PIETRO, APOSTOLO, SANTO

PIETRO, APOSTOLO, santo. - Primo degli Apostoli, costituito da Gesù capo della sua Chiesa.

SOMMARIO: I. Vita. - II. S. P. a Roma. - III. Martirio. - IV. Sepolcro. - V. LETTURE. - VI. Liturgia. - VII. Iconografia. - VIII. Apocrifi. - IX. Legende.

I. VITA - Il suo nome ricorre nel Nuovo Testamento in quattro forme: Σιμεών (Simeone, da Sim'ōn, forma semitica: Act. 15, 14; II Pt. 1, 1), Σιμιών (Simone, forma più comune, abbreviazione grecizzata della precedente), Κηφᾶς (lat. Cephas, trascrizione dell'aramaico Kēphá', che significa «roccia»), Πέτρος (lat. Petrus, traduzione del precedente soprannome aramaico, imposto a Simone da Gesù [Io. 1, 42]). Suo padre si chiamava Giovanni ('Ιωάν[ν]ης: Io. 1, 42; 21, 15-17) o Giona. In Mt. 16, 17 Simone vien detto figlio di Giona (Βαριωνά; V. BAR IONA), ma può darsi che il nome Iona, attribuito al padre di P. (dalla Volgata anche in Io. 1, 42), sia un'abbreviazione di Ioannes (forse dovuta ad una svista del traduttore greco di Mt. 16, 17: U. Holzmeister [V. BIBLICA.], p. 6).

P. Bethsaida (v.) presso il lago di Genezareth, ove esercitava la pesca con il fratello Andrea (v.), chiamato pure all'apostolato, LEBBEO (v.), MAGGIORASCATO (v.) Giovanni (v.), divenuti poi anch'essi apostoli.

Dal fatto che P. aveva a Cafarnao la suocera, guarita da Gesù (Mt. 8, 14; Mc. 1, 30 sg.; Lc. 4, 38), risulta che P. era sposato; non si conosce con certezza il nome della moglie, chiamata Giovanna dagli Orientali e Perpetua dagli Occidentali; non si sa neppure se la moglie era ancora in vita al tempo della vocazione di P. Alcuni esegeti hanno voluto identificare la moglie di P. nella «donnasorella» che Cephas conduceva seco nelle peregrinazioni apostoliche (I Cor. 9, 5), ma la cosa è lungi dall'essere provata. Si trattava, probabilmente, di una donna cristiana (domestica o diaconessa) che seguiva P. e gli altri missionari ivi elencati, sulla tradizione che attribuisce a P. PETRONILLA, SANTA (v.).

P. e Giovanni sono chiamati «illetterati e ignoranti» dai sinedriti (Act. 4, 13): segno che non avevano frequentato le dotte scuole rabbiniche. Avevano però Giovanni Battista (v.). Questo è certo per i figli di Zebedeo e per Andrea: probabile per Simon-P. La vocazione di P. all'apostolato avvenne per gradi. Quando fu presentato dal fratello Andrea a Gesù con le parole: «Abbiamo trovato il Messia», ne ebbe il soprannome di Cephas (Io. 1, 42). Fu presente al miracolo di Cana (ibid. 2, 2-11), si stabilì poi con Gesù a Cafarnao (ibid. 2, 12). Fu chiamato definitivamente all'apostolato dopo la prima pesca miracolosa (Lc. 5, 11; Mc. 1, 18; Mt. 4, 22), divenendo così «pescatore di uomini».

BIBL.: U. Holzmeister, Vita s. Petri Apostoli, premessa al Commentarius in primam Epistolam s. Petri, Parigi 1937 (con abbondante bibl.); E. Florit, Il primato di s. P. negli Atti, Roma 1942; G. Glez, Pierre (St), in DThC, XIII, coll. 247-244; V. MacNabb, Testimonianze del Nuovo Test. a s. Pietro (trad. II. di M. De Luca, Brescia 1943); P. De Ambroggi, S. P. Apostolo, Milano 1944; id., Le epistole cattoliche, Torino 1949, pp. 88-91; O. Hophan, Gli Apostoli, trad. II. di G. Scattolon, Torino 1950, pp. 41-76; Fliche-Martin-Frutz, I, 2ª ed., Torino 1942.

Pietro De Ambroggi

II. S. P. A ROMA. - Il papa Clemente nella sua Lettera ai Corinti, scritta tra il 18 sett. 96 e il 25 genn. 98 (A. Casamassa, I Padri Apostolici, Roma 1938, p. 49), ricordato il martirio dei santi fondatori P. e Paolo, attesta che a questi uomini di santa vita si aggiunse una moltitudine di eletti che in mezzo a tanti supplizi costituirono fra noi un magnifico esempio (I ad Cor.: PG 1, 217-21). Ignazio di Antiochia, martirizzato a Roma sotto Traiano, scrivendo in viaggio ai fedeli dell'Urbe, li supplica perché egli non può dare loro ordini, come P. e

