MONTECASSINO

MONTECASSINO. - Abbazia nel Lazio meridionale, fondata verso il 529 da s. Benedetto da Norcia, sull'antica acropoli che sorgeva sul monte, e di cui restano ancor oggi imponenti mura di cinta. Abbattuti gli edifici del culto pagano, s. Benedetto, sull'ara di Apollo, eresse una cappella in onore di s. Giovanni Battista e trasformò il tempio dello stesso dio in oratorio dedicato a s. Martino. A testimonianza di s. Gregorio le proporzioni del nuovo monastero furono vaste; e perciò più rispondenti al nuovo ideale monastico del Santo, che, abbandonato il cenobitismo di tipo orientale già instaurato a Subiaco, ne istituì uno più integrale da praticarsi in un solo e capace monastero sufficiente a se stesso materialmente e spiritualmente, quale appare dalla Regola. Alla sua morte (547) l'opera fu continuata dai successori, di cui è noto assai poco. S. Gregorio Magno accenna al prestigio raggiunto da M. in così breve tempo, e una conferma se ne può scorgere anche nei soli nomi rimastici di alcuni monaci istruiti di quel tempo: Marco poeta, autore di versi in lode di s. Benedetto, Sebastiano, che scrisse una vita di s. Girolamo, e l'abate Simplicio. Questo primo sviluppo fu stroncato violentemente, poco più di trenta anni dopo la morte del fondatore, dalla distruzione del monastero per opera dei longobardi di Zotone. I monaci - tutti scampati alla strage, come s. Benedetto aveva predetto - con il loro abate Bonito ripararono a Roma, e papa Pelagio II assegnò loro una dimora presso il Laterano.

Sul monte abitavano intanto solo pochi solitari, quando il bresciano Petronace, verso il 717, vi si recava spinto dal desiderio di solitudine e incitato dal papa Gregorio II. La rinascita dell'abbazia e della vita regolare, cui contribuì in qualche modo i monaci di S. Vincenzo al Volturno e la forte personalità di s. Willibaldo, fu favorita anche dal papa Zaccaria, che riconobbe la comunità di Petronace quale erede di quella del sec. VI, restituì a M. l'autografo della Regola di s. Benedetto e il peso del pane e del vino e donò alcuni preziosi manoscritti della S. Scrittura. Nel 748 volle egli stesso consacrare la chiesa eretta sulla tomba di s. Benedetto. Il duca beneventano Gisulfo fece dono di terre nei pressi della badia e costituì il primo nucleo del vasto patrimonio cassinese, che si estese poi fino a raggiungere oltre centomila ettari, con due sbocchi al mare, porti, fondaci ad Amalfi e a Salerno, una piccola flotta di dieci navi per commerciare con Ancona, Ravenna, la Dalmazia e le Puglie, e con miniere in Sardegna. Fra le molte vocazioni degne di menzione sono quelle dei due re rinunciatari, Carlomanno dei Franchi e Rachis dei Longobardi; il numero dei monaci aumentò tanto che già nel 748 ne partivano alcuni verso la Germania su richiesta del duca di Baviera Utilone, altri per Brescia nel 759, e altri ancora per la Francia a richiesta di Carlomagno all'abate Teobaldo (778-97). A pochi decenni dalla restaurazione M. era divenuto centro di vita monastica al quale accorrevano, tra gli altri, fondatori di monasteri di varie parti d'Europa: Sturmio di Fulda, Pirmino di Reichenau, Ludgero di Werden, Anselmo di Nonantola, Adalardo di Corvey. L'importanza aumentò ancora al tempo di Carlomagno, che considerò l'abbazia un punto avanzato della sua politica nell'Italia meridionale; perciò le concesse l'immunità e l'accolse nella defenzio imperiale. Lustrò maggiore però le venne dalla sua scuola, sviluppata e perfezionata da Paolo Diacono; vi si insegnavano non solo le scienze del trivium e quadrivium, ma anche la lingua greca, e larga parte era data alla scrittura, alla miniatura dei codici e si venne formando la scrittura nota sotto il nome di «beneventana» o «cassinese», di cui M. fu fin da quel tempo il centro più importante. A questa attività intellettuale corrispose quella edilizia ed artistica.

