ANESTESIA. - La parola (dal greco ἀνέγχος = sensazione) significa mancanza di sensibilità in generale e si usa comunemente dai non medici come sinonimo di analgesia (ἀνέγχος = dolorce), cioè mancanza di sensibilità dolorifica. Quindi con il nome di anestetici si indicano promiscuamente sostanze (oppio e derivati, certe solforico, cocaina, clorale, cloroformio, protossido di azoto, ecc.) che diminuiscono o fanno scomparire il dolore sia come analgesici sia come anestetici propriamente detti.
Avremo perciò a. locale, se l'insensibilità riguarda soltanto una parte dell'organismo (propriamente analgesia) e a. generale se l'insensibilità si estende a tutto l'organismo con sonno generale e perdita della coscienza. La più parte degli anestetici hanno anche un uso che si può chiamare estramedicale e vengono adoperati per produrre stati di ebbrezza, sensazioni gravievoli: euforia di eccitazione (cocaina, etere, ecc.) o euforia di passività (oppio). In questo caso essi vengono stupefacenti (v.).
1. - PRATICA E STORIA MEDICA. - L'a. può considerarsi sotto diversi aspetti: a. provocata ad arte (specialmente negli interventi chirurgici); a. collegata a fattori preternaturali e soprannaturali; e. a. prodotta da fattori patologici secondo la interpretazione dei moderni psichiatri.
1. L'a. chirurgica sia locale, sia generale, in forma di narcosi, fu tentata dagli antichi medianti vari procedimenti e sostanze di azione molto aleatoria (compressione, legatura, pietra menfite, cenere di cuoio di coccodrillo, ecc.). Di azione più evidente fu l'uso di succhi di piante ad effetto stupefacente (oppio, mandragora, belladonna, giusquiamo, ecc.). Con queste sostanze venne composta una «confection soporosa» usata nei secc. XII e XIII (Nicolò Salernitano, Teodorico de' Borgognoni) somministrata per mezzo della spongia somnifera (spugna impregnata dei succhi suddetti ed applicata alla bocca ed al naso del paziente al momento dell'intervento) o anche data per bocca. Abbandonato questo metodo infido per difficoltà di dosaggio (specie nella spongia), l'a. rimase sempre allo stato di aspirazione. Si tentò, nel sec. XVI una'a. locale col freddo (M. A. Severino). Nel sec. XVII e XVIII, le cellule del freddo (M. A. Severino) si procedeva ad una specie di a. generale, ubbricando il paziente con acquavite e facendogli battere ripetutamente il capo. Nel sec. XIX ebbe inizio la vera a. con il tentativo, fallito alla prima esperienza, di Orazio Wells mediante il protossido di azoto (gas esilarante), ripreso ed attuato nel 1863 da J. H. Smith. Seguirono l'uso dell'etere solforico (G. Jakson-W. T. G. Morton), applicato per la prima volta nel 1846, e del cloroformio usato dapprima in ostetricia.
(1847), su consiglio di Waldie, da J. Simpson. L'a. locale fu praticata con iniezioni di morfina, e poi di cocaina, dopo la scoperta di questi alcaloidi (1816 e 1884) e dopo l'invenzione della siringa d'iniezione.
Nel 1885 I. L. Corning indicò l'a. spinale con iniezioni di cocaina, e nel 1899 A. Bier praticò la lombare. Nel 1842 J. Brai, sulla base di osservazione di fenomeni mesmerici, aveva frattanto scoperto l'ipnotismo che venne da lui applicato quale anestetico (a. psichica) metodo che incontrò gravi opposizioni. Si tralasciano altre forme di a. di secondaria importanza.
2. A. da fattori preternaturali e sopranaturali. - Particolari stati di a., secondo il convincimento medievale, erano provocati da operazioni magiche o da interventi diabolici. Satana stesso avrebbe promesso agli stregoni di renderli insensibili al dolore fino a che avessero avuto i loro capelli, onde gli'inquisitori facevano radere il capo degli imputati (C. Sprengel) o anche tutto il corpo (M. Cumanus).