Paolo (Ad Rom., IV, 3). Il vescovo Dionigi di Corinto, rivolgendosi tra il 165-70 al vescovo di Roma, Sotero, testimonia esplicitamente che Roma e Corinto hanno avuto come fondatori delle rispettive Chiese gli stessi apostoli P. e Paolo (Ad Rom., in Eusebio, Hist. eccl., II, 25, 8). La stessa testimonianza è data pochi anni dopo da s. Ireneo, vescovo di Lione (Contra haeres., III, 3, 3) e più tardi da Tertulliano (Adversus Marcionem, IV, 5, 2: CSEL, 47, 430). Egli inoltre chiama « beata » la Chiesa di Roma per la quale gli Apostoli profusero il loro sangue, dove P. si è adeguato alla Passione del Signore (De praescr., 36, 2). Commodiano attesta che Nerone « Petrum et Paulum prius punivit in urbe » (Carmen Apologet., 828: CSEL, 15, 169). Pietro Alessandrino ed Atanasio indicano Roma come luogo del martirio dei due principi degli Apostoli (Epist. canon., 9, 9: PG 18, 484; Apol. de fuga sua: PG 25, 668); lo stesso afferma due volte Gregorio Nisseno (In s. Stephanum, 2: PG 46, 729; Epist., 17: PG 46, 1061). S. Giovanni Crisostomo ripete più volte che s. P. morì in Roma (Contra Iudaeos et Gentiles, 9: PG 48, 825; In s. Ignatium, 4: PG 50, 593; In Psalm., 48, 6: PG 55, 232; In Rom., 32, 2 sg.: PG 60, 678). Qualunque sia l'interpretazione che si voglia dare a qualche espressione del contesto del carme, posto da Damaso (366-84) « in catacumbas », è indiscusso che egli rivendica P. e Paolo quali cittadini romani per il loro martirio: « Roma suos potius meruit defendere cives » (A. Ferrua, Epigramm, Damasiana, Città del Vaticano 1942, pp. 139-44). Mentre non si può fissare con sicurezza l'anno della venuta di s. P. in Roma, si ha invece una serie di indubbie testimonianze, che egli a Roma subì il martirio e a Roma ebbe il suo sepolcro. Se più volte si è tentato di negare la venuta di s. P. a Roma, a cominciare dagli eretici del sec. XIII, altrettante volte essa è stata confermata anche da dotti protestanti, quali A. Harnack e sopra tutti H. Lietzmann (Petrus und Paulus in Rom, 2a ed., Berlino-Lipsia 1927; id., Gesch. der alten Kirche, I, ivi 1932, p. 20) e specialmente Petrus römische Martyrer, in Sitzungsbericht der Preuss. Akad. der Wissenschaft, Philolog. Hist. Klasse, 29 [1936], pp. 1-21) in cui confuta Daunenbauer (1932) e K. Heuss (1936).

III. MARTIRIO

1. L'anno

Le fonti e gli interpreti non sono d'accordo per quel che riguarda l'anno del martirio di P. Infatti nel Catalogo, detto Liberiano, si legge che l'apostolo P. « passus est autem cum Paulo die III Kal(endas) Iulias, consulibus suprascriptis », cioè il 29 giugno dell'anno in cui furono consoli Nerone e Vetus, cioè nel 55. Tale anno per la morte dell'Apostolo fu ritenuto da Th. Mommsen (Über den Chronographen des Jahres 354, in Abhandlungen der Königl. der Sächsisch. Gesellsch. der Wissenschaftl., 1 [1850], pp. 634-37) e più tardi, poi, da H. Kellner (Jesus von Nazareth und seine Apostel, Ratisbona 1908, pp. 216-43). La morte di P. è assegnata all'anno 57 nei « Fasti Vindobonenses priores » e nei « Consularia Ravennatia », mentre i « Consularia Constantinopolitana » pongono il martirio all'anno 58 (ed. Th. Mommsen, in MGH, Auct. antiquis., IX, pp. 283, 194, 220). Non pochi autori pongono la morte di s. P. nell'anno 64, facendolo coincidere con quello dell'incendio di Roma, avvenuto nel mese di luglio. Tale è l'opinione, tra i protestanti, di C. Erbes (Die Todsstage der Aposteln Petrus und Paulus, Berlino 1899, pp. 1-138); A. Harnack (Chronologie, I, Lipsia 1897, p. 242); T. Zahn (Grundriss der Gesch. des apostol. Zeitalters, 2a ed., ivi 1927, p. 68); e, tra i cattolici, di L. Duchesne (Hist. ancienne de l'Eglise, I, Parigi 1906, p. 64); P. Franchi de' Cavalieri (in N. Bull. di arch. crist., 13 [1907], p. 113); M. Lagrange (Evang. selon et Luc, Parigi 1921, p. XXXI). Invece altri autori preferiscono l'anno seguente 65. Infatti il testo degli Annali di Tacito frappone un certo tempo tra l'incendio e la persecuzione, sopravvenuta quando « non ope humana, non largitionibus principis aut deum placamentis decedebat infamia, quin iussum incendium crederetur. Ergo abolendo rumori Nero subdidit reos » (XV, 44). Tale fu già l'opinione di D. Papebroch (Acta SS. Iunii [Parigi 1867], § 2, 17-25, pp. 367 B-369 B) e in epoca più recente di O. Marucchi (La crocifissione di s. P. in Vatic., in N. Bull. arch. crist., 11 [1905], pp. 137-53; A. Profumo (Le fonti ed i tempi dell'incendio

