COLOMBO, Cristoforo. - Il grande navigatore n. in Genova, come è concordemente attestato da documenti di archivio, da dichiarazioni di C. stesso o di suoi familiari e da autorevolissimi contemporanei, come A. Giustiniani, nel 1451, tra l'ag. e l'ott., da modesta famiglia dell'artigianato ligure. Il padre si occupava di commereio, specialmente di lanerie, e Cristoforo dapprima lo coadiuvò, poi fu al servizio di importanti ditte commerciali genovesi, soprattutto i Centurione e i Dinegro, che avevano largo giro di affari in molti paesi mediterranei. In tale qualità, che si potrebbe definire di agente commerciale, fece probabilmente un viaggio a Scio, in tale qualità lo si trova nel 1476 a Lisbona, dove quelle ditte avevano una casa di commercio, e nel 1478 a Madera. Dal 1479 è stabilito definitivamente a Lisbona, e qui, o a Madera, si accasa con Filipa Moniz Perestrello, figlia di un Bartolomeo Perestrello di origine italiana, governatore dell'isola di Portosanto. Sembra che tale matrimonio gli procurasse conoscenze negli ambienti della corte portoghese e lo mettesse a contatto col movimento di espansione commerciale-marittima del Portogallo. Questo paese aveva allora, per privilegi sanciti da bolle pontifice, il monopolio delle spedizioni marittime nell'Atlantico; su una nave portoghese C. compì almeno un viaggio in Guinea, dopo il 1482 . In quel tempo concepì il suo grande progetto, che consisteva nel raggiungere l'Asia orientale, o le Indie come allora si diceva, navigando verso l'Occidente, attraverso l'aperto Oceano, anziché per la lunga via del periplo africano. Tale navigazione, in base ad idee certo molto errate, ma diffuse largamente al suo tempo, era ritenuta da C. molto più breve che non la circumnavigazione dell'Africa.
C., che non aveva seguito studi regolari, si fece, in questi anni, una preparazione cosmografica, leggendo opere assai diffuse al suo tempo (tra esse l'Imago mundi del card. Pietro D'Ailly), nelle quali trovava numerose attestazioni che lo confermavano nella sua convinzione. Di un analogo progetto di navigazione attraverso l'Atlantico, presentato sin dal 1474 al governo portoghese da un detto fiorentino, Paolo dal Pozzo Toscanelli, C. ebbe probabilmente notizia solo più tardi e se ne avvalse per perfezionare e corroborare il suo. Anche C. propose il suo progetto al Portogallo, che lo respinse, e allora C., intorno al 1485 , lasciò il Portogallo con un figlio, Diego, trasferendosi nella Spagna meridionale, dove risiedevano i parenti della moglie, già morta a quel tempo, ed altri agenti di ditte commerciali genovesi. Con l'aiuto di suoi conterranei e di alte conoscenze, avvicinò presto l'ambiente della corte spagnola, espose il suo progetto, da taluni favorito, soprattutto dalla regina Isabella, da altri ostacolato; ma trascurse lunghi anni di dure prove e di disagi prima di poter ottenere d'essere preso in seria considerazione. Le ultime difficoltà furono vinte per l'intervento del priore del convento della Rabida, P. Pérez, e di altri personaggi di quel monastero, presso il quale C. e il figlio Diego avevano trovato ospitalità in momenti difficili. Una speciale convenzione stipulata a S. Fe presso Granata, il 17 apr. 1492, coronò la costanza di C., cui erano concesse tre piccole navi per effettuare il tentativo di raggiungere l'Asia attraversando l'Atlantico, ed erano assicurati larghissimi compensi e privilegi in caso di successo.
