MONTECASSINO. – Abbazia nel Lazio meridionale, fondata verso il 529 da S. Benedetto da Norcia, sull’antica acropoli che sorgeva sul monte, e di cui restano ancor oggi imponenti mura di cinta. Abbattuti gli edifici del culto pagano, S. Benedetto, sull’ara di Apollo, eresse una cappella in onore di S. Giovanni Battista e trasformò il tempio dello stesso dio in oratorio dedicato a S. Martino. A testimonianza di S. Gregorio le proporzioni del nuovo monastero furono vaste; e perciò più rispondenti al nuovo ideale monastico del Santo, che, abbandonato il cenobitismo di tipo orientale già instaurato a Subiaco, ne istituì uno più integrale da praticarsi in un solo e capace monastero sufficiente a se stesso materialmente e spiritualmente, quale appare dalla Regola. Alla sua morte (547) l’opera fu continuata dai successori, di cui è noto assai poco. S. Gregorio Magno accenna al prestigio raggiunto da M. in così breve tempo, e una conferma se ne può scorgere anche nei soli nomi rimastici di alcuni monaci istruiti di quel tempo: Marco poeta, autore di versi in lode di S. Benedetto, Sebastiano, che scrisse una vita di S. Girolamo, e l’abate Simplicio. Questo primo sviluppo fu stroncato violentemente, poco più di trenta anni dopo la morte del fondatore, dalla distruzione del monastero per opera dei longobardi di Zotone. I monaci – tutti scampati alla strage, come S. Benedetto aveva predetto – con il loro abate Bonito ripararono a Roma, e papa Pelagio II assegnò loro una dimora presso il Laterano.
Sul monte abitavano intanto solo pochi solitari, quando il bresciano Petronace, verso il 717, vi si recava spinto dal desiderio di solitudine e incitato dal papa Gregorio II. La rinascita dell’abbazia e della vita regolare, cui contribuirono in qualche modo i monaci di S. Vincenzo al Volturno e la forte personalità di S. Willibaldo, fu favorita anche dal papa Zaccaria, che riconobbe la comunità di Petronace quale erede di quella del sec. VI, restituì a M. l’autografo della Regola di S. Benedetto e il peso del pane del vino e donò alcuni preziosi manoscritti della S. Scritura. Nel 748 volle egli stesso consacrare la chiesa eretta sulla tomba di S. Benedetto. Il duca beneventano Giustino fece dono di terre nei pressi della badia e costituì il primo nucleo del vasto patrimonio cassinese, che si estese poi fino a raggiungere oltre centomila ettari, con due sbocchi al mare, porti, fondaci ad Amalfi e a Salerno, una piccola flotta di dieci navi per commerciare con Ancona, Ravenna, la Dalmazia e le Puglie, e con miniere in Sardegna. Fra le molte vocazioni degne di menzione sono quelle dei due re rinunciatari, Carlomanno dei Franchi e Rachis dei Longobardi; il numero dei monaci aumentò tanto che già nel 748 ne partivano alcuni verso la Germania su richiesta del duca di Baviera Utiore, altri per Brescia nel 759, e altri ancora per la Francia a richiesta di Carlomagno all’abate Teobaldo (778-97). A pochi decenni dalla restaurazione M. era divenuto centro di vita monastica al quale accorrevano, tra gli altri, fondatori di monasteri di varie parti d’Europa: Sturmiò di Fulda, Pirminò di Reichenau, Ludgero di Werden, Anselmo di Nonantola, Adalardo di Corvey. L’importanza aumentò ancora al tempo di Carlomagno, che considerò l’abbazia un punto avanzato della sua politica nell’Italia meridionale; perciò le concesse l’immunità e l’accordo nella defensione imperiale. Lustro maggiore però le venne dalla sua scuola, sviluppata e perfezionata da Paolo Diacono; vi si insegnavano non solo le scienze del triennium e quadrivium, ma anche la lingua greca, e larga parte era data alla scrittura, alla miniatura dei codici e si venne formando la scrittura nota sotto il nome di «beneventana» o «cassinese», di cui M. fu fin da quel tempo il centro più importante. A questa attività intellettuale corrispose quella edilizia ed artistica.
Monte, Philippo de. – Polifonista fiammingo, n. a Malines nel 1521 e m. a Praga nell’estate del 1603. Fu prima a Napoli, Roma, Anversa, Genova, e finalmente il 10 maggio 1568 si recò a Vienna, direttore della Cappella imperiale.