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PIETRO, APOSTOLO, santo - I ss. P. e Paolo affrontati e coronati. Vetro a fondo dorato (sec. IV) - Biblioteca Vaticana, Museo sacro.
(fot. Biblioteca Vaticana)
neroniano, Roma 1906, pp. 306-15, 320-27). S. Epifanio pose la morte di s. P. e di s. Paolo al dodicesimo anno dell'Impero di Nerone (Hom., 27, 6, 6: PG 41, 373 B); tale opinione fu seguita da L. Tillemont (I, p. 179). Ma nella EUGENIO (v.), nel Chronicon Gallicum (ed. Th. Mommsen, in MGH, Auct. antiquis., IX, p. 639) e in Agapio (PO 7, 478) il martirio di P. è indicato al tredicesimo anno dell'Impero di Nerone che va dal 3 ott. 66 al 12 ott. 67, a meno che non si debba contare tale anno dalla seconda volta che Nerone ottenne la potestà tribunicia, cioè dal 10 dic. 54. Clemente romano pone il martirio di s. Paolo (I Cor. 5, 7) ἐπὶ τῶν ἠγαμένων, cioè nel 67, quando Nerone, partito per la Grecia, lasciò il governo di Roma a Sabino, Tigellino e ad Elio Cesarino (Dione Cassio, 63, 12, 19); ma il termine « egumeni » può significare anche giudici ordinari, e non è sicura la contemporaneità del martirio di Paolo con quello di P. S. Girolamo pone l'anno della morte di s. P. all'ultimo anno di Nerone (P. «...Romae... cathedram sacerdotalem tenuit ad ultimum annum Neronis, id est decimum quartum» [De viris illustr., 1: PL 23, 638]) e la stessa data ripete per s. Paolo (De viris illustr., 5: PL 23, 647) come pure nella versione della Cronaca d'Eusebio (ed. R. Helm, in CB, XXIV, Lipsia 1913, p. 185). Girolamo inoltre scrisse che l'apostolo P. fu martirizzato due anni dopo la morte di Seneca, che avvenne nel 65, e perciò nel 67, data che fu scelta da C. Baronio (Annales, I, nn. 1-4).

2. Genere

Il primo scrittore cristiano, il quale attesta la crocifissione di P. è Tertulliano, sia riferendosi alla predizione fatta da Gesù Cristo stesso (Io. 21, 18-19) circa il martirio dell'Apostolo (Scorpiace, 15: CSEL, 20, p. 178), sia dichiarando che P. col suo martirio si è adeguato alla Passione del Signore (De praescr., 36, 2). Lattanzio distingue il genere di martirio inflitto da Nerone ai due Apostoli e indica che P. fu crocifisso (De mortibus persecutorum, II, 6: CSEL, 27, p. 175); come farà anche Eusebio (Hist. eccl., II, 25, 5). Pietro vescovo e martire d'Alessandria (300-11) ricorda che P., primo degli Apostoli, fu più volte in prigione e da ultimo crocifisso in Roma. Crocifisso pure lo afferma ripetutamente s. Giovanni Crisostomo (In Gen., 66: PG 54, 657; In II Tim., 5, 2: PG 62, 626; In Pent. et initium Act., 8: PG 51, 109), mentre Girolamo indica che P. lo fu a capo all'ingiù, a sua richiesta, sentendosi indegno di essere martirizzato nella stessa maniera del suo Signore (De viris illustr., 1: PL 23, 639). Questo genere di martirio era proprio in uso al tempo di Nerone, perché il filosofo

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PIETRO, APOSTOLO, santo - Negazione di s. P. Bassorilievo dei maestri Campionesi (1170-1220) - Modena, cripta del Duomo.
(fot. Orlandini)
contemporaneo Seneca afferma di aver veduto croci di varie fatture, alle quali alcuni schiavi erano sospesi con la testa in giù (Consol. ad Marc., 20). Origene scrive che s. P. fu crocifisso con la testa in giù, dietro sua espressa domanda al carnefice (Euseb., Hist. eccl., III, 1, 2). Inoltre sei sarcofagi cristiani (quattro romani e due delle Galilei), tutti del sec. iv, offrono la scena dell'apostolo P. condotto al martirio da un milite preceduto dal carnefice che porta lo strumento del martirio: la croce (Wilpert, Sarcofagi, pp. 168-69; figg. 99 e 100; tavv. 121, 4; 146, 1; 145, 1; 16, 1-2).

