BENEDETTO, santo, fondatore dei Benedettini.
I. LA VITA E LA MISSIONE
Verso il 480, nasceva s. B. da famiglia nobile « ex provincia Nursiae ». Alla sua prima formazione contribuirono gli esempi fa- mosi dei venerati asceti della regione e quello dome- stico della sorella Scolastica, che si era consacrata a Dio negli anni stessi dell'infanzia e doveva rima- nere poi congiunta così strettamente a B.Fu inviato a Roma per completarvi gli studi, af-
fidato alla vigile custodia della nutrice. Ma ben presto
se ne ritrasse, e accompagnato anche questa volta
dalla nutrice, riparò ad Enfide, l'odierna Affile, fra
i Monti Simbruini, ed ivi presso la chiesa di S. Pietro
continuò forse gli studi, alternandoli con la pratica
fervorosa dell'ascesi (ca. il 500). Non vi restò a lungo,
poiché, davanti al pericolo di una indesiderata popo-
larità, si diresse alla non lontana e deserta località
di Subiaco, in prossimità dell'antica villa neroniana.
Un monaco, Romano, lo rivestì dell'abito monastico
e lo aiutò nei primi passi della nuova vita. Soprat-
tutto gli fu fedele nel tenerne nascosta la dimora, sì
che per tre anni solitario nel suo speco, « in Superni
Spectatoris oculis habitavit secum ». Ma non poté
celarsi a lungo. Crescendo con il tempo la sua fama,
fu anzi invitato a prendersi cura di un vicino mona-
stero, Vicovaro, ove l'abate era morto e la comunità
si trovava in decadenza. Il tentativo di richiamarlo
a nuova e più fervente vita si infranse contro l'osti-
nata volontà dei monaci, che tentarono perfino di
avvelenarlo, e fece ritorno « ad locum dilectae soli-
tudinis ».
Ben presto la necessità di farsi maestro dei disce-
poli, che sempre più numerosi accorrevano a lui, e
di adattarsi alle loro esigenze, lo costrinse di nuovo,
ma questa volta per sempre, a rinunciare alla vita
eremitica, che aveva formato il suo primitivo, ardente
ideale. Ne conserverà sempre sì alta stima e profondo
amore, che anche nella Regola, scritta per i cenobiti,
l'additerà come la vetta suprema dell'ascesi mona-
stica. Ma non si allontanò nel suo nuovo sistema
dall'imitazione dei grandi esempi egiziani, e, a somi-
glianza di s. Pacomio, distribuì i suoi discepoli in
gruppi: erano dodici, ciascuno con il proprio abate, in
altrettante case, mentre riservava a sé la formazione
di alcune scelte reclute. Fra queste furono Mauro e
Placido, i più noti dei suoi monaci, che i loro genitori,
come molti altri della nobiltà romana, avevano voluto
affidargli. Ma al contatto dell'esperienza giornaliera
l'ideale del legislatore si veniva gradatamente modi-
ficando, per orientarsi verso forme sempre più com-
pletamente cenobitiche, più vicine al modello basiliano.
La persecuzione, suscitatagli dalla gelosia di un
prete dei dintorni, parve spingerlo definitivamente ad
attuare il nuovo piano, e, nel vigore della sua piena
maturità, abbandonò Subiaco, dirigendosi verso l'an-
tica città di Cassino. La risoluzione non fu di quelle
che si prendono all'improvviso. B. infatti edificò la
sua nuova casa, espressione definitiva dell'ideale ma-
turato in lunghi anni di esperimento, su un monte
già acropoli militare e in quel tempo ancora frequen-
tato nei suoi vari templi dai cultori degli idoli. Vi
prese stanza da padrone e senza alcun indugio ne
abbatté gli altari, ne recise i boschi sacri, mentre
con assidua predicazione (secondo alcuni autori sa-
rebbe asceso al sacerdozio) si dedicò alla conversione
della parte di popolazione ancora pagana. Tutto ciò,
date le esigenze ben stabilite delle leggi civili e cano-
niche, non è potuto certo avvenire senza una missione
specifica, o, almeno, un permesso delle competenti
autorità. E quel che la fonte gregoriana, su questo
come su tanti altri punti, non dice, la tradizione lo
fa intravedere nei vari modi con cui lo riferisce: dalla
missione divina, che ricordano i più antichi autori,
alla donazione di Tertullo, patrizio, che pur fra le
alterazioni leggendarie presenta un sostrato di verità;
dalle relazioni con l'ambiente romano all'approva-
zione ed incoraggiamento della Sede Apostolica. Sorse
così sulla cima del monte il nuovo monastero, in sé
completo, modello tipico del più perfetto cenobi-
tiamo da praticarsi sotto la direzione immediata e
continua di un sol padre. Quasi a significare il nuovo
orientamento, i due oratori edificati sull'arce furono
dedicati in onore di s. Giovanni Battista, padre dei
monaci del Nuovo Testamento e precursore del Van-
gelo, e di s. Martino di Tours, il monaco apostolo
delle Gallie. La costruzione delle fabbriche, che in
B. ebbero il sapiente architetto, e l'organizzazione
della nuova vita richiesero senza dubbio del tempo.
