SATANA (EBR. ŠĀTAN)

SATANA (ebr. šātan). Invisibile agente personale, nemico dell'uomo che conduce alla perdizione allontanandolo da Dio.

Il termine (dal verbo šātan « avversare, perseguitare », specie accusando: Ps. [ebr.] 38, 21; 71, 13; 109, 4. 20. 29; Zach. 3, 1 [Settanta ἀντιχαῖσθαι], « ostacolare » il cammino: Num. 22, 22. 32; cf. l'astratto šītnōh « ostilità »

Gen. 26, 21, «accusa» Esd. 4, 6) ricorre nella Bibbia ebraica nove volte come nome comune: «avversario» in guerra (I Sam. 29, 4; I Reg. 5, 18; 11, 14, 23, 25) o in tribunale (Ps. 108, 6) o colui che sbarra la via: II Sam. 19, 23; cf. Mt. 16, 23 e Mt. 8, 33: Gesù respinge Pietro che gli ostacola la strada verso la croce; I Mach. 1, 36 la fortezza Akra è eretta εἰς ἀνάβολον, come «sbarramento». In tre passi (Job 1-2; Zach. 3, 1-2; I Par. 21, 1) designa l'essere che accusa l'uomo presso Dio o lo induce al peccato; è «l'avversario» per antonomasia; ma solo in I Par. 21, 1 è usato senza articolo, come nome proprio. Come i Settanta, il Nuovo Testamento usa il termine greco ὁ ἀνάβολος (v. DIAVOLO), che ne è la traduzione letterale, ma 36 volte ha ὁ ἀνταγνάς (desinenza aramaizzante).

L'idea di S. è connessa con quella del «giudizio» di Dio. S. è il pubblico accusatore che «sta contro» (ἀππαδ' al: Zach. 3, 1; I Par. 21, 1; cf. Ps. 108 [109], 6); è simile al mezhīr 'āwān («che fa ricordare la colpa» in vista del castigo, morte) di Ez. 21, 28 sg.; 29, 16 (cf. Gen. 41, 9; I Reg. 17, 18). E poiché, nella teologia della storia dei profeti, le vicende di un popolo corrispondono al giudizio di Dio su di esso, il doppio s. (l'edomita Hadad e l'arameo Razon) che Jahweh suscita contro Salomone (I Reg. 11, 14-25) insorgono, in definitiva, contro i peccati di questo. Oltre la visione di Michea (I Reg. 22, 19-23: Jahweh manda uno «spirito di mendacio» per perdere Achab), due scene simboliche presentano S. alla corte divina. Nel catalogo di Giobbe (Job 1, 6-2, 7). S. compare dinanzi a Jahweh insieme agli angeli («i figli di Dio»); ha competenze e poteri vasti: percorre la terra e vi spia gli uomini, insidia la virtù del giusto tentando; Jahweh autorizza S. a procedere contro Giobbe, dopo avergli affidato le forze ostili alla vita (malattie, calamità naturali, delitti umani), onde è «la mano di Jahweh» che colpisce Giobbe (1, 11; 2, 4). Analoga è la 4ª visione notturna di Zaccaria (3, 1-2), ove il ṣāṭān accusa, giustamente, il sommo sacerdote Iosua che è colpevole: ma Dio si irrita contro S. ANGELO (v.) di Jahweh, tramite della grazia (in Num. 22, 22, però, l'angelo di Jahweh fa da ṣāṭān). Terzo passo che menziona S., strumento del «giudizio» divino, è I Par. 21, 1, ove S. (nome proprio!) è sostituito a Jahweh, che nel testo più antico II Sam. 24, 1 tentava direttamente David: cambiamento dovuto a motivi dogmatici, come poi Iubil. 48, 25 trasformerà Ex. 4, 24. Per Tobia padre e figlio e per Sara l'infestazione di Asmodeo reca molti dolori, ma «è necessaria la prova della tentazione» e Raffaele viene a liberare dal demonio (Tob. 12, 13-14). Primitivamente S. non è un angelo perverso; per successiva contaminazione gli angeli esecutori dei flagelli di Dio furono identificati ai demòni, esseri malvagi per natura (J. Bonsirven, p. 239).

