DUELLO. - Il d. (duellum = bellum, secondo il significato delle fonti antiche, combattimento in genere o combattimento singolare) è oggi detto qualsiasi combattimento, convenuto, tra due o più persone a pari numero, per causa privata, con l'osservanza di alcune norme stabilite dalla consuetudine cavalleresca. Il d., così condotto, nella legislazione ecclesiastica è anche punito come delitto. Nella convenzione per il d., preceduta ordinariamente dalla sfida o comunicazione della volontà di battersi, si stabiliscono il luogo, il tempo e le armi con cui battersi.
Nella preparazione per il d. e nella sua esecuzione entrano, quando il d. è solenne, tutto un contorno di persone, come portatori della sfida, padrini, cioè arbitri del d. e dell'osservanza delle norme cavalleresche, medici per l'assistenza ai feriti ed altri favoreggiatori, come gli addetti all'allarme per eventuali interventi della polizia.
Si distingue pertanto il d. dalla rissa che è un combattimento improvviso senza norme prefasse. Si distingue dalla guerra, scontro o serie di scontri tra due eserciti, e si distingue ancora da quella forma di combattimento fra due o pochi soldati, per definire le sorti d'una guerra in modo più semplice, che con lo scontro di due eserciti, come il combattimento di David con Golla nella storia sacra, degli Orazi e Curiazi nella storia classica: forma di combattimento senza dubbio lecita, com'è lecita, in determinate condizioni, la guerra. Si distingue ancora dal pugilato (boxing), il quale non è un vero combattimento fatto con armi di per sé letali, per quanto anche questa forma di lotta diventi spesso illecita, se protratta fino allo stordimento completo dell'avversario (to knock out).
Forse derivazione dei giudizi di Dio, il d. è il prodotto di un'epoca barbarica, nella quale i torti, non riparati dall'intervento della forza pubblica, venivano abbandonati alla vendetta privata; conservato e fatto rivivere da una società, non permeata dallo spirito del Vangelo ed in opposizione all'ingentilimento dei costumi, prodotto dal cristianesimo; legittimato da false concezioni di onore e stima. Il d. si può attuare in varie forme e con varie armi. Usitatissima è la distinzione tra d. solenne e semplice, tra d. al primo o all'ultimo sangue, cioè fino alla morte di uno almeno dei contendenti. Non risponde alla configurazione di delitto del d., pur meritando sempre riprovazione morale, il d. all'americana, nel quale l'accettante deve scegliere tra due armi, di cui una è carica e l'altra no, e tra due pillole, di cui una è avvelenata e l'altra no, e combattere così ad armi disuguali. Risponde invece al concetto di d. sopra accennato, la prova di forza (Bestimmungsmensur) in uso presso gli studenti delle università germaniche, in quanto non è un semplice esercizio di scherma, ma è un vero combattimento convenuto tra due persone, anche se al primo sangue (cf. S. Congregazione del Concilio, 9 ag. 1890; 23 genn. 1904; 10 febbr. 1923; 13 giugno 1925).
Il d. è contro il diritto naturale, che proibisce di uccidere o di ferire altri, nonché di esporre la propria vita ad un grave pericolo. Il d. partecipa della malizia dell'omicidio e del suicidio insieme: omicidio in quanto attentato contro la vita altrui; suicidio in quanto espone temerariamente a grave pericolo la propria, senza nessuna ragione plausibile. Ed anche escluso nell'intenzione dei duellanti il persistere nel d. fino all'ultimo sangue, va ugualmente contro la legge naturale e divina, la quale vieta non solo l'omicidio voluto, ma anche quello al quale si può, pur non volendo, dare una remota occasione, e vieta qualunque volontaria lesione del prossimo. Né vale il dire che v'è compenso tra le due parti, essendo ambedue ugualmente assalite, e non correndo una maggior pericolo dell'altra. Sia pure che siano assalite; ma sono anche assalitrici, e perciò ambedue colpevoli. Ed ammesso pure che il pericolo in sé e per sé sia piccolo, gli eventi però superano talora le previsioni. Comunque il ferire o cercar di ferire è sempre cosa proibita dalla legge divina e umana.
