La diocesi ha una superficie di kmq. 7.988,75 con una popolazione di 1.909.003 ab. dei quali 1.901.503 cattolici; conta 28 parrocchie, 936 sacerdoti diocesani e 752 regolari; due seminari; 91 comunità religiose maschili e 360 femminili (Annuario Pont., 1951, p. 259).
La città di M. aveva scarsa importanza fino a che nel sec. XVI non venne scelta come naturale e fissa residenza della monarchia spagnola, essendo il centro geografico della penisola. Apparteneva fino allora ecclesiasticamente all'arcivescovo di Toledo, e solo con il Concordato del 1851 prevalse il progetto della diocesi madrilena, la quale tuttavia non fu eretta fino al 1885, cioè dopo la bolla di Leone XIII del 7 marzo dello stesso anno. In memoria dell'antica e scomparsa diocesi complutense fu aggiunto al nome di M. quello di Alcalá, essendo tale territorio incluso nella nuova diocesi che abbraccia tutta la provincia civile centrale. Il primo vescovo Narciso Martinez Izquierdo cadde vittima di un attentato il 12 apr. 1886 nella cattedrale provvisoria di S. Isidoro Agricola, patrono della città, che ancora serve da chiesa vescovile non essendo terminata quella di S. Maria de la Almudena, cominciata nel 1881 sotto l'arcivescovo toledano card. Moreno, e la cui cripta è aperta al culto dal 1911. Nella Cattedrale attuale, edificata nel sec. XVI per la Compagnia di Gesù, si conservano il corpo incorrotto di s. Isidoro Agricola e quello di sua moglie s. Maria della Cabeza; vi furono sepolti pure il teologo Laynez e il mistico Nieremberg. Ad Alcalá già sede della celebre Università Complutense, si ammira la bella collegiata dei SS. Giusto e Pastore, edificata nel 1136, ricostruita nel 1497 dal card. Ximénez de Cisneros.
MADRIGALE. - Da «matricale» con riferimento sia alla lingua che al canto materno; oppure da «mandriale» canto di pastori. Nella forma più comune dal sec. XIV al XVI, il m. consta di due terzine di endecasillabi variamente rimati, seguiti da una coppia di endecasillabi rimati tra loro (schemi: aab aab cc; abb acc dd, o altri). Non si esclude fin dal Trecento l'aggiunta di un settenario alle terzine; ma il verso di 7 sillabe vi fu mescolato più spesso nel sec. XVI e dopo, quando l'originale ispirazione idillica del m. si mutò in letterario raffinamento, e alla primiera freschezza si preferì un contenuto galante e anche la pungente arguzia dell'epigramma. Musicamente (poiché il m. è nella sua essenza poesia cantata o da cantarsi) le sue terzine hanno melodia e ritmo differenti da quelli dell'ultima coppia di versi (che formano il ritornello). È caratteristico del m. il non essere basato su temi preesistenti: l'essere cioè, per così dire, di libera invenzione.
In un primo periodo, e cioè nel Trecento, con Giacomo da Bologna, Gherardello, Giovanni da Cascia, Landino, il m. si presenta come una delle forme genuine della stupenda fioritura della musica italiana detta Ars novae (v.). La musica, che si studia di seguire il testo non solo nell'accentuazione ma sovente anche nelle immagini, è scritta a 2 o a 3 voci. La prevalenza dell'omofonia (ossia della concordanza verticale delle voci) durò fino allo sviluppo del m. per opera dei cinquecentisti e specialmente di quei musicisti franco-fiamminghi che, vissuti in Italia, all'Italia molto dovettero: quali Verdelot e Arcadelt. Ma dalla metà del sec. XVI al suo declino, i migliori polifonisti, sia in Venezia che in Roma, da Willaert a O. Lasso, da A. Gabrieli a Pierluigi da Palestrina, portarono il m. a una tecnica molto più complessa, scrivendo a 4, 5 o 6 voci in uno stile che risente della contemporanea perfezione del mettetto e che si avvantaggia della intensità espressiva propria di questi autori. La loro tendenza non poteva non riversarsi in una concezione più solenne del m.: sorse infatti il m. spirituale (anche come reazione ai soggetti licenziosi volgarizzati dalla musica madrigalesca). Si ebbero anche corone o serie di madrigali formanti uniti complessive più o meno organiche e di varia estensione e durata, come il Festino di A. Banchieri o Le caquet des femmes di Janniquin; nelle quali si afferma una spigliata e sbrigliata vena descrittiva e abbondano le onomatopee di animali, con gridi e suoni imitativi. M. erano pure eseguiti, o espressamente composti, come intermezzi nelle rappresentazioni teatrali, sulla fine del Cinquecento in Italia (si giunge alla cosiddetta opera madrigalesca). Nelle forme del m. polifonico L. Marenzio e Gesualdo principe di Venosa attuarono singolari innovazioni armoniche, orientate verso il cromatismo e la ricerca del colore. Nell'ultima fase il m. si assimilò quella che era la grande novità, la parola nuova della musica: la melopea recitativa creata dai fiorentini. Così Caccini nelle Nuove musiche ha m. ad una sola voce; e C. Monteverdi adopererà lo stile «concitato» per i suoi m. guerrieri ed amorosi, con accompagnamenti strumentali e con uso di quel ritmo pirrichio donde il suo genio trasse l'idea del tremolo misurato. Dall'Italia la voga del m. si diffuse, oltre che ad altri paesi, all'Inghilterra, dove ebbero largo favore sia le raccolte di m. italiani tradotti, sia quelle di autori inglesi, come Bird, Morley, Gibbons. Una Madrigal society fu fondata ivi nel 1741.
Edgardo Carducci Agustin