La data del 529, tradizionale da più di sette secoli,
va probabilmente intesa come un termine « ad quem ».
Da allora quella nuova « compagnia di monaci, che
leggevano, coltivavano la terra, esercitavano le arti
in mezzo alla grande società che scomponevasi per
barbarie, preparava il germe della futura civiltà e
ricomposizione dei popoli » (L. Tosti).
Sul monte fu un continuo accorrere di gente: dagli umili, che andavano ad invocarvi la protezione e l'aiuto del padre B., ai dignitari ecclesiastici, come il vescovo Sabino dalla lontana Canosa, ai potenti del secolo, quale il re dei Goti Totila, che al Santo chiedevano parole di vita e di conforto. Una volta all'anno era il vegliardo stesso che si muoveva dal monastero per andare incontro alla sorella Scolastica e trattenersi con lei in dolci colloqui spirituali. Nel luogo, ove, secondo la tradizione, avveniva l'incontro, scavi recenti (1939), quantunque non condotti a termine, han però messo in luce i resti di una chiesetta monoabsidata, risalente, almeno in parte, ad una remota antichità.
L'ultima visita, secondo la fonte gregoriana, dovè protrarsi per tutta la notte, contro il volere di B.: la violenta bufera, ottenuta dalle preghiere e dall'amore della sorella, lo costrinse a rimanere. Tre giorni dopo dalla sua torre egli ne vedeva volare l'anima al cielo, sotto forma di candida colomba, e ne faceva trasportare la salma al sepolcro che sulla cima del monte, nell'edicola di S. Giovanni Battista, aveva preparato per loro due.
Non passò molto tempo e B. la raggiunse nell'eternità. Sei giorni prima della morte fece aprire il sepolcro, poi, sentendo giunta l'ora, volle esser condotto nell'oratorio, ove, munito del corpo e sangue del Signore, fra le braccia dei discepoli, pregando rese lo spirito a Dio. Era il 21 marzo: l'anno, dal modo soprattutto con cui B. e s. Sabino parlavano fra loro della rovina incombente su Roma per opera di Totila, pare non possa essere anteriore al 547. Questa data quindi, come del resto quasi tutta la cronologia della vita di s. B., resta soltanto approssimativa.
La biografia, quale ce l'ha tracciata papa Gregorio, non può rispondere a tutte le nostre esigenze; non per un colpevole difetto, ma per l'esclusivo fine di edificazione che lo scrittore si proponeva e per l'indole dell'agiografia di quei tempi. Neanche vi troviamo elementi sicuri per la ricostruzione della figura fisica del Santo.
Eppure abbiamo ben chiara l'immagine sua spirituale quale ci balza dalla candida narrazione gregoriana e dalle pagine immortali della Regola. È un uomo di carattere fermo e deciso. Nella profonda sincerità del proprio essere, sollecito di piacere solo a Dio, si rivolge a ricercarlo e si consacra al suo servizio. Questo unico scopo dà unità a tutta la vita di lui, che trascorre al cospetto di Dio, in giustizia e verità. I doni naturali della sua indole, riflessiva, seria, amante dell'ordine e della pace, dotata di uno squisito senso di equilibrio e di discernimento, vengono così fusi e nobilitati nella pratica dell'amore di Dio, a cui nulla prepone, e del prossimo a cui nel magistero pio e paterno profonde i suoi tesori di intelligenza e di esperien-
za per avvicinarlo sempre più a Dio. Così le qualità naturali cooperano con la grazia nel renderlo adatto a compiere la gigantesca missione alla quale la Provvidenza l'aveva eletto. Vissuto nei tempi della massima depressione d'Italia, mentre l'antico mondo romano cadeva in rovina, con la sua creazione ne preparava la ricostruzione. Salvando il monachismo occidentale mediante l'adattamento dei principi vitali dell'Oriente alla mentalità romana, con il suo codice sacro trasmise ai nuovi popoli le tradizioni dei padri e il più alto commento pratico della vita evangelica. Forniva così alla Chiesa gli operai per il dissodamento dell'immane campo di lavoro che ad essa si apriva dinanzi e preparava i tempi novelli.