Inoltre il d. va anche contro l'ordine sociale, perché sostituisce all'autorità dello Stato e alla maestà della legge la vendetta o giustizia personale. Le false massime sull'onore che si portano per giustificarlo, non valgono allo scopo. L'offeso, o che offeso si crede, sfida l'offensore, e gli impone un atto, al quale soggiace egli pure con gli stessi rischi e doveri.
Dov'è la riparazione, se l'offeso deve pagare lo stesso prezzo e la stessa soddisfazione dell'offensore?
A queste osservazioni accede l'opinione ed il giudizio dei più. Finché si discute teoricamente non è difficile trovare consensi al giudizio di condanna del d., come portentosa incoerenza, pregiudizio feroce, residuo di feudalismo e di barbarie. Al caso pratico spesso il pregiudizio prevale su tutto.
Il d. si fanno e si accettano (le nostre cronache conoscono esempi assai recenti), contro coscienza bensì, per paura di essere chiamati vili, cioè per paura di aver paura.
Gli sforzi uniti della religione e della civiltà valsero a mostrare l'assurdo, non valsero finora a sradicarlo. I codici fissano sanzioni, ma i processi non si fanno, le sentenze non sono di condanna, le condanne non si espiano. Il delitto, a differenza di altri, infligge disonore, secondo i preconcetti, a chi non lo consuma.
Qualche cosa si sperò nel secolo scorso dal moto antiduellista, sorto in seguito ad un doppio scandalo dato dallo Stato maggiore austriaco, il quale contro i codici militare e civile, condannanti il d., cancellava dall'elenco degli ufficiali un cattolico (marchese Taccoli), reo di non aver accettato il d. ed un altro (conte Leodochowski), reo di aver dato il consiglio di rimettere la vertenza al tribunale militare d'onore.
Il movimento ebbe a promotore il principe don Alfonso di Borbone e d'Austria d'Este, e per sua iniziativa sorsero leghe antiduellistiche con il programma di riformare la legislazione, promuovere l'istituzione di consigli d'onore, destinati a sostituire l'uso delle armi, fiancheggiando così la parola di condanna rinnovata dalla S. Sede con la lettera di Leone XIII ai vescovi di Germania (Pastoralis offici, 22 sett. 1891), ma le speranze caddero miseramente.
Sempre rimanendo per sé illecito il d. per i motivi sopra esposti, stante tuttavia questi persistenti pregiudizi sociali, i moralisti si domandano, se sia lecito accettare il d. vero e proprio nel caso che, rifiutando la sfida, si venisse a perdere il proprio posto a scapito della propria dignità e di vantaggi economici di notevole entità. Le opinioni sono contrastanti, di modo che non si potrebbe ritenere reo di colpa grave chi, in queste condizioni, cede ai pregiudizi correnti sull'onore e sulla cavalleria, dopo aver fatto il possibile per esimersi. È un caso piuttosto raro, che in Italia, p. es., dove il d. è proscritto anche per legge civile (Cod. pen. ital., artt. 394-401), difficilmente potrebbe verificarsi.
È proibito invece iscriversi a quelle società accademiche che, costituite in università germaniche, p. es., obbligano gli iscritti a dare soddisfazione, in altre parole ad accettare, se provocati, un d. al primo sangue. È proibito anche rimettersi al giuri d'onore per far giudicare dallo stesso se il d. si debba tenere o no. Difatti la Pontificia Commissione per l'interpretazione del CIC ritiene che anche in quel caso esiste il delitto e si incorrano le pene (Pontificia Commissione, 26 giugno 1947: AAS, 39 [1947], p. 374).
