LEBBRA E LEBBROSARI

LEBBRA e LEBBROSARI. - La l. propria-
mente detta (lepra tubercularis) è una malattia in-
fettiva, trasmissibile, con decorso cronico, caratte-
rizzata dalla formazione di tubercoli o escrescenze
nella pelle, nelle membrane mucose, nei nervi peri-
ferici, nelle ossa, nei visceri interni, che produce de-
formationi e mutilazioni, con esito generalmente
letale. È dovuta ad un bacillo particolare (bacillus
leprae) scoperto nel 1868 da A. Hansen.

I. LA L. NELLA S. SCRITTURA. - Nella Bibbia nes-
suna malattia è menzionata così frequentemente e con
tale orrore come la l., sia nel Vecchio sia nel Nuovo
Testamento. Certamente non tutti i casi studiati o ri-
cordati si riferiscono alla vera l. od elephantiasis dei
Greci; ciò sembra risultare anche dalla molteplicità
dei vocabolari ebraici (gârâbh, neghabh, netheq, sâra'ath,
sêhîn). Talvolta si tratta forse della semplice psoriasis
vulgaris.

In Lev. 13, 1-14, 37 si ha quasi un breve trattato su
questa malattia terribile. Al sacerdote, per cui si descri-
vono minutamente i vari indizi secondo la semeiotica
di allora (ibid. 13, 1-44), spetta giudicare se si tratta di
vera l. o di piaga o pustola. Finché resta una qualche incer-
tezza il malato viene isolato. Terminato il periodo di os-
servazione, qualora l'esame confermi il dubbio, l'infie-
lice viene dichiarato immondo ed espulso dall'accampa-
mento per evitare il contagio. Egli porterà vesti sbrucite
ed il capo scoperto, si velerà sino ai baffi ed andrà gri-
dando: «Immondo! immondo!». La segregazione non
era strettamente individuale, essendo permesso ai leb-
brosi convivere fra di loro fuori dell'accampamento o del-
l'abitato (cf. II Reg. 7,3; Lc. 17,12).

Qualora un ammalato fosse guarito, veniva sotto-
posto ad un'osservazione minuziosa e quindi il sacerdote,
che l'aveva dichiarato sano, lo riammetteva nella comu-
nità con un cerimoniale complicato (Lev. 14, 1-32).
L'offerta per tale purificazione, ridotta nei casi di povertà,
consisteva nel sacrificio di due agnelli e di un'agnella,

oltre ad una certa quantità di farina e di olio. Il sacrificio espiatorio implica il concetto della 1. considerata come castigo di Dio. Nel Vecchio Testamento (cf. Ex. 4, 6; Num. 5, 2; 12, 10; 11 Reg. 5, 1; 7, 3; 11 Par. 26, 20 sq.) e nel Nuovo (cf. Mt. 8, 2; 10, 5; 11, 5; 26, 6) si parla spesso di lebbrosi, di alcuni dei quali si narra la guarigione miracolosa. Per analogia, basata sui segni esterni, nella Bibbia si parla anche di una 1. dei panni (Lev. 13, 47-59) e delle case o dei muri (ibid. 14, 33-57). Nel primo caso si tratta evidentemente di muffe o di altri germi che corrodono i tessuti di lana e di lino, nel secondo innanzi tutto si pensa ad incrostazioni di salnitro o macchie simili riscontrabili spesso sui muri. Dalle norme stabilite per determinare il carattere dei vari fenomeni, dalla distruzione degli oggetti e delle case, e dal rito prescritto quando appare evidente che il pericolo è scongiurato, si deduce che per gli Ebrei tali macchie erano considerate come infezioni capaci di difendere la malattia.

Bibl.: H. Lesêtre, Lèpre, in DB. IV, coll. 175-87; H. L. Strack-P. Billerbeck, Aussatz und Aussätze, in Kommentar zum Neuen Test. aus Talmud und Midrasch. IV, 11, Monaco 1928. pp. 745-63; F. Nötscher, Biblische Altermuskunde, Bonn 1940. p. 336 sq.

II. LA GUARIGIONE DEI LEBBROSI NELLA ICONOGRAFIA. Nell'arte cristiana antica G. Wilpert identificò due esempi di questo miracolo, secondo la narrazione dei tre Sinotici, in affreschi cimiteriali romani, l'uno ad duas luvos e l'altro alla Nunziatella (Pitture, pp. 205-206, tavv. 68,3 e 74, 2). In scultura lo stesso autore lo riconobbe in una lastra policroma nel Museo nazionale delle Terme. La scena si trova pure in un dittico cubneo di Palermo (Venturi, I, p. 417, fig. 382). Nei cicli posteriori, ad es., in quello musivo di Monreale e negli affreschi di S. Angelo in Formis, appare accompagnato dal distico: «Hunc maculis mundat, mundum qui crimine mundat», Enrico Josi.

