DE VRIES, HUGO

DE VRIES, HUGO. - Botanico e biologo olandese, n. a Haarlem il 16 febbr. 1848, m. a Lunteren il 20 maggio 1935; fu professore di botanica ad Amsterdam dal 1878 al 1918. Nella sua attività scientifica si distinguono due periodi: il primo (1877-88) riguarda soprattutto la fisiologia cellulare, il secondo (1889-1918) la origine delle forme viventi vegetali per «mutazione».

Concettualmente, l'opera del D. V. come teorico dell'evoluzionismo si innesta sul darwinismo. Darwin aveva veduto nelle varietà delle specie nascenti, il D. V. parte dall'osservazione che, in articolatura, le varietà sorgono di colpo, in una sola stagione, senza passaggi graduali, e senza bisogno di lunghi lassi di tempo.

Egli ha trovato nella *Oenothera Lamarckiana* una pianta che in natura presenta variazioni di caratteri rapide e che, coltivata, si presta allo studio sperimentale di queste mutazioni, le quali danno origine a buone razze da lui chiamate specie elementari, assolutamente costanti fin dall'inizio. Queste coinciderebbero con le linee pure. La teoria mutazionistica (1901-1906) incontratasi con il mendelismo e con la genetica, ha rappresentato una fase cospicua nella storia della biologia, e per un momento ha offerto la speranza di creare ragionevolmente e sperimentalmente delle specie nuove, di fare infine entrare l'evoluzionismo nella scienza induttiva, sperimentale. Ma quando si cominciò a dubitare che la pianta accantonata, mentre scelta per lo studio dal D. V., l'Oenothera, fosse ibrida, e le forme nuove, alle quali dà origine, fossero in realtà le specie originarie, il mutazionismo nel senso primitivo perdette gran parte del fascino (cf. Lotsy).

Del resto, come tutte le ipotesi parziali e interpretative, a volta a volta nella storia della biologia, si avvicinano a costituire l'ipotesi, più generale, dell'evoluzione, anche il mutazionismo è stato giudicato dai teorici delle diverse scuole in modo opposto. F. Le Dantec vide in esso una tendenza all'antitrasformismo e lo denunciò come fattore della crisi del trasformismo. Altri vedono nelle mutazioni casuali come fattore di evoluzione il trionfo del caso e dell'a-teleologico, cioè dei motivi veri e profondi dell'evoluzionismo classico. Oggi per mutazione si intende una variazione ereditaria. Ma che per mutazione si sia avuta mai una nuova specie è tuttora materia di discussione. Certo è che per mutazione non hanno origine organi nuovi.

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BIBL.:** Opere: *Intracellulare pangenesi*, Jena 1880; *Die Mutationstheorie*, Versuche und Beobachtungen über die Entstehung der Arten im Pflanzenreich*, Lipsia 1901-1903, trad. II. (*Specie e varietà*), Palermo 1908; *L'évolution des être organisés par sauts brusques*, in *Scientia*, 19 (1916), p. 28. Studi sull'opera del D. V. come fisiologo cellulare: L. Jost, *Lelungen über Pflanzenphysiologie*, Jena 1913, p. 19; *L. Dantec*, La crise du transformisme*, Parigi 1909; J. P. Lotsy, *Evolution in Lichte der Bastardierung betrachtet*, in *Genetica*, 7 (1926); *Necrologia di D. V.*, di R. Ruggles Gates, in *Nature*, 136 (1935), pp. 133-34. Sulle vicende della teoria mutazionista: J. Rostand, *L'évolution des espèces*, Parigi 1946, p. 159; *L. Lotsy*, *Leipzig Scientific Papers*, 1917.