3. Luogo

Quanto al luogo del martirio esso è indicato nel Martyrium Petri dello pseudo Lino « ad locum qui vocatur Naumachiae, iuxta obeliscum Neronis, in montem » (in R. A. Lipsius, Acta Apostol., apocr., Lipsia 1891, pp. 11-22). Nel più tardivo racconto dello pseudo Marcello è Nerone stesso il quale ordina che P. e Paolo siano messi a morte « nella naumachia ». Il Lib. Pont. indica il luogo del martirio prossimo a quello del sepolcro che pone « in templum Apollonis iuxta locum ubi crucifixus est, iuxta palatium Neronianum in Vaticanum, in territurium Triumphale Via Aurelia », così nella biografia di s. P. (I, p. 52); l'indicazione topografica viene ripetuta per la traslazione delle sue reliquie dal luogo « in catacumbas », che viene attribuita al papa Cornelio, il quale le avrebbe deposte « iuxta locum ubi crucifixus est, inter corpora sanctorum episcoporum, in templum Apollinis in monte Aureum, in Vaticanum, palatii Neroniani, III Kal. Iul. » (I, p. 150).

IV. SEPOLCRO

La più antica testimonianza circa il luogo della sepoltura dell'Apostolo è il noto passo del « vir ecclesiasticus Gajus » il quale, nel suo scritto polemico contro Proclo, capo della setta dei catadrigi (montanisti), scrisse « Se tu vai al Vaticano o sulla via di Ostia, io ti posso mostrare i trofei (τράπευα) dei fondatori di questa chiesa », in Eusebio, Hist. eccl., II, 25. Girolamo scrive che P. fu sepolto a Roma in Vaticano, presso la Via Trionfale, dove è venerato da tutto il mondo (De vir. ill., 1: PL 23, 639). Il luogo è indicato nella 2ª red. del Lib. Pont. nella biografia di P. nel modo seguente: « P. sepultus est via Aurelia, in templum Apollinis, iuxta locum ubi crucifixus est, iuxta palatium Neronianum, in Vaticanum, iuxta territurium Triumphalem III Kal. Iul. » (I, 118). Nella biografia di Cornelio il Papa l'avrebbe riportato « de Catacumbas iuxta locum ubi crucifixus est, inter corpora sanctorum episcoporum, in templum Apollinis, in monte Aureum in Vaticanum, palatii Neroniani III Kal. Iul. » (ibid., p. 150). Secondo la biografia di Silvestro, Costantino fece la basilica di S. Pietro « in templum Apollinis, cuius loculum cum corpus sancti Petri ita recondit » (I, p. 176). Che la Basilica Costantiniana sia sorta « in templum Apollinis » è affermato come si è visto per tre volte nel Lib. Pont. Ma nei recenti scavi, in tutto l'ambito della confessione non sono state trovate altre vestigia che di sepolcri; nulla che autorizzi a ricercarvi il « templum Apollinis » sopra ricordato. Assai sommarie e contrastanti erano le notizie pubblicate sulla natura del sepolcro di s. P. In precedenza si può dire che gli scavi e le sco-

perte archeologiche erano state sempre occasionali e se ne conosceva quel tanto che era stato trasmesso da Pietro Mallio, da Maffeo Vegio, dai ritrovamenti del 1594 e del 1626, nell'ambito della Confessione. G. Settele, incaricato insieme con E. Sarti dell'Appendice all'opera di F. L. Dionisi sulle Grotte Vaticane, uscita nel 1846, compì alcune ricerche nella nicchia dei pallii. Risulta dal suo diario che egli rimise in evidenza il cancello di Innocenzo III, rimosse la lastra metallica di Innocenzo X, riconoscendo che essa « posava sopra un muro che ha un buco quadrato, sotto il quale è un vano, come lo descrive il Borgia nella Vaticana Confessio (p. LXIX). Ma calato giù un lume, si è veduto che alla profondità di cinque palmi erano cementi e tra questi un osso di una costa ed un pezzo di legno » (R. Cugnoni, Giuseppe Settele e il suo diario, Roma 1888). In base alla Vita Silvestri nel Lib. Pont. gli archeologi ritennero che il sepolcro dell'Apostolo fosse sotterraneo e G. Wilpert ne tentò anche una ricostruzione, quantunque il Duchesne avesse ammonito non ritenere attendibili i dati forniti dal biografo del sec. vi (Lib. Pont., I, p. 194, n. 61; L. Duchesne, Notes sur la topographie de Rome au moyen âge, Vaticana, XII, in Mélanges d'arch. et d'hist., 35 [1915], p. 67).

Ora per la prima volta negli annali della storia, dal 1939 al 1949, per iniziativa personale del Sommo Pontefice Pio XII, si sono putute compiere esplorazioni nell'ambito della Confessione della Basilica Vaticana, coronando così la sua personale aspirazione, formulata ancor prima della sua elevazione alla Cattedra di S. Pietro.

