AAS 33 (1941), p. 467
«lex orandi, lex credendi». Un'applicazione più larga dei testi sacri
potrà bensì giustificarsi collo scopo dell'edificazione in omilie ed in
opere ascetiche; ma il senso risultante anche dalle accomodazioni più
felici, quando non sia comprovato com'è detto sopra, non si può dire
veramente e strettamente senso della Bibbia nè che fu da Dio ispirato
all'agiografo.
Invece l'anonimo, che non fa veruna di queste distinzioni elemen
tari, vuole imporre le elucubrazioni della sua fantasia come senso della
Bibbia, come « vere comunioni spirituali della sapienza del Signore »'
(pag. 45), e misconoscendo la capitale importanza del senso letterale,
calunnia gli esegeti cattolici di considerare « solo il senso letterale » e
di considerarlo « a modo umano, prendendolo solo materialmente, per
quello che suonano le parole » (pag. 11), anzi di' essere « ossessionati dal
senso letterale della Scrittura» (pag. 46). Egli rigetta in tal modo la
regola d'oro dei dottori della Chiesa, così chiaramente formulata dal-
1'Aquinate : « Omnes sensus fundantur super unum, scilicet litteralem^
ex quo solo potest trahi argumentum » (I , q. 1, 10 ad l ); regola chea u m
i Sommi Pontefici sancirono e consecrarono quando prescrissero che,
prima di tutto, si cerchi con ogni cura il senso letterale. Così per
es. Leone XIII nella Enciclica Providentissimus Deus: « Propterea cum
studio perpendendi quid ipsa verba valeant, quid consecutio rerum velit,
quid locorum similitudo aut talia cetera, externa quoque appositae eru
ditionis illustratio societur » (Ench. Bibl., n. 92), e più avanti : « Praeceptioni
illi, ab Augustino sapienter propositae, religiose obsequatur
(exégeta), videlicet a litterali et veluti obvio sensu minime discedendum,
nisi qua eum vel ratio tenere prohibeat vel necessitas cogat di
mittere » {Ench. Bibl., n. 97). Così pure Benedetto XV nell'Enciclica
Spiritus Paraclitus: « Ipsa Scripturae verba perdiligentër considere
mus, ut certo constet quidnam sacer scriptor dixerit », (Ench. Bibl.,
n, 498); dove, illustrando l'esempio e i principi esegetici del «Doctor
maximus in exponendis Sacris Scripturis», S. Girolamo, il quale «lit
terali seu historica significatione in tuto collocata, interiores altio
resque rimatur sensus, ut exquisitiore epulo spiritum pascat » (Ench.
Bibl., n. 499), raccomanda che gli esegeti a modeste temperateque e
litterali sententia ad altiora exsurgant » (Ench. Bibl., n. 499). Am
bedue finalmente i Sommi Pontefici, Leone XIII e Benedetto XV, in
sìstono, con le stesse parole di S. Girolamo, sul dovere dell'esegeta :
« commentatoris officium esse, non quid ipse velit sed quid sentiat ille,
quem interpretatur, exponere» (Ench. Bibl., n. 91 et 500).
potrà bensì giustificarsi collo scopo dell'edificazione in omilie ed in
opere ascetiche; ma il senso risultante anche dalle accomodazioni più
felici, quando non sia comprovato com'è detto sopra, non si può dire
veramente e strettamente senso della Bibbia nè che fu da Dio ispirato
all'agiografo.
Invece l'anonimo, che non fa veruna di queste distinzioni elemen
tari, vuole imporre le elucubrazioni della sua fantasia come senso della
Bibbia, come « vere comunioni spirituali della sapienza del Signore »'
(pag. 45), e misconoscendo la capitale importanza del senso letterale,
calunnia gli esegeti cattolici di considerare « solo il senso letterale » e
di considerarlo « a modo umano, prendendolo solo materialmente, per
quello che suonano le parole » (pag. 11), anzi di' essere « ossessionati dal
senso letterale della Scrittura» (pag. 46). Egli rigetta in tal modo la
regola d'oro dei dottori della Chiesa, così chiaramente formulata dal-
1'Aquinate : « Omnes sensus fundantur super unum, scilicet litteralem^
ex quo solo potest trahi argumentum » (I , q. 1, 10 ad l ); regola chea u m
i Sommi Pontefici sancirono e consecrarono quando prescrissero che,
prima di tutto, si cerchi con ogni cura il senso letterale. Così per
es. Leone XIII nella Enciclica Providentissimus Deus: « Propterea cum
studio perpendendi quid ipsa verba valeant, quid consecutio rerum velit,
quid locorum similitudo aut talia cetera, externa quoque appositae eru
ditionis illustratio societur » (Ench. Bibl., n. 92), e più avanti : « Praeceptioni
illi, ab Augustino sapienter propositae, religiose obsequatur
(exégeta), videlicet a litterali et veluti obvio sensu minime discedendum,
nisi qua eum vel ratio tenere prohibeat vel necessitas cogat di
mittere » {Ench. Bibl., n. 97). Così pure Benedetto XV nell'Enciclica
Spiritus Paraclitus: « Ipsa Scripturae verba perdiligentër considere
mus, ut certo constet quidnam sacer scriptor dixerit », (Ench. Bibl.,
n, 498); dove, illustrando l'esempio e i principi esegetici del «Doctor
maximus in exponendis Sacris Scripturis», S. Girolamo, il quale «lit
terali seu historica significatione in tuto collocata, interiores altio
resque rimatur sensus, ut exquisitiore epulo spiritum pascat » (Ench.
Bibl., n. 499), raccomanda che gli esegeti a modeste temperateque e
litterali sententia ad altiora exsurgant » (Ench. Bibl., n. 499). Am
bedue finalmente i Sommi Pontefici, Leone XIII e Benedetto XV, in
sìstono, con le stesse parole di S. Girolamo, sul dovere dell'esegeta :
« commentatoris officium esse, non quid ipse velit sed quid sentiat ille,
quem interpretatur, exponere» (Ench. Bibl., n. 91 et 500).