AAS 43 (1951), p. 859
si atteggiarono a un dolce sorriso, e placidamente spirò. Trascorsero
vari anni. In un Istituto religioso si poteva particolarmente notare una
giovane Suora, tutta dedita alla cura e alla educazione della infanzia
abbandonata, che con occhi spiranti amore materno si chinava sui piccoli
infermi, quasi per dar loro la vita. Era lei, la figlia del sacrificio, che ora
col suo gran cuore diffondeva tanto bene fra i bambini derelitti. L'eroismo
della intrepida madre non era stato vano ! (cfr. Andrea Majocchi,
Tra Ustori e forbici, 1940, pag. 21 e segg.). Ma Noi domandiamo: È
forse il senso cristiano, anzi anche puramente umano, dileguato a tal
punto, da non saper più comprendere il sublime olocausto della madre
e la visibile azione della Provvidenza divina, che da quell'olocausto fece
nascere un così splendido frutto?
Noi abbiamo di proposito usato sempre l'espressione « attentato diretto
alla vita dell'innocente », « uccisione diretta ». Poiché se, per esempio,
la salvezza della vita della futura madre, indipendentemente dal
suo stato di gravidanza, richiedesse urgentemente un atto chirurgico,
o altra applicazione terapeutica, che avrebbe come conseguenza accessoria,
in nessun modo voluta nè intesa, ma inevitabile, la morte del feto,
un tale atto non potrebbe più dirsi un diretto attentato alla vita innocente.
In queste condizioni l'operazione può essere lecita, come altri
simili interventi medici, sempre che si tratti di un bene di alto valore,
qual è la vita, e non sia possibile di rimandarla dopo la nascita del
bambino, nè di ricorrere ad altro efficace rimedio.
Poiché dunque l'ufficio primario del matrimonio è di essere al servizio
della vita, il Nostro principale compiacimeto e la Nostra paterna gratitudine
vanno a questi sposi generosi, che per amore di Dio, e fidando
in Lui, allevano coraggiosamente una famiglia numerosa.
D'altra parte, la Chiesa sa considerare con simpatia e comprensione
le reali difficoltà della vita matrimoniale ai nostri giorni. Perciò nell
'ultima Nostra allocuzione sulla morale coniugale abbiamo affermato
la legittimità e al tempo stesso i limiti — in verità ben larghi — di una
regolazione della prole, la quale, contrariamente al cosidetto « controllo
delle nascite », è compatibile con la legge di Dio. Si può anzi sperare
(ma in tale materia la Chiesa lascia naturalmente il giudizio alla scienza
medica) che questa riesca a dare a quel metodo lecito una base sufficientemente
sicura, e le più recenti informazioni sembrano confermare una
tale speranza.
Del resto, a vincere le molteplici prove della vita coniugale valgono
soprattutto la fede viva e la frequenza dei Sacramenti, donde scaturiscono
torrenti di forza, della cui efficacia coloro che vivono fuori della
vari anni. In un Istituto religioso si poteva particolarmente notare una
giovane Suora, tutta dedita alla cura e alla educazione della infanzia
abbandonata, che con occhi spiranti amore materno si chinava sui piccoli
infermi, quasi per dar loro la vita. Era lei, la figlia del sacrificio, che ora
col suo gran cuore diffondeva tanto bene fra i bambini derelitti. L'eroismo
della intrepida madre non era stato vano ! (cfr. Andrea Majocchi,
Tra Ustori e forbici, 1940, pag. 21 e segg.). Ma Noi domandiamo: È
forse il senso cristiano, anzi anche puramente umano, dileguato a tal
punto, da non saper più comprendere il sublime olocausto della madre
e la visibile azione della Provvidenza divina, che da quell'olocausto fece
nascere un così splendido frutto?
Noi abbiamo di proposito usato sempre l'espressione « attentato diretto
alla vita dell'innocente », « uccisione diretta ». Poiché se, per esempio,
la salvezza della vita della futura madre, indipendentemente dal
suo stato di gravidanza, richiedesse urgentemente un atto chirurgico,
o altra applicazione terapeutica, che avrebbe come conseguenza accessoria,
in nessun modo voluta nè intesa, ma inevitabile, la morte del feto,
un tale atto non potrebbe più dirsi un diretto attentato alla vita innocente.
In queste condizioni l'operazione può essere lecita, come altri
simili interventi medici, sempre che si tratti di un bene di alto valore,
qual è la vita, e non sia possibile di rimandarla dopo la nascita del
bambino, nè di ricorrere ad altro efficace rimedio.
Poiché dunque l'ufficio primario del matrimonio è di essere al servizio
della vita, il Nostro principale compiacimeto e la Nostra paterna gratitudine
vanno a questi sposi generosi, che per amore di Dio, e fidando
in Lui, allevano coraggiosamente una famiglia numerosa.
D'altra parte, la Chiesa sa considerare con simpatia e comprensione
le reali difficoltà della vita matrimoniale ai nostri giorni. Perciò nell
'ultima Nostra allocuzione sulla morale coniugale abbiamo affermato
la legittimità e al tempo stesso i limiti — in verità ben larghi — di una
regolazione della prole, la quale, contrariamente al cosidetto « controllo
delle nascite », è compatibile con la legge di Dio. Si può anzi sperare
(ma in tale materia la Chiesa lascia naturalmente il giudizio alla scienza
medica) che questa riesca a dare a quel metodo lecito una base sufficientemente
sicura, e le più recenti informazioni sembrano confermare una
tale speranza.
Del resto, a vincere le molteplici prove della vita coniugale valgono
soprattutto la fede viva e la frequenza dei Sacramenti, donde scaturiscono
torrenti di forza, della cui efficacia coloro che vivono fuori della