Nel Vecchio Testamento il ṣāṭān rappresenta la minaccia di rovina sospesa sull'uomo; è colui che disturba le relazioni tra Dio e gli uomini, e in particolare tra Dio e Israele, facendo presenti a Dio i peccati umani e ostacolando l'economia salvifica divina. È concepito o come l'accusatore che sfrutta, e avidamente spia, la colpevolezza morale, o come forza demoniaca distruttrice connessa con il piano della provvidenza divina su individui e popoli; in entrambi i casi è sottoposto a Dio, cui vuol togliere l'uomo (cf. Dante, Inf., XXVII, 112-29; Purg., V, 100-29: Guido e Buonconte di Montefeltro). L'essere essenzialmente perverso era 'Azā'zēl, concepito come demonio del deserto, su cui veniva scaricata ogni colpa di Israele nel rito annuo dell'espiazione (Lev. 16, 8-22). Il S. biblico è un'entità senza analogie in altre religioni. A torto W. Bousset e H. Gressmann ne affermano l'origine persiana. Non può provenire dall'Iran perché il dualismo metafisico è totalmente assente dal Vecchio Testamento; meno ancora dai Babilonesi, il cui bēl dabābi è sempre un uomo (J. von Rad).

S., quale «tentatore» che reca all'uomo la rovina, appare dapprima nel serpente che tenta Eva e rovina l'uomo (Gen. 3, 1-15), che simboleggia «il male» (Gen. 4, 7); dragone (v.), che Dio domina e sconfigge. È affine, benché nel Vecchio Testamento si

presenti distinto, allo «spirito cattivo» (opposto allo «spirito di Jahweh» che abbandona Saul nel rompere di quello: I Sam. 16, 14-16; 18, 10-12; 19, 9; 26, 19; 28, 15-16), riferito alla causalità divina in virtù del teocentrismo assoluto; lo «spirito cattivo» opera come spirito di discordia (Iudc. 9, 23), è «spirito di mendacio» che spinge a trasgredire la volontà divina (I Reg. 22, 19-23). A tali spiriti molti giudei e cristiani attribuirono poi la corruzione morale dell'umanità, ritenendo angeli discesi (caduti) dalla corte celeste i «figli di Dio» dal cui commercio con «le figlie degli uomini» nacquero gli empi nēphilim (Gen. 6, 2-4).

S. negli scritti veterotestamentari compariva raramente. APOLOGETICA (v.) midrafica colmò copiosamente la lacuna. Nel tardo giudaismo postsellico, dal sec. III o II a. C., S. appare ormai l'antagonista di Dio, la causa di ogni male, il capo del regno avverso al Regno di Dio. A tale evoluzione, oltre l'intento di scagionare dalle sciagure d'Israele la giustizia e provvidenza divina, contribuì sia la tendenza dualistica dovuta in parte all'odio crescente per le genti, sia il coagularsi nella figura di S., che si determina allargandosi, delle antichissime tradizioni del serpente dell'Eden, della caduta e del connubio degli angeli, dell'angelo della morte, della lotta con dragoni. S. assorbe il concetto morale della «natura cattiva» (jējer hā-ra) con cui S. rovina l'uomo (Num rabbā 20; Babā Bathrā 15 a), e quello di «angelo della morte», con cui talora si identifica (Babā Bathrā 16 a); sempre più è il tentatore e seduttore, è il «nemico» che fa all'uomo ogni male fisico e morale (Henoch 69, 4, 9). I demòni biblici, quali sono Asmodeo, LILITH (v.), quelli che abitavano il deserto sotto forma di animali impuri, i sē'rim («pelosi», «capri»), i sēdhim (idd «distruggere»); cf. l'assir. sēdu, genio teriomorfo, buono o cattivo), i līlin, rūbīn e rūbāth, che danneggiano l'uomo nell'anima e nel corpo, sono distinti da S.: in Henoch 53, 3 S. e gli «angeli del castigo» differiscono dagli angeli decaduti e dai demòni. Il S. si moltiplica, diventa una generalizzazione: si va formando la categoria dei molti s. (S. al plurale: Abiqar 3, 38, 49; Henoch 40, 8-10; ecc.), soggetti all'unico S., il quale è soggetto al «Signore degli spiriti» (Henoch 65, 6); con il tempo i s. si confondevano con i demòni.

S. è il serpente che tentò Eva (Vita Ad. 12; Apoc. Abr. 13; Apoc. Mos. 16; Apoc. Sedrach 5), per invidia (Sap. 2, 28; Sanhedhrin 59), secondo Sōrā 9 e Gen. rabbā 18 per concupiscenza; Gen. rabbā 24 e 42 attribuisce Caino e molti demòni al commercio di S. con Eva. S. è «il serpente delle origini» (nābāš haq-qadhmōn), del quale i gāim sono discepoli (Siphrē 138 b). I Targumīn introducono spesso S. nelle narrazioni bibliche, p. es., Targ. Ion. su Ex. 32, 19.