A 79 anni (nel 1600) pubblicò la sua ultima raccolta (VII) di mottetti a 5 voci e ad 80 anni collaborava ancora, con un madrigale, Il verno, ad una raccolta di vari autori (I diporti della villa, Venezia 1601). Nella vasta sua opera, oltre i madrigali, emergono i mottetti e le messe, animati dagli sforzi diretti a salvare la languente polifonia in un periodo di transizione tra l’antica scuola polifonica belga e la nuova monodica italiana, tra le quali egli è come un felice collegamento. Tra le messe, armonose e vigorose, di uno stile elevato e ricco, sono degne di particolare menzione quelle intitolate Emitte Domine, Si ambulavero, Quomodo dilexi, Ad modum, Benedicta es. Il de M. fu assai stimato dai contemporanei e dai posteri. Molti suoi libri di mottetti e messe furono stampati, lui vivente, a Venezia, Roma, Anversa, ecc. Molte opere restano ancora inedite nelle principali biblioteche d’Europa. Nuove ristampe di sue composizioni isolate si trovano in raccolte recenti.

Filippo Neri, Isidoro ed Eleonora di Portogallo. Esteta e mecenate, fu un eccellente prefetto della Fabbrica di S. Pietro e si acquistò meriti particolari per la decorazione interna della Bas
per merito dell'abate Aligerno, che nel suo lungo governo
ridiede nuova vita e prestigio al monastero. Insieme
all'osservanza regolare ristabili e riorganizzò il patrimonio,
che avviò a maggiore produzione con contratti e conces-
sioni di terre a coloni e con l'impulso dato al commercio
tra le dipendenze dell'abbazia. Verso la fine del secolo,
nuove fondazioni di monasteri si ebbero per opera dei
cassinesi: a Zara, in Polonia e in Ungheria: cinque
monasteri sorsero in Toscana, tra i quali quello di Fi-
renze. Nessuna meraviglia che accorressero a M. santi
e grandi riformatori monastici: Guglielmo di Dijon, fon-
datore di Fruttuaria, Giovanni di Gorza, Nilo di Grot-
taferrata, Odilone di Cluny, Adalberto di Praga. Anche
l'attività intellettuale aveva ripreso l'idea con il ritorno
dei monaci a M., come attestano l'Historia Langobar-
dorum di Erchemperto, i sermoni e le vite dei santi di
Lorenzo, e ancora il perfezionamento della scrittura «be-
nevontana» diffusasi fino in Dalmazia: né vanno dimenti-
cati i codici miniati, compresi quelli del periodo capuano,
che già preludono alla perfezione ornamentale del pe-
riodo desideriano. E la fioritura dello scriptorium cassi-
nese, che neppure la crisi provocata alla morte di Ali-
gerno nel 986 dalla violenta intrusione dell'indegno abate
Mansone era valsa ad arrestare, sempre più si intensificò
nonostante le lotte del sec. XI. Contesa fra papa e impe-
ratore, necessariamente legata alla politica dei principi
capuani, guardata con sospetto e avidità dai signori vi-
cini, la grande abbazia riuscì tuttavia a conservare la sua
indipendenza. Così essa subiva in un primo tempo le
ire dell'imperatore Enrico II per l'alleanza stretta con i
Bizantini dall'abate Atenolfo (1011-22), quindi gli in-
trighi contro l'abate Teobaldo (1022-38), eletto alla pre-
senza dell'Imperatore e del papa Benedetto VIII e perciò
ligio all'Impero, del principe di Capua, desideroso di
riallacciare al suo principato il potente monastero; e in
seguito doveva difendere la sua posizione e il patrimonio
dai soprusi dei Normanni, ad opera soprattutto dell'abate
bavarese Richerio (1038-57).