Se quindi si considera che «non solo nella catastrofe finale dell'impero d'Occidente egli personifica con rara purità il vero spirito romano, ma ancora fu uno degli ultimi esecutori della missione assegnata dalla Provvidenza allo spirito di Roma nella storia dell'umanità... possiamo ben
dire che egli fu l'ultimo romano» (I. Herwegen). Ma se teniamo presente che fu uno degli artefici dell'unità europea, il vero padre dei popoli affratellati nel nome sacro di Cristo e in quello augusto di Roma, possiamo ugualmente salutarlo come «il primo dei nuovi romani, di coloro specialmente che la virtù propria della stirpe romana innestarono sulla pianta che doveva poi dare a questa, nella nazione italiana, la sua figlia gloriosa..., come colui il cui nome e la cui opera forma uno de' più saldi fili, intorno a cui, dal capo al termine s'intesse la unità della storia nazionale d'Italia» (C. Calisse, S. B., in Nuova Antologia, 1929, IV, p. 11 sgg.

II. ICONOGRAFIA
Pari all'importanza storica e all'ampiezza dell'opera di s. B., è stato il culto con cui i popoli gli hanno mostrato la loro riconoscente devozione, paragonabile solo a quello degli Apostoli; negli ultimi secoli però, dopo le rovine accumulate dagli errori e dalle perturbazioni politiche, esso si è notevolmente ridotto. Tuttavia numerose sono anche in Italia le località e le chiese che conservano il nome del patriarca cassinese, così come le opere d'arte che ne glorificano l'immagine e gli episodi della vita. Ricordiamo qui solo la più antica pittura del sec. VIII (Roma, S. Ermete sulla Salaria vetna) e i celebri cicli pittorici di Subiaco (S. Speco, sec. XII-XV), di Firenze (S. Miniato al Monte, Spinello Aretino, sec. XIV), di Napoli (S. Severino, A. Solario detto lo Zingaro, sec. XVI e F. De Mura, sec. XVIII), di Monte Oliveto Maggiore (Sodoma, sec. XVI), di Montecassino, irreparabilmente perduti per la nefanda diarruzione della badia (Luca Giordano, sec. XVII, e Scuola Beuronense, sec. XIX); ad essi è da aggiungersi, notevole anche per la storia del costume, la serie di miniature del monaco cassinese Leone (sec. XI, cod. Vat. lat. 1202).III. MEDAGLIA
Una forma caratteristica del culto verso s. B. è ancora oggi quella della medaglia, che gode fra i fedeli di una diffusa popolarità, inferiore solo a quella della Vergine. Le origini storiche ne sono oscure, ma senza dubbio debbono mettersi in relazione con quanto s. Gregorio narra circa l'efficacia della croce usata da s. B. Elemento specifico ne è infatti una croce quadrata riprodotta sul verso con delle iniziali, e la croce parimenti è in mano al Santola cui figura è riprodotta sul recto. Fra le braccia della croce son disposte le quattro lettere C.S.P.B., ossia Crux sancti patris Benedicti; sul braccio verticale: C.S.S.M.L.; sull'orizzontale: N.D.S.M.D.; intorno: V.R.S.N.S.M.V. S.M.Q.L.I.V.B. Queste ultime tre serie sono le iniziali di parole che formano sei emistichi rimati, contenenti invocazioni alla croce e la rinunzia a Satana, da cui la croce ci ha liberati, ossia: Crux sancta sit mihi lux; Non draco sit mihi dux; Vade retro Satana; nunquam suade mihi vana; sunt mala quae libas; ipse venens bibas. La medaglia ha nel Rituale romano una speciale formula di benedizione e gode di molte indulgenze, che più numerose sono per quel tipo particolare fatto coniare a Montecassino in memoria del xiv centenario della nascita di s. B. (1880).