Le tre navi (la Niña, la Pinta e la S. Maria, nave ammiraglia) furono allestite nel porto di Palos col con-

(da P. Bivill, Cristoforo Colombo - generos, in Emonimo. Il (1917), p. 17) Colombo, Cristoforo - Lettera originale autografa di C. C. ai prescitiori del Banco di S. Giorgio in Genova (Siviglia 2 apr. 1302) - Genova, palazzo del Comune, sala del Podestà.
corso di una famiglia di armatori locali, i Pinaón. Si conoscono i nomi di quasi tutti i componenti l'equipaggio, che in sostanza compì sempre molto bene il suo dovere. Non c'era a bordo nessun ecclesiastico. La partenza ebbe luogo il 3 ag.; dopo quattro settimane di sosta alle Canarie, il 6 sett. le tre caravelle iniziarono la traversata dell'Oceano ignoto, che, favorita dal soffiare dell'aliseo di nord-est, si svolse in sostanza senza traversie fino al 12 ott., giorno nel quale fu avvistata un'isola, da C. battezzata San Salvador ed identificata di solito con Watling nel gruppo delle Bahama. Nel corso della successiva navigazione furono scoperte Cuba, che C. credette un lembo della terraferma asiatica, e Haiti identificata col Cipango di Marco Polo, cioè il Giappone. Sulle coste di quest'ultima C. lasciò una piccola colonia, la Navidad; poi il 16 genn. 1493 riprese la via del ritorno con due navi, essendo naufragata la S. Maria. Nel ritorno, effettuato su una rotta molto più settentrionale, nella zona dei venti di ovest, le navi sfuggirono ad un ciclone che mise alla prova l'abilità marinara del comandante, e, raggiunte incolumi le spiagge iberiche, approdarono a Palos il 13 marzo 1493. C. ebbe accoglienze trionfali; la duplice traversata fu celebrata come una impresa marinara senza precedenti ed allo stesso comandante parve al disopra delle umane possibilità, talché egli venne nella persuasione di essere stato guidato dalla Divina Provvidenza. Di qui ha origine la fede nella sua missione divina, che accompagnava C. per il resto della sua vita.
Risolute provvisoriamente le contese diplomatiche subito insorte col Portogallo, mediante tre bolle del papa Alessandro VI (3-4 maggio 1493) favorevolissime alla Spagna, fu allestita una seconda spedizione di 17 navi, a carattere coloniale, alla quale partecipò una missione di sacerdoti diretta, in base a istruzioni impartite dallo stesso Pontefice con bolla dal 25 giugno, da p. Bernardo Boyl dei Minimi. Questa seconda spedizione, partita il 23 sett. 1493, fruttò la scoperta di parecchie delle Pic-

cole Antille e una miglior conoscenza di Cuba e di Haiti, dove fu fondata la città di Isabella; ma nulla o quasi fruttò delle sperate ricchezze, in oro, gemme, prodotti preziosi, di cui si favoleggiavano doviziose le spiagge asiatiche che C. riteneva pur sempre di aver raggiunto. Dalle delusioni pullularono malcontenti fra i coloni ed anche fra taluni maggiorenti della corte, invidiosi della rapida ascesa dello straniero.
In un terzo viaggio ( 30 maggio 1498 -nov. 1500) C. toccò la terraferma dell'attuale Sudamerica presso la foce dell'Orinoco, creduta terraferma asiatica; ma tornato ad Haiti dovette fronteggiare rivolte, degenerate, nella sua assenza, in aperta anarchia.
Fiducioso nella sua missione evangelica (egli è il portatore di Cristo, Christophorus o Christoferent come più spesso si firma) di là dell'Oceano, C. tuttavia si mostrò impari ai gravissimi problemi della sistemazione dei paesi coloniali dei quali egli era viceré e governatore in base alle convenzioni di S. Fe; il partito a lui avverso in Spagna se ne avvalse per ottenere dai sovrani l'invio di un ispettore, Francesco Bobadilla, che, abusando del mandato ricevuto, fece arrestare C. col fratello Bartolomeo e lo rimandò in catene in Spagna.