La lotta delle investiture trova sulla sede abbaziale
Desiderio (1057-87), sotto il quale M. diviene vero centro
artistico e culturale, mentre con il papato collabora alla
difesa dei diritti della Chiesa. Desiderio rinnovò gli edi-
fici del monastero, che rese uno dei più belli di tutto
l'Occidente. La chiesa, rinnovata con il concorso di ar-
tisti bizantini, fu consacrata con grande solennità da Ales-
sandro II nel 1071. L'opera di Desiderio fu continuata
dal successore Oderisio (1087-1105) che va ricordato
anche per l'aiuto dato alla I Crociata. Lunga è per questo
periodo la serie degli uomini illustri della badia: Fede-
rico della casa di Lorena; Alfano, poi arcivescovo di Sa-
lerno; Costantino l'Africano; Guaiferio poeta; ALBERIGO (v.), poi cardinale,
Giovanni di Gaeta, Gelasio II (v.); Pietro di Teano,
forse compilatore della collezione delle leggi lombarde;
Leone Ostiense, autore della cronaca del monastero, con-
tinuita poi da Pietro Diacono, il quale compose anche
scritti agiografici e storici; Amato (v.), storico dei Nor-
manni e poeta. Molti furono in questa età i cardinali, i le-
gati e i vescovi usciti da M., e nello spazio di sessanta anni
i tre papi: Stefano IX, Vittore III, Gelasio II, mentre altri
papi vi cercarono rifugio o tranquillità fra le loro avversità:
Niccolò II, Alessandro II, Gregorio VII, Urbano II, Pa-
squale II, Callisto II. Nella lotta delle investiture monaci e
abati di M. sostenero le parti della Chiesa e del papato.
Costretto a parteggiare per l'uno o per l'altro dei maggiori
contendenti, papa, imperatore e re normanno, M. vide
spesso danneggiato il suo patrimonio dalle varie solda-
tesche: durante lo scisma di Anacleto (1130), le lotte
tra Ruggero II e i Tedeschi (1136), e poi fra Ruggero e
papa Innocenzo II (1146) e più ancora durante la lotta
di Guglielmo il Malo contro papa Adriano IV, quando
l'abbazia, divenuta fortezza, vide i monaci espulsi (1156).
L'abate Rainaldo di Collemezzo (1137-66) approfittò di
un breve periodo di tranquillità per rimettere in vigore
la vita monastica, tanto che pochi anni dopo il re di
Sardegna Barisone chiedeva dodici monaci all'abate per
il monastero di S. Nicola de Gurgo, pregando che ve ne
fossero di quelli adatti a ricoprire cariche importanti
Dopo i primi esempi di chiese costruite già sotto l'abate
Potone (771-78) un'operosità notevole fu quella di Giufolo
(797-817) cui si deve l'ampliamento e la più ricca deco-
razione della chiesa di M., oltre la costruzione della ba-
silica e del monastero del Salvatore alle falde del monte,
per cui si servì dell'opera del monaco architetto Cariolado.
In questi ed altri edifici coevi eretti in dipendenze cassi-
nesi, e anche nella chiesa di S. Vincenzo al Volturno,
sono stati notati dagli studiosi caratteri specifici di una
vera scuola cassinese, il cui influsso si estese anche ol-
tr'alpe, fino a Germigny-les-Près e all'Isola di Reichenau
sul Lago di Costanza. Tale periodo di quiete ed opere-
sità artistica favorì anche l'incremento della scuola let-
teraria del monastero, frequentata qualche tempo anche
da chierici napoletani, l'idrico, autore di una pregevole
grammatica latina, i poeti Teofano, Bassacio e Bertario, che
compose pure trattati di varie discipline e sermoni, continu-
no l'attività intellettuale di Paolo Diacono. A questo tempo
appartengono ancora i Chronica s. Benedicti Casinensis.
Bassacio e Bertario furono anche abati. Bassacio, in-
sieme all'abate volturnese Giacomo, diresse pure un'an-
basceria all'Imperatore per invocare aiuto contro le de-
vastazioni dei Saraceni, ma più ancora si adoperò il
successore Bertario, che si incontrò più volte con l'impe-
ratore Ludovico II e propose una lega difensiva contro
l'invasore fra i principati del Mezzogiorno. Nello stesso
tempo Bertario organizzava il patrimonio del monastero
e gli dava un assetto definitivo per quel tempo, mentre
fortificava i punti strategici. Tuttavia tanta attività non
valse ad impedire che i Saraceni nell'883 distruggessero M.,
e lo stesso Bertario e molti monaci rimanessero uccisi.
