APOLOGETICA

APOLOGETICA. - L'a. è la scienza che dimostra
la credibilità razionale della fede cattolica.

In questa definizione la parola «scienza» non è
intesa secondo il vecchio e ristretto concetto aristo-
telico-scolastico, ma nel senso moderno di un sistema
di questioni logicamente coordinate e dimostrate con
certezza, concernenti un determinato ordine di verità
o di fatti, specificato da un oggetto formale proprio,
non riducibile ad altra scienza.

Per determinare l'oggetto specifico dell'a. occorre
precisare la natura della religione cattolica. Questa re-
ligione è stata positivamente stabilita da Dio e da Dio
stesso comunicata agli uomini in modo soprannaturale,
per il tramite di alcuni suoi inviati, detti profeti.
Tale rivelazione, cominciata all'origine dell'umanità,
continuata con i patriarchi, Mosè e i profeti del
Vecchio Testamento, fu completata e chiusa con Gesù
Cristo e i suoi dodici Apostoli. Gesù affidò tutta
la rivelazione divina ad una società visibile, gerar-
chica, indefettibile - la Chiesa da lui istituita - con la
missione di custodirla, interpretarla, insegnarla a tutta
l'umanità per tutti i tempi, volendo che la religione
cristiana fosse universalmente obbligatoria sotto pena
della dannazione eterna. La Chiesa è quindi la regola
prossima della fede; e l'uomo deve credere tutto ciò
che la Chiesa gli propone come rivelato da Dio. Il
motivo poi formale della fede non è la conoscenza di-
retta, intrinseca, scientifica o filosofica delle verità rive-
late. La maggior parte di queste verità sono misteri
impenetrabili e incomprensibili dall'intelletto umano.
E anche le dottrine rivelate da Dio accessibili alla in-
telligenza dell'uomo nella loro evidenza intrinseca, de-
vono essere credute per l'autorità di Dio rivelante, come
insegna il Concilio Vaticano (const. Dei Filius, cap. 3,

can. 2). La religione cattolica non è dunque una filosofia né una scienza, ma una fede d'autorità divina. Questa fede somma mente obbligatoria deve essere certa, ferma, irrevocabile, come impongono tutte le professioni di fede che la Chiesa esige dai suoi seguaci. E deve essere ragionevole: «obsequium rationi consentaneum », come dice il Concilio Vaticano (loc. cit., cap. 3). Ora non sarebbe ragionevole ma imprudente e temeraria, né potrebbe essere ferma né obbligatoria, se il credente non sapesse con certezza che le verità di fede sono state realmente rivelate da Dio e che la Chiesa cattolica è legittima interprete della rivelazione divina. Una conoscenza dubbia o soltanto probabile di questi due fatti lascerebbe un timore prudente di cadere in errore, e quindi impedirebbe la fermezza dell'assenso; e inoltrere renderebbe incerto il precetto della fede, la quale non sarebbe più obbligatoria, perché lex dubia non obligat. La Chiesa ha più volte ed esplicitamente dichiarato la insufficienza di una opinione probabile e la possibilità e la necessità di una conoscenza certa del fatto della rivelazione divina (Denz-U., 1171, 1637, 1790, 1799, 1812, 2025, 2145).

Non si richiede per altro una certezza matematica. Basta una certezza morale, che escluda ogni dubbio prudente, ogni timore ragionevole di errare.

L'esistenza di una rivelazione divina e la conservazione di essa per mezzo della Chiesa sono due fatti storici e contingenti, che non possiamo dedurre da un principio filosofico (certezza metafisica) né arguire da una legge fisica (certezza fisica), ma soltanto fondare su testimonianze storiche. Essi comportano pertanto solo un certezza d'ordine morale. Le nostre ricerche di critica storica possono lasciare qualche difficoltà o esitazione. Ma sono nubi trasparenti che non velano la luce del sole.

Gli argomenti apodittici, certi, primari della dimostrazione apologetica sono i fatti miracolosi nella loro triplice specie: fisici, intellettuali, morali.