IV. LA REGOLA.
- Oltre i Dialoghi gregoriani, un'altra fonte per conoscere la vita intima di s. B. e la sua psicologia, è la Regola. Il santo uomo, ci attesta lo stesso Gregorio, non poté insegnare in modo diverso da come visse, e il suo insegnamento, la sua missione, « omnes magisterii illius actus », è continuata appunto nella Regola che il biografo enumera fra gli altri miracoli del Santo.

Che la Regola sia opera di s. B. nessuno ha mai seriamente dubitato. Contrariamente alla tesi tradizionale, in questi ultimi anni un benedettino di Solesmes, A. Genestout (La Règle du Maître et la Règle de st Benoît, in Revue d'ascétique et de mystique, 21 [1940], pp. 51-112), l'ha ritenuta posteriore alla Regula Magistri, da cui dipenderebbe quindi per il prologo ed i primi sette capitoli. Questa teoria tuttavia non diminuirebbe l'importanza legislativa di s. B., il quale nel suo codice avrebbe assimilato anche questi elementi, come altri preesistenti, fondendoli nell'originalità della sua concezione. Ma la nuova ipotesi ha bisogno di più completa dimostrazione ed ha incontrato numerosi oppositori (tra essi ricordiamo per tutti B. Capelle, Cassien, le Maître et st Benoît, in Recherches de théologie ancienne et médiévale [1939], pp. 110-18). Che sia stata scritta dal patriarca per incarico espresso della Sede Apostolica, desiderosa di dare una codificazione alla vita monastica, così come quasi contemporaneamente per opera di Giustiniano e di Dionigi il Piccolo la ricevevano la vita civile e la vita clericale, è quanto hanno sostenuto recentemente d. Chapmann e, indipendentemente da lui, anche il card. Schuster.
Ma non si può ritenerla uscita tutta di getto dalla penna dell'autore: è invece un codice che si è venuto formando e modificando gradualmente, in base alle esigenze della prassi quotidiana. Probabilmente quindi alcune parti,
quali, ad es., quella che ordina il cursus liturgico e quella che forma il codice penitenziale, hanno avuta una esistenza indipendente, anteriore anche al resto, cui sono state poi unite. L'autografo della Regula (con l'aggiunta, tutto al più, dell'aggettivo sancta, come sembra fosse il titolo originario) è andato perduto da parecchi secoli. I Cassinesi, riparando a Roma dopo la prima distruzione del loro monastero (577), lo portarono con sé. Restituito da papa Zaccaria (ca. 742) alla comunità riformatasi sulla santa montagna, fu portato di nuovo via dai monaci scampati alla strage devastatrice dei Saraceni (883) e perì nell'incendio del monastero di Teano (896), ove si erano rifugiati. Solo un frammento si conservò per molti secoli ancora a Montecassino quale reliquia e scomparve nelle perturbazioni
della fine del sec. XVIII. I manoscritti che attualmente ci restano possono ridursi a tre tipi o famiglie: quelli che riproducono il testo puro, quelli che danno un testo interpolato, quelli infine che hanno un testo misto. I primi si riallacciano al testo originario, perito a Teano, attraverso una copia fatta sull'esemplare, che l'abate di Montecassino, Teodemaro, inviò nel 787 a Carlomagno. Questa copia, conservata in una trascrizione eseguita verso l'820 in Aquisgrima da due monaci di Reichenau, è contenuta nel
BENEDETTO, santo - Medaglia di s. B.
codice di S. Gallo (914) e venne riprodotta a Montecassino nel 1900 da d. Germano Morin, che utilizzò i precedenti studi di d. Ambrogio Amelli. Parimenti si riallaccia al testo originario, ma indipendentemente dal manoscritto di S. Gallo, il gruppo di codici che costituisce la tradizione cassinese. Accanto a questo testo, ben presto venne a formarsene un altro lievemente modificato per ragioni pratiche, ossia per adattamento e dilucidazione, ed è quello che si trova riprodotto nel più antico manoscritto della Regola giunto fino a noi: Hatton 48, della biblioteca Bodleiana di Oxford, scritto a Canterbury verso il 700. A questa epoca stessa rimonta il terzo gruppo del testo detto « receptus ». Compare infatti fin dall'VIII sec. nel commento di Paolo Diacono e fu usato generalmente fino ai nostri giorni, poiché offriva il vantaggio di correggere il testo originario, rendendolo più intelligibile.
