LEONE XIII, PAPA. - Vincenzo Gioacchino Pecci, n. a Carpineto (Frosinone) il 2 marzo 1810, m. a Roma il 20 luglio 1903. Sesto dei sette figli di Ludovico Pecci, colonnello delle milizie baronali della sua regione, e di Anna Prosperi Buzi, di Corti. Di nobiltà anagnina. All'età di otto anni fu affidato al Collegio dei Gesuiti a Viterbo, insieme con il fratello, Giuseppe, maggiore di lui. Passato a Roma al Collegio Romano, ebbe a maestro il Perrone. Di pietà profonda, sobrio e semplice nel costume, cagionevole di salute, dal temperamento meditativo e ponderato, dall'ingegno sagace: primeggiò negli studi, specie teologici e letterari, nella poesia latina, didascalica e satirica. Sentì alto il decoro della famiglia, altissimo l'onore della Chiesa. All'Accademia dei Nobili ecclesiastici (1832) e poi prelato, celebra la prima Messa a S. Andrea al Quirinale (1838) avendo a prete assistente il fratello Giuseppe, fattosi gesuita.
Dopo un mese è inviato a Benevento quale delegato pontificio e nel 1841 a Perugia, con lo stesso ufficio. Considerato arcivescovo di Damietta, è inviato nunzio a Bruxelles (1843). La sua nunziatura è molto laboriosa, soprattutto per un dissenso con il governo sulla questione dell'insegnamento, che provoca anche l'intervento del ministro d'Austria a Bruxelles. Richiamato a Roma, il Pecci è nominato vescovo di Perugia, ove si insedia dieci giorni dopo la elezione di Pio IX. Qui, egli resterà trentadue anni (nel 1853 è creato cardinale) mentre il movimento nazionale italiano procede: nel 1859 una insurrezione ordita, a Perugia, da un gruppo di cospiratori, è repressa da un battaglione di pontifici provenienti da Roma (la polemica liberale parlò delle «stragi di Perugia»); nel 1860, Perugia viene annessa al Regno d'Italia e il Pecci, nelle difficoltà contingenze, mostra temperanza di atteggiamento, ma senza accomodamenti e senza debolezze, anzi in taluni casi con grande coraggio; basti ricordare il luttuoso episodio del pio sacerdote Santi. Le truppe regie erano appena entrate nella città che un tale cercò di vendicarsi del predetto sacerdote riferendo al gen. De Sonnaz di averlo veduto sparare dalla finestra sui piemontesi. Il generale con giudizio sommario condannava il Santi alla fucilazione. L'arcivescovo intervenne con accenti così magnanimi e con tale apostolica fermezza da commuovere l'intera cittadinanza: ma tutto fu vano, mentre a soli pochi giorni dall'esecuzione venne provata, dallo stesso arcivescovo, l'innocenza della vittima.
Pur restando fautore convinto della necessità del governo civile della S. Sede, egli, notoriamente, non condivise i metodi e le valutazioni politiche del card. Antonelli, che per ventisette anni fu segretario di stato di Pio IX. Questa differenziazione di giudizi (che può essere segnalata anche nelle lettere pastorali perugine del 1876-77-78) si connette, forse, con il soggiorno nel Belgio, che mise il Pecci a contatto con un mondo nuovo: una nazione cattolica a regime liberale, non concordatario,
un paese aperto a tutti i progressi moderni, nel quale i cattolici partecipavano alla vita pubblica. Alla morte dell'Antonelli (1876), il Pecci, fatto camerlengo di S. Romana Chiesa, lascia l'esposito di Perugia, pur mantenendo l'amministrazione. Alla morte di Pio IX (1878) il Conclave - che il Pecci, quale camerlengo, aveva preparato per essere tenuto a Roma - dopo due giorni (18-20 febbr.) lo elegge pontefice ed egli prende il nome di L. XIII.
Il suo pontificato fu subito previsto come di transizione, anche a causa dell'età di lui, e di tendenze medie. A parte le previsioni sull'età, smentite da venticinque anni di governo - il più lungo, dopo S. Pietro e Pio IX - egli dà fin dai primi atti l'impressione che voglia affermare il pensiero della Chiesa di fronte ai problemi del tempo, non tanto per segnalare contrasti e pronunciare condanne, compito assolto dal suo predecessore, quanto per profilare possibilita di convergenze. Tipica la previsione di R. Bonghi, che salutava in L. il dottore dalle ampie visioni dottrinali (il Lumen de coelo della pseudoprofezia) che avrebbe dato al pontificato il «suo stampo».