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MONTECASSINO - Decorazione barocca dell'interno della chiesa abbaziale. C. Panzago (sec. XVII).
Dopo i primi esempi di chiese costruite già sotto l'abate Potone (771-78) un'operosità notevole fu quella di Gisulfo (797-817) cui si deve l'ampliamento e la più ricca decorazione della chiesa di M., oltre la costruzione della basilica e del monastero del Salvatore alle falde del monte, per cui si servì dell'opera del monaco architetto Carioaldo. In questi ed altri edifici coevi eretti in dipendenze cassinesi, e anche nella chiesa di S. Vincenzo al Volturno, sono stati notati dagli studiosi caratteri specifici di una vera scuola cassinese, il cui influsso si estese anche oltralpe, fino a Germigny-les-Près e all'Isola di Reichenau sul Lago di Costanza. Tale periodo di quiete ed operosità artistica favorì anche l'incremento della scuola letteraria del monastero, frequentata qualche tempo anche da chierici napoletani. Ilderico, autore di una pregevole grammatica latina, i poeti Teofano, Bassacio e Bertario, che compose pure trattati di varie discipline e sermoni, continuano l'attività intellettuale di Paolo Diacono. A questo tempo appartengono ancora i Chronica s. Benedicti Casinensis.

Bassacio e Bertario furono anche abati. Bassacio, insieme all'abate volturnese Giacomo, diresse pure un'ambasceria all'Imperatore per invocare aiuto contro le devastazioni dei Saraceni, ma più ancora si adoperò il successore Bertario, che si incontrò più volte con l'imperatore Ludovico II e propose una lega difensiva contro l'invasore fra i principati del Mezzogiorno. Nello stesso tempo Bertario organizzava il patrimonio del monastero e gli dava un assetto definitivo per quel tempo, mentre fortificava i punti strategici. Tuttavia tanta attività non valse ad impedire che i Saraceni nell'883 distruggessero M., e lo stesso Bertario e molti monaci rimanessero uccisi. Non migliore fortuna toccò ai monaci, scampati a quella strage, nel piccolo monastero di Teano, incendiati nell'896: andò in cenere, con molti codici e diplomi, anche l'autografo della Regola, di cui solo una piccola parte si conservò fino alla devastazione francese nel 1799. Segui un rilassamento di disciplina, accentuatosi ancor più nel 914 quando i monaci, per gli intrighi dei principi di Capua, si trasferirono colà. Il ritorno a M. avvenne nel 949

per merito dell'abate Aligerno, che nel suo lungo governo ridiede nuova vita e prestigio al monastero. Insieme all'osservanza regolare ristabilì e riorganizzò il patrimonio, che avviò a maggiore produzione con contratti e concessioni di terre a coloni e con l'impulso dato al commercio tra le dipendenze dell'abbazia. Verso la fine del secolo, nuove fondazioni di monasteri si ebbero per opera dei cassinesi: a Zara, in Polonia e in Ungheria: cinque monasteri sorsero in Toscana, tra i quali quello di Firenze. Nessuna meraviglia che accorressero a M. santi e grandi riformatori monastici: Guglielmo di Dijon, fondatore di Fruttuaria, Giovanni di Gorza, Nilo di Grottaferrata, Odilone di Cluny, Adalberto di Praga. Anche l'attività intellettuale aveva ripreso lena con il ritorno dei monaci a M., come attestano l'Historia Langobardorum di Erchemperto, i sermoni e le vite dei santi di Lorenzo, e ancora il perfezionamento della scrittura «beneventana» diffusasi fino in Dalmazia: né vanno dimenticati i codici miniati, compresi quelli del periodo capuano, che già preludono alla perfezione ornamentale del periodo desideriano. E la fioritura dello scriptorium cassinese, che neppure la crisi provocata alla morte di Aligerno nel 986 dalla violenta intrusione dell'indegno abate Mansone era valsa ad arrestare, sempre più si intensificò nonostante le lotte del sec. XI. Contesa fra papa e imperatore, necessariamente legata alla politica dei principi capuani, guardata con sospetto e avidità dai signori vicini, la grande abbazia riuscì tuttavia a conservare la sua indipendenza. Così essa subiva in un primo tempo le ire dell'imperatore Enrico II per l'alleanza stretta con i Bizantini dall'abate Atenolfo (1011-22), quindi gli intrighi contro l'abate Teobaldo (1022-38), eletto alla presenza dell'Imperatore e del papa Benedetto VIII e perciò ligio all'Impero, del principe di Capua, desideroso di riallacciare al suo principato il potente monastero; e in seguito doveva difendere la sua posizione e il patrimonio dai soprusi dei Normanni, ad opera soprattutto dell'abate bavarese Richerio (1038-57).

