ANNIO da VITERBO (propriamente NANNI, GIOVANNI, in stile umanistico Annius: «Frater Ioannes Annius Viterbensis»). - Erudito domenicano, fra i più discussi del Rinascimento, n. a Viterbo nel 1432, m. a Roma il 13 nov. 1502. Prese l'abito domenicano nel convento viterbese di S. Maria di Gradi. Oltre alle scienze filosofiche e teologiche, imparò lettere classiche e lingue orientali. Nel 1464 spiegò come bacelliere le Sentenze all'Università di Firenze. Nel 1498 fu guarito da una malattia per intercessione della beata Colomba di Rieti. Sisto IV e Alessandro VI lo sti-marono molto. Coprì l'ufficio di maestro del Sacro Palazzo dal 1499 fino alla morte; fu sepolto alla Minerva, a Roma.
Le sue opere d'essegesi e di controversie sono: i) In universa sacra Biblia commentaria (inedito); 2) Tractatus de imperio Turcarum, sermone predicato a Genova nel 1473; 3) De futuris christianorum triumphis in Saracenos, interpretazione «storica» dell'Apoc. (dopo le edd. di Genova 1480 e Lipsia 1481, ce ne sono molte altre; in particolare anche col titolo Glossa sive expositio super Apocalypsin de statu Ecclesiae ab a. 1481 usque in finem mundi, Colonia 1507). Nella prima parte spiega l'Apoc. fino al cap. 15 e discute se Maometto sia stato l'Anticristo; nella seconda continua il commento dal cap. 16 (va dalla caduta di Costantinopoli alla fine del sec. XV); nella terza compendia il suo trattato De imperio Turcarum; 4) Quaestiones super multo iudicio et civili (Cremona 1494).
Famoso divenne A. per le sue pretese scoperte di storiografi dell'antichità, pubblicati nei Vetustissimi auctores o Antiquitatum variarum volumina XVII, edizioni col commento Super opera diversorum auctorum, Roma 1498, Parigi 1512, Anversa 1545 e 1552; col solo testo degli autori antichi, Venezia 1498, Parigi 1510, Basilea 1530 e 1599, Wittenberg 1612. Questa raccolta fornisce testi e frammenti di Beroso, Mirsilio, Catone, Archi-loco, Metastene, Filone, Senofonte, Sempronio, Ma-netone ed altri.
All'ammirazione e allo stupore dei primi tempi segui-rono i dubbi e le critiche, dapprima in Italia. Lefèvre d'Étaples, Vives, Cano (De locis lhoel. lib. 11, cap. 6), Voss, e, nel nostro secolo, Pastor (III [trad. it.], pp. 502, 748) e Fueter lo giudicarono impostore e falsario. Tiraboschi (VI, parte 2ª, I. III, cap. 1, n. 12 sgg.) dice: «Si può dispu-tare solamente se G. Annio debba aversi in conto d'impostore ovvero debba sol credersi troppo semplice ed ingannato». Leandro Alberti, Antonio de Guevara in Comm. super Habacuc 3, 13, Tommaso Mazza (Apologia per Giove, Annio Viterbese, Verona 1673) presero la sua difesa. Altri, come Taurisano, escludono in lui la volontà di ingannare. In ogni caso A. non può essere assolto da troppa credulità (Echard, Stahl, s. V. in Kirchenlexicon, I. 1882). Accolse anche brani falsi, ma conosciuti prima di lui e trovati nelle biblioteche (Le Quien), non inven-tando di sana pianta tutti i documenti da lui pubblicati.
A. è ricordato in esegesi biblica per aver risolutamente sostenuto per primo (Antiq. var., I. XIV: Chro-mographia Philonis, fol. 101 sg.) che in Lc. 3, 23 sg. si dà la genealogia di Maria S.ma, allo scopo di risolvere l'antilogia tra le genealogie di Mt. 1 e di Lc. 3.
ANGELO Walz