OSIRIDE (OSIRIS; EGIZ. WÉJR; GR. "ΟΣΊΡΙΣ)

OSIRIDE (OSIRIS; egiz. Wéjr; gr. "Οσίρις). - Divinità di prima importanza del pantheon egiziano che rivela aspetti molteplici e complessi. In origine

l'ortodossia. La collaborazione personale, benché non esclusiva, di O. nella redazione del Simbolo niceno sembra innegabile. Fu anche presidente del Concilio sardicense (343), e se ne devono a lui i canoni e una lettera a papa Giulio I, intorno al Simbolo di Nicea.

O. intervenne anche in altri gravi affari. I donatisti gli attribuirono le severe decisioni imperiali del 316, in occasione dello sci-sma contro il vescovo Ceciliano. La legge dell'Imperatore, del 18 apr. 321, che facilita la manomissione degli schiavi nelle Chiese, è indirizzata a O. (Cod. Theod., 4, 7): un chiaro accenno alla parte che questi vi ebbe.

Per lungo tempo O. resistette alle pressioni di Costanzo (355), il quale voleva fargli rinnegare la fede nicena e condannare s. Atanasio. L'energica risposta (356) gli valse l'esilio a Sirmio da parte dell'Imperatore; e quivi, ormai centenario, consunto dagli strapazzi e dall'esilio sotto violenze di ogni genere, gli venne finalmente strappata la firma che sottoscriveva la seconda formola di Sirmio, la quale ben presto venne da lui stesso ritrattata nell'ora della morte, siccome imposta con violenza; così infatti viene attestato da s. Atanasio: « Nel suo testamento protestò contro la violenza usata e fulminò i suoi anatemi contro l'eresia ariana, ordinando che nessuno la seguisse ». La Chiesa greca lo venera come santo il 27 ag.

Tutta la sua vita venne sacrificata all'azione. Lasciò però, benché brevi, alcuni scritti, veri gioielli letterari. S. Isidoro di Siviglia gli attribuisce una lettera a sua sorella, De laude virginitatis, in sereno stile, e un trattato De interpretatione vestium sacerdotalium quae sunt in Veteri Testamento, di cui loda l'ingegno e l'accortezza; ma niente si è conservato di queste opere. S. Atanasio, invece, ha trasmesso nella sua Historia Arianorum, 44, la lettera a Costanzo, monumento imperativo della fortezza del gran vescovo, e insieme canone decisivo della giurisdizione e dell'immunità della Chiesa innanzi ad ogni sopruso.

BIBL.: s. Atanasio, Historia Arianorum, 45; Apologia contra Arianus, 89; Apologia de fuga, 5; s. Ilario di Poitiers, Fragmenta ex opere historico, 2 e 6; De synodis, 10-11. Sulpicio Severo, Chronica, 2, 40, 5; Socrate, Hist. eccl., II, 31; Sozomeno, Hist. eccl., 4, 6 e 12; P. Gams, Die Kirchengeschichte von Spanien, II, Ratisbona 1884, III, ivi 1879; Z. Garcia Villada, Historia ecclesiastica de España, I, II, Madrid 1929, pp. 11-43; I. Ortiz de Urbina, El Simbolo niceno, Madrid 1947, p. 26; J. Madoz, Historia general de las literaturas hispánicas, Barcellona 1949, pp. 86-89. Giuseppe Madoz

fu quasi certamente un antico re divinizzato il cui culto si sostituì a quello del dio locale di Busiris, città del Delta. La tradizione della morte violenta di O. diede origine a due fra i suoi aspetti più caratteristici: l'uno di divinità dei morti, l'altro di divinità agreste.

Il primo si ricollega alla nota leggenda (v. HÓRO; ISIDE) della sua uccisione proditoria da parte del fratello Seth e della successiva risurrezione nell'oltretomba ove regna eternamente sui defunti presiedendo al giudizio delle loro anime (v. LIBRO DEI MORTI). A partire dal Medio Regno sino alla fine della civiltà faraonica la priorità di O. su tutte le altre divinità d'oltretomba risulta documentata concordemente dai testi funerari. O. fu invocato con l'epiteto di Wun-nfr (gr. Ὀννόωρις) = « l'Essere bello » per eccellenza, cioè eternamente incorrotto; altro suo appellativo frequente fu quello di « Signore dell'Occidente », cioè degli inferi che ogni notte il sole illuminava con un percorso inverso a quello diurno. Era garanzia e pegno di una felice vita ultraterrena il possesso della tomba o di un cenotafio o almeno di una stele nella grande necropoli di Abydos, antica città sacra di O. ove si conservava un reliquiario con il suo capo. Nelle stessa città si celebravano annualmente i « misteri di O. » destinati a rievocarne la morte e la risurrezione.

Anche l'aspetto di O. come divinità agreste si riconnette ad un passo della leggenda poiché la permanenza del cadavere di O. nel Nilo fu messa in relazione con l'annuale benefica inondazione. Perciò O. « l'acqua nuova del Nilo » determina il periodico rinnovarsi della vita vegetativa. Significativo al riguardo il rito con cui si faceva germogliare l'orzo da una immagine di terra modellata raffigurante O. Il carattere di divinità cosmica e celeste è frutto delle speculazioni dei teologi eliopolitani i quali si videro costretti ad introdurre O. nel loro sistema universale a causa del favore sempre crescente che il dio riscuoteva. Talora O. appare identificato con la luna poiché le fasi del ciclo lunare furono messe in relazione con l'assassinio del dio da parte di Seth e con la sua successiva rinascita.

Iconograficamente O. è rappresentato mummiforme, strettamente avvolto da una fasciatura, alle volte stilizzata in una veste vera e propria, che lascia libere soltanto le mani e il capo: allusione evidente alla imbalasmazione del cadavere compiuta da Anubis. Gli altri attributi, alta tiara affiancata da due piume di struzzo, scettro e flagellum, si ricollegano alla regalità di O. Le sue carni sono verdi, simbolo di eterna giovinezza.

A Busiris l'emblema di O. era costituito da una specie di pilastro (gd), di incerta derivazione.

BIBL.: J. Frazer, The golden bough: Adonis, Attis and Osiris, 3ª ed., Londra 1914 (considera l'aspetto di divinità agreste come originario e principale; criticamente recensito da A. Gardiner in Journ. of Egypt. Arch., 2 [1915], p. 121 sgg.); H. P. Cooke, Osiris. A study in myths, mysteries and religion, Londra [1931]; G. D. Hornblower, Osiris and his rites, in Man, 37 (1937), p. 153 sgg.; J. Vandier, La religion égypt. (Mana), Parigi 1944, V. indice; G. Nagel, Les mystères d'Osiris dans l'ancienne Égypte, in Eranos-Jahrbuch, 11 (1944), pp. 145-66; A. S. Yahuda, The Osiris cult and the designation of Osiris idols in the Bible, in Journ. of Near Est Studies, 3 (1944), pp. 194-97. Per l'inno ad O. conservatoci in una stele del Louvre (C. 286), cf. A. Moret, in Bull. de l'Inst. franç. d'arch. orient., 30 (1931), pp. 725-50. Sergio Bosticco
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“OSIRIDE (OSIRIS; EGIZ. WÉJR; GR. "ΟΣΊΡΙΣ).” Enciclopedia Cattolica, vol. IX (1952), p. 266. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/osiride-osiris-egiz-wejr-gr-osiris.