Né si può sfidare a d. un falso accusatore, anche se questo è l'unico mezzo per evitare una condanna di morte, non verificandosi in questo caso le condizioni per la legittima difesa (v. DIFESA LEGITTIMA).
Il peccato non è solo ed esclusivo dei duellanti, ma anche tutti coloro, che in qualsiasi maniera ci intervengono, sono da considerarsi come cooperatori al peccato (v. COOPERAZIONE). Tali sono i portatori del biglietto di sfida, i padrini, i medici, che dietro convenzione si trattengono nelle vicinanze allo scopo di poter prestare subito la loro opera; gli arbitri, chi mette a disposizione denaro, armi, veicoli, luogo; chi monta la guardia ed anche i semplici spettatori, in quanto ciò costituisce un incoraggiamento per i duellanti ed un'approvazione per il d.
Una forma di cooperazione è anche lo scrivere libri che propugnino la liceità del d., ribadendo pregiudizi sull'onore. Questi libri, in quanto diretti contro i buoni costumi, sono ipso iure prohibiti (can. 1399).
Riguardo alla riparazione, non si è obbligati di solito a prestare qualche compenso per i danni causati dall'uccisione o ferimento in d.; con la provocazione e con l'accettazione della provocazione l'uccisione cessa di essere un'ingiustizia contro l'ucciso. Se invece chi uccide o ferisce accettò l'intimazione solo perché costretto, la coazione parte ordinariamente dal tribunale di onore, che può assimilarsi ad un mandante, a tutti gli effetti, anche dal risarcimento dei danni.
Bibliografia22 opere
DIRITTO CANONICO
La sua origine deve vedersi forse nei cosiddetti giudizi di Dio (v.), venuti largamente in uso in Occidente nel sec. IX. Nella stessa epoca si trovano le prime decise affermazioni della Chiesa contro il d.; un canone del III Concilio di Valenza (855) dichiara suicida l'ucciso in d. e dispone l'esclusione dalla comunione dei fedeli di chi in d. abbia ucciso o gravemente ferito l'avversario.
Nel secolo successivo si trovano tracce dell'uso del d. anche in processi celebrati dinanzi a tribunali ecclesiastici, i quali però, in intemperanza agli ordini di Roma, ben presto si rifiutarono di ammetterlo come mezzo di prova.
Il combattimento giudiziario cadde in disuso specialmente a seguito degli sforzi di alcuni sovrani francesi, a cominciare da Luigi il Santo; ma continuò e fu sempre maggiormente praticato, a partire dal sec. XV, il d. cavalleresco, dapprima nella forma del torneo e, più tardi, in quella che, con l'osservanza di determinate regole, è ancora praticata ai nostri giorni (d. privato).
Per quanto riguarda la proibizione e, correlativamente, le pene, non è sempre facile distinguere quando si voglia colpire un d. avente le caratteristiche odierne o un torneo o un combattimento giudiziario. Sebbene proibizioni dei d. si trovino anche in epoca anteriore, è certo che almeno nel Concilio Lateranense del 1179 e in qualche decretale di Alessandro III e di Innocenzo III si hanno divieti generali (cf. i relativi testi in CIC, c. 9, X, III, 50; cc. 1-2, X, V, 14); successivamente gravi pene furono stabilite da Giulio II (cost. Regis pacifici, 24 febbr. 1509, § 2) e da Leone X (cost. Quam Deo, 23 luglio 1519). La bolla Ea quae a praedecessaribus di Pio IV (13 nov. 1559), che costituisce la disciplina anteriore al Concilio di Trento, comminava la scomunica latae sententiae, riservata al Pontefice, per i duellanti, per i padrini, per coloro che assistono al d. o che concedono il terreno per lo scontro, nonché per coloro che in qualsiasi modo favoriscono il d. stesso.
Il Concilio di Trento (sess. XXV, de reform., c. 19) aggiunge alle pene anzidette la privazione della sepoltura ecclesiastica per coloro che siano morti in d.