La lotta delle investiture trova sulla sede abbaziale Desiderio (1057-87), sotto il quale M. diviene vero centro artistico e culturale, mentre con il papato collabora alla difesa dei diritti della Chiesa. Desiderio rinnovò gli edifici del monastero, che rese uno dei più belli di tutto l'Occidente. La chiesa, rinnovata con il concorso di artisti bizantini, fu consacrata con grande solennità da Alessandro II nel 1071. L'opera di Desiderio fu continuata dal successore Oderisio (1087-1103) che va ricordato anche per l'aiuto dato alla I Crociata. Lunga è per questo periodo la serie degli uomini illustri della badia: Federico della casa di Lorena; Alfano, poi arcivescovo di Salerno; Costantino l'Africano; Guaiferio poeta; ALBERIGO (v.), poi cardinale, Giovanni di Gaeta, Gelasio II (v.); Pietro di Teano, forse compilatore della collezione delle leggi lombarde; Leone Ostiense, autore della cronaca del monastero, continuata poi da Pietro Diacono, il quale compose anche scritti agiografici e storici; Amato (v.), storico dei Normanni e poeta. Molti furono in questa età i cardinali, i legati e i vescovi usciti da M., e nello spazio di sessanta anni i tre papi: Stefano IX, Vittore III, Gelasio II, mentre altri papi vi cercarono rifugio o tranquillità fra le loro avversità: Niccolò II, Alessandro II, Gregorio VII, Urbano II, Pasquale II, Callisto II. Nella lotta delle investiture monaci e abati di M. sostennero le parti della Chiesa e del papato. Costretto a parteggiare per l'uno o per l'altro dei maggiori contendenti, papa, imperatore e re normanno, M. vide spesso danneggiato il suo patrimonio dalle varie soldatesche: durante lo scisma di Anacleto (1130), le lotte tra Ruggero II e i Tedeschi (1136), e poi fra Ruggero e papa Innocenzo II (1146) e più ancora durante la lotta di Guglielmo il Malo contro papa Adriano IV, quando l'abbazia, divenuta fortezza, vide i monaci espulsi (1156). L'abate Rainaldo di Collemezzo (1137-66) approfittò di un breve periodo di tranquillità per rimettere in vigore la vita monastica, tanto che pochi anni dopo il re di Sardegna Barisone chiedeva dodici monaci all'abate per il monastero di S. Nicola de Gurgo, pregando che ve ne fossero di quelli adatti a ricoprire cariche importanti

nel suo Regno e ad essere nominati vescovi e ambasciatori presso la Curia imperiale o quella romana. L'abate Roffredo dell'Isola (1188-1210), strenuo difensore del patrimonio monastico, ma animato da eccessivo spirito guerresco, si lasciò coinvolgere nella lotta per la successione del Regno, parteggiando prima per Tancredi e poi per Enrico VI, per cui subì esilio e fu causa di un duro assedio per il monastero. Da Innocenzo III, che dimorò alcuni giorni a M. nel 1208, ebbe incarico di tutelare i diritti del Regno contro i Tedeschi, e negli ultimi anni gli fu affidata la riforma dell'abbazia di S. Paolo in Roma. Tra le visite illustri del secolo fu quella di s. Bernardo di Chiaravalle che, insieme con l'imperatore Lotario III, assistette all'elezione dell'abate Guibaldo (1137) e in quell'occasione fece un discorso alla comunità.