III. DIFFUSIONE E CURA DELLA L

La malattia, assai antica, descritta per primo da Rufo d'Efeso, si diffuse dapprima rapidamente alla caduta dell'Impero Romano, poi per le invasioni dei Saraceni e per le Crociate. In Italia, già nel sec. V d. C. infieriva in Lombardia; nel 643 il re longobardo Rotari emanò in proposito severissime leggi prescriventi l'isolamento dei lebbrosi e la privazione dei diritti civili. Nel sec. XVI la lebbra cominciò a diminuire d'intensità per cedere il campo alla sifilide.

Sia nell'antichità che nel medioevo, si ebbero due forme di difesa contro la l.: misure profilattiche per circoscrivere e limitare il male, cure medicamente tendenti alla guarigione del lebbroso. Mentre le prime, sia pure crudeli dal lato umano, contribuirono alla limitazione del male, le seconde non furono che pratiche superstizie e spesso magiche, senza alcun risultato pratico. Alla legislazione antilebbrosa vanno ascritte le misure profilattiche tendenti a isolare il lebbroso dalla comunità separando, vera morte civile, perfino dal coniuge e dalla figliolanza. L'isolamento era parso la profilassi migliore fin dalle epoche bibliche; nel medioevo, il potere sul lebbroso fu devoluto alle autorità ecclesiastiche, in quanto era considerato «poverello di Dio» e in questa prova divina, se vincitore, candidato al paradiso.

Anche i concili della Chiesa cattolica si occuparono dell'argomento; così si vede il papa Siricio, alla fine del sec. IV, autorizzare la separazione dei coniugi per evitare una prole contaminata; il III Concilio Lateranense sancisce anche per i lebbrosi l'indissolubilità del vincolo matrimoniale; secondo i Concili di Orléans (549), Tours (561), Lione (583), pronunziare i decreti d'isolamento spettava alla autorità ecclesiastica. In un secondo tempo essa venne sostituita dalle autorità civili, per cui si ebbero leggi e decreti reali e municipali e a quello del vescovo subentrò un tribunale di sette lebbrosi, un medico, un chirurgo.

Il presunto infermo subiva prove empiriche sul sangue e sulle urine, a quel'epoca, com'è chiaro, prive di ogni reale valore e prove di maggiore peso, basate sulla ricerca di zone di anestesia e dell'atrofia muscolare, particolarmente dell'eminentia themar; in seguito, sull'esame delle narici, consigliato da Arnaldo da Villanova. Riconosciuto malato, l'individuo era costretto all'internamento in un lebbrosario. Ciò corrispondeva nel primo medioevo a una vera morte civile; il lebbroso era accompagnato all'ospizio, non differente da un carcere ordinario, con le cerimonie per i defunti c, ivi segregato a vita, perdeva personalità e diritti civili.

Mentre anticamente i lebbrosi, tagliati dal consorzio umano, vagavano per le campagne, ben presto sentirono il bisogno di aggregarsi in comunità, abitando in agglomerati di capanne. Sorsero così veri lebbrosari, di cui il primo ricordato fu quello costruito da tal Zodoco o Zotico, nobile romano che aveva seguito Costantino a Bisanzio. Pur rimanendo i primitivi gruppi di capanne, specie in vicinanza di sorgenti di acque minerali sulfuree, se qualcuno di essi acquistava particolare importanza, veniva munito di cinta, di cappella, cimitero, costruzioni in muratura.

Successivamente si giunse al tipo di lebbrosario formato da unico edificio, come quello di S. Lazzaro ai piedi di Monte Mario a Roma. S. Lazzaro, il risuscitato da Cristo, fu preso a protettore di tali malati; così si costituì, fondato dal papa Damaso II (1647-48), l'Ordine di S. Lazzaro sotto la Regola di s. Agostino, i cui iscritti, vestiti di nero e contrassegnati da una croce verde, avevano il fine di provvedere alla costituzione di lebbrosari e, per quanto è possibile, al loro mantenimento integrato da oblazioni.

Con il declinare della malattia nel sec. XVI, la diffusione dei lebbrosari divenne sempre più modesta, rimanendo in vita, sempre più organizzati sotto forma di vere città ospitaliere, là dove la lebbra tuttora persisteva in forma di focolai endemici.

Pur ormai lontana dalla diffusione raggiunta nel medioevo, tuttora la lebbra non può dirsi pienamente debellata e, oltre i casi isolati, numerosi focolai endemici sono diffusi pressoché in ogni parte del mondo con un complesso di oltre 3 milioni di colpiti dal terribile morbo.

