GIULIO III, PAPA. - Giovanni Maria Ciocchi del Monte, n. a Roma il 10 sett. 1487, m. ivi il 23 marzo 1555. Studiò lettere sotto la guida di Raffaele Lippo Brandolini, giurisprudenza a Perugia e a Bologna. Arcivescovo di Siponto, per due volte gover-natore di Roma sotto Clemente VII, vicelegato di Bologna sotto Paolo III, uditore della Camera Apostolica, cardinale (22 dic. 1536), rappresentante di Paolo III nel Concilio di Trento, aveva larga cultura ed esperienza.
Dopo un lungo Conclave, difficile per le contra-stanti ingerenze e le molte esclusive di Carlo V e di Enrico II di Francia, fu eletto (7 febbr. 1550) per un accordo fra le fazioni, come politicamente neutrale e non mal veduto anche dalla parte che mi-rava a una riforma della Chiesa. Si dimostrò nell'ini-ziro proclive alla pace e desideroso di riforma. Dopo lunghe trattative con l'Imperatore e il re di Francia, riconvocò per il 19 maggio 1551 il Concilio a Trento e vi nominò primo presidente il card. Crescenzi, uno dei migliori. Il Concilio, non riconosciuto dalla Francia, soggetto alle ingerenze imperiali e spagnole, condusse tuttavia innanzi i suoi lavori, finché la minaccia di Maurizio di Sassonia e dei protestanti costrinse il Papa a sospenderlo (15 apr. 1552).
Fratanto si era accesa in Italia la guerra. Ottavio Farnese, a cui G. aveva restituito Parma, non volendogli l'imperatore dare Piacenza e minacciando anche Parma, si era stretto alla Francia, incurante dei brevi del Papa, che, per inclinazione sua e per la necessità dell'appog-gio imperiale contro i protestanti, piegava verso Carlo V. Per schiacciare quel "povero verme", G. si dovette porre nelle mani dell'Imperatore, nonostante la minaccia di uno scisma francese; dichiarò decaduto Ottavio dal feudo (22 maggio 1551), e, invasa dai Farnese e dai Francesi la Romagna, tolse a quelli Castro. Ma una impresa con-tro Parma e Mirandola, capitanata da Ferrante Gonzaga governatore di Milano, fallì: Roma stessa era vogliosa di pace. Fu concluso un armistizio tra il Papa e i Fran-cesi, con la restituzione di Castro (29 apr. 1552). G. ri-tornò allora, come "padre della cristianità" a pensieri di pace: e, pure mantenendosi nel complesso favorevole a Carlo V e a Cosimo de' Medici, assunse atteggiamento di mediatore nella guerra di Siena.
E continuò a spiegare attività non trascurabile per la difesa e la propagazione della fede e l'opera di riforma. Confermò l'Inquisizione romana, ma la tenne gelosa-mente immune da ingerenze di principi laici e fu piut-osto incline a mitezza: poche le esecuzioni di eretici, accordata l'assoluzione anche a chi abiurasse in segreto. Si adoperò a mantenere nella fede cattolica la Polonia; promosse e festeggiò il ritorno dell'Inghilterra, con Maria Tudor, all'obbedienza di Roma, e al legato card. Pole accordò larghissime facoltà per la sanatoria ai possessori di beni ecclesiastici confiscati nel periodo dello scisma.
(1st. Alinari)
GIULIO III, papa - Ritratto, dipinto di Scipione Pulzone da Gaeta (ca. 1550) - Roma, Galleria di Palazzo Spada.
Ma egli ebbe "core et animo grande" (A. Luzio, loc. cit., p. 119), rude schiettezza, tenacia irremovibile, attività prodigiosa, energia fisica e spirituale "terri-bile" (Sanuto, loc. cit., col. 725, e altrove più volte), cioè, com'era inteso allora l'epiteto, superiore al co-mune; che non andava tuttavia disgiunta da delica-tezza di sentimenti e, nelle ore migliori, da piacevo-lezza festiva. Sebbene i suoi nemici abbiano gettato ombre fin sulla sua ortodossia, fu uomo di ferma fede e di schietta pietà: il suo motto "Dominus mihi adiutor: non timebo quid faciat mihi homo" era testimonianza sincera della sua fiducia incrollabile in Dio.
Poco prima che G. II, la notte dal 20 al 21 febbr. 1513, incontrasse la morte "con tanta devotione et contritione che pareva un santo" (A. Luzio, loc. cit., 416), il popolo romano lo aveva festeggiato come liberatore d'Italia e trionfatore dello scisma; a lui morto furono resi onori quali forse a nessun altro pontefice: anche gli avversari suoi lo piange-vano con lacrime abbondanti perché egli aveva strappato tutta l'Italia, tutta la cristianità dal giogo dei Francesi e dei barbari. Egli stesso, nei colloqui con il suo cerimoniere Paride de Grassi, disse di es-sere stato plus quam martyr perché aveva lottato e sofferto per Cristo.
