EMOZIONE

EMOZIONE. -

I. PSICOLOGIA

È la reazione a una sensazione, o immagine, che viene a turbare il nostro equilibrio organico o psichico, reazione costituita, come un tutto unico, da un particolare stato affettivo corrispondente al risveglio di determinati istinti e da modificazioni organiche.

Gli esseri animali tendono naturalmente verso ciò che i loro sensi rivelano essere necessario o utile alla conservazione della vita individuale e della specie. Tale tendenza si manifesta con svariati impulsi di avvicinamento o ripulsi verso le azioni e le cose che, vicino o lontane, più o meno facilmente perseguibili o evitabili, possono soddisfare o possono invece impedire queste naturali esigenze. Tali impulsi dell'appetito sensitivo, fondati sugli istinti naturali, creano una particolare risonanza affettiva congiunta generalmente a una risonanza organica: quando c'è questo si può parlare di e. Qui, però, si prescinde dalla questione - riprovandola in quanto intende esaurire il costitutivo essenziale dell'e. in un elemento isolato di essa - sulla precedenza della reazione fisica (teoria periferica del sentimento, W. James, K. Lange) o di quella affettiva (teoria intellettualistica classica) e della conseguenza reciproca causalità, e si distingue accuratamente il fatto psichico da una sua eventuale coscienza, logicamente posteriore.

Appare chiari allora la distinzione - più di grado che di specie - fra le e. cosiddette inferiori, prodotte direttamente da uno stimolo organico, che si potrebbero chiamare sensazioni affettive (di fame, piacere sensibile, ecc.) e le superiori, provocate solo indirettamente da uno stimolo esterno, che risveglia una particolare situazione di coscienza e si accompagna con una rilevante risonanza organica (di paura, di antipatia, estetica, religiosa, ecc.) che sono vere e. umane.

L'e. è dunque un fattore naturale e necessario della vita umana, ed ha una funzione direttiva delle azioni del soggetto, tendenti a realizzare il suo bene, ordinandole a ottenere uno stato di equilibrio di fronte al mondo ambientale e guidandole quindi nel continuo movimento di adattamento al perenne mutare e rinnovarsi di stimoli esterni. In questo complesso meccanismo automatico che si forma, si consolida e si moltiplica con il crescere degli anni, della cultura e delle esperienze, in relazione anche al carattere del soggetto, basta provocare uno degli elementi per suscitare l'e.; e come la sensazione esterna mette in moto il meccanismo, così vi può influire un intervento nella vita endotimica, sostrato fisiologico dell'istinto. La ragione e la volontà possono intervenire sia nella composizione del complesso, sia, tanto più quando si è consolidato, nell'autoprovocazione di esso mediante un'idea o rappresentazione adeguata.

Quando gli stimoli appaiono improvvisi, o eccessivi, la reazione pure acquisterà un tono rilevante e si potrà allora parlare di e. violenta (che alcuni denominano e. «sho», mentre altri, come A. Gemelli, propongono le venga riservate, per motivo di chiarezza, il nome di e., lasciando alle precedenti il semplice appellativo di sensazione e sentimento), caratterizzata e da una più violenta risonanza organica, capace talora di provocare danni, anche irrimediabili, alla salute fisica, e da una azione generalmente deleteria sulla psiche, essendo atta più a scompaginare l'equilibrio affettivo, che a dirigere al suo fine l'azione

del soggetto. In via normale si cercherà di evitare questa forma violenta di e., atta a creare situazioni anormali, spesso dannose alla vita dell'uomo, allontanandone le cause, per quanto è possibile, dalla propria e dall'altrui esistenza; particolarmente da quella dei fanciulli, nella cui psiche potrebbe lasciare tracce indelebili, e, in genere, delle persone più deboli per età e salute. Talora potrà accidentalmente ricoprire un ruolo provvidenziale, sia per l'organismo, eccitando funzioni intorgadite, correggendo attività sregolate, utilmente infuendo su complessi psichici anormali, sia per la vita spirituale, come spinta a maggior riflessione e serietà, a conversione e a maggior fervore (è noto l'episodio che spinse Lutero alla vita monastica). Si noti peraltro che se nel primo caso l'e. si presenta atta a essere con cautela provocata artificialmente a scopo curativo, particolarmente in malattia a sfondo nervoso, nel secondo si limita - o per lo meno dovrebbe limitarsi - a essere un punto di partenza, l'eccitazione di un'attività etica o religiosa, da fondarsi poi su basi più solide e razionali.

Da notare come, strettamente parlando, la passione non si possa dire così semplicemente un'e. prolungata; pur essendo nello stesso ordine, l'origine improvvisa dà all'e. un carattere di maggior violenza, mentre dalla sua permanenza proviene alla passione l'infuso e una più o meno cosciente approvazione della parte intellettuale dell'uomo. Mentre gli scolastici (ad es., s. Tommaso, Sum. Theol., 18-2ᵃp. q. 22, a. 1-3 e il Commento del Gaetano, all'art. 1) chiamavano «passio - la nostra e. a - passio habitualia - la nostra passione, non pochi moderni danno il nome generico di e. a ogni stato affettivo (v. PASSION), per la terminologia, un ulteriore approfondimento psicologico, la divisione classica e la trattazione medica).