Il miracolo è una testimonianza divina in prova della credibilità della dottrina rivelata, è il sigillo divino che autentica l'origine soprannaturale della religione cattolica. E poiché Dio, verità infinita, non può attestare la falsità, noi possiamo con certezza concludere la credibilità di una rivelazione garantita anche da un solo miracolo. La dimostrazione per il miracolo può essere così schematizzata. La storia ci assicura con certezza morale che sono stati compiuti da Dio fatti straordinari per attestare l'origine divina e rivelata della religione cattolica. La scienza ci prova con certezza fisica che questi fatti non sono naturali ma divini. La filosofia ci dimostra con certezza metafisica che Dio non può essere testimone di una falsità. La religione cattolica è dunque divina e rivelata, e conseguentemente può essere ragionevole creduta.

Vi sono inoltre gli argomenti secondari, confermativi: la sublime perfezione della dottrina rivelata e la sua piena corrispondenza con i bisogni spirituali della natura umana, i frutti della dottrina cattolica nell'ordine morale, e altri di cui si parlerà altrove.

Potrebbe sembrare inutile indugiarsi a illustrare la necessità di una scienza che è la giustificazione della fede cattolica dinanzi alla ragione. Tale giustificazione non è forse il primo bisogno e il primo dovere della nostra fede, secondo l'ammonimento di s. Pietro: «Parati semper estote ad satisfactionem (πρὸς ἀπολογίαν) omni poscenti vos rationem de ea, quae in vobis est, spe » (I Pt. 3, 5)?

Ma errori e pregiudizi hanno offuscato questa verità e prodotto un funesto lassismo apologetico. Vi sono i volontari sti che, non avendo fiducia nella ragione ragionante, credono di potere porre la fede cattolica sopra una base più sicura, dandole come fondamento la nostra volontà. Per costoro l'a. deve consistere in una terapeutica morale e nella messa in valore delle cosiddette «ragioni del cuore». È vero che l'atto di fede soprannaturale è compiuto sotto l'impulso della volontà, ma questo avviene dopo il giudizio della credibilità razionale delle verità di fede, quando cioè il ciclo apologetico è stato chiuso. La fede cattolica non è altro arbitrario del dispotismo della volontà, una cieca adesione del sentimento, un fanatismo, il leggendario credo quia absurdum, falsamente attribuito a s. Agostino. Una fede siffatta sarebbe immorale e fisicamente impossibile, perché l'intelletto non può aderire che ad una cosa vera o almeno soggettivamente creduta tale, e la volontà non può dimostrare vero ciò che è falso. La volontà interviene anche nel giudizio della credibilità della dottrina rivelata, ma non per sostituire, nemmeno parzialmente, la ragione; essa toglie solo gli ostacoli che possono impedire una visione convincente degli argomenti di ordine intellettuale. E la preparazione morale con i relativi motivi volontaristici non è oggetto dell'a. ma delle discipline morali.

Ai volontari sti si aggiungono i dogmatisti che considerano la fede come un'opera esclusiva della grazia soprannaturale. Per costoro l'a. deve limitarsi a inculcare la necessità di mortificare le proprie passioni e ad indicare i mezzi scelti da Dio per comunicare la sua grazia, cioè la preghiera e i sacramenti. La fede non si conquista ragionando, ma pregando e vivendola. La pratica della fede farà sentire a ciascun credente che essa è la verità. «Volete voi andare alla fede? Agite come se già credeste. Prendete l'acqua benedetta e fate celebrare Messe» (Pascal). Indubbiamente la fede cattolica è un dono della grazia di Dio, ma questa grazia non distrugge i diritti della ragione, non è una forza magica né una specie di suggestione che ci fa giudicare certo ciò che è dubbio, e razionale ciò che è illogico. La grazia di Dio suole intervenire anche per facilitare una conoscenza più efficace degli argomenti apologetici. Ma questi argomenti sono convincenti per se stessi e in se stessi, anche se non visti con gli «occhi della fede». Né l'intervento soprannaturale della grazia è assolutamente necessario nel processo apologetico, «cum recta ratio fidei fundamenta demonstret» (Conc. Vat., loc. cit., cap. 4). Contraria all'insegnamento della Chiesa è poi la pretesa di conoscere sperimentalmente la verità della religione cattolica, praticando senza la fede. La prima condizione necessaria per far parte della Chiesa cattolica e poter ricevere i sacramenti è la fede. Riceverli senza la fede è profanazione e impostura.

