CUORE DI GESÙ

CUORE DI GESÙ. - I. CULTO DEL SACRO C. DI G. - I. *Storia*. Gli elementi costitutivi del culto al S. C. di G. sono contenuti sostanzialmente nella Rivelazione. I SS. Padri insistentemente esortarono i fedeli a corrispondere all'amore del Salvatore per il genere umano; né mancano considerazioni sul costato trafitto di Cristo. Però nella tradizione dei primi dieci secoli non vi sono accenni di culto al cuore di carne, simbolo di amore.

Con il sec. XI si inizia, negli scritti e nella pietà dei fedeli, lo sviluppo degli elementi di questa devozione, elaborata nella Chiesa, sotto l'influsso dello Spirito Santo, mediante la collaborazione di anime elette. Molto contribuì l'ambiente di intensa spiritualità creatosi intorno a s. Bernardo.

Attraverso il costato squarciato si arriva al cuore e comincia a stabilirsi un accostamento tra il cuore e l'amore di Gesù. Nella piaga materiale si vede la ferita dell'amore. In passi attribuiti a s. Anselmo e a s. Bernardo si accenna al simbolismo del cuore trafitto per amore, ma non si è certi se si intenda il cuore di carne. I dubbi cessano dalla metà del sec. XII, divenendo i testi più frequenti e più chiari, ma ad eccezione di qualche passo di Guglielmo di St-Thierry (m. nel 1150 a. e di Guerrico d'Igny (m. nel 1160 a.), non compaiono vere tracce di devozione. Questa si afferma, distinta nell'oggetto, nel fine, nello spirito e negli atti, nella *Vitis mystica* attribuita a s. Bonaventura. Nelle opere di s. Matilde (m. nel 1298) e di s. Geltrude (m. nel 1302) la devozione si arricchisce di esercizi e di pratiche, ma resta privilegio di anime mistiche.

Nei secoli successivi si diffonde, senza svilupparsi. Un progresso si ha nel sec. XVI con il ven. Lanspergio (m. nel 1539; v.), certosino di Colonia, e con Luigi di Blois (m. nel 1566), abate benedettino di Liessies. Con preghiere, esercizi e pratiche concretano e facilitano la devozione, rendendola popolare. Il loro influsso fu decisivo nella propagazione della devozione, che entra nell'ascetismo cristiano e permea le scuole di spiritualità, si che ricorre comunemente nelle opere ascetiche del sec. XVII.

S. Francesco di Sales, molto devoto del S. C. di G.,

Article illustration
(per cartezia dell'Universita Cattolica)
Cuore di Gesù - Quadro di L. Pagliaghe - Milano, Università Cattolica del S. Cuore, cappella.

trasfuse i suoi sentimenti nelle Visitandine e legò la Congregazione al S. C. di G. (cf. la lettera del 10 giugno 1611 a. S. Giovanna di Chantal). Si ha così nella Visitazione fino a s. Margherita M. Alacoque un fiorire continuo di ferventi devote, insignite di speciali grazie. Nella Compagnia di Gesù si distinsero gli infaticabili pp. L. Lallemant (m. nel 1635) e V. Huby (m. nel 1693). Nonostante tale diffusione, la devozione restava puramente privata. S. G. Eudes (m. nel 1680) fu l'iniziatore e l'apostolo del culto liturgico dei SS. Cuori di G. e di Maria (cf. il decreto sull'eroismo delle sue virtù, 6 genn. 1903; *Acta Sanctae Sedis*, 35 [1902-1903], p. 378 sgg.). Nel breve di beatificazione (11 apr. 1909; AAS, 1 [1908], pp. 477-82), è chiamato «padre, dottore e apostolo di questa devozione». Egli consacrò ai SS. Cuori di G. e Maria la sua Congregazione di sacerdoti e ne fece celebrare la festa. Prescrisse speciali esercizi e compose l'Ufficio e la Messa, che furono approvati da alcuni vescovi francesi. Sorsero confraternite, approvate da Alessandro VII e Clemente X.
In s. G. Eudes la devozione al S. C. di G. è all'inizio moralmente unita con quella del Cuor di Maria, poi se