Si può dubitare se non fosse vano quel suo titanico sforzo di cacciare d'Italia uno straniero con un altro stra-niero; si può lamentare che egli abbia scambiato troppo spesso il mezzo col fine e fatto servire a interessi tempo-rali l'autorità spirituale del pontificato, che voleva per vie umane rafforzata; si può ritenere esagerata la lode, datagli dal Burckhardt e da altri fino al Pastor, di "salva-tore del papato", poiché per ben altre vie la Provvidenza voleva che il papato trovasse salvezza nell'imminente procella; si può anche pensare che di questa procella egli abbia avuto qualche responsabilità con quel suo implicare

Si occupò attivamente della evangelizzazione dell'America e delle Indie, facilitando l'inizio dell'opera di missionari e creando vescovati, quantunque imprudenze di religiosi, e, più assai, ingordigia e corruzione di laici impedissero i successi sperati. Ottenne di riunire alla Chiesa romana i restoriani della Caldea e tentò di riunire i corpi dell'Abbasinia. Per la riforma istituì commissioni di cardinali, includendovi uomini e greggi e partecipando ai lavori; vietò le ingiustificate cessioni di benefici; propose (16 sett. 1552) un vasto programma e fece preparare, dopo molti studi, una bolla, che riguardava papa e prelat, clero secolare e regolare, benefici ecclesiastici, Segnatura, Penitenzieria, predicazione, indulgenze: la morte gli impedì di pubblicarla. Aveva, quasi all'inizio del Regno, confermato le costituzioni della Compagnia di Gesù (21 luglio 1550): eresse poi e affidò a questa il Collegio Germanico per l'educazione a Roma di giovani tedeschi, futuri campioni contro l'eresia (31 ag. 1552).
Nonostante le strettezze finanziarie, diede favore a uomini dotti, all'Università romana, alla Biblioteca apostolica. Ebbe leggi non disinteressati e dediche di opere dal Giovio, dall'Arteino, dal Condivi; ebbe dal Palestrina, nominato da lui maestro di cappella in S. Pietro, la dedica di un volume di Messe a quattro voci. Diede onori e alto emolumento a Michelangelo, che, nonostante le opposizioni, confermò supremo architetto di S. Pietro; fece costruire dal Vignola e dall'Ammannati la sua magnifica e vigenza di papa Giulio, fuori Porta del Popolo, restaurare dal Vignola il Palazzo, che fu detto poi di Firenze, disegnare e decorare dal Vasari e dall'Ammannati la Cappella sepolcrale in S. Pietro in Montorio.
Vigoroso ed alto di statura, ma d'aspetto alquanto rozzo, colto, eloquente, pio, infaticabile, G. III difettò di fermezza e di tenacia. Animo mite, estraneo a superbia, era facile tuttavia agli impeti di collera, proclive a subiti entusiasmi e a scoraggiamenti. Amò soverchiamente gli scherzi, le feste, i banchetti, le cacce, il giuoco; assistette a spettacoli non corretti; una sua medaglia celebrò la «hilaritas publica». Diede troppo largo favore ai nipoti, pure non giungendo al grande nepotismo.
GIULIO ROMANO, GIULIO DI PIERO PIPPI DE' GIANNUZZI, detto. - Pittore e architetto, n. a Roma nel 1499, m. a Mantova il 10 nov. 1546. Giovanissimo, fu alla scuola di Raffaello, di cui divenne il discepolo prediletto e il più attivo, collaborando, men che ventenne, nelle Stanze vaticane, nella Sala di Psiche alla Farnesina, e soprattutto nelle Logge.
Già in questi e negli altri dipinti compiuti a Roma (Flagellazione in S. Prassede; pala in S. Maria dell'Anima; Lapidazione di s. Stefano in S. Stefano di Genova, ecc.) egli si allontana dall'equilibrio e dal ritmo raffaellesco, rafforzando l'effetto plastico con il caricare le superfici di ombre fumose, e già rivelando quel gusto scenografico che in seguito si accentua. Morto Raffaello, eredita insieme al Penni il compimento delle opere lasciate interrotte (La Trasfigurazione), le commissioni (pala di Monteluce), e la direzione della decorazione della Sala di Costantino e della Villa Madama a Monte Mario. Si inizia intanto la sua attività di architetto (Villa Lante al Gianicolo; Palazzo Alberini; Palazzo Cicciaporci). Nel 1524 va a Mantova, chiamato da Federico Gonzaga, che lo incarica prima della costruzione del Palazzo del Tè, poi di sopraintendere a tutte le fabbriche della città. Ivi dirige i lavori del Palazzo Ducale, poi il rinnovamento del vicino monastero di S. Benedetto di Polirone (1539) e quello del Duomo (1544). Come pittore in questo periodo lavora soprattutto ad affresco nelle vastissime decorazioni del Palazzo del Tè, ma sono numerosi anche i quadri di cavalletto (Natività per S. Andrea di Mantova, ora al Louvre, ecc.). Nel 1543 a Bologna dà un disegno per la facciata di S. Petronio, dove gli è anche attribuita, con fondamento, un'opera di scultura, cioè il gruppo in terracotta dalla Madonna con il Bambino sulla tomba di Ottaviano Castelli. Muore in Mantova mentre si prepara a tornare a Roma, chiamato da Paolo III alla direzione della Fabbrica di S. Pietro.
Più ancora che per la sua opera di pittore, che pure occupa un posto notevole all'inizio del movimento manieristico, G. R. ha importanza come architetto. Meglio