La Regola fu volutamente scritta sotto l'influsso del latino volgare, senza quindi « quella lima che all'autore sarebbe stata possibile in conformità della sua cultura » (A. Lentini). Ma essa, che giustamente s. Gregorio dice « discretione praecipuum, sermone luculentam », nelle classiche movenze ritmiche del cursus rivela lo studioso che doveva spontaneamente « sentire all'orecchio quei vari tipi di chiusa dei periodi e dei metri a cui l'aveva abituato fin da giovinetto la scuola ». Ciò quindi, più che le dubbie reminiscenze classiche, tradisce la cultura dell'autore, che nelle pubbliche scuole deve aver compiuto almeno gli studi di grammatica e di retorica, e forma un sicuro criterio da tener presente nella scelta fra le varie lezioni dei codici.
2) Il contenuto. - Per il modo con cui si è venuta gradatamente formando, non si può pretendere dalla Regola un rigoroso ordine logico nella successione dei singoli capitoli: vi si possono invece distinguere delle grandi linee.
Poste le basi della vita cenobitica e ascetica nel prologo e nei capp. I-VII, nei seguenti capp. VIII-XVIII sono le
norme della preghiera liturgica e comune, mentre i capp. XIX-XX indicano lo spirito che deve vivificarla insieme con l'orazione privata. Sistemata così la vita spirituale, si passa a stabilire l'ordinamento del monastero. I capp. XXI-XXX ordinano la casa nelle sue linee generali, mentre i capp. XXXI-LVII ne regolano il regime materiale. Dal cap. LVIII al LXI si tratta del reclutamento. Il gruppo seguente, capp. LXII-LXVII, dispone la gerarchia e l'ordine della comunità, le sue relazioni con l'esterno. I rimanenti capitoli, dal LXVIII al LXXII, sono delle aggiunte posteriori, intese a delucidare dei punti particolari di disciplina o di ascetica, in relazione soprattutto alla vita di comunità. Il cap. LXXIII costituisce l'epilogo.
Chiudendo quella che egli chiama « minimam in-choationis regulam », s. B. rinvia il discepolo desideroso di ulteriore perfezione alle dottrine dei SS. Padri e della Scrittura Sacra. Il suo codice, secondo l'espressione di Bossuet, è il compendio del Vangelo, del cristianesimo. La frase di s. Gregorio, che riconosce in lui l'erede spirituale di tutti i giusti, va intesa nel senso più ampio. Non solo egli riproduesse nella sua vita, come il biografo ne dà le prove, le virtù e i prodigi degli antichi padri, ma nella sua Regola ricapitolò le dottrine ascetiche dei predecessori, adattandole al mondo latino. Quel che di vago e impreciso era nella legislazione monastica anteriore, ebbe da lui una sistemazione definitiva e autorevole. Pur muovendosi nelle grandi linee tradizionali, riesce a creare un'opera originale: i materiali già erratici vengono a costituire un edificio organico. E perché questo possa essere aperto a tutti, nel suo spirito di discernimento e di equilibrio, rigetta tutto ciò che può essere eccessivo. Egli legifera perciò unicamente per i cenobiti, ma intende che la vita loro sia veramente comune, con esclusione di ogni manifestazione di individualismo, spesso indice di quell'egoismo che vuole totalmente bandito. Alla volontà arbitraria del capo del monastero sostituisce l'autorità di un codice stabile. Anche nel permettere altri usi, richiede che non siano difformi dai principi fondamentali e che la scelta sia sottratta all'arbitrio dei singoli per restar riservata all'abate.
Questo edificio riceve coesione e garanzia di sicurezza dal voto di stabilità. È con esso che s. B. prende decisa posizione contro il vagabondaggio e l'arbitrio individuale, i mali che affliggevano e minacciavano il monachismo dei suoi tempi. Con esso il monaco restava fissato quasi da un'ancora spirituale nella sua via di perfezione, nel santo proposito di perseverare in monastero fino alla morte. Ed il cenobio benedettino assume così quella fisonomia giuridicamente stabile, che, mentre lo rende il modello della vita religiosa, offre alle anime un saldo riparo. In questa piccola società, immagine in sé completa ed autonoma
di quella più grande unione dei fedeli che è la Chiesa, ogni anima desiderosa di vivere più intimamente la vita cristiana trova le condizioni per poter sviluppare al sicuro i germi soprannaturali in sé depositi con il Battesimo. Senza proporsi determinati e particolari fini esteriori, il legislatore intende preparare per queste anime, che muovono alla ricerca di Dio, da cui si erano allontanate con la disubbidienza della colpa, una scuola, una milizia, un'associazione. Ivi potranno apprendere e, nello stesso tempo, praticare il servizio divina, quasi in un vero paedagogium del coeleste palatium. Ma soprattutto quest'ambiente è una famiglia, i cui singoli membri lavorano a riprodurre in se stessi l'immagine del Figlio di Dio, sotto la
guida di un padre, che rappresenta la paternità divina, e nella pratica del grande preeetto cristiano dell'amore per i fratelli. Colui che è il centro e cardine di questa famiglia, l'abate, fa le veci del Cristo, e riunisce nella sua persona gli uffici di maestro e di padre. In questa Regola, eminentemente cristocentrica, è ignorata la parola, si cara ai moderni, di superiore: chi presiede al monastero, al posto e in nome di Cristo, ha il carattere e le funzioni di un padre

BENEDETTO, santo - Regola di s. B. (sec. XII).