Nel 1939, dovendosi provvedere alla tomba di Pio XI nelle Grotte Vaticane, lo stesso papa Pio XII volle venisse abbassata la quota del pavimento di dette grotte e venisse data una più degna sistemazione alle tombe dei suoi predecessori, ivi esistenti. Quindi si iniziarono le esplorazioni nella Confessione. L'andamento degli scavi fu sempre condizionato alle esigenze statiche della Basilica, specialmente nelle due parti più delicate, quali l'ambito dei piloni della cupola, le fondazioni delle Confessioni medievale e di Clemente VIII, dell'altare maggiore dello stesso Papa e del baldacchino berniniano. La relazione degli scavi compiuti è stata edita da B. M. Apollonji-Ghetti, A. Ferrua S. J., E. Josi, E. Kirschbaum S. J., Esplorazioni sotto la Confessione di S. Pietro in Vaticano eseguite negli anni 1940-49, con appendice numismatica di C. Serafini (2 voll., Città del Vaticano 1951). Se si discende oggi nella Confessione, dov'è la statua di Pio VI in preghiera (eseguita dal Canova), si ha dinanzi la splendente decorazione a marmi policromi di Paolo V, proprio sotto l'altare papale. Nel centro sta un ricco cancello in bronzo dorato; dietro questo c'è un altro cancello in alto, pure in bronzo dorato, sul quale è incisa una iscrizione metrica di Innocenzo III (1198-1216). Dietro tale grata è fissata una tavola di quercia, lunga ca. m. 2,35 e alta cm. 36,5, su cui sono applicate due colonnette e un frammento di torre merlata a smalto di Limoges. La decorazione originaria si può ricostruire, come ha fatto lo Stohlman, mediante gli esempi di antependii offerti alle cattedrali di Orense e di S. Domingo de Silos, tanto più che le statuine che vi appartennero sono oggi nel Museo sacro della Biblioteca Vaticana.

Nel centro stava Gesù Cristo in trono tra i simboli dei quattro Evangelisti e i dodici Apostoli, distribuiti in due gruppi di sei, sotto gli archi delle mura della città turrita di Gerusalemme; in altri termini si tratta della stessa rappresentazione che ca. otto secoli prima vi aveva posto l'imperatore Valentiniano III al tempo di Sisto III (432-40). Nel piano della nicchia è situato un cofano argenteo offerto da Benedetto XIV per contenere i sacri pallii che vengono benedetti dal papa ogni anno, la sera della vigilia di s. P. In fondo si apre una nicchia absidata irregolare con a destra e a sinistra in musaico gli apostoli P. e Paolo, del tempo di Urbano VIII, ma restaurati sotto Pio IX. Nel fondo dell'abside spicca il musaico con l'immagine di Cristo, barbato, con lunghi capelli, con nimbo crucigero; con la destra egli fa il gesto oratorio, nella sinistra tiene il libro aperto sulle cui pagine si legge: « Ego sum via, veritas et vita, qui credit in me vivet ». Il musaico però ha subito molti e non sempre felici restauri

che hanno assai alterato l'originale ed è perciò di difficile datazione; fu attribuito a Leone III, ma sembra più tardo. Al di sotto del cofanetto dei pallii si trova un pavimento decorato di marmi e di una lastra di bronzo posta da Innocenzo X (1644-55). Nel 1892 il p. H. Grisar aprì lo sportellino esistente sulla destra di detta lastra e rinvenne un'apertura quadrata di cm. 22 × 17 che immette ad un pozzetto che al Grisar sembrò rivestito di bronzo, mentre è di marmo; esso scende per una profondità di oltre 35 cm., dove lo stesso Grisar constatò l'esistenza di una lastra di marmo bianco con un'apertura quadrata che immette in un piccolo vano a muratura irregolare. Tale è la descrizione data con molta diligenza dal Grisar (Le tombe apostoliche, in Studi e documenti di storia e diritto, 13 [1892], p. 321 sgg.; Analecta Romana, Roma 1899, p. 274 sgg. e tav. VIII). Le spoglie dell'Apostolo vennero deposte presso il luogo stesso del martirio nella zona acclive del colle vaticano, in una semplice fossa nella nuda terra, ricoperta da qualche embrice, proprio uno di quei sepolcri che lo storico Tacito qualifica di « humili sepultura » (Hist., I, 49). Si sa dai quattro Evangeli che il corpo del Redentore era stato chiesto da Giuseppe d'Arimatea a quella stessa autorità romana che aveva emesso la sentenza di crocifissione e che Pilato « dedit corpus ». Infatti la legge romana stabiliva che « corpora damnatorum quibuslibet petentibus ad sepulturam danda sunt ». Del resto questo « ius sepulchri » venne poi concesso a tutti gli altri martiri romani, perfino a Sisto II e ai suoi quattro diaconi commartiri « incontinenter animadversi », perché sorpresi il 6 ag. dell'anno 258 sull'area stessa del cimitero di Callisto. Per il corpo del discepolo P. avvenne come per il divino Maestro. La sua sepoltura ebbe luogo in un'area del colle vaticano dove sembra già fossero altre tombe, come quella γ, ancor più profonda, composta di un sarcofago di terracotta protetto da un muro contenente un tubo fittile per le libazioni, emergente dalla superficie del terreno, come si è riscontrato in altre tombe di Roma e altrove. Un'altra fossa più ad oriente, θ, contenne un altro cadavere pure deposto nella nuda terra; essa fu coperta da embrici, uno dei quali col marchio di fabbrica di uno « Stat. Marcius Demetrius » (CIL, XV, 1273 a) che E. Dressel datò al tempo di Vespasiano (69-79); ma bolli della stessa officina furono trovati anche nelle navi di Nemi del tempo di Caligola (G. Gatti, in G. Ucelli, Le navi di Nemi, Roma 1938, p. 337 sgg.). E si deve mettere in rilievo che tanto γ quanto θ hanno la stessa disposizione est-ovest, obliquando verso sud-ovest, allo stesso modo che fu disposta la tomba dell'Apostolo. A sud-est di questo campo P. dopo il 123 e non oltre la metà del sec. II, venne eretto il mausoleo dei Matucci, O, come attesta il « titulus » ancora a posto nella facciata, dinanzi alla quale è un « ambitus » delimitato da un muro in opera reticolata che immette ad una scala costruita all'estremità occidentale del mausoleo stesso, di cui è contemporanea. Posteriormente al mausoleo Matucci e ad occidente di esso venne eretto il mausoleo S, danneggiato poi in gran parte nel 1626 dalle fondazioni del pilastro sud-est di posa del baldacchino di G. Lorenzo Bernini, sovrastante l'altare maggiore di Clemente VIII. A monte, delimitato da muri, fu il campo Q, tutto occupato da tombe a inumazione all'aperto, ricoperto da un pavimento a musaico in tessere di basalto; l'accesso a detta area fu da sud, mediante un « clivus » e una scala; al di sotto del « clivus » a m. 2,30 di profondità fu fatto passare un fognolo, che convogliò le acque piovane discendenti dal colle; il suo fondo è costituito di laterizi costruiti in serie; quattro di essi portano il marchio di fabbrica « Aurelii Caesaria et Faustinae Augustae », offrendo la datazione tra il 147-161, datazione che è comune al grosso muro di protezione riconosciuto per un'altezza di almeno m. 2,50, per una lunghezza di m. 7 da nord a sud, spesso ca. m. 0,50, rivestito di coccio pisto e di intonaco rosso e distinto perciò con la qualifica

