiore al comune; che non andava tuttavia disgiunta da delicatezza di sentimenti e, nelle ore migliori, da piacevolezza festiva. Sebbene i suoi nemici abbiano gettato ombre fin sulla sua ortodossia, fu uomo di ferma fede e di schietta pietà: il suo motto « Dominus mihi adiutor : non timebo quid faciat mihi homo » era testimonianza sincera della sua fiducia incollabile in Dio.

Poco prima che G. II, la notte dal 20 al 21 febbr. 1513, incontrasse la morte « con tanta devotione et contritione che pareva un santo » (A. Luzio, loc. cit., 416), il popolo romano lo aveva festeggiato come liberatore d'Italia e trionfatore dello scisma; a lui morto furono resi onori quali forse a nessun altro pontefice: anche gli avversari suoi lo piangevano con lacrime abbondanti perché egli aveva strappato tutta l'Italia, tutta la cristianità dal giogo dei Francesi e dei barbari. Egli stesso, nei colloqui con il suo cerimonio Paride de Grassi, disse di essere stato plus quam martyr perché aveva lottato e sofferto per Cristo.

Si può dubitare se non fosse vano quel suo titanico sforzo di cacciare d'Italia uno straniero con un altro straniero; si può lamentare che egli abbia scambiato troppo spesso il mezzo col fine e fatto servire a interessi temporali l'autorità spirituale del pontificato, che voleva per vie umane rafforzata; si può ritenere esagerata la lode, datagli dal Burckhardt e da altri fino al Pastor, di « salvatore del papato », poiché per ben altre vie la Provvidenza voleva che il papato trovasse salvezza nell'imminente procella; si può anche pensare che di questa procella egli abbia avuto qualche responsabilità con quel suo implicare

il papato in incessanti brighe terrene. Egli rimane tuttavia innanzi alla storia un uomo di rette intenzioni, di tempra fortissima. Grande principe e grande italiano, se non grande Pontefice; gigantesca figura, quale Michelangelo idealizzò mirabilmente nel Mosè del suo monumento sepolcrale. - Vedi tav. LIV.

BIBL.: Si vedano: Pastor, III, e le opere ivi citate, principalissimi i diari di J. Burchard, Liber notarum, in RIS, XXXII, Città di Castello 1910-11; Paris de Grassis, Diarium, ed. L. Frati, Bologna 1886; cf. inoltre: M. Brosch, Papst Julius II. und die Gründung des Kirchenstaates, Gotha 1878; J. Klaczco, Jules II, Parigi 1898; A. Luzio, Isabella d'Este e G. II. (1503-1505), in Rit. d'Italia, 12 (1909, II), pp. 837-76; id., Isabella d'Este di fronte a G. II negli ultimi tre anni del suo pontificato, Milano 1912; E. Gagliardi, Julius II., der Schöpfer des Kirchenstaates, in Deutsche Rundschau, 149 (1911), pp. 262-75; E. Rodocanchi, Histoire de Rome : le pontificat de Jules II, Parigi 1928, e per gli anni del cardinalato anche G. B. Picotti, La giovinezza di Leone X, Milano 1928; R. Palmarocchi, La politica italiana di Lorenzo de' Medici, Firenze 1933; G. Pepe, La politica dei Borgia, Napoli 1946. Giovanni Battista Picotti
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“GIULIO II, PAPA.” Enciclopedia Cattolica, vol. VI (1951), p. 461. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/giulio-ii-papa.