Non migliore fortuna toccò ai monaci, scampati a quella
strage, nel piccolo monastero di Teano, incendiato nei
l'896: andò in cenere, con molti codici e diplomi, anche
l'autografo della Regola, di cui solo una piccola parte si
conservò fino alla devastazione francese nel 1799. Seguì
un rilassamento di disciplina, accentuato i ancor più
nel 914 quando i monaci, per gli intrighi dei principi di
Capua, si trasferirono colà. Il ritorno a M. avvenne nel 949

Montecassino - Decorazione barocca dell'interno della chiesa abbaziale. C. Fanzago (sec. xvir).
nel suo Regno e ad essere nominati vescovi e ambasciatori presso la Curia imperiale o quella romana. L'abate Roffredo dell'Isola (1188-1210), strenuo difensore del patrimonio monastico, ma animato da eccessivo spirito guerresco, si lasciò coinvolgere nella lotta per la successione del Regno, parteggiando prima per Tancredi e poi per Enrico VI, per cui subì esilio e fu causa di un duro assedio per il monastero. Da Innocenzo III, che dimorò alcuni giorni a M. nel 1208, ebbe incarico di tutelare i diritti del Regno contro i Tedeschi, e negli ultimi anni gli fu affidata la riforma dell'abbazia di S. Paolo in Roma. Tra le visite illustri del secolo fu quella di s. Bernardo di Chiaravalle che, insieme con l'imperatore Lotario III, assistette all'elezione dell'abate Guibaldo (1137) e in quell'occasione fece un discorso alla comunità.
Dopo due assedi subiti nel 1229 e una vacanza abbaziale non breve, M. nel 1239 venne ridotto a fortezza da Federico II, mentre quasi tutti i monaci prendevano la via dell'esilio. Solo alla morte di Manfredi (1266) l'abate Bernardo Aiglerio, autore di una Expositio della Regola, già nominato da Urbano IV nel 1263, poté prenderne possesso. Già prima di lui avevano illustrato la badia con la loro dottrina Pietro d'Atina, divenuto poi cancelliere della Chiesa, che compose le Glossae ad Decretum Gratiani, Pandolfo da S. Stefano, Riccardo, Bernardo da Castricciolo, Alessandro, autore di un Exameron in versi latini, e soprattutto Erasmo, di cui restano alcuni trattati teologici e qualche sermone. Di qualche decennio posteriori a Bernardo furono i due giuristi Nicola di Frattura, poi abate di S. Vincenzo al Volturno e quindi professore a Napoli, e Riccardo di S. Angelo, ambedue autori di commenti alla Regola di s. Benedetto. Effimera fu la permanenza dei Celestini, introdotti a M. da Celestino V, ma nel 1322 Giovanni XXII. eresse la badia in episcopato: l'abate, eletto teoricamente ancora dai monaci, diventò vescovo della diocesi, i monaci ne costituirono il Capitolo cattedrale. Di fatto però i vescovi furono sempre eletti dal papa, anzi non erano neppure monaci e vivevano lontani dalla badia facilitando i soprusi e le rivolte dei vassalli, massima fra tutte quella di Jacopo da Pignataro che, insediatosi da padrone nel monastero, ne dilapidò il patrimonio e ne scacciò i monaci, completando così l'opera devastatrice degli Ungheresi di poco anteriore. La rovina fu totale, anche materialmente, col terremoto del 1349, che dell'opera di Desiderio e dei successori lasciò ben poco.
M. si rialzò per opera di Urbano V, benedettino, che, tolta la dignità episcopale agli abati, lasciò la diocesi, riservando a sé per vari anni il titolo e l'ufficio di abate. Tutti i monasteri benedettini concorsero alla riedificazione delle fabbriche con una speciale decima, e monaci di Catania e Palermo si unirono alla comunità cassinese, in modo che in breve la vita regolare tornò in onore. Andrea da Faenza (1369-73) riaprì la serie degli abati monaci, e la situazione parve migliorare. Ma le guerre funestano ancora l'abbazia. Dopo gli ultimi anni di Pietro de Tartaris (1374-95), molto benemerito della rinascita artistica di M., nuove difficoltà incontrarono gli abati e due di loro finirono in prigionia, Enrico (1396-1413) e Pirro (1414-42) Tomacelli; la badia per quattro anni rimase con solo dodici monaci, avendo re Ladislao espulsi tutti gli altri. Eppure anche fra tanti torbidi, nel 1440 partivano da M. cinque monaci per Monserato su richiesta di Alfonso re d'Aragona. Appena passata la bufera della famiglia Carafa, insediatasi a M. come in proprio feudo per opera dell'ab. Antonio Carafa, nel 1454 la commenda completava il disordine e fu fortuna che non durasse oltre mezzo secolo. I commendatari furono: il card. camerlengo Ludovico (1454-65), Paolo II (1465-71); Giovanni d'Aragona (1471-85); Giovanni de' Medici (1486-1504). Nuove violenze ed espulsioni dei monaci si ebbero nella guerra di re Ferrante contro Innocenzo VIII, e più gravi durante la lotta tra Francesi e Spagnoli svoltasi appunto nell'interno del monastero. Finché il papa Giulio II, soppressa la commenda, unì l'abbazia alla Congregazione di S. Giustina di Padova con bolla del 1504 che mutava anche il nome della Congregazione che da quel momento fu detta cassinese.