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PIETRO, APOSTOLO, santo - Pianta della Memoria apostolica. Il trofeo di Caio, le tombe a inumazione adiacenti i mausolei e l'area a inumazione a nord.
(fot. Brc. Fabbrica di S. Pietro)
di « muro rosso ». Tutto ciò venne eseguito quando il ripido « clivus » sud-nord venne sistemato mediante una scala praticata per accedere al campo Q e al solarium del mausoleo R¹ che intanto era stato costruito. L'operaio che costruì il muro rosso passò sopra la parte occidentale del sepolcro dell'Apostolo, che aveva già ricevuto un muretto di protezione m¹, intonacato all'interno, che ne fa supporre un altro m²; ma allora fu praticata nello stesso muro una rozza nicchia irregolare N¹ della profondità di 21 cm. per cm. 72 di larghezza e m. 1,40 di altezza ca.; essa ebbe al di sopra una lastra di marmo spezzata, già adibita per un mausoleo, perché contenente l'iscrizione d'un « Aelius Isidorus ». Al di sopra nel vivo del muro rosso fu praticata una seconda nicchia N², larga m. 0,72 rivestita di lastrine di marmo grigio e coperta da una lastra di travertino sostenuta da due colonnine corinzie di marmo bianco alte m. 1,40; le loro basi, che mostrano l'incassatura per un cancello pure ad oriente, poggiavano sopra una soglia di travertino appartenente ad un quadrato battentato. La colonna di sud fu trovata ancora a posto, la base e un troncone del fusto della nord furono spostati in seguito. Al di sopra si apre una terza nicchia N² larga m. 1,12, alta m. 0,92. Ma questo abbellimento del sepolcro attesta che esso era già allora frequentato e venerato dalla comunità cristiana di Roma; infatti Eusebio dichiara che vi affluivano « miriadi » di visitatori da ogni parte dell'Impero romano (Theophania Syriaca, IV, 7: ed. H. Gressmann, in CB, XI, 2, Lipsia 1904) e viene perfino confermato da Giuliano l'Apostata (Cirillo di Alessandria, Contra Iulianum: PG 76, 1004 sg.). L'esplorazione ha rimesso in luce proprio quanto, fin dal sec. II, era additato, venerato e riconosciuto come il trofeo di Pietro. Il vano sottostante alla nicchia N², intravisto dal Settele e dal Grisar, fu ritrovato occupato da frantumi di muri e ossa umane di persona anziana; tra le terre fu raccolta una lamina d'oro su cui è rappresentata nel centro una croce gemmata tra due occhi, di fattura del sec. VII, evidentemente un ex-voto per una guarigione ottenuta. Le terre restituirono pure una preziosa documentazione di offerte di ignoti pellegrini di tutte le età e di tutti i paesi che lasciarono il loro obolo alla tomba (v. sotto). Intanto altri sepolcri, sempre unicamente a inumazione, si erano andati praticando tutto intorno; assai antica è anche la tomba γ; mentre non molto posteriore è la tomba ζ; invece il sepolcro i può essere venuto insieme col muro rosso, mentre quelli κ e λ sono posteriori; postcostantiniani poi sono α, β, δ, ε.