Alcuni dogmatisti hanno visto una contraddizione tra la conclusione scientifica, naturale, necessaria dell'a. e la libertà e soprannaturalità della fede cattolica. L'arduo problema della conciliazione del giudizio di credibilità, conclusione di un sillogismo, è l'atto di fede, imperato dalla volontà e dono della grazia divina, esigerebbe una trattazione non consentita in questo articolo. Basti dire che sono due atti intellettuali distinti, specificati da diversi motivi formali. Il giudizio di credibilità, motivato dagli argomenti apologetici non è l'atto di fede, motivato dall'autorità di Dio rivelante, ma soltanto la condizione necessaria, affinché la fede possa essere ragionevole. E la condizione può essere di altra natura e avere proprietà diverse da quelle dell'ente condizionato.

Altro errore, d'origine protestante, è quello di credere che basti l'esposizione della dottrina rivelata per farne conoscere la verità. Si aggiunge anzi che questa è la migliore. Certamente la sublimità della dottrina cattolica è un grande argomento della sua credibilità, ma non ci dà la certezza della sua provenienza divina per mezzo di una rivelazione soprannaturale, come si vedrà in altro articolo.

I pregiudizi più diffusi contro la necessità dell'a. s'incontrano tra gli uomini del ministero sacerdotale, della cura d'anime, dell'azione missionaria, i quali in nome della esperienza affermano che le disquisizioni apologetiche, mentre non conducono gli increduli alla fede, turbano la coscienza di molti credenti, sollevando dubbi e difficoltà ignorate. Costoro confondono la necessità con la sufficienza, e la necessità generale con le necessità individuali dell'a. Indubbiamente l'a. è impotente a risolvere da sola il problema dell'incredulità, e non è nemmeno una preparazione completa di tutte le facoltà dell'anima umana alla fede. La religione cattolica non è soltanto una dottrina per la quale basti dimostrare il suo fondamento logico, ma è anche una legge morale, più difficile a praticare che a credere, in

quanto esige la mortificazione di tutte le nostre passioni e la trasformazione totale dell'uomo carnale per renderlo conforme a Gesù Crocifisso. I motivi d'ordine morale e volitivo, determinanti il passaggio dal giudizio di credibilità all'atto di fede, hanno ordinariamente il maggior rilievo nelle conversioni, perché sono i più decisivi; ma la preparazione intellettuale non è un lusso superfluo. E bisogna diffidare di certe facili ma effimere conquiste, fondate solo sul sentimento, sulle disillusioni della vita, su bisogni di conforto e di felicità. L'a. è necessaria per preparare intellettualmente l'incredulo alla fede nel modo richiesto dalla sua natura ragionevole e per dare alla sua fede, come alla fede di tutti i credenti, una base logica, stabile e ferma.

Proclamando poi la necessità dell'a., non s'intende affermare che essa sia indispensabile alla fede individuale di ogni credente. Ciascun fedele deve sapere con certezza che la religione cattolica è rivelata da Dio e che la Chiesa cattolica romana è l'unica vera Chiesa fondata da Gesù Cristo. Di questi due fatti, come di ogni altra verità, si può avere una certezza di senso comune, volgare, prescintifica, e una certezza critica, riflessa, scientifica.

Ambedue danno la certezza dell'adesione ed escludono soggettivamente e oggettivamente l'errore. Ma la conoscenza rudimentale e indistinta dei motivi di credibilità non basta se non in ragione della mancanza di cultura e della debolezza della ragione ancora immatura.

La dimostrazione scientifica dell'a. è pertanto necessaria a tutti i sacerdoti che sono i maestri della fede e hanno l'ufficio d'istruire i fedeli e difenderli dagli errori dell'incredulità. Ed è oggi necessaria anche a tutti i laici colti per un triplice motivo: r) chi ha ricevuto da Dio una intelligenza capace e possiede una cultura più elevata, deve avere una conoscenza maggiore della religione cattolica e quindi anche dei suoi fondamenti razionali; 2) la persona di una certa cultura ha bisogno della a. per conservare la sua fede e sciogliere molte inquietanti difficoltà incontrate nella scuola, nelle conferenze, nella stampa, nelle conversazioni; 3) anche il laico colto ha il dovere dell'apostolato intellettuale, imposto dalla carità cristiana, apostolato oggi necessario per il dilagare di una incredulità che, in nome della storia, della scienza, della filosofia, nega non soltanto l'uno o l'altro dogma cattolico, come nei passati tempi delle cresce, ma l'esistenza stessa di qualsiasi religione rivelata. Sacerdoti e laici colti non devono accreditare con il loro silenzio le conclusioni pseudoscientifiche della incredulità contemporanea.