Cominciò allora per M. un periodo di pace e di racc

raccoglimento e nei tre secoli successivi rari furono i turbamenti. Con la vita regolare, ristabilita secondo gli statuti della Congregazione, si svilupparono gli studi e l'attività edilizia ed artistica. In q
oglimento e nei tre secoli successivi rari furono i turbamenti. Con la vita regolare, ristabilita secondo gli statuti della Congregazione, si svilupparono gli studi e l'attività edilizia ed artistica. In quest'ultima si segnalò fra tutti, ai primi del Cinquecento, Ignazio Squaricalupi, e, alcuni decenni dopo, Angelo de Faggis detto il San-grino: si deve soprattutto al secondo l'aspetto assunto in quel secolo dalle fabbriche cassinesi e conservatosi fino alla distruzione del 1944. Il Sangrino, noto per la sua dottrina, partecipò al Concilio di Trento; elegante latinista, ebbe anche importanti incarichi dai papi del tempo. Con lui vanno ricordati altri letterati cassinesi: Onorato Fascitelli, Leonardo Sforza degli Oddi, Giovanni Battista Mormile, Benedetto dell'Uva. Fiorirono nello stesso secolo i giuristi Gregorio da Viterbo e Benedetto Canofilo, i teologi Benedetto da S. Germano e Crisostomo di S. Gemignano, che ricevette l'invito di partecipare anche al Concilio di Trento; i cronisti e archivisti del monastero Placido Petrucci e Onorato de' Medici. M. era uno dei luoghi di studio per i giovani della Congregazione cassinese. Oltre i molti pellegrini salirono a M. in questo secolo s. Ignazio di Lojola, che vi si trattenne vari giorni con Pietro Ortiz, s. Filippo Neri, Torquato Tasso. L'abate Domenico Quesada (1650-53) iniziò la ricostruzione della chiesa su disegno di Cosimo Fassago; la cupola era stata già elevata dall'architetto Orazio Torriani nel 1613; sino dal 1545 sotto la chiesa era stata praticata la cripta, poi decorata da pitture di Marco di Siena. Decorarono la Chiesa, consacrata dal papa Benedetto XIII nel 1727, artisti della scuola napoletana, fra cui Luca Giordano, Francesco Solimena, De Matteis, De Mura, Sebastiano Conca. Ma l'artista più illustre a M. durante il Rinascimento fu Antonio da Sangallo il giovane, autore del monumento a Pietro de' Medici; vanno inoltre menzionati i due fratelli da Bassano che composero un grande quadro nel refettorio dei monaci con s. Benedetto che distribuisce la Regola; Belisario Corenzio affrescò la cupola.
Al sec. XVII in parte e al seguente appartengono:
Erasmo Gattola, noto per le sue opere di storia della badia: i fratelli G. Battista e Placido Federici per la tradizione degli studi eruditi e Casimiro Correale.