Altre opere di rinforzo furono in seguito necessarie dal lato nord, dove il muro rosso presenta una fenditura e perciò il monumento ebbe spostata la colonnina a nord e ricevette un muro di rinforzo di ca. 50 cm. di spessore, e ca. 90 di lunghezza, ricoperto a nord da uno strato d'intonaco decorato che subito ricevette le testimonianze di visitatori, i quali vi graffirono i loro nomi gli uni sugli

altri. « Simplici vivite in ♣ Nicasi vibas in ♣; Victor cum suis Gaudentia vibatis in ♣, ecc. Paulina vivas, Prima vivas; in ♣ Venerosa Vea, Verus, Bonifatia, Venerosa, Vea », ecc. Ma in tale parete graffita venne però ad un certo momento praticata un'apertura per sistemare nell'interno del muro stesso una cassetta composta di lastre di marmo e destinata probabilmente a contenere reliquie. Il tutto venne rinchiuso mediante una mano di calce che si sovrappose ai graffiti. Ciò avvenne indubbiamente prima dei lavori costantiniani che occultarono definitivamente la parete stessa. Dopo la pubblicazione della relazione degli scavi, sul muro rosso, dietro la cassetta, il p. A. Ferrua identificò un graffito a lettere greche invocante IIETP(E) e ne dette notizia in Cte. Catt., 1952, I, pp. 15-29, fig. 3. Nessun luogo era meno adatto di questo del Vaticano per costruire una basilica a cinque navate in un terreno scosceso da sud a nord e da est a ovest; occupato a valle da un sepolcreto pubblico, non di semplici liberti, « de Caesaris domo », ma anche da molti mausolei di liberti di note famiglie romane, quali i Marci, i Matucei, i Popilii, i Tullii, i Valeri (dove si scoprirono graffiti e iscrizioni cristiani ora allo studio) ecc. Gli architetti di Costantino si contentarono di includere in un rivestimento marmoreo il trofeo additato da Gaio. Essi infatti circondarono a nord, ad ovest e a sud il monumento con lastre di paonazzetto posate su basi pure di paonazzetto, ritrovate « in situ » a nord e a sud, mentre nel lato ad oriente rimase visibile la nicchia. Nel centro del transetto si ebbe così un piccolo edificio, il quale, sempre secondo il Lib. Pont., sarebbe stato abbellito con colonne di porfido e con altre colonne vitinee provenienti dalla Grecia. Inoltre dinanzi al sepolcro Costantino avrebbe posto una corona di oro formante lampadario con 50 delfini, del peso di 35 libbre. Lo Gnirs pubblico nel 1908 un prezioso cofanetto di avorio rinvenuto presso la confessione della chiesa di Samagher (Istria: V. tav. 99 del vol. VI). La decorazione della faccia posteriore rappresenta il presbiterio di una basilica con un architrave sostenuto da sei colonne vitinee e nel mezzo un tabernacolo o piccolo edificio sormontato da una corona. Le tipiche colonne vitinee fecero subito pensare allo Gnirs stesso e poi a M. Cerrati, a G. Wilpert e a P. Toesca che si fosse riprodotto il presbiterio della basilica del Vaticano col monumento dell'Apostolo. Gli architetti costantiniani furono costretti a costituire una enorme piattaforma contro il colle che si ergeva a settentrione e ad occidente. La necropoli romana (v. VATICANO) venne sepolta sotto tale piattaforma; le due forti pendenze est-ovest e sud-nord vennero annullate, non solo demolendo quanto poteva essere d'ostacolo alle fondazioni del nuovo edificio, ma anche quanto delle parti superiori dei mausolei stessi era al di sopra della quota di livello prescelta, a ca. cioè m. 1,30 dal sepolcro dell'Apostolo. Tutti i vuoti vennero riempiti con materiale di scarico, una vera « congestio terrarum », dopo avere immesso nell'interno numerosi sarcofagi che si erano riempiti di ossa dei sepolcri minori trovati nelle pendici del colle; lo stesso materiale di scarico venne imbrigliato per mezzo di murature.

Il pavimento del presbiterio costantiniano è composto di spesse lastre marmoree; sussistono gli avanzi delle sue recinzioni a nord e a sud e ivi il piano di posa di due delle sei colonne vitinee. Altri danni ebbe il sottosuolo dalla costituzione d'un vero e proprio cimitero cristiano sotto il pavimento della Basilica Costantiniana, con « formae » e sarcofagi, come si rinvennero, nella basilica « Apostolorum in catacumbas », sarcofagi frequenti soprattutto nell'ambito dell'abside e del presbiterio. Gregorio di Tours riferisce quanto aveva appreso dal suo diacono Agisifo che aveva visitato il Santuario apostolico nel 589-90. Egli indica il « sepulchrum sub altari collocatum » e di non facile accesso « valde rarum habetur ». Per appressarvisi occorreva venissero aperti i cancelli che lo circondavano « reseratis cancellis, quibus ille ambitur » e allora si giungeva sopra il sepolcro stesso « accedit super sepulchrum »; si doveva poi aprire una piccola finestrina « et sic fenestella parvula patefacta » si poteva introdurre il capo e implorare le grazie di cui si aveva necessità « immissio introrsum capite, quae necessitas promit