Dopo due assedi subiti nel 1229 e una vacanza abbaziale non breve, M. nel 1239 venne ridotto a fortezza da Federico II, mentre quasi tutti i monaci prendevano la via dell'esilio. Solo alla morte di Manfredi (1266) l'abate Bernardo Aiglerio, autore di una Expositio della Regola, già nominato da Urbano IV nel 1263, poté prenderne possesso. Già prima di lui avevano illustrato la badia con la loro dottrina Pietro d'Atina, divenuto poi cancelliere della Chiesa, che compose le Glossae ad Decretum Gratiani, Pandolfo da S. Stefano, Riccardo, Bernardo da Castrocielo, Alessandro, autore di un Exameron in versi latini, e soprattutto Erasmo, di cui restano alcuni trattati teologici e qualche sermone. Di qualche decennio posteriori a Bernardo furono i due giuristi Nicola di Frattura, poi abate di S. Vincenzo al Volturno e quindi professore a Napoli, e Riccardo di S. Angelo, ambedue autori di commenti alla Regola di s. Benedetto. Effimera fu la permanenza dei Celestini, introdotti a M. da Celestino V, ma nel 1322 Giovanni XXII eresse la badia in episcopato: l'abate, eletto teoricamente ancora dai monaci, diventò vescovo della diocesi, i monaci ne costituirono il Capitolo cattedrale. Di fatto però i vescovi furono sempre eletti dal papa, anzi non erano neppure monaci e vivevano lontani dalla badia facilitando i soprusi e le rivolte dei vassalli, massima fra tutte quella di Jacopo da Pignataro che, insediatosi da padrone nel monastero, ne dilapidò il patrimonio e ne scacciò i monaci, completando così l'opera devastatrice degli Ungheresi di poco anteriore. La rovina fu totale, anche materialmente, col terremoto del 1349, che dell'opera di Desiderio e dei successori lasciò ben poco.

M. si rialzò per opera di Urbano V, benedettino, che, tolta la dignità episcopale agli abati, lasciò la diocesi, riservando a sé per vari anni il titolo e l'ufficio di abate. Tutti i monasteri benedettini concorsero alla riedificazione delle fabbriche con una speciale decima, e monaci di Catania e Palermo si unirono alla comunità cassinese, in modo che in breve la vita regolare tornò in onore. Andrea da Faenza (1369-73) riaprì la serie degli abati monaci, e la situazione parve migliorare. Ma le guerre funestarono ancora l'abbazia. Dopo gli ultimi anni di Pietro de Tartaris (1374-95), molto benemerito della rinascita artistica di M., nuove difficoltà incontrarono gli abati e due di loro finirono in prigionia, Enrico (1396-1413) e Pirro (1414-42) Tomacelli; la badia per quattro anni rimase con solo dodici monaci, avendo re Ladislao espulsi tutti gli altri. Eppure anche fra tanti torbidi, nel 1440 partivano da M. cinque monaci per Monserrato su richiesta di Alfonso re d'Aragona. Appena passata la bufera della famiglia Carafa, insediatasi a M. come in proprio feudo per opera dell'ab. Antonio Carafa, nel 1454 la commenda completava il disordine e fu fortuna che non durasse oltre mezzo secolo. I commendatori furono: il card. camerlengo Ludovico (1454-65), Paolo II (1465-71); Giovanni d'Aragona (1471-85); Giovanni de' Medici (1486-1504). Nuove violenze ed espulsioni dei monaci si ebbero nella guerra di re Ferrante contro Innocenzo VIII, e più gravi durante la lotta tra Francesi e Spagnoli svoltasi appunto nell'interno del monastero. Finché il papa Giulio II, soppressa la commenda, unì l'abbazia alla Congregazione di S. Giustina di Padova con bolla del 1504 che mutava anche il nome della Congregazione che da quel momento fu detta cassinese.

