ACARDO (Achardus), beato. - Abate di S. Vittore, poi vescovo d'Avranches. Discendente da nobile famiglia normanna, stabilita in Inghilterra al seguito di Guglielmo il Conquistatore nella spedizione del 1066, n. nella prima metà del sec. XII, secondo alcuni nell'isola inglese, secondo altri in Norimandia presso Domfront (Orne). M. il 29 marzo 1171.
Ricevuta la prima educazione tra i canonici regolari di Bridlington (diocesi di York), passò, per perfezionarsi negli studi, a Parigi. Quivi abbracciò la vita religiosa nella novella abbazia di S. Vittore, dove l'esempio del celebre Ugo gli fu di sproncello studio e nella virtù. Morò l'abate Gilduino (1155), gli successe quale secondo abate di S. Vittore. Nel 1157 fu eletto vescovo di Sécz, ma Enrico II d'Inghilterra si oppose alla sua consacrazione perché, a quanto riferisce s. Tommaso di Canterbury, il papa Adriano IV ne aveva favorito la scelta. Nel 1161 fu nominato vescovo di Avranches. Pio e benefico, per la sua amicizia col monarca inglese ottenne molti favori per la sua diocesi e per l'intera regione di Normandia. Fu sepolto nella chiesa dell'abbazia premonstratense di La Lucerne, di cui era stato il principale benefattore e di cui aveva benedetto (1164) la prima pietra.
Nelle fonti ha il titolo di maestro (magister Achardus) e il suo epitaffio lo dice famosus doctor Achardus (PL 196, 1779). Ma i suoi scritti, non ancora del tutto indivisi, sono rimasti inediti.
L'abbazia di Maredsous si è assunta l'impresa dell'edificio princeps, e fin dal 1899 ha raccolto i materiali necessari. In base a questi il Morin rileva il suo genio sottile e insieme lucido, la sua arida analisi dei misteri dell'essere umano, unita al misticismo vittorino, in uno stile vivace, talora eloquente, molto più efficace dello stile scolastico dell'età posteriore, e gli riconosce la paternità del trattato De discretione animae, spiritus et mentis, già falsamente attribuito ad Adamo di S. Vittore. Nel 1935 lo ha pubblicato, secondo il cod. Paris. Mazur. 1002 (942), del sec. XIII, proveniente da S. Vittore. Importante è il suo trattato o sermone De abnegatione sui ipsius, detto anche, meno esattamente, De tentatione Domini in deserto, perché ha per assunto Matt. 4, 1. Fine dell'autore è di condurre l'anima alla perfezione attraverso i sette gradi dell'abnegazione evangelica, che la fanno entrare come in sette deserti. Spogliandosi così di se stessa e di tutte le cose, l'anima si unisce intimamente a Dio. L'opuscolo si dirige a tutti, ma specialmente ai religiosi.
Nel Migne si hanno di A. solo due brevi Epistolae (PL 196, 1381-82). Alcune sue opere sono perdute, come il De Trinitate, di cui qualche tratto è riportato nell'Elogium ad Alexandrum III di Giovanni di Cornovaglia (PL 199, 1054 se.), e le Quaestiones de peccato, citate nelle Allegorica in Novum Testamentum attribuite ad Ugo di S. Vittore (ma posteriori).
Profondo teologo, campione della dottrina tradizionale, propugna il realismo dell'unione delle due nature in Cristo contro i nominalisti di tutte le tinte.
Erroneamente dal Vossio gli è stata attribuita la Vita B. Geszelini o Schetzelonis edita (Donni 1626) dal Raisse (cf. Acta SS. Augusti, I, Venezia 1741, pp. 172-73, 175-80): probabilmente è opera del suo omonimo e contemporaneo Acardo di Clairvaux.