Capo dei demòni è, in Henoch (10, 4, 8; 13, 1; 54, 4; 55, 4), 'Azā'zēl (o Semjaza: ibid. 6, 7), le cui schiere furono sottoposte al S. (Henoch 54, 6); 'Azā'zēl in Apoc. Abr. è il capo, in Testam. Salom. 7, 7 è l'arcangelo, cui ubbidiscono i demòni. Gadreel è il S. che ingannò Eva (Henoch 69, 6). A S. Belial (v.), e soprattutto Sammael il capo dei demòni in Ascensio Isaiae, Baruch gr. (4, 8: tentò Eva); dopo il sec. II, Sammael prende il posto di S. nei Midrašim (Gen. Rabbā 29) e nel Talmūd: «L'angelo Sammael, l'empio, è il capo di tutti i s.» (Henoch 40, 7; Deut. rabbā su 33, 1); Sammael, identificato con l'angelo con cui lottò Giacobbe (Gen. 32, 25-32), è tenuto a bada da Michael o Phanuel; è l'«angelo della morte» che tentò Eva (Targum Ier. 1 su Gen. 3, 6). Il capo del regno del male è Mastema (= S.) in Iubil., Damasc., «Manuale» della «Comunità dell'alleanza» di H. Qumrān. S. era un arcangelo di nome Satanael prima che si ribellasse a Dio con i suoi angeli (II Henoch 29, 4; 31, 3-6; Vita Ad. 12-16). Eserciti di demòni sono al comando di S. (Henoch, Iubil., Testam. XII Patr.). Alla fine del mondo S., con i suoi demòni, sarà reso impotente o annientato (Iubil. 23, 30; Testam. Dan. 5, Simeon 6, 6), il che esclude una concezione dualistica.

Nel Nuovo Testamento la persona preternaturale di S. è il centro e la sintesi dell'impero mortifero (Hebr. 2, 14) del male. La demonologia neotestamentaria è tutta in funzione della soteriologia (B. Noack). S. si frappone

tra Dio e gli uomini per impedire la salvezza di questi; Cristo, invece, si interpone quale mediatore vivificante. Caratteristica del Nuovo Testamento, specie degli scritti giovannei e paolini, è l'idea del regno universale di S. mediante il peccato e la morte e l'antitesi assoluta tra S. e Cristo e tra i loro regni (carne e spirito, tenebre e luce). L'intero «mondo» (in senso peggiorativo: Io. 1, 10; 7, 7; 15, 18; 16, 20; 17, 9-16; I Io. 2, 16; 5, 19; Mt. 18, 7; Gal. 6, 14) è sottoposto a S. per l'estremo acuirsi del dilemma ontologico-etico (Dio o il nulla, la vita o la morte, la santità o l'iniquità) tendente all'unità che esclude ogni dualismo.

Il concetto biblico di S., sfrondato delle stravaganze midrafiche, si ritrova in Beelzebub ([v.]) E. Riehm lo connette con l'aramatico be'el dēbahāh «nemico» («il capo dei demōni», diavolo (v.), traduzione di hafāṭān, chiamato anche «il malvagio» (Mt. 13, 19, 38; II Thess. 3, 3; forse Mt. 6, 13 b), «il serpente antico» (Apoc. 12, 9; 20, 2), «il nemico» (Mt. 13, 39), «il capo del mondo» (Io. 12, 31; 14, 30; cf. Lc. 4, 6), «il dio di questo secolo» (II Cor. 4, 4), «il capo della potenza dell'aria (così è chiamato Beliar in Test. XII Patr., Levi 3), dello spirito che ora agisce nei ribelli» (Eph. 2, 1). La sua innumere schiera include «i comandi (al āp̄zā), le potenze (al ēbōnōn), i dominatori di questo mondo di tenebre, gli spiriti della malvagità (che volano) nell'atmosfera inferiore (ἐν τοῖς ἐσονρανίοις)» (Eph. 6, 12; cf. Rom. 8, 38; I Cor. 15, 24), i quali governano quanti non appartengono a Dio (Io. 15, 19; 17, 14; I Io. 4, 4-5). Reggitore di questo mondo, S. non ha nulla in Gesù, che non è del mondo (Io. 8, 23; 12, 31; 14, 30; 16, 11; 17, 14-16); S. non può nuocere ai figli di Dio (I Io. 5, 18). S. confessa che il suo potere è derivato (Lc. 4, 6). È un tentatore che sa sfruttare perfino la Scrittura (Mt. 4, 6) per sedurre il Messia; Giuda ne è vittima (Lc. 22, 3; Io. 13, 27); Pietro e gli Apostoli ne sono scossi (Lc. 22, 31). Sovrumana è la sua potenza (II Thess. 2, 9), che si oppone all'evangelizzazione (I Thess. 2, 18). Il regno di S. contrasta il Regno di Dio (Mt. 12, 26; Mc. 3, 24). Ma S. e i suoi demōni riconoscono la potenza di Gesù, Messia inviato da Dio per distruggere le opere di S. e dei suoi (Mc. 1, 24, 34; 3, 11-15, 23-27; 6, 7; I Io. 3, 8; cf. Act. 16, 16-18), per affrancare i suoi discepoli dal mondo di S. ed introdurli nel Regno di Dio (Io. 15, 19; 17, 12, 14). La salvezza consiste nell'essere liberato dal dominio di S. (Act. 26, 18). Chè ogni male, fisico e morale, è sotto il controllo di S. La donna che «aveva uno spirito d'infermità da 18 anni era legata da S.» (Lc. 13, 11, 16). Quando gli Apostoli espellono i demōni, S. crolla (Lc. 10, 18; V. LUCIFERO).