L'a. ha le sue origini nelle apologie cristiane, da cui si è lentamente sviluppata; ma solo in questi ultimi tempi ne sono stati definiti l'oggetto proprio e il procedimento scientifico.

È ciò che accade ad ogni scienza. Prima una scienza nasce, si sviluppa, vive, poi gli specialisti ne precisano l'oggetto, ne fissano i limiti e ne stabiliscono il metodo. Però per l'a. regna ancora su questi problemi non poca confusione. Molti manuali di a. contengono trattati e questioni le più disparate. Vi troviamo infatti tesi filosofiche sull'oggettività della conoscenza, la dimostrazione dell'esistenza di Dio, la trattazione della spiritualità e immortalità dell'anima, questioni dogmatiche sull'ordine soprannaturale, sulla fede, sulla costituzione interna della Chiesa, sull'infallibilità del Romano Pontefice, la discussione di problemi di storia ecclesiastica, di diritto canonico, di storia comparata delle religioni, ecc. Non si nega l'utilità pratica di simili manuali, ma una concezione enciclopedica dell'a. toglie il carattere e il prestigio di scienza alla disciplina che ha il compito di stabilire il fondamento razionale della fede cattolica; opprime il lettore con una farragine di questioni, trattate, alcune con metodo dogmatico, altre con metodo razionale, altre con ambedue i metodi talvolta confusamente; lascia in molti l'impressione che la credibilità razionale della dottrina cattolica — l'unico scopo dell'a. — dipenda dalla soluzione di tanti altri problemi, sulla cui soluzione sono legittime le riserve. È un'altra grave conseguenza di questi enciclopedici manuali è la superficialità inevitabile della trattazione. Il progresso scientifico ha oggi raggiunto tale sviluppo, che la competenza in molti e diversi rami dello scibile umano supera la comune capacità della mente umana.

La delimitazione del campo dell'a. è dunque di somma importanza. «Est enim vitiosum in unaquaque scientia, ut homo moretur in his quae sunt extra scientiam» (s. Tommaso, *In libr. Ethic.*, I, lect. ii). Per conoscere poi quali siano le questioni eterogenee all'a., si devono tenere presenti le differenze tra questa scienza e: a) l'apologia, b) la teologia dogmatica, c) la filosofia, d) la storia.

L'apologia, secondo la sua etimologia, indica un discorso (3.6.7.6) definito (2.2.6) da un attacco qualsiasi. Platone scrisse l'apologia di Socrate, s. Atanasio l'apologia della sua fuga, Newman l'apologia della sua vita. Nell'uso cristiano l'apologia è la difesa di un attacco particolare contro la religione cattolica, il cui oggetto può essere molto vario: una dottrina, un precetto morale, una legge disciplinare, un grande personaggio della Chiesa ecc. È un dibattito con l'avversario, per confutare il suo errore. Ha quindi uno scopo essenzialmente difensivo, per raggiungere il quale l'apologista scende sul terreno dell'avversario, adottato il metodo richiesto dai singoli casi, e può servirsi di argomenti contingenti, di valore personale e relativo (*argumenta ad hominem*). L'apologia cristiana non è una scienza a sé, ma è la funzione difensiva di ogni scienza sacra.

L'a. ha la stessa origine etimologica della parola apologia, ma, aggettivo sostantivato (ἀπολογητικὴ), sottintende ἐπιστήμη e designa una scienza, come avviene di altri aggettivi di origine greca, per es. fisica, etica, politica ecc. Né trae la sua ragione di essere dal bisogno della difesa contro le contrarie impugnazioni della incredulità, bensì dalla necessità di dare una base razionale alla fede dei credenti. Essa dovrebbe esistere anche se, per ipotesi, tutti gli uomini nel mondo fossero cattolici. L'a. dunque ha un compito essenzialmente positivo, possiede un oggetto formale proprio, usa argomenti di valore oggettivo e assoluto.