La prima enciclica, Inscrutabili (21 apr. 1878), descrive i mali della società, ai quali la Chiesa offre i rimedi, sul piano spirituale e civile. Il richiamo alla pietà dei fedeli è effettuato con particolare insistenza sulla devozione al Rosario (encic. Supremi Apostolatus, 1° sett. 1883) e molti altri documenti collegati con la devozione a s. Giuseppe (encic. Quamquam pluries, 15 ag. 1889) e alla S. Famiglia (lett. Novum argumentum, 20 nov. 1890). L'incremento della devozione al S. Cuore viene espresso solennemente all'inizio del secolo, con la consacrazione del genere umano (encic. Animum Sacrum, 25 maggio 1899). L'apostolato religioso dei fedeli è affatto soprattutto al Terz'ordine di s. Francesco (encic. Auspici-cato concessum, 17 sett. 1882), e ciò determina pure un vasto movimento di cultura francescana. Ripristina le celebrazioni nella Basilica Vaticana, che dopo il 7°o erano state sospese, comprese le beatificazioni e le canonizzazioni, che nel 1897 vengono riprese a S. Pietro. Tra i santi e i beati del suo pontificato (in tutto, ca. cinquanta) i Sette Fondatori, il La Salle, il Zaccaria, il Labre, Rita da Cascia.
Notevole l'inizio delle cause di beatificazione di Tommaso Moro e di Giovanna d'Arco. La celebrazione dell'Anno Santo 1900, che egli vuole contro molte difficoltà, è un evento di alta importanza, che riprende con successo la serie dei Giubilei, interrotta nel 1825, e corona i molti pellegrinaggi italiani ed esteri affluiti a Roma per i Giubilei personali di lui, specie per quello episcopale (1888), con la grandiosa Esposizione Vaticana che aduna cospicui omaggi da tutto il mondo.
L'educazione del clero egli considera prevalentemente dal punto di vista intellettuale, adottando l'insegnamento del tommismo nelle scuole clericali. Iniziativa costante (encic. Aeterni Patris, 4 ag. 1879; Cognita nobis, 15 febbr. 1882; Fin dal principio, 8 dic. 1902) che sottrae la cultura cattolica ai capricci di un eclettismo eccessivo e suscita tentativi felici di rinnovamento (ad es., la scuola neotomista di Lovanio, con il Mercier). La cultura tomista vuole affiancata da una vasta formazione letteraria e sociale, con la fondazione del S. Minario Leoniano a Roma (la cattedra dantesca a mons. Poletto). Il clero regolare richiama a disciplina unitaria con l'Unione Leoniana delle fondazioni francescane facenti capo ai Minori e la organizzazione federativa dei Benedettini (1893) con l'abbazia di S. Anselmo a Roma (1900). Non molte le approvazioni di nuove fondazioni; ma notevoli quelle dei Padri Bianchi (Lavigerie), dei Canonici dell'Immacolata (Grea), dei Sacerdoti del S. Cuore (Dehon), del Divin Verbo, dei Pallottini. Favorisce lo sviluppo dei Salesiani e il santuario e le Opere del Rosario a Pompei (Bartolo Longo).
La ricostituzione della gerarchia nei paesi separati, il rafforzamento della Chiesa orientali, la presenza attiva della Chiesa di fronte agli scismatici persegue con energia, procurando di porre la S. Sede in buone relazioni con i governi civili dei rispettivi paesi. Tra i primi significativi atti: la lettera per il ristabilimento della gerarchia nella Scozia (4 marzo 1878), l'allocuzione sulle Chiese orientali (28 febbr. 1879), l'enciclica sui ss. Cirillo e Metodio (30 sett. 1880), il discorso ai pellegrini slavi (5 luglio 1881).
Il più interessante movimento filocattolico si verifica in Inghilterra, a seguito della scuola di Oxford (tra i primi cardinali creati da L. è il Newman), e riprende (1889) con l'incontro di lord Halifax e del lazzarista Portal, e con la proposta del riconoscimento delle Ordinazioni anglicane. Una commissione romana respinge la proposta (1896) ma tuttavia il fervore degli studi e delle discussioni giova molto alla causa del cattolicesimo.