Saccheggi e devastazioni M. subì nel 1799 dai soldati del generale francese Championnet, e solo con l'aiuto di Pio VII in parte se ne ripararono i danni, ma poco dopo (1806) il re Giuseppe Bonaparte soppresse l'abbazia, ne pose in vendita i beni, la dichiarò «stabilimento» fa- cendone l'abate direttore e i monaci custodi, in abito laicale. Né con la restaurazione borbonica terminarono i mali: l'adesione all'idea dell'unità italiana costò a M. Sospetti e minacce da parte del governo napoletano, che vietò prima la pubblicazione di un periodico a carattere nazionale, L'Ateneo italiano, e poi ordinò la chiusura della tipografia. L'unione d'Italia trovò a M. operosità intellettuale ancora fervida, specialmente per merito di Luigi Tosti, autore di molte opere storiche. Si distinse pure per i loro studi Ottavio Fraja Frangipane e Sebastiano Kalefati. Il Tosti si adoperò con tutte le sue forze per evitare la soppressione di M. nel 1866, ma la legge fu pubblicata ugualmente due anni dopo. Si riuscì però a far dichiarare l'abbazia monumento nazionale e ne ebbero la custodia i monaci. Privo di potenza politica e imperativo per la perdita del suo patrimonio, M. conservò però il suo prestigio morale, con rinnovato spirito monastico. Rifiutò gli studi con pubblicazioni di docu- menti dell'Archivio, con l'insegnamento nelle scuole del Seminario diocesano e del Collegio laicale, con l'istituzione dell'Osservatorio meteorologico e geodinamico. Le pubblicazioni furono curate nell'abbazia stessa dalla tipografia e dalla cromolitografia. Altri studiosi degni di menzione furono Anselmo Caplet, Andrea Caravita, Odo- risio Piscicelli-Taeggi, Giuseppe Quandel, Ambrogi- Amelli, Luigi Vaccari. Non fu trascurata intanto l'aiu- vità artistica: nel 1880 fu consacrato il santuario della torre di S. Benedetto; alla sua decorazione lavorarono i monaci artisti della badia di Beuron, che poi, sempre sotto la direzione di d. Desiderio Lenz, rinnovarono del tutto nel loro stile la cripta, consacrata nel 1913. Ne- pure l'ultima totale distruzione seguita al bombardamento aereo del 15 febbr. 1944 valse a rompere definitivamente l'alacre operosità monastica a M. La ricostruzione, già iniziata sotto l'abate Gregorio Diamare (m. nel 1945) con l'aiuto del governo italiano, è già assai avanzata in questi ultimi anni. Una ricognizione delle reliquie di s. Benedetto e di s. Scolastica fu compiuta il 2 ag. 1950 per iniziativa dell'abate Ildefonso Rea.
Della Biblioteca e dell'Archivio sono scampati alla distruzione oltre 1000 codici e 40.000 pergamene, insieme con tutto il fondo delle opere a stampa con 250 incunaboli.
L'attività culturale dei monaci di M., così innensa nel medioevo, non è venuta meno nei tempi moderni. Pubblicazioni ormai famose sono I codici e le arti a M., di A. Caravita (3 voll., 1869-71); la Bibliotheca Casimira (5 voll., 1873-96); La paleografia artistica di M. (2 voll., 1876-77) e Le miniature nei codici cassinesi (1887) di O. Piscicelli-Taeggi; il Codicum Casinensium manuscriptorum catalogus, di M. Inguanez (3 voll., 1915-41). Apprezzata- stissime dagli storici e dai diplomatisti sono le collane Mi- scellanea Cassinese, giunta nel 1950 al vol. XXVI, e Ta- bularium Casinense, che comprende, oltre al Codex di- plomaticus Cajetanus di A. Caplet, 4 Regesti cassinesi pubblicati dall'Inguanez.
La diocesi di M. - Si venne costituendo man mano, come avvenne per altre abbazie, con i territori che ven- neo aggiudicati al monastero. Su di essi l'abate esercitava infatti la cura spirituale in grazia anche del privilegio di esenzione dall'autorità dell'Ordinario, ottenuto dall'ab- bazia stessa. Quando Giovanni XXII elevò M. a diocesi questi diritti si consolidarono ed assunsero un aspetto che non andò perduto nemmeno con la soppressione del vescovato. Ora M. è abbazia nullius. All'antico territorio nel 1608 il papa Innocenzo XII annesse quello dell'ab- bazia di S. Vincenzo al Volturno, il cui passaggio effet- tivo si ebbe però nel 1700; nel 1834 fu unita alla diocesi cassinese anche la prepositura di Atina. In tal modo l'attuale diocesi di M. si estende negli Abruzzi, nel Molise, nel Lazio, nella Campania.
Ha una superfice di 1000 kmq. con una popolazione di 110.000 ab. distribuiti in 70 parrocchie servite da 75 sacerdoti; ha 22 istituti religiosi, 18 istituti di educazione di cui 15 asili e 3 orfanotrofi, 1 seminario maggiore e 1 minore con 38 alunni. - Vedi tav. XCII.