L'a. deve pertanto lasciare alle apologie, o piuttosto alle scienze sacre rispettive, la confutazione di errori estranei al suo oggetto formale; per es. alle scienze bibliche la soluzione dei problemi cosmologici, biologici, antropologici ecc., concernenti la S. Scrittura; alla teologia dogmatica la conciliazione dei dogmi di fede con le conclusioni delle scienze naturali; alla storia ecclesiastica la questione della S. Inquisizione, il processo di Galileo e molte altre accuse contro la Chiesa cattolica, i Papi ecc.

b) La teologia dogmatica è la scienza, non dell'esistenza, ma del contenuto della rivelazione, quale viene insegnato dalla Chiesa cattolica. Essa presuppone l'a., da cui riceve la sua logica premessa. E nelle sue dimostrazioni la teologia dogmatica procede alla luce della fede, cioè con argomenti di autorità divina, desunti dalla rivelazione soprannaturale e dal magistero della Chiesa. Gli argomenti di ragione sono secondari in dogmatica. Al contrario, l'a. procede con il lume naturale della ragione e prova le sue tesi con argomenti storici, scientifici, filosofici. Se argomenta dalla S. Scrittura, la considero come libro storico e umano. Se tiene conto delle decisioni del magistero della Chiesa, le accetta come dati del problema da dimostrarsi con argomenti di ragione. Certo anche la teologia dogmatica può e deve trattare le questioni apologetiche ed esporre il copioso insegnamento della Chiesa in proposito, ma su piano diverso, come fa per altre questioni che sono oggetto formale di altre scienze.

L'a. si differenzia dunque dalla teologia dogmatica per l'oggetto e per il metodo. Vanno pertanto rinviati alla dogmatica i trattati dogmatici della costituzione interna della Chiesa, della infallibilità del Romano Pontefice, della ispirazione della S. Scrittura, della divina Tradizione, della Fede soprannaturale, ecc.

c) La filosofia ha per oggetto le verità astratte, universali, eterne, delle quali dimostra l'evidenza intrinseca con certezza metafisica. L'a. invece ha per oggetto fatti storici, contingenti e liberi, ed ha conclusioni di evidenza

estrinseca e di certezza morale. L'a. si serve della logica, della metafisica e soprattutto della teodicea, ma non per questo deve dirsi una parte della filosofia. Anche la teologia dogmatica si serve della filosofia, ma nessuno nega la loro specifica differenza.

In base a questa distinzione devono essere rimandati alla filosofia tutti i trattati essenzialmente filosofici, compresi quelli dell'esistenza di Dio, della religione naturale, della spiritualità e immortalità dell'anima, detti i prologomeni, non precisamente i fondamenti, della fede.

d) La storia attesta soltanto i fatti materiali della dimostrazione apologetica, la quale consiste precisamente nel provare che questi fatti non sono umani, naturali, come tutti i fatti oggetto della storia, ma divini e soprannaturali, e compiuti in connessione di prova a tesi con la rivelazione soprannaturale. Perciò l'a., pur presupponendo la storia e servendosi della critica storica, oltrepassa la storia per il suo oggetto, scopo e argomenti. Non bisogna pertanto confondere l'a. con la storia delle religioni, che studia i fatti religiosi solo dal punto di vista storico. Né per con- durre un incredulo alla fede c'è bisogno di scorgli, come prologomeni, gli errori, le assurdità, le pratiche degradanti, i riti ridicoli del sentimento religioso abbiano donato a se stesso. Ciò potrebbe anzi scandalizzare e fargli concepire la religione come una sventura per il genere umano. Solo dopo avere positivamente dimostrato l'origine divina della religione cattolica, l'a. potrà utilmente provare la trascendenza di questa religione, venuta dal cielo, su tutte le religioni d'invenzione umana, evitando però le esagerazioni di alcuni apologeti, i quali non sanno vedere, fuori della religione rivelata, che superstizioni, errori, immorali. L'uomo ha potuto con le sole sue forze naturali giungere alla conoscenza di verità religiosa e alla pratica di virtù morali. Né si può escludere che ai seguaci di religioni false, specialmente se in buona fede, siano mancati totalmente speciali aiuti anche di ordine soprannaturale.