Nel vicino Oriente, le migliorate relazioni diplomatiche con la Russia avvantaggiano non solo i cattolici della Polonia ma concorrono, anche, a suscitare tra gli ortodossi correnti di simpatia per il cattolicesimo (tipica l'opera di W. Soloviev). In Egitto, Grecia, Turchia, Caldea, l'azione di L. dà buoni risultati; non così in Bulgaria (con l'apostasia del re Ferdinando, 1895) e in Armenia, ove i ripetuti massacri di cristiani (1895-96) risultano non repressi dal Sultano. All'incremento delle Chiese orientali contribuisce il solenne Congresso eucaristico di Gerusalemme (1893). Particolari relazioni con i maroniti e i copti.
L'attività missionaria di L. è assai laboriosa: in India è rinvigorita con la fine dello scisma di Goa (1886) e lo stabilimento della gerarchia; in Indocina, una forte persecuzione (1885) promette una ripresa; in Cina, l'opposizione xenofoba alle missioni con la persecuzione del 1900 che L. cerca di fronteggiare con la costituzione di una nunziatura a Pechino, ostacolata però dalla Francia; in Giappone, si costituisce la gerarchia (1891); in Corea, si proclama la libertà religiosa. In Africa, il Lavigerie elabora nuovi metodi di evangelizzazione presso gli Arabi (Sudan, Sahara, l'Africa settentrionale, con la restaurazione dell'arcivescovo di Cartagine, 1884). Nel Congo, L. ottiene garanzie per le missioni (Conferenza di Berlino, 1885). Nell'Uganda, la violenta persecuzione (1887) prelude a forti conquiste; in Abissinia, il fiorente apostolato

un paese aperto a tutti i progressi moderni, nel quale i cattolici partecipavano alla vita pubblica. Alla morte dell'Antonelli (1876), il Pecci, fatto camerlengo di S. Romana Chiesa, lascia l'
di mons. Massaia (creato cardinale) capeggiato dai Capuccini francesi e italiani.
Alta importanza L. conferisce all'azione antischia-vista (encicl. In plurimis, 5 maggio 1888; Catholicae Ecclesiae, 20 nov. 1890), in concorso con i governi civili, favorendo le associazioni nazionali promosse dal Lavigerie (in Italia, con Filippo Tolli, 1888).
Nelle relazioni con le nazioni cristiane e i rispettivi governi, l'atteggiamento di L. è sempre quello di creare relazioni positive con la Chiesa, considerata come frutrice di civiltà, in armonia con le aspirazioni dei popoli e dei tempi. L'azione di lui, incessante e serrata, a mezzo della diplomazia, dell'episcopato, dei cattolici organizzati è strettamente collegata con il suo insegnamento, organico e coerente sui piani della cultura religiosa, della dottrina politica e sociale. Dagli scritti e discorsi di lui è possibile trarre una enciclopedia del pensiero cattolico contemporaneo (la Chiesa, lo Stato, i cattolici e i partiti, la famiglia, le pubbliche libertà, la questione sociale, la democrazia...). Impulsi innovatori alla cultura religiosa (lettera sugli studi storici, 18 ag. 1883; encicl. Providen-tissimus, sugli studi biblici, 18 nov. 1893), che provocano iniziative numerosissime (tra le quali, la Scuola biblica di Gerusalemme, l'Università di Friburgo, la Commissione biblica, l'Opera di Ludovico Pastor). Notevole che L. anche quando (come nell'encicl. Immortale Dei, 1° nov. 1885, sulla costituzione degli Stati; encicl. Libertas, contro il liberalismo, 20 giugno 1888) enuncia i contrasti più stridenti tra la dottrina cattolica e alcune dottrine moderne, lascia sempre la possibilità di leali accordi di fatto, in virtù della distinzione, largamente elaborata dai canonisti moderni, tra la tesi e l'ipotesi. L'affermazione che la Chiesa non ha preferenze per determinati regimi politici è congiunta con la dichiarazione della dottrina sociale, con l'encicl. Rerum novarum (15 maggio 1891), che è il più caratteristico documento leoniano, le cui direttive, feconde di innumerevoli sviluppi in tutti i paesi, sono riprese dai suoi successori.
