PROGRAMMA
I. Negli indiani della religione, di cui è moderatore e committente il Pontefice di Roma.
II. Negli indiani della civiltà, di cui è ancora una legalità nel Vittorio Emanuele nel regno italico.
Napoli, 3 settembre 1868.

(per cortesia di mons. S. Garofalo)
Se le stentate iniziative di riforma dei principi italiani ci interessano, come un estremo sforzo degli Stati regionali per adeguarsi alle necessità dei tempi, ben più ci interessano le sentite e spontanee manifestazioni di volontà e di coscienza politica nelle varie popolazioni italiane. Un difetto di organizzazione, di esperienza, di senso unitario vizia tutto lo sforzo che sfocia nella « guerra federale ». Lo stesso Pio IX, pur diffidando della « febbre italiana » per quello che vi era in essa di esclusivo, di mondanamente assoluto e di religiosamente contingente, giunge a far sua la causa italiana anche dopo la famosa Allocuzione del 29 apr. del 1848, che delude i fautori della « crociata » neo-guelfa: nella lettera inviata per tramite del Corboli-Bussi all'Imperatore d'Austria egli consacra ancora il principio di nazionalità, fuor d'ogni ricorso alla violenza, appellandosi alla pietà del sovrano, affinché rinunci ai suoi possessi italiani.
L'estremo punto della rivoluzione quarantottesca si attinge, in Italia, con l'instaurazione di governi democratici, repubblicani, fondati sul principio della sovranità popolare, dal quale pure si deduce la necessità di una Costituente nazionale e di assemblee costituenti parziali elette a suffragio universale: ma quest'instaurazione di democrazie non si ha che a Firenze, a Venezia ed a Roma, e soltanto a Roma si deducono tutte, o quasi, le conseguenze ideologiche dei principi teoricamente elaborati. D'altra parte, le premesse dottrinali non son sufficienti a qualificare un regime: la Repubblica Romana ci interessa soprattutto per certe trasformazioni sociali, studiate dal Demarco, e per certi motivazione pratica di fronte alle convinzioni cattoliche della gran maggioranza.
Dopo la catastrofe del '48 si ha, da parte dei maggiori e dei migliori patrioti, un esame di coscienza che riveste talora, per lo storico, un valore particolare: si pensi all'Archivio triennale del Cattaneo, al Rinnovamento del Gioberti, agli scritti del Tommaso, ecc. Ma in tali scritti gli «ideali del '48» appaiono ancora spesso normativi: sussiste ancora una sorta di «profetismo» politico, specie nel Mazzini e nel Gioberti. I tempi sono realmente maturi per l'egemonia, o per la dittatura che questi affida allo Stato piemontese, ma non per rivelare nel processo storico quell'«onnipotenza delle idee» ch'è la sua fede mondana; né sorge il popolo-messia mazziniano. È l'ora, invece, del geniale possibilismo di Cavour, sostenuto del resto da un'etica liberale: egli utilizza gli elementi sparsi di un programma d'azione italiano: la politica dinastica sabauda, le idee napoleoniennes di Napoleone III, l'eredità dell'albertismo fra i moderati di varie regioni, la crisi del particolarismo, ormai sensibile persino nel Mezzogiorno borbonico, per lo meno fra i colti, che non di rado si trovano, espatriati, a condivider l'esperienza costituzionale piemontese. Ma per esser del tutto italiano, il programma di Cavour deve appunto, volente o nolente, accettare un confronto coi profetismi nazionali intransigenti: e si ha l'incontro fra guerra regia e guerra di popolo - dove una piccola minoranza rappresenta il «popolo» futuro - nel 1860. Incontro ben rispondente alle tradizioni del R., un po' come la proclamazione di Roma capitale in fieri, ch'è l'ultimo gesto risorgimentale del Cavour.