L'a. deve dimostrare la realtà storica della rivelazione divina. Ma trattandosi di un fatto storico-dinario e soprannaturale, occorre prima sapere che cosa sia questa rivelazione e se, astrattamente considerata, essa sia possibile e soprattutto discernibile come divina. Queste questioni filosofiche costituiscono il primo trattato dell'a. Il secondo trattato ha per oggetto il fatto storico della rivelazione divina, compiuta in diversi tempi, ma divisa in due grandi fasi: quella del Vecchio e quella del Nuovo Testamento. Gesù Cristo è il centro della storia della divina rivelazione, è il rivelatore supremo che la completò e chiuse definitivamente; perciò la rivelazione divina è detta anche rivelazione cristiana.

L'a. nella dimostrazione del fatto storico della divina rivelazione può quindi limitarsi a provare la divina missione di Gesù Cristo a comunicare agli uomini la religione rivelata.

Con questa dimostrazione resta implicitamente provata anche la rivelazione del Vecchio Testamento, in quanto Gesù Cristo la confermò, la fece propria, abolendo quella parte che aveva la funzione di preparazione e di figura simbolica della rivelazione definitiva. Tuttavia nella dimostrazione della rivelazione cristiana l'a. non trascura gli argomenti che possono ricavarsi dalla storia della religione del Vecchio Testamento e ai quali si accennerà più oltre.

La divina missione di Gesù Cristo si prova poi dimostrando: 1. che Gesù Cristo ha dichiarato di essere l'inviato di Dio e il Messia preannunziato dai Profeti del Vecchio Testamento; 2. che questa dichiarazione di Gesù Cristo risulta credibile: a) dalla trascendenza intellettuale e morale della sua personalità; b) dai fatti miracolosi connessi con la sua testimonianza messianica, compiuti sui nell'ordine fisico, sia nell'ordine intellettuale, sia nell'ordine morale. Non spetta necessariamente all'a. la dimostrazione della divinità di Gesù Cristo: essa appartiene propriamente alla teologia dogmatica. L'a., quando ha dimostrato che Gesù Cristo parlò in nome e per autorità di Dio, può già concludere che la sua dottrina è verità rivelata.

Il terzo e ultimo trattato dell'a. ha per oggetto la divina missione della Chiesa cattolica romana a custodire, interpretare e insegnare la rivelazione cristiana. Si divide in due parti: la prima dimostra che Gesù Cristo, vivente su questa terra, per conservare e propagare la sua dottrina, istituì un organismo visibile, gerarchico e perpetuo, con il primato di Pietro e dei suoi successori; la seconda parte dimostra che la Chiesa cattolica romana è la Chiesa fondata da Gesù Cristo: a) perché è l'unica legittima continuazione di essa, con il Romano Pontefice successore di Pietro; b) perché il suo mandato è autenticato da molti miracoli fisici, intellettuali, morali. Questa dimostrazione per i fatti miracolosi è analoga all'altra della divina missione di Gesù Cristo. La Chiesa cattolica romana afferma di essere stata fondata da Gesù Cristo, come custode e maestra della religione cristiana e in prova di quest'affermazione fa appello ai fatti miracolosi compiuti da Dio in suo favore. Risulta storicamente e scientificamente che questi fatti sono reali, soprannaturali e esplicitamente o implicitamente connessi con la predetta dichiarazione della Chiesa cattolica romana. E poiché Dio non può attestare il falso, la dichiarazione della Chiesa cattolica romana sulla divina missione è ragionevolmente credibile. La dimostrazione poi dell'identità della Chiesa cattolica romana con la Chiesa di Gesù Cristo per le note dell'unità, santità, cattolicità, apostolicità, fondandosi su presupposti dogmatici, potrà essere fatta in modo più completo dalla teologia dogmatica.