Tale convincimento esiste ancor oggi, tra gli stregoni della Malesia (I. C. Frazer). Anche speciali filtri magici erano venduti furtivamente agli accusati onde far loro sopportare il dolore della tortura. L'a., diffusa e limitata sulla superficie cutanea, era, secondo le leggende medievali, una dimostrazione di possessione diabolica, sia effettuata per mezzo del patto tra spirito infernale e stregone, sia per possessione avvenuta senza la volontà del posseduto.
Uno stato particolare di analgesia per intervento divino risulta da molte narrazioni agografiche, secondo le quali alcuni martiri mostravano di non sentire gli strazi dei tormenti e dei supplizi, varie persone sante e dolori delle malattie più roditrici e vari estatici le punture o le bruciature. Tale a. viene definita dagli psichiatri moderni, come «miracolo fisiologico» (E. Tanzi ed E. Lugaro).
3. L'a. da fattori psichici può essere provocata da stati di vivissima emozione (risse, episodi bellici, catastrofi, ecc.) e può durare anche parecchie ore. In talune cerimonie magico-religiose di popoli primitivi il sacerdote stregone, e per contagio psichico anche i presenti, raggiungono uno stato tale di esaltazione da prodursi ferite, trapassarsi le gote con ferri acuminati, senza provare dolore.
Molte malattie producono a., in particolar modo alcune malattie mentali. La produce, ad es., la lebbra, tanto che questo sintomo era considerato patognomico della malattia e costituiva uno dei segni di cui si servivano i tribunali dei lebbrosi per decidere l'internamento dei malati nei lebbrosari (v. LEBBRA E LEBBROSARI). Tra le malattie mentali, oltre la melanconia grave, gli stati depressivi della paralisi progressiva, l'epilessia, gli stati catastrofici, l'amenza, la demenza senile, l'alcolismo, ecc., nell'isterismo si ha analgesia a zone limitate e figurate, a forma di guanto, di sventole, ecc.; una tale caratteristica di possibilità di equivoco con le capricciose zone di a. dei posseduti diabolici.
II. - DOTTRINA MORALE. - La morale naturale non ha nulla in contrario a che si faccia ricorso agli estetici per attutire o abolire i dolori, perché chi soffre abbia sollievo o possa subire gli interventi chirurgici giudicati opportuni o necessari. Non vale contro l'uso degli anestetici l'argomento dell'esempio di Gesù Cristo, che specialmente durante la Passione volle sopportare integralmente il peso immenso dei suoi dolori. Il cristiano è libero di non ricorrere all'a., di abbracciare, conservare, desiderare anche i dolori, per il loro valore soprannaturale di espiazione e di impetrazione: e ne abbiamo moltissimi esempi nell'aggiografia; però questo contegno non si può erigere a legge universale; non tutti se la sentono; e anche per quelli che lo vo
lessero, il medico deve mostrarsi prudente e moderato nell'acconsentire, prevedendo gli'inconvenienti che ne potrebbero derivare. Anche qui non sempre il corpo corrisponde ai desideri e ai voli dell'anima.
Il principio generale è dunque questo: si può ricorrere all'a. locale o generale ogni volta che lo si giudica opportuno per il benessere dell'ammalato. Con queste avvertenze, però: a) vigilare sugli effetti tossici che possono derivare dall'a.; b) quando si tratta di puntura di morfina, cocaina, ecc. tocca al medico stabilirne la dose e la frequenza, perché è facile che il malato contragga abitudini pericolose; c) quando l'a. è totale e perciò resta abolita la coscienza, il malato, prima di venire addormentato, deve porre ordine ai suoi affari temporali e soprattutto spirituali, perché potrebbero accadere incidenti imprevisti o improvvisi e fatali; d) l'a. è lecita anche in ostetricia in quella misura che non è nociva né alla madre né al nascituro. «Una delle maggiori cause della limitazione delle nascite è la paura per i dolori del parto, paura che la donna ha logicamente, ma che è sentita spesso anche dal marito che non può vedere soffrire colei che ama, né pensare che la sofferenza è come il prezzo del suo godimento. Inoltre l'uomo moderno, soprattutto, pensa che non sia giusto che mentre si cercano di lenire i dolori e le miserie umane, non si pensi poi a lenire i dolori della maternità» (E. Bonn, pp. 356-57).
Per l'a. nell'agonia e di fronte alla morte, V. EUTA-NASIA.