efflagitat » (De gloria martyrum, 27: PL 71, 728). Due dunque erano le chiusure che proteggevano il sepolcro; un cancello esterno e una « fenestella parvula » che si poteva aprire. A queste due chiusure si riferiscono i legati imperiali nella loro petizione a papa Ormisda. Essi, tra il 514 e il 523, erano venuti a Roma inviati dall'imperatore Giustiniano, domandando al Papa di avere, quali reliquie, oggetti che fossero stati vicino ai sepolcri di s. P. e di s. Paolo, se fosse stato possibile « usque ad secundam cataractam »; per « cataracta » si è ritenuto finora doversi intendere un pozzetto verticale presso la tomba dove si sarebbero calati gli oggetti. Gregorio di Tours riferisce pure che molti pellegrini si facevano fare chiavi d'oro identiche a quelli che chiudevano i cancelli del sepolcro dell'Apostolo e le sostituivano per portarselo benedette come rimedio contro le malattie. La consuetudine di queste chiavi d'oro è confermata da una lettera di Gregorio Magno in cui egli scrive di inviare a Giovanni ex console, patrizio e questore, una chiave di quelle che servivano a chiudere i cancelli del sepolcro di s. P.; egli la chiama « sacratissima » perché contiene limature delle catene dell'apostolo; sembra che tali chiavi venissero anche portate al collo per devozione.

La decorazione musiva della nicchia dei pallii giunta a noi con ripetuti e non sempre felici restauri, come si è detto, non è certo anteriore a Leone IV (847-55). Molti sono i lavori compiuti da Leone IV « post depredationem Saracenorum » nella Basilica Vaticana. Il biografo ricorda tre « imagines argenteas totasque exauratas » poste « in corpus beati Petri » (Lib. pont., II, p. 111); poco dopo però descrive l'anguatia del Papa « cum cotidie beatissimi apostolorum principis Petri sacratissimum altare cerneret violatum »; egli allora rivestì d'oro e di argento « non tantum confessionem sacram, verum etiam frontem sepediciti altaris » (ibid., p. 113); poco dopo si parla di un altare « quod supra sanctissimum beati Petri apostoli corpus consistit » (ibid., p. 133). Il Lib. Pont. indica che dai Saraceni le basiliche di S. P. e di S. Paolo « funditus depredatione sunt » (II, p. 106). Gli Annales Bertiniani dichiarano che i Saraceni apporterono « cum ipso altari, quod tumbae memorati Apost. principis superpositum fuerat, omnibus ornamentis atque thesauris ». Tracce evidenti delle depredazioni furono constatate sotto lo sportello di Innocenzo X, dove un triplice rivestimento di piombo è stato trovato spezzato, violentemente contorto nei suoi labbri, come anche la stessa sorte ebbe a soffrire una sottilissima lamina d'argento, unici avanzi metallici rinvenuti sul sepolcro stesso.

L'altare del presbiterio sopralevato era fatiscente nel sec. XII e Callisto II lo racchiuse nel suo che consacrò il 25 marzo 1123; su di esso nel 1594 si eresse l'attuale altar maggiore di Clemente VIII. Delle tante tombe rinvenute, l'umile sepoltura dell'Apostolo è l'unica che presenta le indubbie testimonianze di abbellimento posteriori e di ininterrotta venerazione fin dal tempo del presbiterio Gaio, cioè dallo scorcio del sec. II. Le 1900 monete, l'ex-voto in oro, il triplice rivestimento di piombo, la sottile lamina d'argento costituiscono le prove evidenti della sua venerazione, rimasta sempre localizzata dove sorse il sontuoso rivestimento costantiniano, dove gli altari si sovrapposero l'uno sull'altro; quello del presbiterio sopralevato, di Callisto II, di Clemente VIII, restando sempre nei secoli il centro della venerazione e del culto.

Infatti dal Liber Diurnus risulta che l'indiculum scritto da ogni nuovo vescovo langobardo eletto era indirizzata allo stesso apostolo P. e deposto sul corpo dell'Apostolo « supra sacratissimum corpus tuum beate Petre »; lo stesso nuovo papa, il giorno della sua elezione indirizzava all'Apostolo la sua « promissio fidei » che era presentata insieme con il giuramento alla Confessione dell'Apostolo, mentre il giorno della consacrazione, la « cautio » indirizzata alla Chiesa di Roma era offerta alla Confessione e conservata « in venerabile corpus tuum beate Petre apostole » (formula 76: ed. Th. V. Sickel, Vienna 1889, pp. 80-81). Il biografo di Adriano I attesta che Carlomagno, il 6 apr. 774, depose il testo della sua donazione, firmata da lui e dai suoi dignitari, prima sull'altare dell'Apostolo, poi nella Confessione « intus super corpus beati Petri...

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“PIETRO, APOSTOLO, SANTO.” Enciclopedia Cattolica, vol. IX (1952), p. 844. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/pietro-apostolo-santo.