Cominciò allora per M. un periodo di pace e di

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MONTECASSINO - Cripta di S. Benedetto con decorazioni della scuola di Beuron (sec. XIX).
(fot. Fotocicero - Torino)
raccoglimento e nei tre secoli successivi rari furono i turbamenti. Con la vita regolare, ristabilita secondo gli statuti della Congregazione, si svilupparono gli studi e l'attività edilizia ed artistica. In quest'ultima si segnalò fra tutti, ai primi del Cinquecento, Ignazio Squarcialupi, e, alcuni decenni dopo, Angelo de Faggis detto il Sangrino: si deve soprattutto al secondo l'aspetto assunto in quel secolo dalle fabbriche cassinesi e conservatosi fino alla distruzione del 1944. Il Sangrino, noto per la sua dottrina, partecipò al Concilio di Trento; elegante latinista, ebbe anche importanti incarichi dai papi del tempo. Con lui vanno ricordati altri letterati cassinesi: Onorato Fascitelli, Leonardo Sforza degli Oddi, Giovanni Battista Mormile, Benedetto dell'Uva. Fiocirono nello stesso secolo i giuristi Gregorio da Viterbo e Benedetto Canofilo, i teologi Benedetto da S. Germano e Crisostomo di S. Gemignano, che ricevette l'invito di partecipare anche al Concilio di Trento; i cronisti e archivisti del monastero Placido Petrucci e Onorato de' Medici. M. era uno dei luoghi di studio per i giovani della Congregazione cassinese. Oltre i molti pellegrini salirono a M. in questo secolo s. Ignazio di Lojola, che vi si trattenne vari giorni con Pietro Ortiz, s. Filippo Neri, Torquato Tasso. L'abate Domenico Quesada (1650-53) iniziò la ricostruzione della chiesa su disegno di Cosimo Fansago; la cupola era stata già elevata dall'architetto Orazio Torriani nel 1613; sino dal 1545 sotto la chiesa era stata praticata la cripta, poi decorata da pitture di Marco di Siena. Decorarono la Chiesa, consacrata dal papa Benedetto XIII nel 1727, artisti della scuola napoletana, fra cui Luca Giordano, Francesco Solimena, De Matteis, De Mura, Sebastiano Conca. Ma l'artista più illustre a M. durante il Rinascimento fu Antonio da Sangallo il giovane, autore del monumento a Pietro de' Medici; vanno inoltre menzionati i due fratelli da Bassano che composero un grande quadro nel refettorio dei monaci con s. Benedetto che distribuisce la Regola; Belisario Corenzio affrescò la cupola.

Al sec. XVII in parte e al seguente appartengono:

Erasmo Gattola, noto per le sue opere di storia della badia: i fratelli G. Battista e Placido Federici per la tradizione degli studi eruditi e Casimiro Correale.

Saccheggi e devastazioni M. subì nel 1799 dai soldati del generale francese Championnet, e solo con l'aiuto di Pio VII in parte se ne ripararono i danni, ma poco dopo (1806) il re Giuseppe Bonaparte soppresse l'abbazia, ne pose in vendita i beni, la dichiarò « stabilimento » facendone l'abate direttore e i monaci custodi, in abito laicale. Né con la restaurazione borbonica terminarono i mali: l'adesione all'idea dell'unità italiana costò a M. sospetti e minacce da parte del governo napoletano, che vietò prima la pubblicazione di un periodico a carattere nazionale, L'Ateneo italiano, e poi ordinò la chiusura della tipografia. L'unione d'Italia trovò a M. operosità intellettuale ancora fervida, specialmente per merito di Luigi Tosti, autore di molte opere storiche. Si distinsero pure per i loro studi Ottavio Fraja Frangipane e Sebastiano Kalefati. Il Tosti si adoperò con tutte le sue forze per evitare la soppressione di M. nel 1866, ma la legge fu pubblicata ugualmente due anni dopo. Si riuscì però a far dichiarare l'abbazia monumento nazionale e ne ebbero la custodia i monaci. Privo di potenza politica e impoverito per la perdita del suo patrimonio, M. conservò però il suo prestigio morale, con rinnovato spirito monastico. Rifiorirono gli studi con pubblicazioni di documenti dell'Archivio, con l'insegnamento nelle scuole del Seminario diocesano e del Collegio laicale, con l'istituzione dell'Osservatorio meteorologico e geodinamico. Le pubblicazioni furono curate nell'abbazia stessa dalla tipografia e dalla cromolitografia. Altri studiosi degni di menzione furono Anselmo Caplet, Andrea Caravita, Oderisio Piscicelli-Taeggi, Giuseppe Quandel, Ambrogio Amelli, Luigi Vaccari. Non fu trascurata intanto l'attività artistica: nel 1880 fu consacrato il santuario della torre di S. Benedetto; alla sua decorazione lavorarono i monaci artisti della badia di Beuron, che poi, sempre sotto la direzione di d. Desiderio Lenz, rinnovarono del tutto nel loro stile la cripta, consacrata nel 1913. Neppure l'ultima totale distruzione seguita al bombardamento aereo del 15 febbr. 1944 valse a rompere definitivamente l'alacre operosità monastica a M. La ricostruzione, già iniziata sotto l'abate Gregorio Diamare (m. nel 1945) con l'aiuto del governo italiano, è già assai avanzata in questi ultimi anni. Una ricognizione delle reliquie di s. Benedetto e di s. Scolastica fu compiuta il 2 ag. 1950 per iniziativa dell'abate Ildefonso Rea.