Benevento, cod. della biblioteca Capitolare.
(abbas = padre), non di un'autorità temuta; e l'ufficio suo, più che rigida custodia di una disciplina e mantenimento dell'ordine, è la cura delle anime. Scelto dalla comunità e canonicamente installato, la sua carica è di per sé perpetua, come quella dei pastori della Chiesa e dei padri naturali, senza altri limiti che quelli voluti dalla legge di Dio, dalle disposizioni della Chiesa e dalla stessa Regola.
Se l'autorità paterna dà consistenza e carattere a questa famiglia, il raccoglimento e la separazione dal mondo assicurano le necessarie condizioni di ambiente perché vi si possa senza impedimento attendere alla ricerca di Dio. Ogni anima infatti, da parte sua, deve procurare ciò, tendendo, nell'imitazione del Cristo, ad una adesione completa della propria volontà a quella del Signore, mediante l'obbedienza; al conoscimento di se stessa, nell'esercizio dell'umiltà; ad una totale rinuncia del proprio io e di ogni privato bene materiale, con la castità e la più completa povertà personale, per cui deve sperare il necessario dalla provvidenza del padre di famiglia, con la pratica ancora dell'amore fraterno, che sarà l'elemento vivificatore di quest'ambiente donde ogni egoismo è fondamentalmente bandito. In una parola, il discepolo si terrà in una continua disposizione a vivere alla presenza di Dio, in un perfetto rinnegamento di se stesso.
Questa vita di unione a Dio si traduce nella preghiera, specialmente in quella che forma l'occupazione principale, non il fine del monaco, l'opera di Dio, cioè la preghiera liturgica e comune, espressione
della perfetta comunità di vita. Anche in questo caso s. B. si è fatto consigliare dalla discrezione e l'ha notevolmente ridotta in paragone degli antichi monaci. Essa dividerà la giornata del monaco insieme con il lavoro, altro elemento essenziale, che il legislatore nobilita ed estende, sì che ora et labora sarà poi nei secoli il motto sintetico della sua Regola. E se il lavoro assumerà le forme più varie secondo i tempi e i luoghi, sarà però sempre tale da salvaguardare l'unica preoccupazione del Santo, quella di condurre le anime a Dio. In vista di questo fine esclusivo, la casa, come una vera domus Dei, sarà «saggiamente amministrata», in modo che «nessuno vi sia rattristato o conturbato». Sarà quindi necessario che l'abate, non potendo far tutto da sé, affidi a altri «parte dei suoi pesi». Se il numero dei monaci è grande, essi verranno divisi in gruppi di dieci affidati alle cure immediate di decani; uno di essi, con il nome di preposito, potrà, se proprio lo si crederà necessario, coadiuvare direttamente l'abate e farne le veci. La Regola enumera pure altre cariche, i cui ufficiali attualmente disimpegnano anche le attribuzioni degli antichi decani: il cellerario, che avrà cura di tutti i beni temporali «quasi padre per tutta la comunità»; il maestro dei novizi, «un seniore pieno di sollecitudine» nell'esaminare le disposizioni dei candidati; il foresterario «la cui anima sarà piena di timore di Dio»; l'infermiere anch'egli fornito di timor di Dio; il portinaio «un vecchio saggio a cui l'età impedisca di vagabondare».