ne distacca. Egli compose infatti uno speciale Ufficio e Messa del S. C. di G. Probabilmente il 20 ott. 1672 fu celebrata, in diverse località della Francia, la prima festa del S. C. di G. L'Ufficio e la Messa promossero molto questo culto e s. Giovanni Eudes fu il diretto precursore di S. Margherita M. Alacoque (m. nel 1690). Oltre alle visioni, riguardanti la sua devozione privata, la Santa ebbe importanti rivelazioni per la diffusione del culto pubblico. Nella prima grande apparizione (27 dic. 1673), Gesù le sevò l'amore del suo Cuore e la elesse come strumento per il compimento del disegno di salvare gli uomini mediante il suo Cuore. In seguito fu istruita circa l'oggetto, le pratiche e lo spirito della devozione, che riceve così l'ultima sistemazione. Il cuore di carne, circondato da una corona di spine e sormontato da una croce, è il simbolo dell'amore di Gesù: amore disprezzato, che cerca amore e riparazione. Nell'apparizione del 1675 Gesù chiese il culto pubblico, con l'istituzione di una festa riparatrice e indicò alla Santa come collaboratore il P. Claudio de la Colombière (m. nel 1682). Questi suscitò intorno a sé, nella Compagnia di Gesù, ferventi apostoli, come i pp. G. de Gallifet e G. Croiset, i quali continuarono la sua opera. Il culto si propagò largamente, contrastato subito dai giansenisti e da alcuni cattolici non bene informati.

Nel 1726 il re di Polonia, alcuni vescovi e le Visitandine inviarono una supplica a Benedetto XIII per l'istituzione della festa, attraverso la postulazione del p. Gallifet. Per evitare un rifiuto fu differita la risposta, poiché, come rilevò il promotore della fede, Prospero Lambertini, si parlava del cuore «comprensivo sensibile di tutte le virtù ed affezioni e centro di tutte le gioie e pene intime». Avendo però i postulati insistito, il 30 luglio 1729 la Congregazione dei Riti rispose negativamente.

Clemente XIII, dietro innumerevoli petizioni, tra le quali figurava un memoriale dell'episcopato polacco, espresso in termini chiari e precisi, fece riprendere l'esame della causa. Il 25 genn. 1765 la S. Congregazione dei Riti emetteva il decreto di approvazione. Espressamente si determinò come oggetto del culto il cuore, simbolo dell'amore. I giansenisti, per questa chiarificazione, concludevano trattarsi del cuore metaforico, non reale. Il contrario però è evidente dalla postulazione e dal decreto che approva e estende il culto senza mutarlo. Si accusò quindi di idolatria il culto al cuore di carne. Pio VI però rigettava l'errore, notando che si adora il cuore ma «inseparabilmente unito con la Persona del Verbo» (cf. la bolla Autorem fidei 1794; Denz-U, nn. 1562-63).

Pio IX estese la festa alla Chiesa universale con rito di doppio maggiore, elevato poi a doppio di prima classe da Leone XIII, che approvò anche le litanie. Nella encic. Annum Sacrum (25 maggio 1899) ordinò la consacrazione del genere umano al S. C. di G. per l'1 giugno del medesimo anno. Poco dopo incitava i vescovi a sviluppare il culto con la pratica del 1° venerdì e col mese del S. C. di G. Pio X ordinò che l'atto di consacrazione fosse rinnovato ogni anno. Benedetto XV approvò il culto del S. C. Eucaristico concedendo la Messa e l'Ufficio proprio agli Ordinari che ne facciano richiesta (decreto della S. Congregazione dei Riti, 9 nov. 1921). Pio XI, nell'encic. Miserentissimus (8 maggio 1928), sviluppò la dottrina della devozione al S. C., fermandosi in particolare sulla consacrazione e sulla riparazione delle offese ed elevò la festa a rito doppio di prima classe con ottava privilegiata di terzo ordine.

2. Dottrina

Le rivelazioni a s. M. Margherita Alacoque costituiscono però solo la causa occasionale dell'approvazione, poiché la Chiesa, prescindendo dalla loro verità, si è appoggiata su ragioni dottrinali. Il culto si giustifica per se stesso ed ha il fondamento teologico nella dottrina cattolica dell'adorazione dell'umanità di Gesù.