S., che peccò sin dall'inizio (I Io. 3, 8), è l'agente del peccato (Rom. 6, 12-14; Io. 8, 34), con cui rende l'uomo schiavo (Io. 8, 34) e lo assimila a sé (Io. 6, 70; Giuda). Questa schiavitù si mantiene e si rafforza mediante la carne, che è la connessione organica dell'uomo al mondo (Rom. 7, 17-8, 13). S. estirpa il seme della parola divina dal cuore dell'uomo, per sostituirvi grano spurio, zizania (Mc. 4, 15; Mt. 13, 19, 39); suo intento è di «accecare le menti di quanti non credono, sì che non possano essere illuminati dall'evangelo della gloria del Cristo» (II Cor. 4, 41), mediante la capziosa «sapienza di questo mondo» (I Cor. 2, 6) e le «profondità di S.» (Apoc. 2, 24). «Il tentatore» (ὁ παρᾶς ἄννε: I Thess. 3, 5; I Cor. 7, 5; cf. Mt. 4, 1-3) induce a mentire a Dio (Act. 5, 3); ha per metodo il mendacio (Io. 8, 44) e per sedurre «si trasfigura in angelo di luce» (II Cor. 11, 14). Contro le sue seduzioni (II Cor. 2, 11) e violenze, contro le «sinagoghe» dei seguaci di S. (Apoc. 2, 9-13; 3, 9), contro gli apostati che tornano a S. (I Tim. 5, 15), il cristiano deve resistere, combattere con le armi dello spirito (I Pt. 5, 9; Iac. 4, 7; Eph. 6, 10-17). Cristo lo ha sconfitto sulla croce e sarà annientato (Col. 2, 15; II Cor. 10, 5). Dio schiacerà il «serpente antico» (Gen. 3, 15) sotto i piedi dei fedeli (Rom. 16, 22). Il mondo di S. combatte ora Gesù e i suoi, ma Gesù alla fine vincerà e conquisterà il mondo (Io. 16, 33; 17, 21, 23); «il capo di questo mondo» è già sin d'ora condannato e «gettato fuori» con la Crocifissione (Io. 12, 31; 16, 11);

ancora «poco tempo»! (Apoc. 12, 12). L'Apocalisse descrive l'immane conflitto tra le due sovrumane potenze di Dio e di S. con le loro schiere. Dopo la sconfitta definitiva della Bestia e dei re della terra (Apoc. 19), S. («il grande dragone, il serpente antico, il seduttore di tutta la terra»: Apoc. 12, 9) è imprigionato nella fossa senza fondo per 1000 anni (Apoc. 20, 2); poi è liberato e inganna le nazioni, ma in ultimo è precipitato nel lago di fuoco (Apoc. 20, 10; cf. Henoch 54, 5-6; II Pt. 2, 4).

In I Cor. 5, 4-5 e I Tim. 1, 20, il reo viene consegnato a S., che ne distruggerà la carne, onde il peccatore si converta e il suo spirito sia salvo nel giudizio. «Omicida dall'inizio» (Io. 8, 44), S. uccide coloro di cui è padrone (cf. II Cor. 2, 11); questa sua funzione mortifera, annullata dal Crocifisso (Hebr. 2, 14), forse è connessa con quella dell'angelo sterminatore (Ex. 12, 23; II Sam. 24, 16; II Reg. 19, 35; Sap. 18, 25; I Cor. 10, 10 sg.). La malattia o persecuzione, «spina confitta nella carne», è un «messaggero di S.» (II Cor. 12, 7); S. è anche in ciò strumento involontario della grazia divina (ibid. 9), come avvenne nella Crocifissione del Cristo (I Cor. 2, 8).