Tutti questi incarichi vanno esercitati secondo le direttive date dall'abate, il quale può rimuovere ciascuno
scuno dall'ufficio, qualora lo creda. Oltre questi aiuti, l'abate ha quello di una duplice categoria di consiglieri. Sebbene infatti spetti a lui di regolare e disporre ogni cosa nel proprio monastero, pure s. B. vuole che tutto sia fatto con il consiglio sì da non dar luogo a vani pentimenti. Perciò nei casi ordinari l'abate chiederà il parere dei seniori tra i fratelli, i quali costituiscono quasi il senato del monastero. Ma nelle questioni più gravi tutti, come è naturale in una famiglia, saranno chiamati a consiglio. Così il potere discrezionale e paterno dell'abate viene soprannaturalmente temperato e la forma di governo cenobitico, fondamentalmente familiare, appare come un felice equilibrio fra quella monarchica, oligarchica e democratica.
Da questa società nessuna età, nessuna condizione o razza è esclusa: il goto e il romano, il nobile e lo schiavo, il vecchio e il fanciullo, tutti vi possono trovar posto, poiché «in Cristo siamo tutti un'unica cosa». Alla professione, pubblicamente fatta nell'oratorio con la esplicita promessa della stabilità, obbedienza e conversione di costumi, o conversazione, (gli altri voti sono compresi in questi), va premesso un anno di noviziato, in un locale separato, e vi si leggerà tre volte per intero la Regola. I fanciulli (oblati) sono offerti dai genitori. Fra indoli e persone così diverse la disciplina vi è garantita più dall'amore che dal timore servile. Lo stesso codice penitenziale che s. B. ha dovuto adottare per il bene della comunità, a proteggerne e conservarne la carità, è senza confronti più mite delle altre regole monastiche del tempo.
Quel che la pittura medievale pone in mano al Santo, non pare già, come pur sostengono alcuni autori moderni, una verga, ma uno strumento per indicare i segnali delle ore. Questo compito delicato, e a quei tempi anche non facile, è dalla Regola riservato all'abate. Tutto deve essere fatto alle ore stabilite, secondo l'orario che è fondamentalmente modellato sulla divisione della giornata romana e, come essa, variabile sì che ogni azione possa svolgersi alla luce del sole. Al sonno sono in media attribuite più di otto ore, compresa la dormizione pomeridiana nell'estate, ma la Regola ignora l'interruzione del sonno notturno mediante la recita dell'Ufficio. Il resto del tempo vien diviso fra la preghiera, la lettura e il lavoro. Fra gli esercizi della vita comune tengono un posto importante i pasti, a cui s. B., contraddicendo al particolarismo di altre regole, vuol che partecipino tutti insieme: vi si conserverà il silenzio, prestando attenzione alla lettura fatta ad alta voce. I fratelli, capaci di compiere quest'ufficio, vi si succederanno a turni settimanali, così come nel servizio della mensa e della cucina. Anche i pasti sono regolati da quello spirito di discrezione che si fa tutto a tutti, per tutti guadagnare a Dio. È questo principio comune dell'amore, nella sua duplice forma verso Dio e verso il prossimo, che fonde i due aspetti della comunità monastica, di scuola cioè del servizio divino e di famiglia, in un'unica società il cui centro vero è Cristo.
La diffusione di queste società, ossia la propagazione della Regola benedettina fu enorme (v. BENEDETTINI). Questo piccolo codice, che nei secoli della stampa ha avuto edizioni si numerose da non poter essere sorpassate che da quelle della S. Scrittura e dell'Imitazione di Cristo, divenne ben presto la «Regula sancta», la «Regula patrum», la Regola per eccellenza, sul cui modello e sulle cui direttive mosse posteriormente tutta la vita religiosa in Occidente. E l'influsso fu sì grande in tutti i campi e sotto tutti gli

Fra le traduzioni italiane: [G. Fornari], La Regola dei monaci, Montecassino 1921; P. Lugano, Roma 1929; S. Vismara, S. B. nella sua vita e nella sua Regola, Milano 1929; antichi volgarizzamenti sono stati editi, fra gli altri, da G. De Luca, S. B., vita e Regola, Firenze 1923. Una copiosa bibliografia è data anche da R. Bourreiss, Bibliographie der Benediktinerregel, in Studien und Mitt. zur Geschichte des Benediktiner-Ordens, Reigerri bei Brünn 1940, pp. 3-20.
