DOMINICI, GIOVANNI, BEATO

DOMINICI, Giovanni, beato. - Cardinale domenicano, n. a Firenze nel 1357 e m. a Buda il 10 giugno 1419.

È denominato dal padre, Domenico Banchini (o Bacchini), morto prima ch'egli nascesse. Accolto nell'Ordine nel 1374 (a S. Maria Novella) e non senza molte difficoltà, a causa della poca istruzione e della balbuzie, fece ben presto grandi passi nel sapere, e in seguito guarì anche del difetto di lingua, divenendo per 25 anni un oratore di grido sui principali pulpiti d'Italia.

Tuttavia le migliori energie del D. furono date alla riforma del suo Ordine e all'estinzione dello scisma occidentale, che straziava allora la Chiesa.

A Venezia (1387) pose il germe della riforma. Fu dapprima vicario generale del convento di S. Domenico (19 maggio 1390); indi di tutti i conventi riformati (20 nov. 1393). Passato a Firenze all'inizio del 1400, tra la Cattedrale e il pulpito continuò la delicata missione di riformatore, fondando allo scopo il convento di S. Domenico di Fiesole (1406). Con la morte di Innocenzo VII (6 nov. 1406), il D. entrò spontaneamente nel campo politico, per cooperare alla cessazione dello scisma. Fu per tal fine mandato dalla Repubblica fiorentina a Roma, onde si evitasse l'elezione d'un nuovo pontefice. La missione fallì; ma il D. ebbe modo di farsi stimare ancor più dal nuovo eletto, Gregorio XII, dal quale venne creato arcivescovo di Ragusa (26 marzo 1408) e poi cardinale di S. Sisto nel maggio successivo. L'accettazione di tali promozioni costò non poche critiche al domenicano; egli però se ne servì in bene. Difatti, benché riconoscesse per vero il Pontefice Romano e ne eseguisse le delicate commissioni, riuscì al fine a strappargli l'Abdicazione. Presentata al Concilio di Costanza (4 luglio 1415), manifestò l'intenzione di rinunciare alla porpora. Non gli fu acconsentito; anzi il nuovo pontefice, Martino V, affidò all'abbé diplomatico domenicano il difficile peso di una legazione in Ungheria e Boemia contro gli Usi (10 luglio 1418). Ivi non poté concludere la sua missione, anche a causa della morte che lo colse quasi subito a Buda. Il suo culto fu confermato da Gregorio XVI nel 1832. Festa il 10 giugno.

Si hanno del D. molti scritti, parte inediti: lettere, commenti alla S. Scrittura e trattati. Tra questi merita un ricordo speciale quello latino Lucula noctis, scritto verso il 1405, ove si risolve con un po' di severità il problema dell'uso dei classici (ed. R. Coulon, Parigi 1908; Moore, Notre-Dame 1940). Ottimi, anche come testi di lingua, sono i due trattati italiani: Regola del governo di cura familiare (Firenze 1860) e Amore di carità, composto questo probabilmente tra il 1392-94 (Bologna 1889).

Bibl.: Quétif-Erchard, I, pp. 768-770; A. Biscioni, Lettere di santi e beati fiorentini, Firenze 1736; H. V. Sauerland, Card. 7. D. und sein Verhalten zu den kirchlichen Unionsbestrebungen, in Briegersche Zeitschrift (9 1884), p. 242; S. S. A. Rösler, Card. 7. Dominici, O. P., Friburgo in Br. 1893; H. Dehove, s. V. in D'ThC, IV, n. coll. 1661-67; I. Maione, Il. b. D., in Studi e saggi di letteratura, Bologna 1923, pp. 1-25; L. Santamaria, Il concetto di cultura e di educazione nel b. G. D., in Memorie domenicane, nuova serie, 5 (1930), p. 14; S. G. Angelo Walz

IL PENSIERO PEDAGOGICO DEL D. - Il D. cercò di opporsi al dilagare dell'Umanesimo. Come può vedersi nelle sue opere Regola del Governo di cura familiare e Lucula noctis, si scaglia contro le affermazioni dell'Umanesimo perché lo studio dei classici comprometteva la salvezza dell'anima. Mentre tutto l'Umanesimo lavora, sotto certi aspetti, al fine di conciliare mondo cristiano e mondo pagano, il D. si oppone decisamente a quest'ultimo come negatore della fede cristiana perché prima e fuori della Verità rivelata. La filosofia, al pari di ogni altra scienza naturale, «non è propriamente scienza ma opinione». Tutta la dottrina antica è - compresa quella di Platone e di Aristotele - piena di errori dannosi alla purezza della fede. Da questo pensiero è facile arguire come il D. si scagli contro tutta la cultura umanistica che si era fatta suscitatrice dell'antico sapere grecoromano. Ma, poiché un uomo non sfugge mai del tutto a quelle che sono le idee e le tendenze del suo tempo, così è facile avvertire nello stesso D., pur nella sua decisa volontà di opposizione al già fiorente Umanesimo, un senso nuovo e moderno di considerare l'educazione, soprattutto quando riconosce i diritti del corpo, o quando afferma la libera natura dell'uomo. Il corpo non è più considerato come nemico dell'anima, è anzi il suo «scudo o vero palvese», che, a difesa dell'anima, riceve tutti i colpi. La carne non è nemica dello spirito, ma aiuta lo spirito a trionfare. La vittoria della carne è nell'essere e farsi serva dello spirito.

Bibl.: A. Galletti, Una raccolta di prediche inedite di G. D. in Miscellanea di studi critici in onore di G. Mazzoni, Firenze 1907, pp. 253-278; id., L'eloquenza, Milano s. d., pp. 188-96; G. Vidari, L'educazione in Italia. Dall'Umanesimo al Risorgimento, Roma 1930, pp. 33-35; V. Rossi, Il Quattrocento, Milano s. d., pp. 44-56, 88-96, 195.