Tra i paesi nei quali l'azione di L. si è fatta sentire più intensa, pure in diverse condizioni di ambiente, sono da ricordare gli Stati Uniti, la Germania, la Francia, l'Italia.
L'incremento sorprendente del cattolicesimo americano, non sorretto né da una tradizione nazionale, né da una legislazione concordataria, è seguito con il maggiore interesse da L. (lett. Longinqua, 1° genn. 1895), che crea cardinale il più insigne rappresentante di esso, mons. Gibbons. Alcuni atteggiamenti dei cattolici – che più risentono della modernità del costume – suscitano controversie vivaci (la questione dei Cavalieri del lavoro è risolta; non così quella della partecipazione dei cattolici al Parlamento delle Religioni, disapprovata con lettera al delegato apostolico, 8 sett. 1895): la lettera al Gibbons sull'americanismo (22 genn. 1899) dà a tali controversie una soluzione temperata. L'apostolo degli emigranti italiani, s. Francesca S. Cabrini, riceve da L. il mandato di consacrare agli Stati Uniti le sue fatiche.
All'avvento di L. il Kulturkampf di Germania segna, dopo la «questione romana», la più deplorevole situazione religiosa, nel centro dell'Europa: un colloquio di mons. Aloisi Mosella con Bismarck (19 luglio 1878) apre una serie di contatti, che presto divengono negoziazioni. L. mira alla abrogazione delle «leggi di maggio» e Bismarck asseconda la pace religiosa a condizione che il Papa favorisca l'appoggio, molto conteso, del potente partito cattolico del Centro, diretto dal Windthorst. Grande risonanza, intanto, suscita il gesto con il quale Bismarck offre al Papa (che in una lettera famosa chiama «sire») la mediazione per la vertenza delle Isole Caroline con la Spagna. Il Kulturkampf virtualmente ha fine con la votazione di una legge concordata (29 apr. 1887). Nell'anno stesso, poco prima, il nunzio Galimberti esponeva a Bismarck, che non dava seguito alla conversazione, la possibilità di mettere d'accordo Francia e Germania per risolvere la «questione romana». Il nuovo imperatore, Guglielmo II, si reca a Roma, ospite del Re d'Italia, e visita solennemente il Papa (12 ott. 1888).

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**FIG. 1.** (fot. Giordani)
**LEONE XIII, papa - Ritratto. Studio dal vero di F. A. László (1900) - Roma, proprietà contessa Pecci-Blunt.**
In Francia, la situazione politica, con il fallimento della restaurazione monarchica (1873 e 1877), conduce alla repubblica, dapprima moderata, poi indotta, auspice Gambetta (1878), nel più acceso anticlericalismo. Il nuovo nunzio, mons. Czacki (1879-82), procura di attenuarre i contrasti e di avviare, attraverso un lento gioco di sondaggi, alla soluzione che sembra decisiva: allo scopo di dirimere l'opposizione monarchica, che ha con sé la maggioranza del clero e dei cattolici militanti. L. riafferma (encicl. Sapientiae Christianae, 10 genn. 1890) la indifferenza della Chiesa di fronte ai regimi politici e autorizza il card. Lavigerie (con il clamoroso toast di Algeri, 12 nov. 1890) a proclamare il rallimento dei cattolici francesi alla Repubblica. La parte massonica non accetta il rallimento e, anzi, inasprisce i contrasti religiosi (lotta contro le Congregazioni, affare Dreyfus, ecc.) per giungere con il ministero Combes (1902) alla abolizione del Concordato (1905).