Alcuni apologeti, sull'esempio del card. Dechamps (1810-83), hanno proposto di sostituire al metodo apologetico sopra indicato, che procede geneticamente da Gesù Cristo alla Chiesa, il metodo detto ascendente o regressivo, che va dalla Chiesa a Gesù Cristo. Non abbiamo, disse Lacordaire, cambiato tattica. Invece di partire dalla base, siamo partiti dal vertice; invece di scavare nei fondamenti della piramide, abbiamo considerato la sua testa e la sua corona, cominciando dalla parte più visibile, per discendere poi nella parte più nascosta, che sostiene tutto l'edificio (Conférences de Notre-Dame, conf. 27). Questo metodo, che è fondato sulla vita mirabile della Chiesa cattolica romana come perenne motivo di credibilità della sua divina origine, può seguirsi, purché non si escluda la dimostrazione della divina missione di Gesù Cristo, non si neghi la possibilità di dimostrare il fatto della rivelazione cristiana indipendentemente dalla dimostrazione della divina istituzione della Chiesa romana, non si consideri la vita mirabile della Chiesa come il solo motivo certo della credibilità della religione cattolica.

Il metodo migliore è più naturale resta quello discendente che, prima, dimostra l'esistenza della rivelazione divina e poi la sua conservazione nella Chiesa cattolica romana, senza peraltro separare le due dimostrazioni, che si completano e si rafforzano a vicenda.

Esiste tra gli argomenti apologetici un rapporto di connessione, di solidarietà e di convergenza che dà una nuova luce e conferisce una speciale efficacia alla conclusione finale della credibilità della religione cattolica. E infatti:

a) La religione cattolica contiene un sistema di dottrine, teoriche e pratiche, immune da evidenti errori e immoralità, coerente, sublime, rispondente alle più profonde esigenze e aspirazioni umane.

b) Il predicatore di questa dottrina fu un umile artigiano trentenne, dell'oscura terra di Galilea, illetterato, che insegnò in modo straordinario e nuovo e con una efficacia persuasiva singolare. La mirabile sapienza di Gesù Cristo esclude l'ipotesi di un suo errore circa la sua divina missione, e l'incomparabile sua santità, non solo esclude l'ipotesi di una sua menzogna, ma costituisce un miracolo di ordine morale e quindi una conferma divina della verità della sua affermazione di essere il Messia preannunziato e preparato dalla religione del Vecchio Testamento.

c) Anche questa religione preannunziatrice e preparatrice di Gesù Cristo e dell'opera sua presenta alla sua volta caratteri trascendenti e divini. Il suo monoteismo etico, la grandezza morale dei suoi Profeti, il suo graduale e armonico sviluppo, l'unità e stabilità della sua dottrina per tanti secoli e attraverso ostacoli di ogni specie non sono

fattì spiegabili naturalmente. Il Vecchio e il Nuovo Testamento sono due fasi di una stessa religione che si continuano e si completano. I Profeti del Vecchio Testamento hanno predetto il perfezionamento e il trionfo in tutto il mondo della religione d'Israele per mezzo del Messia, del quale essi hanno tracciato la biografia.

d) In Gesù Cristo si sono compiute tutte le profezie del Vecchio Testamento. E la venuta, la vita e la morte di Gesù Cristo sono state accompagnate da moltissimi miracoli d'ogni specie, culminanti con la sua risurrezione da morte.

e) Ragionando a priori, non è presumibile che Gesù Cristo abbia abbandonato la conservazione e la propagazione del suo insegnamento a un libro, che i suoi nemici potevano distruggere e che ciascuno poteva interpretare a modo suo. La storia poi dimostra che realmente Gesù Cristo fondò una società visibile, gerarchica, perpetua, per la custodia, l'interpretazione e l'insegnamento della sua dottrina, e che la Chiesa cattolica romana è l'unica Chiesa fondata da Gesù Cristo. Questa dimostrazione storica è confermata dal sigillo di innumerevoli miracoli compiuti da Dio in tutti i secoli della storia della Chiesa, comprovanti direttamente la sua divina missione e indirettamente la divina missione del suo fondatore. E la Chiesa cattolica romana, e per se stessa, per la sua mirabile propagazione, insigne santità e inesauribile fecondità in ogni bene, per la sua cattolica unità e invita stabilità, un grande e perenne motivo di credibilità e una testimonianza irrefragabile della sua origine divina (Conc. Vat., loc. cit., cap. 3).