In Cristo vi è una persona, quella divina del Verbo, e due nature, la divina e l'umanità. L'unica e medesima adorazione, dovuta alla persona divina, è da attribuirsi a ciò che sussiste in essa e per essa. L'onore infatti si riferisce al tutto, cioè alla persona, anche quando è attribuito a una parte (s. Tommaso, Stun. Theol., 3ª, q. 25, a. 1-2). Perciò l'umanità di Cristo, non per se stessa, né considerata separatamente, ma in quanto unita al Verbo, è degna di un vero culto l'atrocito. Questo è diretto e assoluto, poiché la natura umana di Cristo è adorata non per la dignità di una persona diversa e distinta, ma per l'eccellenza della persona, nella quale sussiste e con la quale costituisce un tutto unico.

Ciò vale per ciascuna parte dell'umanità di Cristo. Il suo cuore perciò, considerato unito alla persona divina, è degno di adorazione, la quale termina alla persona stessa di Gesù. Ogni culto ha per oggetto ultimo e completo tutto Gesù Cristo, ma le diverse devozioni hanno un oggetto prossimo, proprio e specifico, Questo, nel culto al S. C. di G., è il cuore fisico di Gesù, ossia il cuore di carne, vivo e animato, non semplicemente come parte nobilissima del corpo di Cristo, ma specialmente come simbolo del suo amore.

Oggetto proprio del culto quindi non è solo il cuore fisico, né solo l'amore, ma il cuore fisico come simbolo dell'amore, cioè il S. C. di G. ardente d'amore (cf. il decreto della S. Congregazione dei Riti 1765 e la lettera di Pio VI a Scipione Ricci, 29 giugno 1781). Questa è la ragione dello speciale culto al S. C. di G. Il cuore infatti è stato sempre preso come simbolo dell'amore, né è un puro segno convenzionale, ma un segno naturale, per il rapporto reale del cuore con l'amore, poiché l'amore e gli altri affetti, in esso radicati, si ripercuotono nel cuore. Il culto al S. C. di G. prescinde dalla questione fisico-psicologica, se l'organo degli affetti sensibili sia il cuore (opinione degli antichi) o il cervello (come ritengono i moderni). Certamente si sperimenta una ripercussione degli affetti nei movimenti del cuore, il quale sebbene non sia organo elicitivo di questi affetti, tuttavia li manifesta. Il cuore fisico e l'amore simboleggiano non devono considerarsi distinti e separati: sono un unico e adeguato oggetto del culto. Questi due elementi costituiscono una cosa sola, come l'anima e il corpo, e come l'anima ha la supremazia sul corpo, così l'amore l'ha sul cuore fisico.

I teologi chiamano il cuore oggetto materiale prossimo e l'amore, divino e umano di Gesù, oggetto formale. Similmente convengono che l'oggetto del culto è il cuore simbolo non solo dell'amore, ma di tutta la vita intima di Gesù, ossia di tutti i suoi affetti, tristezze, sacrifici, gioie, sofferenze, virtù e sentimenti sensibili. Tutto questo infatti si ripercuote nel cuore. Perciò comunemente con l'espressione S. C. si suole significare tutta la persona di Gesù, considerata nella vita intima, affettiva e morale. Di cui scaturisce la preminenza, sulle altre, di questa devozione, la quale sintetizza tutta la vita di Cristo nell'amore, causa delle meraviglie della Redenzione, facilitando all'uomo la conoscenza intima e conseguentemente l'amore al Redentore.

Il razionalismo ha classificato questa devozione come una forma di pietà morbida e superficiale. Intimamente esaminata, però, essa si presenta solida e virile, impegnando l'uomo nell'esercizio della virtù.

Il fine di questo culto è di accendere nei fedeli l'amore, per corrispondere a quello di Gesù. Perciò è sommamente raccomandato nei documenti pontifici (cf. encic. Anum Sacrum e Miserentissimus) e negli scritti di s. Margherita M. Alacoque la

consacrazione personale e collettiva al S. C., di G. e siccome l'amore di Gesù è un amore disprezzato e trascurato, alla consacrazione deve seguire la riparazione.

La devozione al S. C. di G. ha esercitato un benefico influsso nella vita della Chiesa. Il deismo e il giovanesimo avevano cercato di allontanare Dio dall'uomo, negando o alterando sostanzialmente la Rivelazione cristiana; la devozione al S. C. di G. unisce così vini-colti dell'amore e della Grazia l'anima a Dio, manifestando all'uomo l'aspetto intimo e vero del cristianesimo. Tra le tenebre del criticismo razionalistico, il culto al S. C. di G. è stato una potente irradiazione di luce. Le anime, che compresero tale devozione, sentirono la necessità dell'unione con Gesù e si segnò così l'inizio del risveglio religioso, al quale è connesso lo sviluppo della pietà eucaristica.