In Italia la «questione romana» determina situazioni opposte a quelle degli altri paesi: per «ra-gioni gravissime», è vietato ai cattolici di partecipare alla vita pubblica (non expediti), il che li pone fuori e contro il regime uscito dal Risorgimento. L. attenua le asprezze dell'opposizione 1870-78, e lascia, specie fino al 1887, che i cattolici conciliatoristi esprimano voti di pacificazione; ma egli non ne vede la possibilità se non con la storica e giuridica garanzia di una sovranità civile. Lascia talvolta che si manifestino iniziative volte a risolvere quello che egli chiama il funesto dissidio (come nel 1887 con il famoso opuscolo del p. Tosti, sollecitato da Crispi), ma poi, soprattutto per la implacabile ostilità massonica, torna sulle vecchie posizioni. In occasione della turpe aggressione alla salma di Pio IX (1881) e poi della gazzarra settima per il monumento a G. Bruno (1889) si parla della eventualità della par-
tenza del Papa da Roma, perché egli ritiene intollerabile la soggezione della S. Sede ad un governo che pretende di aver risolto la questione romana con la legge delle Guarantie e con quelle contro gli Ordini religiosi, le scuole cattoliche, le opere piene (1588) le stesse associazioni cattoliche. Tale contrasto trasferito sul campo internazionale (e reso più acuto dal contrasto del ministro italiano, Crispi, col card. Rampolla, segretario di Stato (1887-1903), pone la diplomazia pontificia contro la Tríplice (alla quale però Bismarck resta fedele) e a favore della Duplice franco russa. L'istanza della questione romana, che prevale nella politica leoniana, non attenua i valori che essa realizza in tutti i paesi con la partecipazione dei cattolici alla più fervida attività nazionale e con le affermazioni del programma sociale, intitolato alla democrazia cristiana.
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**Biografie:** T. Serclae, Le pape Léon XIII, 3 voll., Parigi 1894-1906; A. J. Boyer d'Agen, Le jeunesse de Léon XIII, 1886; La prélature de Léon XIII, 1900; H. des Hoxx, Joachim Perci, 1900; J.-A. Guillemin, Vie et pontificat de Léon XIII, 2 voll., 1902; N. Schneider, Leo XIII, sein Leben n. Wirken, Kempten 1903; M. Spahn, Leo XIII, Magonza 1912; G. Fraikin, L'infanzia e la giovinezza di L. XIII, Grottaferrata 1914; G. Goyau, Léon XIII, in D'Ital, IX (1926), coll. 334-59, da rettificare in base a J. Schmidlin, Papstgesch. der neuesten Zeit, II, Monaco 1934, pp. 331-58; C. Sodenini, L. XIII, 3 voll., Milano 1932-1934, Inoltre: E. Vercesi, Tre papi, L. XIII, Pio X, Benedetto XV, Milano 1929; G. Semeria, I miei quattro Papi, I, 1870; F. Hayward, Léon XIII, Parigi 1937; F. Crispolti, Pio IX, L. XIII, ecc., Milano 1939.
**Studi:** R. Bonghi, L. XIII e l'Italia, Milano 1878; d. L. XIII e il governo italiano, 1882; R. de Cesare, Il Concerto di L. XIII, Città di Castello 1888; G. Goyau, Le Pape, les catholiques et la question sociale, Parigi 1893; P. De Meester, L. XIII e la Chiesa greca, Roma 1905; E. Lecanuet, L'Eglise de France et la Troisième République, II, Parigi 1907; C. Crispolti-G. Aureli, La politica di L. XIII da Galimberti a Mariano Rampolla, Roma 1912; G. Goyau, Bismarck et l'Eglise, Parigi 1913; E.-M. Janvier, Action intellectuelle et politique de Léon XIII en France, 1914; L. Thillet, Les doctrines politiques des Léon XIII, 1920; D. Ferrata, Mémoires, 3 voll., Roma 1920; C. Manfron, Sulle soglie del Vaticano, 2 voll., Bologna 1920; O. Schilling, Staats u. Sociallehre des Papstes Leo XIII, Friburgo in Br. 1925; P. Tischelder, Die Staatslehre Leo XIII, München 1929), Gladbach 1925; d. Leo XIII, in Staats Lexikon, III (1929), coll. 926-60; F. Salata, Per la storia diplomatica della questione romana, I, Milano 1929 (relativamente all'allontanamento di L. XIII da Roma); E. Hocedez, Hist. de la théol. au XIXe siècle, III. Le règne de Léon XIII, Parigi 1947; A. C. Jemolo, Chiesa e Stato in Italia negli ultimi cento anni, Torino 1948, pp. 372-83; F. Chabod, Kulturkampf e Tríplice Alleanza in discussione fra il Vaticano e il governo austro-ungarico nel 1883, in Riv. st. ital., Edinbort 1950, p. 257 sqq.