BIBLI: Per una conoscenza generale: W. James, Emotions, trad. franc. Parigi 1902; id., Principle di psicologia, trad. it., Milano 1906; F. M. Palmés, Psicologia, Barcellona 1928, pp. 181-90; J. Probes, Lehrbuch der experimentellen Psychologie, II, 3ᵃ ed., Friburgo in Br. 1929, pp. 262-90; G. Deschauers, Psicologia, Parigi 1934; A. Gemelli-G. Zuni, Introduzione alla psicologia, Milano 1947, p. 227 seg.; E. Baudin, Corso di psicologia, Firenze 1948, pp. 223-33.

II. PEDAGOGIA

A proposito della e. la pedagogia fissa alcuni principi, la cui applicazione è della massima utilità per l'educazione.

1. Le e. si possono sfruttare. - Esse, infatti, anche le più riprovevoli, hanno, come il piacere e il dolore, una loro finalità e possono servire di guida, di aiuto, di sanzione delle nostre azioni.

La paura, ad es., preserva dall'espori a pericoli; l'audacia e la forza raccolgono e concentrano le energie per superarli, quando sono inevitabili; l'angoscia può essere segnala di allarme contro di essi; la vergogna può servire a frenare atti disonorevoli. Le e. non sono però sempre proporzionate alle necessità del momento, non sempre mantengono il giusto mezzo, tendono anzi a sconfiggere nell'esagerazione e quindi diventare più nocive che utili: la paura può dar forza alle gambe, ma anche paralizzarle; l'audacia può raggiungere la tenerità; la collera degenerare in follia; l'angoscia e la tristezza stroncano ogni attività; la vergogna fa perdere il coraggio di rialzarsi e cambiare rotta. Il che non si nota soltanto nei diversi individui, ma anche nel medesimo individuo, a seconda dell'istinto predominante in quel determinato momento, del quale non si ha sempre una chiara coscienza. Si suole, infatti, a proposito di una cattiva notizia da comunicare, dire: «chi sa che impressione gli farà»; o, a proposito di una riprensione: «chi sa come la prenderà»; una presa in giro può lasciare indifferenti, o suscitare sdegno, e anche soddisfazione di essersi presati a un po' di gioia altrui.

Si deduce pertanto, che le e. possiedono una certa dinamogenia, che si riverbera sulle nostre forze organiche, eccitandole (e. toniche o steniche) o paralizzandole (e. asteniche o deprimenti). Uno stato stenico (fiducia, ottimismo, serenità) anima il lavoro; uno stato astenico (sfiducia, dubbio, esitazione, scoraggiamento) lo compromette. Sarà dunque ne-

cessario cercare di raggiungere l'ideale nello sfruttamento delle e., che consiste nell'acquistarne la padronanza e il libero uso; il che è compito della educazione.

2. Le e. si possono educare. - L'educatore (genitori, maestri, direttori) dovrà prima di tutto rendersi conto esatto, mediante un'attenta e vigile osservazione, delle varie reazioni emotive, delle varie sfumature intellettuali e volitive dell'educando. Soltanto con questo nutrito corredo di rilievi e di riscontri potrà rendersi padrone della vita psichica di lui e dirigerla nei suoi sempre mutevoli atteggiamenti.

Perché si richiede nell'e. un diverso trattamento: a) secondo i diversi individui: un carattere emotivo o stenico tende all'esaltazione della sua situazione euforica e quindi alla presunzione, alla vanità, all'esibizionismo e perciò va frenato; un carattere astenico, invece, tende al pessimismo, alla sfiducia nelle proprie forze, e quindi ha bisogno di stimolo. Lo fa il medico con gli ammalati depressi, ispirando, con la fiducia nella sua assistenza, anche la fiducia nella guarigione; lo deve fare perciò anche l'educatore. Dire ad un educando lento ad apprendere, o che sembra incorreggibile: «è inutile, non ci riuscirà», equivale a dare il colpo di grazia alle energie, che invece, adattamente stimolare, avrebbero potuto suscitare una salutare reazione contro la lentezza o l'incorreggibilità. Così pure non si deve mai sbucare della emotività dell'educando, perché, se qualche facile successo si può ottenere, a lungo andare si va incontro a gravi pericoli. Chi abusa dell'autorità, o eccede nel far sentire all'educando che lo si segue in tutte le azioni, o nel voler essere guida in ogni anche minimo atto, finisce con lo spegnere ogni autoattività e formare un carattere debole, incerto, irresoluto; «anche racchiuso in se stesso, in attesa di ribellarsi a di agire secondo le proprie inclinazioni in segreto; b) in uno stesso individuo secondo l'età. Nell'infanzia e nell'edolescenza predomina la vita emotiva su quella intellettuale e volitiva; nella giovinezza questo predominio diminuisce fino a raggiungere nella maturità il dovuto equilibrio e la supremazia della ragione e della volontà; che poi di nuovo cedono, nella vecchiaia, ad un ricorso di emotività. Perciò alcuni sentimenti, che si possono far sorgere nell'infanzia (ad es., l'orrore per le conseguenze di determinate azioni), non devono invece provocarsi nell'edolescenza e nella giovinezza, quando potrebbero generare disperazione o abbattimento a ribellione pertinace. Al contrario un atteggiamento che nella fanciullezza può suscitare confusione a timidezza, nella gioventù genera riflessione, arrendevolezza, slancio. Un'e. depressiva dovuta ad un insuccesso, ad es., ad una ingiustizia, può nella giovinezza provocare una reazione salutare, spingere a vie nuove, alla ricerca di nuovi mezzi per riuscire a quindi far spiegare energie che altrimenti sarebbero forse rimate latenti e infruttuose; c) secondo la qualità della e. Troppo comune e deplorabile è il pregiudizio che le e. estetiche (provocate, cioè, dalla pittura, scultura, letteratura e musica) siano in se stesse buone e innocue, perché il bello e il buono non possono stare in opposizione. Ma questo, se è vero in teoria, quando il bello e il buono vengono considerati in astratto a avvisi dal soggetto, che ne subisce l'influsso, non è più vero in pratica, quando si consideri il soggetto influenzato. Il senso comune, infatti, sa distinguere tra musiche guerriere, eccitanti a prodezza, e musiche morbide e snervanti; tra un'arte che eleva e un'arte che stuzzica i bassifondi della natura corrotta; tra una letteratura che inciela e una letteratura che striscia a fa strisciare terra terra a fa cadere ogni barriera del pudore e dell'orrore.