Della Biblioteca e dell'Archivio sono scampati alla distruzione oltre 1000 codici e 40.000 pergamene, insieme con tutto il fondo delle opere a stampa con 250 incunaboli.

L'attività culturale dei monaci di M., così intensa nel medioevo, non è venuta meno nei tempi moderni. Pubblicazioni ormai famose sono I codici e le arti a M., di A. Caravita (3 voll., 1869-71); la Bibliotheca Casinensis (5 voll., 1873-96); La paleografia artistica di M. (2 voll., 1876-77) e Le miniature nei codici cassinesi (1887) di O. Piscicelli-Taeggi; il Codicum Casinensium manuscriptorum catalogus, di M. Inguanez (3 voll., 1915-41). Apprezzatissime dagli storici e dai diplomatisti sono le collane Miscellanea Cassinese, giunta nel 1950 al vol. XXVI, e Tabularium Casinense, che comprende, oltre al Codex diplomaticus Cajetanus di A. Caplet, 4 Regesti cassinesi pubblicati dall'Inguanez.

LA DIOCESI DI M. - Si venne costituendo man mano, come avvenne per altre abbazie, con i territori che vennero aggiudicati al monastero. Su di essi l'abate esercitava infatti la cura spirituale in grazia anche del privilegio di esenzione dall'autorità dell'Ordinario, ottenuto dall'abbazia stessa. Quando Giovanni XXII elevò M. a diocesi questi diritti si consolidarono ed assunsero un aspetto che non andò perduto nemmeno con la soppressione del vescovato. Ora M. è abbazia nullus. All'antico territorio nel 1698 il papa Innocenzo XII annesse quello dell'abbazia di S. Vincenzo al Volturno, il cui passaggio effettivo si ebbe però nel 1700; nel 1834 fu unita alla diocesi cassinese anche la prepositura di Atina. In tal modo l'attuale diocesi di M. si estende negli Abruzzi, nel Molise, nel Lazio, nella Campania.

Ha una superficie di 1000 kmq. con una popolazione di 110.000 ab. distribuiti in 70 parrocchie servite da 75 sacerdoti; ha 22 istituti religiosi, 18 istituti di educazione di cui 15 asili e 3 orfanotrofi, 1 seminario maggiore e 1 minore con 38 alunni. - Vedi tav. XCII.

BIBL.: Leonia Ostiensis et Petri Diacon, Chronica monasterii Casinensis, in MGH, Script., VII (1846); Annales Casinenses seu Anonymi Casinensis Chronicon, ibid., XIX, pp. 305-20; Annales Casinenses ex annalibus antiquis excerpti, ibid., XXX; E. Gattola, Historia abbatiae Casinensis, 2 voll., Venezia 1733; id., Accessiones ad Hist. Ab. Cas., 2 voll., ivi 1734; L. Tosti, Storia della badia di Montecassino, 4 voll., 2ᵃ ed., Roma 1888-90; G. Falco, Lineamenti di storia cassinese, in Casinensis (1929), pp. 457-548; C. Scaccia-Scarofoni, Vicende storiche della Biblioteca cassinese, in Accademie e Biblioteche d'Italia, 3 (1929), pp. 307-28; T. Leccisotti, M., Firenze 1947. Per la scrittura V. E. A. Loew, The Beneventan Script., Oxford 1914; id., Scriptura Beneventana, facsimiles, 2 voll., Oxford 1920. Ambrogio Mancone
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“MONTECASSINO.” Enciclopedia Cattolica, vol. VIII (1952), p. 809. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/montecassino.