La diffusione geografica è segnata in Europa da alcuni paesi bagnati dal Mediterraneo, alcune regioni della Francia e dell'Italia (Sardegna, Sicilia, Puglia), alcune a sud del corso del Danubio, della Svezia, della Norvegia, dell'Irlanda. La Siberia orientale è largamente colpita; così pure l'Asia, tra l'equatore e il 40° parallelo nord, particolarmente l'India inglese, l'Indocina francese, il Giappone, l'Arcipelago Indo-Malese. Largamente endemica la lebbra è altresì in Australia e nelle isole e arci-

LEBBRA E LEBBROSARI - LEBEDEV ALEKSEJ PETROVIČ

pelaghi del Pacífico; in America settentrionale lungo le coste del Pacífico, la California, il Messico; in quella centrale e del sud, le Antille, la zona tropicale, il Brasile, l'Argentina; in modo particolare l'Africa del sud, la costa sud-occidentale (dal Senegal al Camerun), l'Unione Sudafricana, di meno l'Algeria, il Marocco, la Tunisia, l'Egitto, la costa orientale (Mozambico, Zanzibar, Madagascar).

In questo vasto territorio si distribuiscono attualmente i moderni lebbrosari, per la più parte vere cittadine ospitaliere, ove le cure della scienza s'intrecciano con l'amorosa assistenza della carità, svolta in modo particolare da religiosi e suore di varie congregazioni.

In tali istituti il lebbroso può condurre una vita assai simile a quella di ogni altro individuo sano, perfino rispettando vincoli familiari e stringendo nuovi matrimoniali, alla sola condizione che i nuovi nati vengano allontanati dai genitori, essendo dimostrato che la lebbra non viene trasmessa per contagiose germinali o durante le gestazioni, ma soltanto, dopo la nascita, per ripetuti contatti esterni. A parte ciò, le nuove cure mediche tolgono alla lebbra molto del suo terrificante precedente carattere di invincibile cronicità.

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Lebbra e lebbrosari - Lebbrosario modello diretto dalle Suore Francescane Missionarie di Maria nell'Isola Fantasma - Australia.

tti esterni. A parte ciò, le nuove cure mediche tolgono alla lebbra molto del suo terrificante precedente carattere di invincibile cronicità.

BIBL.: A. Pazzini, Storia della medicina, I, Milano 1947, p. 546 ssgr.; II, ivi, pp. 645-46, buona bibl.; A. Castiglioni, Storia della medicina, nuova ed., Verona 1948, V. indice.

Gustavo M. Apolloni-Giuseppe de Ninno

IV. LA L. NELLE MISSIONI. - Pure nelle missioni dei tempi recenti la Chiesa non ha dimenticato i lebbrosi. Già nel sec. XVI si trovano lebbrosari distinti da altri ospedali, così S. Lazzaro in Manila (Filippine), fondato nel 1570 dal francescano Juand Clemente. Negli ospedali S. Giuseppe e S. Anna a Miyako (Giappone), diretti dai Francescani dal 1594 al 1597, s'incontrarono da 100 a 130 lebbrosi. Nella Cina esistono oggi ancora lebbrosari eretti nel sec. XVII dai missionari gesuiti, e Macao ha il suo asilo da più di 200 anni, trasportato nel 1874 in una sola isola vicina.

In modo speciale la cura dei lebbrosi fu sviluppata dalla missione cattolica del sec. XIX, cominciando con il lebbrosario di Acarouany nella Guinea francese eretto dalla b. Anna Maria Javouhey personalmente nel 1832. Dovunque i missionari incontrarono dei lebbrosi, con carità cristiana ne presero speciale cura, erigendo lebbrosari o almeno sezioni apposite negli ospedali, ove sacerdoti, fratelli e suore si dedicarono alla loro cura fino al sacrificio della propria vita. Il più celebre degli apostoli dei lebbrosi è il p. Damiano Deveuster SS. CC. (1840-89), curato dal 1873 dai lebbrosi internati nell'Isola di Molokai (Oceania), egli stesso morto di lebbra. Come lui anche il p. Giovanni Beyzym della Compagnia di Gesù (1850-1912), dal 1898 dedicato alla cura dei lebbrosi di Madagascar, fu vittima della terribile malattia. Così pure il cappuccino Daniele da Samarate (1876-1924) morì di lebbra nel lebbrosario di Tocundula nel Brasile. Accanto a questi eroici apostoli dei lebbrosi si trova una larga schiera di sacerdoti, fratelli, suore, dedicatisi al servizio di questi malati, sia in asili delle missioni sia in asili governativi, nonostante il pericolo del contagio.

Secondo le ultime statistiche del 1949 esistono nelle missioni cattoliche, sotto la S. Congr. di Propaganda Fide, 174 lebbrosari con 31.452 lebbrosi, di cui in Africa 130 con 21.820 malati, in America 7 con 928, in Asia 21 con 4229, in Oceania 16 con 4475 ricoverati. - Vedi tav. LXIV.

BIBL.: L. Berg, Die katholische Heidenmission als Kulturträger, III, Aachen 1927, pp. 56-84; V. ARTOTIRITI, La carità in terra di missione, Roma 1935, pp. 129-62; G. De Colonjon, La lutte contre la lepre. Efforts des missions catholiques dans les colonies françaises, Parigi 1938; Statistiche in MC, 1950.

Giovanni Rommerskirchen