Bibl.: J. Croiset, La devozion au S. Coeur de Jésus-Christ. Ligne 1691 (messo all'Indice nel 1704, ne fu tolto nel 1887); J. de Gallifet, De cultu SS. Cordis Dei et Domini Nostri, Christo, Roma 1726; N. Nilles, De rationibus festorum SS. Cordis Jesu et purissimi Cordis Mariae, Innsbruck 1885; J. B. Terrien, La devozion au S. Coeur de Jésus, d'après les documents catholiques et la théologie, Parigi 1893; Monastero di Paray-le-Monial, Vie et oeuvres de S. Marguerite M. Alacoque, 1900; V. VERMEERSCH, ARTHUR, Pratica e dottrina della devozione al S. C., 2 vol. Torino 1923; K. Richtsätter, Die Herzen-Jesu-Verleihung des deutschen M.A., 2a ed., Ratisbona 1924; A. Levesque, L'origine du culte du S. Coeur de Jésus, Avignon 1930; A. Hamon, Histoire de la devozion au S. Coeur, 5 vol., Parigi 1930-40; F. Alcañiz, La devozion al C. di G., Milano 1939; J. V. BAINVEL, VINCENT, La devozion al S. C. di G., 3a ed., 1941; Dédat de Baaliv, Le Coeur selon le b. Jean Duus Scot, Parigi 1946; A. Rubino, S. C. nella teologia e nella storia, Torino 1948. Vincenzo Carbone.

II. CULTO DEL CUORE EUCARISTICO DI GESÙ

Devozione che ha per scopo di onorare l'atto di amore, con cui Gesù istituì l'Eucaristia. È uno sviluppo naturale del culto al S. C. di G., la cui origine non è legata ad alcuna rivelazione. Sottraverso la Chiesa, nella seconda metà del sec. XIX, trovò subito l'appoggio di mons. De Ségur, del b. Eymard e di S. Giovanni Bosco. Nel 1890 era già diffusa in più di 35 nazioni, in cui si contavano numerose confraternite e partecipazioni. In onore del Cuore Eucaristico, Non mancarono le opposizioni, provocate dallo zelo indiscusso dai alcuni, che vollero rappresentare il S. C. di G. nel mezzo dell'Ostia. La S. Sede, pur disapprovando queste esagerazioni (27 maggio 1891: in L'ami du clergé, 36 [1914], pp. 675-76; 15 luglio 1914: AAS, 6 [1914], p. 382), dichiarò, con decreti successivi, che non intendeva proibire il nuovo culto ormai «positivamente riconosciuto» (3 apr. 1915: AAS, 7 [1915], p. 205). In un breve apostolico del 16 febbr. 1903 (Leonis XIII Pont. Max. Acta, XXII, Roma 1903, pp. 307-10) con cui Leone XIII elevava ad acconfratemina l'associazione già esistente in Roma, venne specificato chiaramente l'oggetto del nuovo culto. Il 9 nov. 1921 Benedetto XV coronava le numerose petizioni giunte a Roma da tutte le parti del mondo con un solenne decreto, in cui concedeva festa e Ufficio proprio in onore del Cuore Eucaristico di Gesù, da celebrarsi il giovedì dopo l'ottava del Corpus Domini (AAS, 13 [1921], p. 545).

La Rivelazione e la teologia, nella costante affermazione del rapporto di causa ed effetto tra il S. C. di G. e l'Eucaristia, mostrano la convenienza e l'opportunità del nuovo culto. Molte profezie del Vecchio Testamento annunziano che dal Messia devono sgorgare torrenti di grazie, fiumi di acqua viva (Is. 12, 3; 55, 1; 48, 21; Zach. 12, 10). S. Paolo presenta il Messia come la pure miracolosa, che dona l'acqua ristoratrice agli Ebrei nel deserto (I Cor. 10, 4). S. Giovanni fa risaltare che i fiumi di acqua viva devono scaturire dall'intimo della Umanità di Gesù (Io. 7, 37), e addita l'adempimento delle profezie nella ferita aperta del costato del Salvatore (Io. 19, 34).