Dopo varie altre disposizioni di Gregorio XIII (cost. Ad tollendum, 5 dic. 1582), di Clemente VIII (cost. Ilius vices, 17 ag. 1592, §§ 1-7) e di Benedetto XIV (cost. Detestabilem, 10 nov. 1752), Pio IX nella cost. Apostolicae Sedis del 12 ott. 1869 (§ 2, n. 3) mitigò alquanto le pene.
Il CIC (can. 2351), accogliendo sostanzialmente la disciplina introdotta da Pio IX, e implicitamente abrogando (cf. can. 6 n. 5) le altre disposizioni (alcune delle quali era dubbio se fossero ancora in vigore o no), ha stabilito la scomunica latae sententiae, riservata simpliciter alla S. Sede (v. PENA), per i duellanti che sfidano a d. o che accettano la sfida, per tutti i complici (v. COOPERAZIONE NEL DELITTO), per gli spettatori volontari, e per coloro che lo permettono o comunque non fanno quanto è in loro potere per impedirlo; inoltre i duellanti e i padrini incorrono ipso facto nell'infamia iuris (v. INFAMIA); e coloro che muoiono in d. o in seguito a lesioni riportate in d. sono privati della sepoltura ecclesiastica (v. SEPOLTURA ECCLESIASTICA), salvo che prima di morire abbiano dato qualche segno di pentimento (can. 1240 § 1 n. 4).
Anche le leggi penali di quasi tutti gli Stati puniscono il d., ma quasi sempre con pene miti. Così il Codice penale italiano (artt. 394-401) prevede vari reati in materia (si tralascia qualche disposizione di dettaglio): a) sfida o accettazione di essa, se il d. non avvenga: è punita con una multa che attualmente va da lire 1600 a lire 16.000; la stessa pena si applica ai portatori di sfida, se il d. avviene, mentre in caso contrario il minimo della multa può scendere a lire 1067; per chi sfida o accetta la sfida, la pena è raddoppiata, se egli è stato la causa ingiusta e determinante del fatto; b) uso delle armi in d. è punito con la reclusione da 15 giorni a 6 mesi, o con la multa da lire 4000 a lire 80.000; se dal fatto deriva all'avversario una lesione personale grave o gravissima, la pena è della reclusione da 15 giorni a 2 anni; se dal fatto deriva la morte, la pena è della reclusione da 1 a 5 anni; in ogni caso le pene sono raddoppiate per colui che è stato la causa ingiusta e determinante del fatto; c) i padrini o secondi, e le persone che hanno agevolato il d., sono puniti con la multa da lire 4000 a 80.000; d) chiunque pubblicamente offende una persona o la fa segno a pubblico disprezzo, perché essa non ha sfidato o non ha accettato la sfida o non si è battuta in d., è punito con la reclusione da 15 giorni a 6 mesi o con la multa da lire 4000 a 80.000; la stessa pena si applica a chi, facendo mostra del suo disprezzo, incita altri al d.
È inoltre da tener presente che i duellanti e i padrini sono puniti, anziché con le minori pene previste per il d., con le pene stabilite per l'omicidio o la lesione personale, qualora si verifichi una delle seguenti irregolarità di cui siano a conoscenza: 1) se le condizioni del combattimento non sono state precedentemente stabilite da padrini, ovvero se il combattimento non avviene alla loro presenza; 2) se le armi adoperate nel combattimento non sono uguali, ovvero non sono o pistole ugualmente cariche o spade o sciabole, oppure se sono armi di precisione o a più colpi; 3) se nella scelta delle armi o nel combattimento è commessa frode o violazione delle condizioni stabilite; 4) se è stato espressamente convenuto, ovvero se risulta dalla specie del d., o dalla distanza fra i combattenti, o dalle altre condizioni stabilite, che uno dei duellanti doveva rimanere ucciso; 5) quando la provocazione o la sfida a d. siano state fatte con l'intento di carpire denaro o altra utilità.