LIBRO DEI MORTI. - Denominazione con cui i primi egittologi indicarono una raccolta di formole, preghiere e inni religiosi scritta su rotoli di papiro che, a partire dal Nuovo Regno (sec. XVI a. C.) fino all'età greco-romana, gli Egiziani deponevano nel sarcofago dei loro defunti. Il *L. dei m.* fu redatto comunemente nelle grafe geroglifiche e ieratica, mentre nei bassi tempi fu usata anche la demotica: nella maggioranza dei casi il testo è accompagnato da vignette illustrative, spesso a colori. Molti esemplari sono veri capolavori di precisione calligrafica e di vivacità pittorica. La silloge risulta dall'unione di capitoli o paragrafi disposti senza un ordine di successione logico. Il numero complessivo e spesso la successione dei capitoli varia da un esemplare all'altro; numerose anche le varianti del testo.
Lo scopo del *L. dei m.* era quello di fornire ai defunti un prontuario con il quale potessero affrontare le varie contingenze della vita ultraterrena. Il titolo della silloge equivale in egiziano a «l'uscita al giorno» e implica l'aspirazione fondamentale di poter uscire dall'oscurità della tomba per rivedere la luce del sole. I precedenti del *L. dei m.* si devono ricercare nei *Testi delle Piramidi* (formole funerarie trovate nelle tombe reali della V e VI dinastia e composte unicamente per i re) nelle quali si esaltava l'ascesa al cielo del sovrano defunto e la sua edificazione. Ugualmente importanti per stabilire la genesi del *L. dei m.* sono i formulari del Medio Regno noti sotto il nome di *Testi dei sarcofagi*, riservati ad una cerchia più ampia di persone.
Il *L. dei m.*, che rivela un carattere più popolare, riserva una parte preponderante alle formole magiche destinate a eliminare un pericolo o a procurare un bene.

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LIBRO - CARTA IMBRUNITA PER PROFONDA OSSIDAZIONE CON RESTAURO PARZIALE.
Cosi si leggono le formole per potersi assicurare gli alimenti e le vivande, per proteggersi dai coccodrilli e dai serpenti, per conservare le membra intatte, per poter circolare liberamente nel regno dei morti, per «uscire al giorno», per farsi sostituire nelle *corvées*, per identi-ficarsi con determinate divinità, ecc. Alcune invocazioni agli dèi assumono la forma di veri inni religiosi di notevole estensione: degne di nota le cosiddette «litanie di Osiride».
Ma il capitolo più interessante dal punto di vista morale è riservato alla confessione negativa. L'idea fondamentale era quella secondo cui il defunto, per poter accedere al regno di Osiride, doveva «giustificarsi» di-nanzi al dio stesso e ad una commissione di 42 giudici. Il giustificando, entrato nella sala del tribunale, enumerava le azioni peccaminose che non aveva commesso mentre il dio Thot verificava la veridicità della confessione su una bilancia recante da un lato il nome del defunto, dall'altro il simbolo della verità (psicostasi).
I peccati si possono ridurre a due categorie: contro gli dèi (p. es., non aver bestemmiato, non aver sottratto le offerte dai templi, non aver profanato i luoghi sacri, ecc.) e contro gli uomini (p. es., non aver ucciso, non aver commesso adulterio, non aver rubato, non aver falsificato pesi e misure, ecc.). Se il verdetto era favorevole il defunto veniva dichiarato «giusto di voce» e ammesso nel regno dei morti: in caso contrario la sua anima era divorata da un animale mostruoso e annientata per sempre. Naturalmente il possedere il *L. dei m.*, con l'elenco completo dei singoli giudici e le invocazioni relative ad ognuno di essi, implicava *de iure* la buona riuscita del giudizio.
Alcuni capitoli infine descrivono e illustrano la vita nel regno di Osiride ove i «giusti di voce» sono intenti a coltivare campi prodigiosamente feraci.
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LIBRO DEI MORTI - Papiro di Nes-Min, con scena del giudizio dell'anima (psicostasia. Sec. v ca. a. C.) - Vaticano, Museo Egizio.
I 508. Per altre versioni e studi cf. I. A. Pratt, Ancient Egypt, Nuova York 1925, pp. 373-77; id., Ancient Egypt 1926-47, ivi 1942, pp. 259-60.