3. Le e. possono suscitarci o sospendersi con la volontà. - Questa constatazione offre la chiave migliore per sciogliere la questione della educabilità delle e. Si osserva, infatti, che basta determinare un adatto stato fisiologico per offrire il terreno adatto alle e. corrispondenti a questo stato. Un attore, p. es., riproducendo le reazioni esterne di un determinato sentimento, tanto ci s'immerge e se ne immedesima

che finisce col provarlo realmente; così chi legge un canto di Dante o batte le note di un Dies irae. Viceversa, si può impedire il sorgere di una determinata e. o metterla in fuga e farla svanire con e. opposte, impendendo la reazione che dovrebbe suscitarla o farla produrre il suo effetto. Chi riesce a non tremare dinanzi ad uno spettro, vuol dire che ha impedito l'e. della paura. E questo vale sia per le e. esterne, e sia per le interne. Questa la ragione per cui, per farsi coraggio, si parla forse; per vincere il tremore del buio, si canticchia; per soffocare il terrore di una visione, la si assale. Si sostituisce, cioè, un'attività fisiologica a quell'altra, che avrebbe provocata l'e. che si temeva.

Di qui deriva l'insistenza su cui punta la pedagogia, perché si arricchisca la mente di ideali alti, nobili, che abbracciano per così dire tutta l'anima; così più facilmente vi si ricorrerà per suscitare e stimolanti o fugare e spegnere e divergenti, improvvisamente apparse all'orizzonte.

Si suole anche dire, a proposito delle e., che bisogna lasciarle « sfogare », « esaurire », « lasciar libero corso alle reazioni fisiologiche, che ne derivano ». Questo principio, se in teoria si può forse ritenere più scientifico, in pratica va accolto con molta cautela. È vero che il piangere lenisce il dolore; il gridare e pestare i piedi o rompere qualche oggetto calma la collera; il riso, tanto contagioso nelle collettività, stende i meriti; ma il buon senso dice pure che le lacrime si possono trangagliare, che la collera si può spegnere, che il riso si può rendere leggero; in una parola l'educazione e la padronanza di sé, la fierezza di comandarsi, la soddisfazione di superarsi possono imporsi e deviare anche sopprimere il corso delle reazioni fisiologiche. In alcuni casi converrà, è vero, lasciare esaurire l'e.: in altri, e sono i più, non è educativo, ma può essere controproducente. Di qui l'importanza nell'aserica cristiana dei piccoli quotidiani aserifici e del loro valore altamente pedagogico, perché al valore di una prassi fondata su motivi naturali a umani, s'aggiunge un altro valore di ordine superiore, che li rende più utili a sé e agli altri, aumentandone il merito e l'efficacia. Solo così si conquista la propria personalità.

BIBLI: F. CAP-L. Cousin, Comment l'élève non enfant, 26ª ed., Parigi 1931, pp. 371-96; H. D. Noble, Les passions dans la vie morale, I: Psychologie de la passion, ivi 1931; A. Ermieu, Le gouvernement de soi-même, I, 61ª ed., ivi 1932, pp. 194-233; II, 48ª ed., ivi 1933, pp. 167-73; IV, 29ª ed., ivi 1934, pp. 110-25; L. Guarnero, Inisolazione alla psicologia scientifica e pedagogica, Torino 1946, pp. 192-200. Celestino Tostori

Cite this article

“EMOZIONE.” Enciclopedia Cattolica, vol. V (1950), p. 217. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/emozione.