Il pensiero vigile e devoto dei Padri scopre e commenta questa realtà: il costato è avvicinato alla rupe del deserto, la lancia di Longino alla verga di Mosè, la ferita alla spaccatura della roccia, e l'acqua zampillante al mistero eucaristico. Secondo S. Giovanni Crisostomo, che riceva il pensiero della tradizione, il cristiano deve assistersi al banchetto eucaristico e accostare le sue labbra al calice, come se attingesse il Sangue prezioso dal costato di Cristo: «Hinc initium mysteria sumunt, ut cum ad tremendum poculum accesseris sic venias ac si ex hoc latere potaturus esses» (Hom. 85 in Io. 9; 59, 49). Secondo la mistica visione dei Padri, l'Eucaristia è uscita dal cuore reale di Gesù come il dono più prezioso del suo amore. Già nel Vecchio Testamento il salmista, ripensando al dono della manna, esclamava: «Cogitati con cordis eius in generationem et generationem... ut alar eos in fame» (Ps. 32, 11, 19). Nel Nuovo Testamento l'Eucaristia, come frutto di un ripensamento di amore, è presente in quel trepido: «Desiderio desideravi hoc Pascha manducare vobiscum» (Lc. 22, 15), e la misteriosa espressione giovanina «in finem dilexit» (Io. 13, 1) riecheggia nel pensiero commosso dei Padri: «Cum esset omnipotens plus dare non potuit, cum esset sapientissimus plus dare nescivit, cum esset distinimus plus dare non habuit» (celebre testo attribuito a S. Agostino).

Causa ed effetto, insinuata nella Scrittura e illustrata nella Tradizione, si comprendono nella sintesi teologica di S. Tommaso. È attraversato l'Umanità di Cristo, lo strumento del Verbo, che passa tutta la virtù onnipotente e tutta la vita soprannaturale dell'uomo (cf. Sum. Theol., 3, 9, 62, a. 5): questa attività strumentale e questa energia divina si effonde dal S. C. di G., insieme al Sangue sgorgato come prezzo di Redenzione. La ferita del costato e del cuore fu condizione divinamente stabilita perché potessero scaturire i torrenti di grazie nascosti nell'Umanità del Verbo: «Ut apertum cor, divinae largitatis sacrarum, torrentes nobis funderet miseratarios et gratiae» (Prefazio della festa del S. Cuore). La prima e la più eccelsa grazia è l'Eucaristia, come attuazione e compendio dell'amore umano-divino (teandrico) di Gesù per l'uomo; amore che si esprime nel vivo desiderio di restare sempre con la persona amata e di fondersi con lei in unità misteriosa: «Questo dono divinissimo è uscito dall'intimo del cuore di quel Redentore, che brinmava ardentemente di stabilire con gli uomini questa mirabile unione» (encic. Mirate charitatis [28 maggio 1902], in Leonis XIII Pont. Max. Acta, XXII, Roma 1903, pp. 115-36). «Vedi tav. LXVIII.

Bibl.: E. Fabozzi, Le glorie del Cuore Eucaristico, Napoli 1911; J. V. BAINVEL, VINCENT, La devozione al S. C. di Gesù, trad. it., Milano 1922, pp. 434-38; A. Lepidi, Explication dogmatique sur le culte du Coeur Eucharistique de Jésus, 2a ed., a cura di E. Hugon, Parigi 1926; D. Castelain, De cultu Eucharistici Cordis Jesus, Historia doctrina, documenta, ivi 1928 (l'opera più completa): S. Tronin, De nativitate Ecclesiae ex latere Christi, in Gregorianum, 13 (1932), pp. 489-527; F. Ogara, Bibebant de spirituali consequente eos petra, in Verbum Domini, 16 (1936), pp. 33-41; A. Vaccari, Exivit sanguis et aqua, ibid., 17 (1937), pp. 193-99; A. Hamon, Histoire de la devozion au Sacré Coeur, V. Parigi 1940, pp. 247-253; H. Rahner, Flumina de ventre Christi, Die patriarische Auslegung von Io. 7, 37, in Biblica, 22 (1941), pp. 269-306, 368-404; M. Zedda, Flumina de ventre eius fluent aquae vivae, in Verbum Domini, 21 (1941), pp. 327-37; A. Vaccari, Cogitationes cordis eius in generationem et generationem (Ps. 32, 11), ibid., 24 (1944), pp. 193-202.