Fra i commenti della Regola, numerosissimi dal sec. VIII ai giorni nostri, citiamo solo: P. Delatte, Commentaire sur la Règle de St Benoît, Parigi 1913, con continue ristampe:
I. Schuster, La Regula monasteriorum, 2ª ed., Alba 1945, e il recente di G. Herwegen, Sion und Geist der Benediktinerregel, Einsiedeln 1944, ricco di erudizione ma con vedute troppo particolarmente personali. Per lo stile della Regola, oltre il Linderbauer, S. Benedicti Regula mon. philologisch erklärt, Metten 1922, è indispensabile tener presente A. Lentini, Il ritmo prosoico nella Regola di s. B., in Miscellanea cassini, 23 (1942); id., S. B., la Regola, testo versione e commento, Montecassino 1947, costituisce un eccellente manuale per le varie esigenze dei lettori.
Per una sintetica esposizione dei principi della Regola: M. Wolter, Praecipna ordinis monastici elementa, Bruges 1880, trad. II. e rid. di T. Leccisotti, Montecassino 1937; C. Butler, Benedictine monachium, 2ª ed., Londra 1924 (trad. franc. di C. Grolleau, Parigi 1924); C. Marmion, Il Cristo ideale del monaco, trad. II. di M. Galli, Praglia 1931; G. Morin, L'ordine monastico e la vita della società cristiana nei primi secoli, trad. it., Sorrento [1934]; D. Gorge, A l'école de St Benoît. La vie intérieure pour notre temps, Parigi 1937; Anon., Un giorno nella casa di s. B., 2ª ed., Montecassino 1938; A. Stolz, L'ascesi cristiana, Brescia 1943, che inquadra la Regola nell'ascesi generale del cristianesimo.
2) S. Gregorio Magno, Dialogorum liber II. Esso è tutto dedicato a s. B.; essenzialmente opera di edificazione, è però sostanzialmente degna di fede, anche a giudizio di critici moderni. L'edizione più notevole dei nostri tempi è quella di U. Moricca, in Fonti per la storia d'Italia (ed. Istituto Storico Ital., LVII), Roma 1924. Molte altre edizioni anche del solo I. II. Traduzioni ital., oltre quelle già citate sotto i nomi di De Luca, Lugano, Vismara; A. Fiorini, Vita e miracoli di s. B., 2ª ed., Montecassino 1924; V. ARTOTIRITI, Fioretti degli antichi padri, Milano 1925 (tutti i dialoghi).
3) Un'altra fonte, indipendente dal raccolto gregoriano, è il Carmen de s. Benedicto del poeta Marco, che sarebbe stato un discepolo del Santo. Qualche moderno lo vorrebbe invece composizione più recente, forse del sec. VIII. Ma la tesi tradizionale ha ancora fautori autorevoli; fra essi M. Galdi, Il Carmen di Marco poeta e l'apoteosi di s. B., Napoli 1929, con il testo e trad. it., in versi, Altra edizione: PL 80, 183-84.
II. - Per una prima informazione su s. B. e l'opera sua
consigliamo: C. Butler, op. cit.; S. Vismara, op. cit.; Ph. Schmitz Histoire de l'ordre de St Benoît, I, Maredsous 1942. Fra le biografie: L. Tosti, S. B., Montecassino 1892, che sebbene criticamente invecchiata, conserva sempre il suo carattere di notevole opera d'arte; J. Herwegen, S. B., trad. II. sulla 3ª ed. tedesca, Montecassino 1932, che è il più interessante studio moderno sulla figura e sul carattere del Santo; L. Salvatorelli, S. B. e l'Italia del suo tempo, Bari 1929, che, nonostante le tendenze razionalistiche dell'autore, è tra le più notevoli ricostruzioni storiche; J. Chapmann, St. Benedict and the sixth Century, Londra 1929, opera di valore, ma con vedute personali non sempre accettabili; I. Schuster, La storia di s. B. e dei suoi tempi, 2ª ed., Milano 1943, che quasi sotto forma di commento al racconto gregoriano lo inquadra magistralmente nell'epoca vissuta dal Santo: questo rifacimento, più che nuova edizione, dell'opera
nella sontuosità della veste e nell'abbondanza della illustrazione fotografica forma quasi un monumentale corpus per la storia di s. B.
III. - Sulla medaglia lo studio ultimo più completo è quello di B. Danzer, Die Benediktus-Medaille, Ihre Geschichte, Gebrauch und Wirkungen, St. Ottilien 1928; V. anche G. Fournier, Sur les origines de la médaille de St Benoît, in Revue liturgique et monastique, 16 (1930-1931), articoli vari per uno studio rimasto incompiuto a causa della morte dell'autore.