CUOCO, VINCENZO

CUOCO, VINCENZO. - N. a Civitacampomarano nel Molise il 1° ott. 1770 e m. a Napoli il 14 dic. 1823, è uno degli uomini più rappresentativi della cultura italiana dell'epoca napoleonica. Fu scrittore politico, storico e pedagogista. Partecipò agli avvenimenti napoletani del 1799, dopo la breve parentesi della Repubblica partenopea, fu arrestato e mandato in esilio. Fu a Marsiglia, a Parigi e poi a Milano (1800) ove strinse rapporti di amicizia col Manzoni. Qui diresse il «Nuovo giornale italiano» nel quale, cercando un comune punto di incontro della coscienza degli Italiani, perseguiva una nobile finalità di educazione popolare.

Meditando sugli avvenimenti napoletani del 1799 scrisse il C. il Saggi storico sulla rivoluzione di Napoli (Milano 1801), nel quale egli vede l'aspetto manchevole e negativo della rivoluzione napoletana soprattutto nell'essere essa nata astrattamente, da un'esigenza tutta intellettualistica di un pugno di giovani generosi. Istituzioni buone - ammonisce nella lettera a Vincenzo Russo sulla costituzione di Mario Pagano - sono quelle che nascono e vivono nella coscienza del popolo. C. sentì profondamente l'esigenza educativa sia che cercasse nel suo romanzo filosofico il «Platone in Italia», in una sapienza antichissima degli italici, il senso di equilibrio di armonia della coscienza nazionale e, particolarmente, meridionale, sia che di proposito tracciasse un piano di studi per lo Stato di Napoli. Ritornato il C. a Napoli, dopo la conquista napoleonica, ebbe alti incarichi nella amministrazione dello Stato. Nel 1809 re Gioacchino lo chiamò a far parte della Commissione incaricata di preparare un progetto di legge sulla pubblica istruzione. Il C. in un'ampia relazione illustrò i principi a cui si doveva ispirare la radicale riforma degli studi a Napoli. Non c'è dubbio che le idee pedagogiche correnti sono nel Rapporto tenute presenti e in particolare sono presenti G. G. Rousseau e G. E. Pestalozzi; la visione che il C. ha dell'educazione è schiettamente viciniana. Partendo dalla nota dignità viciniana relativa al processo spirituale, il C. pensa che il fanciullo è prima di tutto senso e fantasia, poi memoria, infine ragione. «Se voi» - ammonisce - «turbere quest'ordine stanchere l'ingegno con uno sforzo precoce, e soffocherete le altre facoltà impedendone lo sviluppo. Crede, dice, che il C. è un vero fanciullo, e avrete distrutto un uomo». L'istruzione era per lui compito esclusivo dello Stato, il quale, peraltro, mentre doveva dirigere le opinioni non ne doveva professare alcuna. L'istruzione doveva essere universale e abbracciare le scienze e le arti, pubblica in quanto ad essa avevano diritto, indistintamente, tutti i cittadini. La scuola, poi, nella concezione del C. doveva essere: per tutti (primaria e gratuita), per molti (secondaria), per pochi (superiore o sublime) necessaria quest'ultima a promuovere le scienze. L'istruzione elementare comprende il leggere, lo scrivere, l'aritmetica, la morale, non la religione, che vuole impartire dai ministri della Chiesa. Il C. voleva inoltre che alle donne si impartisse una educazione più propriamente idonea alla loro natura. Nel Progetto non manca la visione di una scuola che fondata sul lavoro promuova un miglioramento del popolo nelle arti e nei mestieri. L'istruzione universitaria, come quella che doveva promuovere le scienze, è tenuta nel Progetto in massima considerazione; a questo fine il C. progettava l'istituzione

34. - ENCICLOPEDIA CATTOLICA. - IV.

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Cuneo - l'acciata della Cattedrale (1865).