«Che una parte sola di questi fatti, nei quali si manifesta l'azione divina, si trovi nella storia di una religione, è già una prova sufficiente; ma che tutti questi segni s'accorrono e si uniscano nella religione di Gesù Cristo, è un argomento inoppugnabile. Tutto si spiega con un'unica causa: l'azione di Dio che vuole manifestarsi agli uomini... Nell'ipotesi razionalista sono necessarie tante coincidenze, circostanze eccezionali e forze occulte, quanti sono i fatti caratteristici del cristianesimo. La sua verità divina è l'unica chiave che risolve un numero immenso di problemi storici e morali» (P. de Broglie, Problèmes et conclusions de l'histoire des religions, 4a ed., Parigi 1894, p. 363).

L'a. classica, tradizionale, fatta di storia e fondata principalmente, se non esclusivamente, su motivi estrinseci alla verità rivelata, è stata detta troppo storicistica, estrinsecistica, intellettualistica da alcuni filosofi cattolici laici contemporanei, che hanno proposto nuove vie ritenute più adatte ed efficaci per la mentalità moderna imbevuta di kantismo, di soggettivismo, d'innocentismo.

La caratteristica comune della nuova a. è di prescindere dall'argomento dei fatti miracolosi, giudicati almeno inefficaci, e di fondarsi sulla constatazione dei bisogni spirituali, morali, sociali della natura umana, che solo la religione cattolica può pienamente soddisfare. Il filosofo francese G. Fonsegrie (1852-1917) in molti scritti, e specialmente in Le catholicisme et la vie de l'esprit (Parigi 1898), ha dimostrato l'identità delle leggi della vita umana spirituale e morale con le credenze e le massime del cristianesimo, concludendo che questa religione è indispensabile alla nostra vita «più alta, più ricca e, si può dire, più vivace più vissuta».

F. Brunetière (1849-1906), uomo d'azione, guardando più alla pratica che alla teoria e preoccupato soprattutto della «questione sociale», ha visto nel cattolicesimo una virtù sociale e civilizzatrice unica al mondo. Per risolvere i problemi della vita sociale è necessario credere alla verità cattolica. La scienza si è mostrata incapace di fondare una morale e di rimediare ai mali sociali: in questo campo ha fatto «bancarotta». E la speculazione razionale ha una azione dissolvente per la vita morale e religiosa. L'uomo è un essere che vive di fede; e la fede «è il fondamento e, se voi preferite, la condizione di ogni morale, di ogni scienza, di ogni azione» (Discours de combat, I, Parigi 1900, p. 310). Non occorre pertanto investigare le ragioni speculative che giustificano il cattolicesimo dinanzi alla ragione. Esso resta giustificato dal fatto che, meglio di ogni altra religione, soddisfa il desiderio di una vita morale e morale, e non esclude la possibilità di una religione migliore. Un altro grave difetto della nuova a. è di scartare o almeno di non prendere nella dovuta considerazione i fatti miracolosi, che sono i soli argomenti certi della credibilità della dottrina rivelata. Infine alla base della nuova a. stanno falsi principi filosofici e teologici.

Secondo il Brunetière tutte le nostre conoscenze, e scientifiche e religiose, si basano sopra un presupposto irrazionale che è la credenza. Il Blondel muove, pur non accettandola, dalla filosofia dell'immaginazione che considera la religione soltanto come il risultato spontaneo di esigenze inestinguibili dello spirito umano, e da un concetto inesatto del soprannaturale, considerato come un postulato dell'ordine naturale. Il soprannaturale, per definizione stessa, trascende ogni esigenza conoscitiva e volitiva della natura creata ed è un libero dono di Dio. Assolutamente parlando, il bisogno che ha l'uomo di una verità religiosa o di un concorso divino per la sua perfezione spirituale e morale, poteva essere soddisfatto da una religione di ordine naturale.

Il Blondel ha negato di aver voluto fare del soprannaturale un'esigenza concreta della nostra natura e per tutta la vita si è sforzato di conciliare le sue teorie con la dottrina ortodossa. Nelle opere recenti (L'Être, La Pensée, L'Action), ha modificato le sue posizioni, spiegando il bisogno e il disagio psicologico dell'uomo come una nostalgia dello stato soprannaturale, da cui è decaduto per