Nella Bibbia non affiora la persuasione, corrente presso Babilonesi ed Arabi, che i demōni e il loro capo abitino in regioni sotterranee. S. con i suoi spiriti risiede negli strati aerei (Eph. 2, 1; 6, 12), mentre gli angeli santi sono nelle sfere più alte dei cieli. S. «e i suoi angeli» dal cielo furono precipitati sulla terra (Apoc. 12, 7-9). Dopo attraversati gli altri 6 cieli, Gesù scende al firmamento ove dimora «il capo di questo mondo» (Ascensio Is. 10, 29; cf. 7, 9; 11, 23).

Presso i Padri, S. è «l'avversario» (ἀντιπείωνος; Clemente, Ad Cor. 51, 1; Ps. Barnaba, 2), «il malvagio» (πονηρός, id., 4); alla via del bene sono preposti gli angeli di Dio, alla via del male gli angeli di S. (id., 18). I cristiani debbono fuggire le insidie di S., capo dell'iniquo secolo (Ps. Barnaba, 18 ὁ ἄρχων καυρὸν τῆς ἀνολίας; s. Ignazio, Ad Eph. 19, 3; Ad Trall. 8, 1; Ad Smyrn. 9, 1); la Sinassi eucaristica annienta «le potenze di S.» (id., Ad Eph. 13). Sulle tentazioni e il modo di superarle: Erma, Pastor, II, Mand. 4, 3; 12, 4-5; ecc. La liturgia battesimale comportava la rinunzia a S. (Cirillo Ger., Catech. 19, mystog. 1; PG 33, 1065-76; s. Agostino, De Symb. ad catechum.; PL 40, 627-28, 637-38, 651-53, 659-61; Giov. Crisostomo: PG 49, 241-76; S. non governa il mondo; Gregorio Nisseno: PG 46, 417-30; Constit. Apost., VII, 41; F. X. Funk, I, Paderborn 1905, pp. 444-49). Su S. e la caduta degli angeli ritornano s. Giustino (Apol., I, 5; II, 5; C. Tryph., 69 e 124) e s. Ireneo (Adv. Haer., I, 10, 3; III, 23, 3; «il capo dell'apostasia»). Cristo «legò il Forte», sconfiggendo S. nella sua dimora, l'inferno (Origene: PG 14, 1052); cf. W. Bieder. Molti presentano la Redenzione come un riscatto che Cristo corrispose a S. quale «debito» di giustizia, specie s. Agostino (cf. J. Rivière). Rimane l'idea degli angeli accusatori (s. Epifanio, In laud. S. M. Delparae: PG 43, 501). Sono spesso identificati S. e la morte. S. Ireneo, Adv. Haer., V, 21, 3, e 22-24 (PG 7, 1181-88) afferma il dominio di S. sul mondo. Questo dominio spettava a S. di diritto: s. Leone M., Sermo de Nativ., 22, 3 (PL 54, 196); s. Bernardo deduce (da II Tim. 2, 26; Io. 14, 30; Mt. 12, 29; Lc. 11, 21; 22, 53) contro Abelardo «diabolum non solum potestatem sed et iustam habuisse in homines» (PL 182, 1065) dalla quale solo Gesù redime. Cf. Concilio Tridentino, sess. V (Denz-U, 788), e le trattazioni di s. Tommaso (In IV Sent., II, dist. 3-7; Sum. Theol., 1°, qq. 63-64).

Il lessico semitico postcristiano ha accolto dalla Bibbia il nome S.: arabo šajtān, siriazo sātānā, etiopico najētān. Nel Corano Šajtān e Iblis (= šakāḇoḥ) sono sinonimi; S. è talora l'angelo (unico) decaduto per non aver voluto adorare Adamo (sūrah, 2, 32), altre volte è uno dei gīnu (18, 48); fece peccare Adamo e ne inganna i discendenti, eccetto i credenti, che lo scacciano lapidandolo (2, 32-34; 15, 28-42); è il nemico dell'uomo (35, 6); i tentati da S. ricorrono ad Allāh (7, 199-201; 23, 90).

BIBL.: V. DEMONIO; DIAVOLO: H. Duhm, Die bösen Geister im A. T., Tubinga-Lipsia 1904; A. Jirku, Die Dämonen und

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Antonino Romeo

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“SATANA (EBR. ŠĀTAN).” Enciclopedia Cattolica, vol. X (1953), p. 1154. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/satana-ebr-satan.