L'umiliazione subita, e non adeguatamente riparata, le molteplici delusioni, le amarezze derivate da insuccessi, incomprensioni, ostilità, ebbero per effetto di rinforzare il sentimento religioso di C., cosciente, ormai, di essere un perseguitato, e lo guidarono verso un misticismo che dominerà nel resto della sua vita. Ma, irremovibile nella cieca fiducia di aver trovato la diretta via marittima per
l'Asia e di aver toccato questo continente, C. chiese ed ottenne di guidare una quarta spedizione (maggio 1502 -nov. 1504), durante la quale, raggiunta la regione istmica dell'attuale America centrale, navigò fino alla costa di Veragua non lungi dall'attuale Panama alla ricerca di un passaggio verso l'India e le foci del Gange, donde, se la fortuna gli avesse arriso, meditava forse di ritornare per la via dell'Oceano Indiano e del Mar Rosso, tentando perfino la riconquista della Terra Santa! Il viaggio, sequela interminabile di traversie, si conchiuse col ricovero delle navi ormai guaste e logore in un porto della solitaria isola di Giamaica, dove parve a C., ormai straziato nel corpo, fiaccato nelle estreme indomite energie, di dover finire i suoi giorni «tanto lontano dai Santi Sacramenti della Santa Chiesa che si dimenticherà di quest'anima se qui si dipartirà dal corpo", come egli stesso ebbe a scrivere in una lettera celebre, invocando il compianto di "chi tiene carità, verità e giustizia!". La salvezza venne inaspettata dal disperato, ma riuscito tentativo di due uomini fidati, che, dopo un lunghissimo periodo quasi di lenta agonia, riuscirono a fargli giungere una nave salvatrice. Tornato in Spagna il 7 nov. 1504, C. moriva dimenticato a Valladolid il 20 maggio 1506 , vigilia dell'Ascensione, assistito dai figli e.da pochissimi familiari. Le ultime sue parole furono: «In manus tuas Domine commendo animam meam».
I resti mortali di C. furono sepolti dapprima nel chiostro dei Francescani a Valladolid, poi nel 1509 nella
cappella di S. Anna del convento di Las Cuevas a Siviglia. Nel 1537 furono tumulate nel duomo di S. Domingo, donde nel 1796 furono trasferite nella cattedrale dell'Avana. Quando la Spagna perdette Cuba volle che le ossa del grande navigatore fossero riportate a Siviglia e dal 1898 esse sono racchiuse in un'area monumentale nel Duomo di questa città. È tradizione tenace, ma non confermata, che al momento del trasferimento da S. Domingo le ossa fossero volutamente cambiate.
C., esaltato non senza ragione come il più grande navigatore di tutti i tempi e di tutti i paesi e certo dotato di perizia e intuito nautico eccezionali, fu anche anima di apostolo, cui non mancò l'aurora del martirio: dell'apostolo ebbe la fede inesausta, superatrice di ogni ostacolo, e il misticismo che radicò, sempre più tenacemente procedere degli anni, nel suo spirito la persuasione di essere egli stato predestinato all'altissima missione di propagatore della fede cattolica oltre Oceano. Ne sono prova il Libro de las profecías, che egli venne componendo nell'ultimo periodo della vita in collaborazione col suo intimo amico p. Gaspare Gorresio (Gorrico) di Novara, nel quale sono raccolti passi di autori antichi e medievali profetizzati la sua missione; ne sono prova visioni e richiami, come la celeste voce udita sulle coste di Veragua, confermante che Iddio aveva a lui commesso le chiavi delle barriere oceaniche. Questo orientamento spirituale ha inizio, come si è detto, al ritorno dal primo viaggio e si consolida sempre più col procedere degli anni e degli eventi, onde C. tanto più si avvicina a Dio, quanto più si sente perseguitato, avvilito e misconosciuto in terra. In seno alla Chiesa si è più volte discusso una possibile elevazione agli altari; ne è impedimento essenziale la illegittima relazione che egli ebbe, mortagli la moglie, nel periodo più critico della sua vita, con una Beatrice Enriques de Harana, onde nacque a Cordova nel 1488 un figlio illegittimo, Fernando, grande amante e cosmografo. Le sorti di questa donna C. raccomandò nel suo ultimo testamento, con commoventi parole ai suoi eredi; si ignora quali fossero stati i motivi che impedirono una unione regolare.